2006 - Veziano Armandi
Veziano Armandi: dal 1986 con i bambini del Mozambico

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2006

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Il difficile lavoro di essere bambini - Febbraio

I venditori passano il tempo seduti all’ombra del grande albero, in attesa dei vecchi e ansimanti autobus che, affollati di persone, in questo villaggio sulla strada che conduce a Beira si fermano sempre. Quando ne sopraggiunge uno inizia la corsa per arrivare per primi sotto ai finestrini con la speranza che qualche passeggero acquisti i prodotti che ognuno mostra nel proprio cesto: bibite, sigarette, uova sode, frittelle, frutta, biscotti... La maggior parte dei venditori sono donne, ma tra loro vi sono anche diversi bambini che cercano di sollevarsi sulla punta dei piedi per arrivare ai finestrini. Dopo pochi minuti di sosta l’autobus riparte, i venditori tornano a ripararsi dal sole del grande albero e l’attesa ricomincia. Dall’alba al tramonto, giorno dopo giorno. Sono molti in Mozambico, come del resto in molti paesi del mondo, i bambini che, costretti a lavorare, non possono frequentare la scuola e vivere la loro infanzia. Nelle città sono guardiani di auto o vendono ogni tipo di prodotti oppure ancora trasportano l’acqua all’interno dei palazzi, mentre nelle campagne spesso lavorano nei campi o si dedicano alla pastorizia. Il lavoro dei bambini, soprattutto nell’agricoltura, è infatti un fenomeno globale che non si limita ai Paesi in via di sviluppo ma rappresenta un serio problema anche in quelli industrializzati. In Africa si stima che siano tra i 56 e i 72 milioni i bambini impiegati nel settore agricolo e 220 milioni in tutto il mondo.

Nonostante la legislazione mozambicana proibisca il lavoro minorile, i dati disponibili del censimento realizzato nel 2001, indicano che il 33,4 per cento dei minori nella fascia d'etàcompresa tra 12 e 18 anni lavora. Le cause del lavoro minorile sono molteplici pur se all’origine vi sono quasi sempre situazioni di miseria derivanti dal basso reddito della famiglia o dalla morte di un genitore ed in questi casi il lavoro di un bambino può fare la differenza tra la fame e la sopravvivenza. Cause come l’Aids hanno infatti un rilevante impatto sul lavoro minorile perché obbligano le famiglie a far lavorare i giovani per sostituire la forzo lavoro degli adulti che sono venuti a mancare. Esistono inoltre anche fattori di origine culturale. In molti paesi africani sono ancora diffusi i matrimoni prematuri: una giovane, quando raggiunge i 14 anni d’età, viene unita in matrimonio ed è costretta ad abbandonare la scuola mentre nel periodo del raccolto tutta la famiglia si sposta nella località in cui è stato coltivato il terreno, obbligando i figli che studiano ad assentarsi dalle lezioni. Occorre pertanto distinguere il modo di concepire il lavoro minorile: mentre alcune forme violano i diritti dei bambini e li sfruttano, altre forme presentano sia elementi positivi che negativi ed è necessario tenere conto di queste differenze, non dimenticando che quasi sempre la povertà è la causa principale del lavoro dei minori, costretti a contribuire al proprio sostegno e a quello della propria famiglia.

Intervenire in una situazione così complessa non è facile. Una strategia di intervento, elaborata dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro, prevede il sostegno all’economia familiare in modo da rendere meno necessario il ricorso al lavoro minorile e, al contempo, propone delle alternative concrete per i minori che stanno lavorando, basate sulla frequenza scolastica. Spesso però il bambino che si è adattato a lavorare, è attaccato al suo lavoro e alla sua autonomia economica che lo distingue dai suoi coetanei e mal si adatta alla frequenza scolastica. La scuola deve essere diversa, ossia deve dare delle risposte concrete e, soprattutto, deve essere migliorata, mentre sovente non offre stimoli adeguati per la mancanza di edifici scolastici, la scarsa rilevanza che rappresenta il sistema educativo o per l’impossibilità dei governi di garantire l’istruzione. É quindi importante proporre una valida alternativa al lavoro minorile o perlomeno consentire la frequenza scolastica dei bambini che, per cause diverse, sono costretti ad aiutare le loro famiglie, garantendo uno dei diritti fondamentali, quello dell’istruzione, ottenibile con una scuola diversa che vada effettivamente incontro alle necessità didattiche degli alunni, migliori la preparazione degli insegnanti, garantisca il materiale scolastico per chi non ha la possibilità di acquistarlo e il pagamento delle tasse d’iscrizione. L’educazione è pertanto l’arma principale con cui iniziare a combattere il fenomeno del lavoro minorile ed il Centro Cooperazione Sviluppo, nella sua lunga esperienza di attività con i minori in Mozambico e di sostegno al settore educativo, ha apportato e continua ad apportare il proprio contributo per realizzare, tramite le adozioni a distanza, un mondo a misura di bambino.


La Casa Famiglia
- Aprile

Ogni ritorno in Zambezia è un ritorno al passato, un rievocare persone ed episodi legati al Centro Cooperazione Sviluppo che, in Mozambico, ha mosso i primi passi proprio in questa provincia, una delle più attraenti con le sue piantagioni infinite di palme da cocco, le colline ricoperte dal manto verde delle coltivazioni di tè, il profondo silenzio delle foreste e l’azzurro dell’Oceano. Ogni ritorno significa continuare dei dialoghi che non sono mai cessati ma solo sospesi.
Anche questa volta questa terra magica appare dall’alto e, mentre l’aereo inizia ad abbassarsi, si distinguono i grandi canali che forma il fiume Bons Sinais, le piantagioni di cocco di Inhassunge e la città di Quelimane, con la sua caratteristica conformazione reticolare. Poi la breve pista di atterraggio, che non permette al pilota il minimo errore di manovra, e finalmente il familiare aeroporto. Sino a qualche anno vi era Suor Berta ad attendermi. Ora è rientrata in Portogallo e il suo posto è stato preso da Frà Antonio, inconfondibile tra le persone che stanno aspettando i passeggeri del volo che proviene dalla capitale. Perennemente in movimento, pieno di idee e di progetti, il tempo ha mutato un po’ il suo aspetto fisico e la barba è divenuta bianca, ma l’energia è rimasta quella di sempre.
Mi aveva telefonato il mese scorso accennandomi ad una sua recente iniziativa: stava seguendo un gruppo di bambini orfani e mi aveva chiesto di inserirli in un programma di sostegno. “Voi del CCS avete molte adozioni a distanza – mi aveva detto – vedi se puoi aiutare anche questi bambini”. Avevo chiesto dove fossero ospitati i piccoli orfani che aveva raccolto. “Vieni e vedrai tu stesso. Sarà una sorpresa”.

Ed ora eccomi qui a percorrere, ancora una volta, la strada che dall’aeroporto conduce verso la città, diretto al centro di accoglimento che, mi informa Frà Antonio, si chiama “Casa Famiglia”. Chiedo dove sia situato: “È qui vicino - mi risponde - tra qualche minuto arriveremo”.
Quando, al margine della strada, ferma la macchina e iniziamo a piedi a percorrere le strette vie del quartiere di Santuaguar, le stesse che avevo percorso per la prima volta assieme a Suor Berta molti anni fa, ho un presentimento che si avvera nel momento in cui giungiamo al vecchio edificio che aveva ospitato un tempo il Villaggio della Pace. Frà Antonio mi guarda e sorride. Ecco dunque la sorpresa di cui mi aveva parlato per telefono! È qui che è iniziato, nel 1989, il lungo percorso di solidarietà del Centro Cooperazione Sviluppo, un percorso che sta ancora continuando. Il sostegno al Villaggio della Pace è stato infatti il primo intervento realizzato in Mozambico, proprio in questa casa di argilla dove Suor Berta e i suoi bambini sono rimasti sino ai primi anni Novanta, quando è terminata la costruzione del nuovo edificio del Villaggio della Pace.
La vecchia casa è rimasta disabitata per molto tempo – mi spiega Frà Antonio – poi è stata utilizzata occasionalmente dagli abitanti del quartiere per le riunioni comunitarie. Ora è diventata la nostra Casa Famiglia”. Esternamente non è cambiato molto: vi è il pozzo che avevamo contribuito a realizzare ed una piccola tettoia sotto la quale si cucina, proprio come allora. Anche dentro è rimasto tutto come un tempo. È semibuia, per via delle finestre strette, ma i muri di argilla mantengono il fresco all’interno. Vi è una grande stanza, la stessa dove seguivo i bambini nei compiti scolastici, e diverse altre stanze più piccole, ognuna delle quali contiene dei letti a castello. Il pavimento è sempre di terra battuta ed il tetto di lamiera. I piccoli ospiti sono circa quaranta; qualcuno è presente, altri sono a scuola. Qui hanno la possibilità di crescere in un ambiente familiare che li sostiene nel loro sviluppo e nella loro futura integrazione sociale. 
Stiamo pensando di costruire un edificio in muratura, più grande e funzionale anche se il vero obiettivo non consiste nella struttura in sè ma nella funzione di sostegno nella loro crescita che la struttura offre” spiega Frà Antonio. “Quasi tutti i giorni arrivano persone che segnalano casi di bambini rimasti senza genitori e senza nessun parente che possa accoglierli”. In effetti, Aids, malaria e malattie infettive stanno causando un aumento del numero degli orfani, nonostante tutte le risorse che vengono impiegate nei molti progetti di prevenzione e di sensibilizzazione.

Guardavo i bambini intorno a me e pensavo che non avevano mai ricevuto un giocattolo, non avevano mai avuto una festa di compleanno e addirittura molti di loro non conoscevano neppure la loro data di nascita. Le loro vite erano trascorse tra le strade di una città e l’indifferenza di molti. Eppure nessuno di loro sembrava triste, nessuno mi chiedeva nulla. Mi guardavano e sorridevano.
Nei prossimi giorni inizieremo anche qui un programma di adozioni a distanza per sostenerli nel loro difficile cammino.


Il sogno di Frà Antonio
- Giugno

Qui arrivavano i profughi che scappavano dalla guerra e le case aumentavano giorno dopo giorno, una di fianco all’altra, costruite con argilla e paglia, come si usa qui. I bambini erano tanti, una moltitudine, molti erano orfani. Non c’erano scuole e lo stato non era in condizione di costruirne. Allora ho pensato di organizzare una scuola in questo quartiere che, col tempo, si è trasformato in uno dei quartieri più grandi di Quelimane. La scuola è stata costruita un po' per volta, man mano che arrivavano le risorse dei benefattori. All’inizio gli alunni sedevano sotto un albero, poi sono sorte delle semplici costruzioni di canne ed infine abbiamo realizzato una scuola in muratura”.
Frà Antonio percorre lentamente le strette vie che attraversano il quartiere di Santaguar, tra file di case di argilla e un andirivieni incessante di persone, molte delle quali, riconoscendolo, lo salutano. Siamo diretti alla scuola intitolata alla memoria dei tre missionari cappuccini uccisi nel 1989 a Inhassunge, una località situata nell’altro margine del fiume: la Scuola dei Martiri di Inhassunge fondata da Frà Antonio. Conosco la scuola dei Martiri, come viene chiamata da tutti, per averla visitata più volte negli scorsi anni. La ricordo quando era ancora composta da diverse costruzioni di canne, allineate una all’altra. Poi ne avevo seguito la crescita accompagnando, in occasione delle mie periodiche visite a Quelimane, Frà Antonio mentre si recava alle riunioni con gli insegnanti o verificava il corretto andamento dei lavori.

Nel 1989 il Mozambico era ancora nel pieno della guerra civile e la Zambezia era una delle provincie in cui i confronti militari erano più aspri. Il 27 marzo di quell’anno, il Lunedì dell’Angelo, un gruppo di guerriglieri faceva irruzione nella località di Inhassunge, sull’altra sponda del fiume Bons Sinais. Si sparava sin dal primo mattino: l’esercito tentava di contenere la loro avanzata e gli scontri si facevano sempre più vicini alla missione dei Cappuccini.
Tre di loro, Padre Camillo Campanella, Padre Francesco Bortolotti e Frà Oreste Saltori decidevano di uscire per rifugiarsi in un bananeto ma, scambiati per mercenari, venivano uccisi. Padre Pagliara, rimasto dentro l’edificio, fu obbligato a seguire i guerriglieri per quaranta giorni descrivendo la sua disavventura nel libro Bazooka e sangue a Inhassunge. Sul luogo dove è avvenuto il martirio vi è oggi un semplice ma significativo monumento a ricordo di quel gesto eroico: tre croci poste sulla sagoma dell’Africa con le fotografia dei tre missionari.
In quello stesso periodo Frà Antonio, giunto in Mozambico alcuni anni prima, aveva creato una piccola scuola comunitaria. Inizialmente i primi alunni studiavano all’ombra di un albero; successivamente venne costruito un primo edificio in materiale locale, una semplice capanna di canne. Il nome della scuola lo scelse Frà Antonio: Scuola dei Martiri di Inhassunge, in memoria dei tre missionari che avevano sacrificato la loro vita per un ideale ed erano impegnati in molte iniziative di promozione umana. Oggi le originali costruzioni in canne sono state sostituite da una vera scuola in muratura, inaugurata nel 2005 dal Ministro dell’Educazione, come ricorda una’iscrizione posta nel cortile della scuola assieme alle fotografie dei tre Missionari.

La scuola è una costruzione notevole non solo per le quattordici aule oltre alla direzione e alla segreteria, non solo per gli oltre duemila alunni iscritti o perchè è aperta anche all’afabetizzazione degli adulti, ma anche per il coraggio e la perseveranza necessari per poter continuare a far funzionare questa importante realizzazione sociale.
Diciasette anni dopo, la scuola di Frà Antonio è sempre una delle più grandi della città ma occorre tenerla in vita e riparare il tetto per non far entrare l’acqua nelle aule, sostituire i vetri che si rompono, cambiare le lampadine che non funzionano o un tubo che perde. Occorre il materiale didattico per gli insegnanti, il materiale di cancelleria per la segreteria. Bisogna poi pagare il consumo dell’acqua e dell’energia elettrica senza contare gli stipendi... È per questo che la scuola è gratuita per i primi tre anni ma dal quarto anno in poi occorre contribuire con una mensilità di quattro euro, una cifra che per noi appare trascurabile ma per molte famiglie mozambicane è rilevante. “Ma nel caso in cui una famiglia non è più in grado di pagare la quota mensile, permettiamo di continuare ugualmente la frequenza” spiega Frà Antonio per il quale la quadratura dei conti rappresenta spesso un grattacapo, anche se molti amici e benefattori dall’Italia lo aiutano.
E da oggi la scuola dei Martiri avrà un amico in piú: nei prossimi giorni inizieremo anche qui un programma di adozioni a distanza tramite il quale ai bambini orfani o appartenenti a famiglie particolarmente vulnerabili verrà distribuito il materiale scolastico mentre la scuola sarà sostenuta in alcune spese di gestione. Nei lunghi anni di guerra civile e negli anni della ricostruzione, sono state le scuole create dai missionari di ogni nazionalità a garantire l’insegnamento in località in cui lo stato era assente o non disponeva di risorse per intervenire.
Laici e cattolici che con il loro sacrificio, la loro abnegazione e il loro martirio hanno contribuito alla ricostruzione del Mozambico di oggi, uno dei pochi esempi di paese che è risorto dalle proprie ceneri. Ed è in scuole come queste che si deve scommettere.


Barada
- Ottobre

Sono quasi le otto del mattino quando arriviamo in riva al fiume e il caldo di ottobre si fa già sentire. L’inverno australe, il periodo fresco e secco che va da giugno a settembre, ha ormai lasciato il posto all’estate. Il traghetto, una zattera a motore che con un sistema di funi si sposta da una riva all’altra, sta sopraggiungendo e in una quindicina di minuti ci lascia sull’altra sponda. Siamo diretti alla missione di Barada dove sosteniamo oltre duecento alunni della scuola primaria attraverso l’adozione a distanza. Nostro compito è quello di assisterli nella stesura delle lettere che, a Natale, verranno inviate ai loro sostenitori. È un’attività non indifferente da organizzare, considerando che i beneficiari dei nostri programmi, solo in Mozambico, superano i quindicimila. Oltre alle lettere e alle fotografie, occorre anche curare le distribuzioni di materiale scolastico, di prodotti per l’igiene personale e di vestiario, senza contare tutti gli altri interventi come la costruzione di scuole, la fornitura di arredi scolastici o l’apertura di pozzi.
A Barada pensiamo di fermarci tre giorni. Poi rientreremo nella nostra sede di Beira per prepararci al viaggio successivo. Un fermento di attività che ha l’epicentro nei capoluoghi delle tre provincie in cui il CCS è presente: Maputo, Sofala e Zambezia. Nelle prime due possediamo sedi, mezzi e personale mentre nell’ultima provincia ci appoggiamo ai nostri referenti missionari.

Lasciato il fiume, al bivio per Estaquinha svoltiamo a sinistra. La strada sterrata sfiora il grande zuccherificio di Búzi, da poco riabilitato dopo i danni causati dalla guerra civile, e si inoltra tra palme da cocco e alberi di mango. Dalle caratteristiche case in argilla e paglia escono dei bambini per osservare il nostro passaggio. Siamo in viaggio da oltre due ore e alla meta mancano ancora una quarantina di chilometri. Barada è una delle quattro missioni che, assieme ad Estaquinha, Mangunde e Machanga, appartengono alla Diocesi di Beira ed il cui responsabile è Padre Ottorino, il missionario comboniano che ne ha seguito la ricostruzione dopo i danni causati dalla guerra. In tutte queste missioni abbiamo implementato dei progetti di adozione a distanza per favorire la frequenza scolastica degli alunni socialmente vulnerabili. Barada è forse la più significativa delle quattro missioni di Padre Ottorino: situata vicino al mare, tanto che si può  raggiungere da Beira anche con un battello, è circondata da vaste piantagioni di palme da cocco.
Sono passate da poco le nove quando varchiamo l’ingresso della missione  fermandoci all’ombra di un grande albero di mango, davanti alla scuola intitolata a S. Antonio di Barada.
Sin dall’epoca coloniale le missioni hanno sempre avuto una rilevante funzione educatrice ed hanno supplito alla mancanza di strutture scolastiche nelle località in cui lo Stato non era presente. Nazionalizzate nel 1975 dopo l’indipendenza, negli anni Novanta sono state restituite alla Chiesa riprendendo la loro importante funzione sociale.

Scaricato il materiale che ci servirà in questi giorni, organizziamo le attività. Ad ogni alunno viene consegnato un foglio, una penna e le matite colorate. Le prime e seconde classi si limitano a disegnare; dalla terza classe in poi viene suggerito un semplice tema da sviluppare per scrivere la lettera. Assieme agli insegnanti seguiamo gli alunni in questo compito per loro tutt’altro che semplice. Occorre infatti considerare che molto spesso un bambino conosce solo il dialetto parlato in famiglia e, quando inizia la scuola, apprende a leggere e scrivere in una lingua che, in pratica, è una lingua straniera. L’apprendimento di conseguenza è lento e solo al termine del primo ciclo primario, l’equivalente alla nostra scuola elementare, un alunno riesce a leggere e scrivere in modo comprensibile. Non sempre tutti gli alunni sono presenti. Uno dei motivi che causano un’elevato indice di assenza è la malaria che quasi tutti i bambini prendono e che, se non curata, può portare al decesso. Vi sono poi i disturbi provocati dall’impiego di acqua non potabile, raccolta in pozze all’aperto e utilizzata senza averla fatta bollire, mentre l’Aids costringe a rimanere a casa per accudire i genitori malati. Inoltre, durante il periodo della raccolta o della semina, molti devono aiutare la famiglia nelle attività agricole. In questi casi ci rechiamo presso le abitazioni degli alunni per conoscere il motivo dell’assenza e, se necessario, prestare assistenza.
Al termine delle lezioni, con la guida di due insegnanti iniziamo le visite. Qualcuno risiede vicino alla missione ma la maggior parte abita lontano e c’è da stupirsi della distanza che tutti i giorni questi bambini percorrono per recarsi a scuola. Durante le visite abbiamo modo di vedere come la siccità stia distruggendo molti raccolti: le piante di mais, base dell’alimentazione locale, sono arse dal sole. Speriamo che la prima pioggia, caduta in questi giorni, possa portare un po’ di conforto e salvare parte dei raccolti.
Dopo cena mi ritiro nella piccola stanza che mi è stata assegnata. Di notte mi sveglia uno scroscio improvviso di pioggia, una benedizione per la gente di qui.

Il giorno dopo il cielo è nuvoloso e l’aria fresca, ma quando iniziamo il lavoro esce il sole ed in pochi minuti il caldo prosciuga i residui di pioggia della notte. Sono rimaste ancora le classi di quarta e quinta. Qui gli alunni se la cavano decisamente meglio e sono in grado di scrivere senza troppe difficoltà. Due alunni si sono però trasferiti in un altro distretto e non è possibile continuare il sostegno: diverrebbe troppo oneroso visitarli periodicamente.
Dovremo avvertire i sostenitori proponendo loro la sostituzione con un altro alunno, pur se a volte questa notizia intristisce chi aveva iniziato un legame significativo con un bambino, o una bambina, che vive in un’altra parte del mondo. Ma il sostegno offerto non è stato inutile: grazie all’adozione a distanza il minore ha avuto la possibilità di essere accompagnato per una parte del suo cammino, certamente quello più difficile ed impegnativo. Diverse possono essere le motivazioni che spingono una famiglia a cambiare località. Per esempio può esservi la volontà di ricongiungersi con altri parenti, oppure l’opportunità di un lavoro per il capo famiglia o l’allontanamento può essere causato anche da eventi naturali, come una prolungata siccità. In questi casi viene abbandonato tutto: la poca terra coltivata e la casa costruita, e si ricomincia da un’altra parte. È probabile che le famiglie dei due alunni siano state indotte ad andarsene dalla siccità che ha colpito tutta la regione e le cui conseguenze si leggono nei volti smagriti delle persone che incontriamo.

La fame la vediamo anche nei bambini che catturano le locuste al volo e le mangiano. Purtroppo qui è ancora diffusa una cultura che non favorisce l’acquisizione di tecniche agricole in grado di ridurre gli effetti della siccità o di altre calamità naturali. Ogni famiglia pratica la cosidetta agricoltura di sussistenza: viene coltivato solo quello che necessita al gruppo familiare senza prevedere la conservazione dei cereali per i momenti di difficoltà. Altra causa legata alla denutrizione è l’Aids che lascia i superstiti impoveriti e mette a repentaglio la loro capacità di nutrirsi a sufficienza.
Dopo la pausa del pranzo, anche oggi iniziamo la visita agli alunni assenti, sempre accompagnati dai due insegnanti. Spesso occorre lasciare il veicolo e proseguire a piedi tra arbusti, palme, alberi di mango e piccoli campi dove il mais non è cresciuto. Domani termineremo le attività e, al pomeriggio, torneremo a Beira. Rimangono ancora diversi alunni che non siamo riusciti a visitare. Confidiamo che, almeno una parte di loro, si presenti domattina a scuola.
Nei prossimi giorni migliaia di lettere e di fotografie provenienti dagli oltre sessanta centri di sostegno aperti dal CCS in Mozambico verranno spedite in Italia ed i sostenitori le riceveranno prima di Natale. Lettere e fotografie che, oltre ad esprimere i valori della generosità e della condivisione, educano ai valori della mondialità, della tolleranza e della pace.

Dal vicino mare giunge una lieve brezza che mitiga la stanchezza causata dal caldo e dal lavoro di oggi. Anche stanotte l’Africa regala la visione del suo cielo stellato: un’incredibile cielo trapuntato di stelle e dalla via lattea, talmente luminoso che il soffuso chiarore rende l’oscurità meno intensa.

Dicembre - Dicembre