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Intervista
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L’incontro con Veziano Armandi fu uno scambio di sguardi.
Lui, schivo e apparentemente distaccato; io, chiacchierone e pieno di entusiasmi da scaricare. Ma in qualche modo ci capivamo e sentivamo di avere un comune denominatore: la passione per l’Africa e il bisogno di un sogno per sentirsi vivi.
Ero al mio primo incontro con il Mozambico e viaggiavamo insieme nel centro-nord del paese, con il compito di documentare alcune delle realtà che Veziano, attraverso il Centro Cooperazione Sviluppo, l'associazione da lui fondata, ha contribuito a realizzare nel corso degli anni. Nei lunghi e torridi trasferimenti mi raccontava, con il suo tono calmo e rassicurante, di bambini di strada, delle atrocità della guerra civile, delle vedove mozambicane, donne forti come l’acciaio e vera struttura portante della società.
Mi parlava del lavoro dei missionari, infaticabile e spesso poco conosciuto, di scuole costruite dove prima non esistevano, di pozzi dispensatori di vita e di speranza per intere comunità ma, soprattutto, mi parlava dei “suoi” bambini, ormai migliaia, che grazie al suo sogno diventato realtà, hanno potuto vivere, crescere, studiare e diventare donne e uomini, per un Mozambico ed un mondo migliore.
Un lavoro di molti anni, fatiche e sacrifici che Veziano Armandi ha potuto realizzare grazie alla disponibilità e alla passione dei suoi collaboratori e alla fiducia di migliaia di persone che lo hanno voluto aiutare attraverso il sostegno a distanza di un bambino.
Mario Morales Molfino
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Puoi fornire una tua breve biografia?
Sono nato a Genova. Dopo la scuola media, verso i 15 anni, ho iniziato a lavorare in una ditta di spedizioni, poi ho svolto diverse attività sino a che, nel 1970, sono entrato in Ansaldo, a quel tempo tra le più grandi imprese industriali, come operaio. Dopo aver frequentato le scuole serali ed aver conseguito il diploma di geometra, sono passato all’ufficio personale. Ho continuato a studiare e, sempre lavorando, nel 1985 mi sono laureato in lettere moderne con una tesi sulla storia della scienza e della tecnica.
Come ha avuto origine la tua esperienza di solidarietà?
È iniziata nel 1986, quando mi sono recato a visitare mio fratello Renato che stava lavorando in Mozambico per conto di un'azienda genovese e, come spesso accade a coloro che per la prima volta si recano in paesi molto poveri, sono rimasto colpito dalla drammatica condizione in cui si trovava la maggior parte della popolazione, ed in particolare i bambini, a causa della guerra civile allora in corso. Sono tornato in Italia con l’intenzione di rendermi utile per contribuire a mitigare la sofferenza e la disperazione che avevo visto, costituendo il Centro Ligure per la Cooperazione e lo Sviluppo il cui nome è stato successivamente cambiato in Centro Cooperazione Sviluppo (CCS), attraverso cui sono state realizzate molte iniziative a favore della condizione minorile in Mozambico.
Come sei riuscito a conciliare il tuo lavoro con i nuovi impegni?
In modo molto semplice: lasciando l’impresa in cui lavoravo ed investendo tutto quello che avevo, liquidazione inclusa, nello sviluppo dell'associazione. La mia è stata una scelta radicale ma avevo deciso di abbracciare quella realtà a qualunque costo e coinvolgermi personalmente nell’aiuto concreto. Ho vissuto questa scelta come una missione ed ancora oggi, a distanza di anni, la volontà e la determinazione sono rimaste quelle di un tempo.
Quali sono state le prime attività realizzate attraverso l'associazione che hai fondato?
Le attività in Mozambico hanno tutte avuto inizialmente un denominatore comune: il sostegno all’infanzia colpita dagli effetti della guerra. Nell’estate del 1989 ho conosciuto una missionaria Francescana che aveva appena creato un piccolo centro di ospitalità per i bambini abbandonati, il Villaggio della Pace. Questa è stata la prima iniziativa sostenuta dal CCS. L’anno seguente è iniziata una collaborazione con le missionarie Dominicane in un altro progetto analogo, la Casa della Speranza. A queste collaborazioni ne sono seguite altre negli anni successivi con la Diocesi di Beira e quella di Quelimane, con le Sorelle dei Poveri e i Missionari comboniani.
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Come era la situazione in quel periodo?
Molto difficile. Non si intravedeva la fine della guerra civile. Nelle campagne venivano bruciati i villaggi ed i raccolti. I guerriglieri uccidevano le persone o le rapivano per costringerle a lavorare per loro e a combattere. In molte località la gente moriva letteralmente di fame. Nelle città i negozi erano vuoti ed i pochi generi alimentari di importazione occorreva pagarli in dollari che solo gli stranieri possedevano. Mancava continuamente l’energia elettrica e spesso l’acqua. Le comunicazioni erano difficoltose e ci si spostava da una città all’altra solo in aereo. Coloro che riuscivano a raggiungere i centri abitati erano fortunati perché potevano contare nel sostegno delle organizzazioni internazionali.
Poi nel 1992 vi è stato l’accordo di pace…
Nell’ottobre del 1992 è stato firmato a Roma l’accordo di pace che metteva fine a 17 anni di guerra civile. Ma si presentavano problemi nuovi e nuove priorità: il Mozambico era distrutto, migliaia di bambini non avevano più nessun punto di riferimento, decine di migliaia di profughi dovevano ritornare alle località di origine. L'associazione da me fondata ha risposto a queste nuove sfide con la realizzazione di un centro di formazione professionale nella provincia della Zambezia, con la distribuzione di sementi e attrezzi agricoli ad oltre cinquemila famiglie nella provincia di Sofala e con la realizzazione di un grande centro di sostegno ai bambini abbandonati alla periferia di Beira.
Quando sono iniziati i programmi di adozione a distanza?
Verso la fine del 1994. In quel periodo si è posta la questione di garantire la continuità dell’alimentazione, delle cure mediche e del materiale scolastico ai bambini ospitati nei centri che stavamo sostenendo. Ricordo che, conversando su tali aspetti con un missionario, egli mi parlò delle sue esperienze con le adozioni a distanza, incoraggiandomi a seguire il suo esempio. Fu una scelta felice e successivamente il sostegno a distanza venne esteso anche in molte località e villaggi colpiti dalla guerra civile, dove una gran parte di giovani non aveva la possibilità di accedere all’istruzione.
Negli anni seguenti…
Negli anni seguenti il numero dei minori sostenuti è aumentato notevolmente così come gli interventi realizzati, prevalentemente nel settore educativo. Partendo dal fatto che l’analfabetismo rappresenta una delle maggiori cause della povertà, ci si è posti l’obiettivo di favorire la frequenza scolastica mediante la distribuzione di materiale didattico, la realizzazione di edifici scolastici e l’alfabetizzazione degli adulti.
Sono stati anni di sacrifici e di difficoltà, ma anche di grande soddisfazione per tutto quello che è stato portato a termine. Con le adozioni a distanza è stato possibile garantire la frequenza scolastica a migliaia di bambini, costruire edifici scolastici, realizzare decine di interventi sociali nei più diversi settori: educazione, sviluppo comunitario, formazione professionale, sostegno alla condizione femminile, non solo in Mozambico ma anche in Angola e in Zambia.
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Per giungere a tali risultati, hai potuto contare sull'aiuto di molti?
Se nel mi avessero detto che il CCS sarebbe diventata una tra le più grandi realtà italiane nel settore dell'adozione a distanza, non lo avrei creduto. Credo che i risultati raggiunti siano dipesi soprattutto dalla dedizione di chi ha creduto in questa associazione. Io ho lavorato, per anni, anche 14 ore al giorno, sabati e domeniche incluse. Le difficoltà ed i sacrifici sono stati molti sia in Italia che all'estero. Vorrei ringraziare i miei due fratelli che hanno contribuito a sostenere le attività del Centro Cooperazione Sviluppo nei primi anni, quando le risorse quasi non esistevano: Renato mettendo a disposizione in Mozambico mezzi e locali gratuitamente e Maurizio, in un particolare momento in cui occorreva una garanzia bancaria per ampliare le attività di sviluppo, mettendo a disposizione la casa di proprietà. Grazie a loro sono state poste le basi per il successivo sviluppo dell'associazione.
Occorre poi riconoscere il contributo fondamentale di molti collaboratori, sia in Italia che in Mozambico e, soprattutto, il supporto di migliaia di sostenitori senza i quali non sarebbe stato possibile portare a termine le numerose iniziative realizzate nel corso degli anni.
Come giudichi questa tua esperienza?
Certamente positiva. Ho vissuto, e sto vivendo, un’esperienza unica che ha dato un significato particolare alla mia vita e mi ha permesso di vedere il mondo dall'altra parte, quella parte che la maggior parte delle persone non conosce, a volte neppure gli europei che vivono qui. Vorrei sottolineare anche i momenti di difficoltà o i momenti in cui ci si sente impotenti davanti alla realtà quotidiana perchè non è possibile intervenire in tutte le situazioni. Quando vado nei villaggi e vedo i bambini andare a scuola con gli abiti rattoppati, un quaderno sgualcito e una matita consumata, non posso fare a meno di pensare ai nostri bambini, agli zainetti colorati, al corredo di matite e penne che si portano dietro o allo scuolabus che li accompagna, mentre in Africa gli alunni sono costretti sovente a percorrere lunghe distanza a piedi per poi entrare in una scuola di paglia, sedersi sul pavimento e scrivere con il quaderno appoggiato alle ginocchia. E sono fortunati rispetto agli altri che sono costretti a rinunciare alla scuola.
Cosa consiglieresti a chi ha oggi intenzione di fare una donazione o sostenere un bambino a distanza?
Partiamo dall’affermazione che, in linea di principio, tutte le associazioni di beneficenza hanno delle finalità etiche. Tuttavia occorre informarsi bene, capire chi sono coloro che la dirigono, se si tratta dell’unica attività che svolgono, se il loro stile di vita è coerente con quanto affermano o con quello che l’associazione si propone. Occorre anche valutarne la competenza e l’esperienza. La conoscenza dei paesi in cui l’associazione intende intervenire è infatti importante: un’associazione diretta da soggetti che hanno vissuto per lunghi periodi in paesi in via di sviluppo ha maggiori possibilità di realizzare interventi efficaci e di essere gestita in maniera efficiente.
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Cosa ne pensi delle grandi associazioni internazionali?
Oggi in Italia vi sono associazioni che possiamo definire “multinazionali della solidarietà”. In Africa ho potuto osservarle al lavoro e, realmente, possiedono una grande capacità di intervento, in particolare per progetti a medio e lungo termine. Tuttavia, quello che a mia avviso manca in queste grandi associazioni, è la possibilità di avere un rapporto diretto con il sostenitore, il quale deve avere l’opportunità di contattare i responsabili e chiedere ogni informazione ritenuta necessaria, mentre questo non appare semplice da realizzare per chi possiede decine di migliaia di aderenti.
Tuttavia una grande associazione ha la capacità di realizzare grandi interventi…
Certamente. Una grande associazione ha una capacità di raccolta fondi elevata e può realizzare programmi multisettoriali integrati, al contrario di una piccola o media associazione. Ma questo non significa che quanto realizza la grande associazione sia più importante di ciò che realizza quella piccola. Anzi, nella mia esperienza ho potuto constatare che a volte sono proprio i piccoli interventi quelli che cambiano concretamente la vita delle persone: è la scuola nuova dove prima non esisteva, sono i quaderni e le penne consegnati a chi non poteva comperarli, è la cattedra dove l’insegnante può finalmente sedersi, è il pozzo che evita alle donne di percorrere tutti i giorni dei chilometri con il secchio d’acqua in testa… Penso che un sostenitore si senta più gratificato quando vede la foto del pozzo o della scuola che ha contribuito a realizzare oppure quando lo si avverte che la lettera del bambino che sta sostenendo giungerà con qualche giorno di ritardo. Ciò che da fiducia ad un sostenitore è soprattutto il rapporto diretto con l’associazione e con i suoi rappresentanti.
Come giudichi la figura del volontario o comunque di colui che sceglie di lavorare in un paese in via di sviluppo?
Chi intende apportare il proprio contributo allo sviluppo e decide di proporsi come volontario o cooperante deve avere delle buone conoscenze tecniche e professionali. Ho conosciuto persone che hanno scelto questa strada come fuga da realtà frustranti o fallimentari nei propri paesi. L'Africa, dopo essere stata colonizzata per centinaia d'anni, non può diventare il raccoglitore delle persone frustrate o fallite. Soprattutto occorre umiltà e sobrietà, qualità indispensabili per un volontario o comunque per colui che si inserisce in un progetto di cooperazione.
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Oggi ti sei definitivamente staccato dal CCS, l’associazione che avevi fondato molti anni fa. Quali sono stati i motivi di questa scelta?
Ho sempre detto ai miei collaboratori che ciascuno di noi ha il suo tempo. Per me è arrivato il tempo di voltare pagina e vivere altre esperienze. Sono felice per aver contribuito a far nascere e sviluppare un’associazione divenuta oggi una grande realtà nel mondo della solidarietà.
Dal 2003, anno in cui mi sono dimesso dalla carica di presidente del CCS, trascorro gran parte del mio tempo in Mozambico e mi sono reso conto che lo sviluppo di questo paese, come d’altronde degli altri paesi poveri, deve avvenire anche attraverso il contributo delle realtà associative locali, le quali devono avere possibilità di decisione e di intervento nei processi di sviluppo. La scelta di offrire la mia esperienza e la mia disponibilità ad un'associazione mozambicana, Mani Unite, è stata ispirata da un percorso naturale, un punto di arrivo dopo molti anni trascorsi a collaborare allo sviluppo di questo Paese ed anche uno stimolante punto di partenza per iniziare nuovi percorsi di solidarietà con il popolo mozambicano
Quindi il tuo futuro è in Africa?
Per i prossimi anni, certamente. Non si può rimanere indifferenti davanti ai bambini orfani o che vivono in condizioni di estrema povertà. Devono avere un’istruzione, devono accedere a servizi qualificati, devono avere la speranza di un futuro migliore e devono diventare cittadini preparati a dare il proprio contributo per lo sviluppo della propria nazione. Da lontano è difficile intervenire. Per capire e fare le cose giuste bisogna stare sul posto, immergersi nella realtà locale ed offrire il proprio impegno e la propria disponibilità. Ed è quello che mi propongo di fare, fino a che le forze me lo consentiranno.
Un'ultima domanda: perchè adottare a distanza un bambino?
Perchè ancora oggi la realtà che deve affrontare un bambino non solo in Mozambico, ma in quasi tutti i paesi africani, è molto dura, è una strada tutta in salita e continuamente costellata di difficoltà.
La maggior parte dei bambini non ha i diritti che tutti riteniamo basilari: cibo, protezione, gioco, istruzione. Per un bambino che ha fame, che non va a scuola o che è malato, non contano molto gli accordi internazionali o le promesse di finanziamento tra stati. Quello che è importante è ricevere subito cibo, cure, istruzione. Ma esiste anche un altro aspetto non meno importante: l’Africa per svilupparsi ha bisogno di agricoltori, artigiani, tecnici e quadri che svilupperanno i loro paesi ed il punto di partenza è l’istruzione. I programmi di adozione a distanza rivolti all’istruzione rappresentano il primo passo per raggiungere l’obiettivo dello sviluppo. L’adozione a distanza è un beneficio che parte dal singolo ma raggiunge tutta la collettività e consente, a ciascuno di noi, di essere i protagonisti di questo sviluppo creando, con un piccolo gesto, qualcosa di grande.
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