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Le testimonianze
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Riporto alcune delle testimonianze raccolte nel corso degli anni, tra cui quelle di alcuni giornalisti.
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Ivana Comoli, giornalista
A chi mi chiede com'è andato il viaggio in Mozambico non so rispondere altro che è stata un'esperienza importante. E non sono mai sicura di rendere bene l'idea di ciò che ha davvero significato per me incontrare i "miei" bambini. So che è un atto di presunzione chiamarli così, ma ogni volta che, sulla rubrica Cerco Famiglia di Donna Moderna, segnalo la storia di un bimbo ci metto il cuore. Con la speranza che grazie a lui molti avranno un sostenitore. Figuriamoci incontrarli! A centinaia, piccolissimi o grandicelli, tutti bellissimi. Nell'articolo scritto per Donna Moderna ho potuto raccontare molto meno d quanto ho visto e visitato. Avrei avuto bisogno di tanto spazio in più. A Beira ho visto all'opera Suor Delfina nei due centri di Chingussura, dove ogni giorno centinaia di bambini sottoalimentati possono mangiare. Suor Delfina è stupenda e come lei le giovani che si alternano al centro per occuparsi dei bimbi. A Tica non ho potuto trattenere le lacrime. Era il mio compleanno ed ero già un pò emozionata di mio, ma l'allegria dei bambini che ci venivano incontro correndo, saltando, gridando festosamente, i canti e le danze delle donne mi hanno travolta. Avrei dovuto scattare le foto: ma chi se lo ricordava più! Poi siamo stati a Manga per visitare il centro dei Santi Innocenti, la cui costruzione è stata seguita in diretta da Veziano Armandi, insostituibile coordinatore delle attività di sostegno ai bambini, che durante il viaggio ci ha spiegato di tutto e di più sul Mozambico, sui Centri di sostegno e sui progetti. Manga è un progetto bellissimo ed ambizioso: è attrezzato per ospitare bambini orfani, per offrire corsi di formazione ai giovani della zona, per dare la possibilità ai bambini del posto di frequentare la scuola. Ci sarebbe stato ancora molto da visitare, ma mancava il tempo. In quei quindici giorni mi sono sentita dire tantissimo volte "grazie". Dai bambini, dalle donne, da suor Delfina, suora Pasqua, dai maestri delle scuole, dai rappresentanti delle Istituzioni locali. E ogni volta dentro di me pensavo "grazie a voi". A Veziano Armandi e a tutti coloro che si impegnano a favore dei minori. E soprattutto a voi, "padrini" italiani che con il vostro sostegno rendete possibile l'attività di queste persone meravigliose a favore di bambini e giovani altrettanto meravigliosi. Una giornalista vera, quando scrive, non dovrebbe lasciarsi andare all'emozione. Perdonatemi: quella che sta scrivendo in questo momento è semplicemente una donna. Più ricca dentro.
Ivana Comoli (Articolo apparso su Donna Moderna - agosto 1998)
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Cristina Razzini, psicologa
Una sera, per caso, accendo la televisione: è tardi e trasmettono un documentario sull’Africa. Stanno mostrando immagini del Mozambico e dei bambini di strada: orfani o figli non desiderati, che rovistano nelle discariche del cibo. leggo nei loro volti la tristezza, la disperazione e, nonostante tutto, la loro voglia di vivere. Poi leggo un appello lanciato dal settimanale “Donna Moderna” per aderire ad un progetto a distanza. Poiché collaboro con questo settimanale, leggo attentamente l’articolo e, quando vengo a sapere di un possibile viaggio in Mozambico per visitare le realizzazioni di questa associazione, chiedo di partecipare. Grazie ad Ivana Comoli di Donna Moderna e ai volontari dell’associazione che sostiene i minori, il viaggio è stato possibile.
Il coordinatore delle attività, Veziano Armandi, il nostro cortese e disponibile accompagnatore, mi ha chiesto di scrivere le mie impressioni di viaggio. Con me erano anche Ivana, giornalista, oltre a Luca e Carmen, una coppia di giovani sposi che si recavano in visita al bambino che stavano sostenendo.
i giorni passati in Mozambico non sono facili da raccontare a parole: sono stati giorni densi di emozioni, di gioia e di tristezza. Emozioni dalle quali mi sono lasciata travolgere e nelle quali mi sono coinvolta. percepivo che quel popolo distrutto da quindici anni di guerra è alla ricerca di una propria identità, che per quei bambini anche il poco è molto. Amo la mia professione perché mi consente di aiutare chi soffre e credo nei piccoli passi che portano lontano: l’associazione di Veziano Armandi, le missionarie, i volontari e tutti coloro che con amore lavoravano a questi progetti li sento vicini a me: ognuno di noi può fare qualcosa per chi ha bisogno, anche cose piccole che sono gocce che formeranno ruscelli e poi fiumi sempre più ricchi d’acqua.
Ai nostri figli insegniamo ad avere fiducia, diamo loro gli strumenti e la possibilità di rendersi autonomi: ma i nostri figli devono essere tutti i bambini del mondo, perché l’amore si moltiplica e genera amore.
Il Mozambico: un paese incantevole; un popolo gentile e portato al sorriso che oggi è disgregato da troppi anni gi guerra. Stupendi gli occhi dei bambini, che ora hanno qualcuno che li sostiene e che mi lanciavano sguardi che mi hanno fatto sentire diversa. Non per il colore della mia pelle ma per aver capito da lontano, attraverso una trasmissione televisiva, che loro sono reali, sono persone vere.
Vorrei ringraziare tutti i volontari che ho conosciuto: ci si arricchisce donando ed amare ha sempre un ritorno. Grazie per quello che fate, non solo a nome dei bambini del Mozambico, ma a nome di tutti coloro a cui permettete, pur da lontano come me, di sentirsi partecipi delle vostre iniziative.
Cristina Razzini, 1998
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Luca Damioli
Eccomi, per la seconda volta, in Mozambico. La prima volta era stato nel 1998, invitato dal settimanale Donna Moderna. Il mio nome era stato scelto a caso tra le migliaia di sostenitori del CCS di Genova. Avevo ricevuto una telefonata dalla giornalista Ivana Comoli che mi proponeva, assieme a mia moglie Carmen, di recarmi in Mozambico per visitare il bambino adottato a distanza e testimoniare ciò che il Centro Cooperazione Sviluppo stava realizzando. Ricordo che l’incontro con Leontina, la bambina che stavamo sostenendo, era stato un lungo momento emozionante. Dopo averla vista solo in fotografia ed avere ricevuto le sue lettere ora l’incontravamo nel piccolo cortile della sua casa, assieme ai suoi familiari. Da quell’episodio, Ivana Comoli aveva poi pubblicato un articolo apparso su Donna Moderna dal titolo: “Leontina ha incontrato la sua mamma”. Nei due giorni successivi al nostro arrivo in Mozambico, Veziano Armandi, l’infaticabile animatore delle attività del CCS, ci aveva accompagnato a visitare i centri di sostegno attorno a Maputo e, qualche giorno dopo, eravamo in viaggio per Beira con un pulmino messo a nostra disposizione dall’associazione Kulima. Abbiamo percorso la distanza tra le due città, circa 1.200 chilometri, senza fretta, fermandoci nelle località più caratteristiche, visitando i centri abitati che attraversavamo, mescolandoci tra la folla dei mercati, ristorandoci all’ombra dei baobab o ammirando le spiagge dell’Oceano. A Beira, ospitati nella foresteria del Centro Cooperazione Sviluppo, abbiamo trascorsi altri giorni visitando centri di sostegno, scuole e comunità. Tornato in Italia, nelle settimane seguenti, ripensavo all’Africa e mi tornavano in mente le parole che Veziano, salutandoci all’aeroporto, ci aveva detto: “Vedrete che questo paese non lo dimenticherete facilmente. Presto ricorderete questi giorni con nostalgia e vorrete ritornare”. Veziano è stato un buon profeta. Nei mesi successivi ho adottato un altro bambino a distanza con il CCS, Francisco e, finalmente libero da impegni, ho deciso di ritornare qualche giorno in Mozambico assieme ad Alberto, un amico ed un collega di lavoro. Un’occasione per rivedere il Mozambico, di cui avevo nostalgia, e conoscere anche Francisco. Questa volta non c’era Veziano ad attenderci all’aeroporto della capitale, trattenuto a Beira da impegni, ma ormai mi sentivo a casa. A Maputo abbiamo noleggiato un fuoristrada ed abbiamo raggiunto Beira. L’incontro con gli amici del CCS è stato caloroso e, il giorno dopo, accompagnato da Veziano ed alcuni collaboratori, ci siamo recati a trovare Francisco, il bambino che avevo adottato. Francisco vive nella località di Nhampuepe, a circa 30 chilometri da Beira e frequenta la scuola primaria. La strada non è delle migliori e, sebbene avessimo un veicolo appropriato, abbiamo fatto fatica a giungere presso la sua abitazione. Stringevo tra le mani un dono che avevo portato dall’Italia. Sapevo che non avrei dovuto farlo, così mi avevano raccomandato gli amici del CCS per non creare contrapposizioni tra i bambini che hanno un sostenitore e quelli meno fortunati, ma come si fa ad andare a trovare un bambino senza offrirgli nulla? Ci siamo diretti verso una capanna circondata da un piccolo cortile. All’ombra di un albero un gruppo di persone: delle donne ed alcuni bambini. Un collaboratore del CCS si è fatto avanti e, parlando nella lingua locale, si è rivolto a loro. Dopo qualche istante mi fa fatto cenno di avvicinarmi, indicandomi un bambino esile, dallo sguardo timido che avevo già riconosciuto dalla fotografia: Francisco. Commosso, l’ho abbracciato nel silenzio generale. Le altre persone presenti erano i due fratelli, la madre e una zia e mi hanno ringraziato per l’aiuto che Francisco stava ricevendo. Ho potuto toccare con mano l’estrema povertà di questa gente e credo che tocchi a noi abitanti di un mondo qui sconosciuto, il mondo del benessere, rinunciare a qualche briciola di quello che abbiamo per offrire a dei bambini l’opportunità di un futuro migliore, un futuro che renda meno difficile lo loro tormentata esistenza.
Luca Damioli, 1999
lucadamioli@tin.it
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Guido Pollini, giornalista
In occasione di uno scambio di esperienze tra volontari in Mozambico, ci si chiedeva se il nostro lavoro desse risultati durevoli. A quest’incontro era presente anche Veziano Armandi, il quale illustrava le varie attività svolte nel corso degli anni.
Quello che diceva era molto attraente tanto che, incuriosito, gli chiedo di mostrarmi qualcuna di queste realizzazioni.
Chi lavora nella cooperazione a volte non riesce ad ottenere risultati soddisfacenti per diverse ragioni, una delle quali è il non tenere conto delle esigenze locali. Per questo motivo a volte si realizzano interventi che la stessa popolazione non sente suoi, perché non si è riusciti a creare interesse ed effettivo coinvolgimento dei beneficiari.
Pertanto, la mattina di buon’ora, decidiamo di visitare il Centro dei Santi Innocenti, situato nella località di Manga, alla periferia della città di Beira.
Chi è abituato a visitare i progetti realizzati ha un certo scetticismo a giudicare quanto è stato fatto ma, appena varcato il cancello d’entrata, si offre alla vista un’area disseminata di infrastrutture che accolgono le varie attività del centro. Rimango meravigliato e di colpo si scioglie quel sarcasmo che accompagna a volte i vecchi cooperanti. Veziano intanto mi illustra le varie strutture del Centro, che possiede un refettorio, tre dormitori, una scuola, un centro di formazione, un forno per il pane, un mulino, un edificio per l’amministrazione, una lavanderia…
Un complesso gestito dalle “Sorelle dei Poveri”, una congregazione diocesana la cui responsabile è Suor Delfina la quale mi spiega che il Centro accoglie attualmente 155 minori, la cui età varia da 2 a 17 anni. I più piccoli frequentano la scuola primaria, mentre i più grandi imparano una professione. Il Centro dei Santi Innocenti è stato realizzato in poco più di due anni, dal 1995 al 1997, quando reperire materiale per le costruzioni era davvero un’impresa: gli uomini uscivano da una guerra durata 15 anni e sapevano solo sparare. In tutto questo scenario si inquadra l’attività di Veziano che ha avuto, ed ha, il merito di aver realizzato strutture capaci di continuare nel tempo la loro funzione e maggiore è il risultato della sua organizzazione perché è riuscito là dove altre e ben più importanti realtà di cooperazione hanno praticamente fallito. Il risultato dell’impegno deve essere anche quello di poter garantire la continuità e questo significa avere formato amministratori, tecnici e persone capaci di dare continuità a quanto attuato.
Per concludere vi invito a venire a visitare quanto è stato realizzato: vi renderete conto da vicino che un’azione di solidarietà come il sostegno a distanza può contribuire alla crescita ed allo sviluppo di una società agendo proprio sul suo futuro: i bambini.
Guidi Pollini, 2002
gpollini@hotmail.com
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Guido Pollini, giornalista
Il Centro Cooperazione Sviluppo ha realizzato un’intervento di educazione alla mondialità, a cui è stato dato nome “Giocare con il mondo”, che si è tradotto in un gemellaggio tra la scuola genovese F. Cavallotti e la scuola primaria “3 Febbraio” della località di Nhamatanda, in Mozambico.
L’iniziativa, a cui ha contribuito il Comune di Genova, è partita dal presupposto secondo il quale l’esplorazione del mondo è un’attività a cui i bambini si dedicano instancabilmente ogni giorno, ed ha avuto come finalità principale quella di avvicinare bambini di due mondi lontani attraverso un’attività propria della loro età: il gioco. Sono stati realizzati due laboratori, uno nella scuola italiana e l’altro nella scuola mozambicana che hanno prodotto giochi di gruppo realizzati dagli alunni delle due scuole ed inviati ai loro compagni lontani.
Lo scritto che segue è la cronaca della consegna delle attività realizzate dagli alunni genovesi ai loro colleghi “mozambicani”.
La giornata si preannuncia buona e un sole già caldo ci risveglia e ci accoglie, mettendoci di buon umore. Incominciamo i nostri preparativi per concludere il gemellaggio tra la scuola Cavallotti di Genova e la scuola primaria di Nhamatanda, una località della provincia di Sofala, dove il Centro Cooperazione Sviluppo è da tempo presente con interventi a sostegno delle condizioni dei minori. Dopo aver caricato l’auto con i lavori realizzati dai bambini genovesi, ci apprestiamo a partire. Sono le 8.00 e ci aspettano 100 chilometri di una strada in cattive condizioni.
La nostra delegazione è formata da Veziano Armandi, fondatore e presidente del Centro Cooperazione Sviluppo (CCS), logista ed autista, in pratica il factotum del CCS di Beira; Guido, cioè il sottoscritto, che svolge il compito di tradurre in parole le emozioni che si provano ad avere un contatto con un centinaio di bambini e dal personale del CCS di Beira.
Quando arriviamo i bambini sono diligentemente seduti in un’aula, ognuna delle quali accoglie circa 45/50 alunni e in un banco da due posti ci si siede in 4. Siamo venuti da Beira, ma in pratica è come se fossimo venuti dall’Italia. Siamo accolti dagli insegnanti al completo mentre gli alunni sono quasi immobili, redarguiti dagli insegnanti che, con un tono tra il paternale e l’autoritario, li invitano a stare fermi. In questa atmosfera carica di attesa e di emozione da ambo le parti, si incomincia a scaricare il materiale inviato dagli scolari italiani.
Lo stupore si dipinge negli occhi dei bimbi, la curiosità si fa più accesa ed è difficile tenerli fermi, fin tanto che un bimbo, il più sveglio e coraggioso, si alza e mostra il suo lavoro: una mappa del Mozambico, la terra dove è nato, realizzata con il traforo. Un’ovazione accoglie questo gesto e in quel momento sembra che, attraverso i nostri occhi, si possa trasmettere in Italia la soddisfazione che noi stessi proviamo. Ora che praticamente è rotto quell’incantesimo surreale e il ghiaccio si è sciolto (a queste latitudini e facile sciogliere il ghiaccio), si incomincia il reciproco scambio di lavori. I ragazzi mozambicani hanno lavorato soprattutto il legno, facendo delle riproduzioni dell’Africa e del Mozambico, colorando le forme di legno con i colori dei fiori del luogo e quasi se ne sente il profumo. Così tutti raccolti aspettano i lavori dei “colleghi” genovesi ed ecco che appare un libro enorme con disegni e figure e poi un grande panno con disegnata una strada ed una scatola con dei cartelli stradali. Arriva poi un altro panno, molto più grande, con riprodotto una serie di disegni riquadrati, in pratica un gioco dell’oca che viene spiegato da Veziano ai bambini. E vedendoli vestiti con magliette dei più diversi colori con i sorrisi più belli che si possano immaginare, si ha la consapevolezza di essere gli artefici di un momento di grande gioia. E questi davanti a noi sono bambini che chiedono di poter studiare, giocare e vivere una vita decorosa come ogni bimbo in qualunque parte del mondo dovrebbe avere: se è vero che i bambini sono il nostro futuro, in Africa, se non si interviene, il futuro dei bambini non si tinge dei colori dell’arcobaleno. ma del grigio plumbeo. Ma ritorniamo alla nostra “festa del gemellaggio”. Gli alunni stanno diventando inarrestabili di fronte ai giochi: siamo all’aria aperta e si agitano davanti alla macchina fotografica ma, con un secco ed imperioso avvertimento dell’insegnante, gli alunni si mettono in colonna per tre e, di colpo, cala il silenzio. Non so se in Italia sarebbe avvenuto altrettanto. Ma la scena che ci apprestiamo ad assistere sicuramente non sarebbe avvenuta. Gli alunni incominciano a cantare l’inno nazionale mozambicano, con grande impegno e partecipazione. In loro non vi è più il ricordo della guerra, ma certamente questi ricordi sono presenti nella memoria dei loro fratelli più grandi e dei loro padri. Appena terminato l'inno nazionale il presidente del CCS, Veziano Armandi, inizia il discorso di commiato seguito dalle foto di rito con gli insegnanti. Si concordano le successive visite che gli animatori del CCS svolgeranno nell’ambito delle attività di sostegno scolastico. L’impegno è grande ma la soddisfazione appaga lo sforzo quotidiano. Abbiamo passato una giornata ricca di emozioni e mi piace pensare, con una punta di orgoglio, che questa notte sicuramente tutti questi bambini saranno nei miei sogni e che noi saremo, probabilmente, anche nei loro. Le nostre attività forse non vinceranno tutte le loro sofferenze ma certo contribuiranno ad alleviarle, consentendo loro una vita migliore, una vita a cui ogni bambino ha diritto.
Guido Pollini, 2002
gpollini@hotmail.com
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