2006 - Vent'anni dopo - Veziano Armandi
 

2006

Vent'anni dopo - Dicembre

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Il ventilatore che cigola appeso al soffitto è troppo lento per attenuare il caldo e allontanare le mosche che continuano a posarsi sul tavolino di plastica.
Le lampade al neon illuminano delle pareti stinte, un pavimento consumato e il vecchio banco in legno dove è appoggiato un cameriere che guarda indifferente degli insetti muoversi tra frittelle e tovaglioli dì carta.

Dietro al banco, sopra lo scaffale semivuoto, è appeso un grande foglio con la scritta Feliz Natal che il caldo di dicembre rende poco credibile. Fuori, oltre la vetrata, i tavolini sono vuoti, tranne uno occupato da una coppia che osserva un gruppo di bambini rincorrersi tra gli alberi del viale.

Poco più in là, illuminata dalla luce incerta di un lampione, una donna vende gli ultimi panini, estraendoli da un recipiente di plastica ad uno ad uno con le dita e mettendoli dentro un pezzo di carta avvolta a cono. Poi, con la stessa mano, ritira il denaro che ripone tra le pieghe della capulana, in attesa del prossimo cliente. Nulla lascia intendere che è la sera di Natale se non per la strada deserta, il traffico scarso e il bar vuoto.
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Bevo un altro sorso di aranciata e poso nuovamente lo sguardo su Horácio seduto di fronte a me, osservandone il viso più arrotondato, il fisico appesantito, i capelli grigi.
Vent’anni sono molti nella vita di una persona e certamente anch’io, ai suoi occhi, sono apparso trasformato. Rivederlo è stato un ritorno al tempo in cui cercavo di inserirmi in una nuova realtà e di capirla, senza immaginare che il Mozambico sarebbe divenuto il paese in cui avrei vissuto.

Mentre mi racconta dei figli, della casa che ha ampliato e del suo lavoro, ripenso a venti anni prima, quando lo avevo incontrato per la prima volta al Centro 25 di Juhno, poco tempo dopo essere giunto in Mozambico. Anche allora era Natale. « Il Centro che tu hai conosciuto non esiste più » dice ad un tratto quasi leggendomi nel pensiero. « È stato trasformato in scuola agraria
Dopo la chiusura, Horácio è passato al ministero dell’Azione Sociale, ha frequentando le scuole serali, ha partecipato a dei concorsi e ora è un funzionario del ministero dei Trasporti.

Il sommesso ronzio del telefonino interrompe la conversazione. Volgo lo sguardo e incrocio quello del cameriere che ci sta osservando, in attesa che ci si decida ad andarsene. « Vent’anni fa questi oggetti non esistevano » mi dice dopo qualche minuto, riponendo il telefonino. « A volte può essere noioso o inopportuno, ma anche questo strumento rappresenta lo sviluppo. »
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Vent’anni fa non era semplice telefonare all’estero: occorreva prenotare la chiamata con diversi giorni di anticipo e, giunto il momento, poteva succedere che la comunicazione venisse cancellata.
Occorreva allora ripetere tutta la procedura dall’inizio. Una vera e propria prova di pazienza.
« Si, ricordo – afferma Horácio - Ma le linee telefoniche erano ancora quelle dell’epoca coloniale e poi venivano sabotate. Oggi le trasmissioni viaggiano attraverso i satelliti e tra un paio d’anni avremo la fibra ottica anche noi. Questo paese sta progredendo rapidamente. »

Non gli sfugge la mia perplessità e, forse un po' risentito, decide di spiegami meglio il suo punto di vista, partendo da lontano. « Non puoi negare che il Mozambico è una delle poche eccezioni in un continente pieno di violenze e di tragedie. Dopo gli accordi di Roma, le armi hanno taciuto, le elezioni si sono svolte pacificamente e questo non succede spesso in Africa. Vent’anni fa questo paese stava morendo. Ricordi anche tu le code davanti ai negozi statali, con la tessera del razionamento, quando la gente si metteva in fila la sera prima per poter avere un po’ di farina e dell’olio. In casa mangiavamo solo una volta al giorno polenta di mandioca con un pezzo di pane, e solo due o tre volte all’anno ci potevamo permettere della carne. Anche avendo avuto soldi da spendere, nei negozi non c’era nulla da comperare. Il reddito pro capite non arrivava neppure a cento dollari all’anno e, dato che è una media, vi era gente che non aveva neppure quello. Joaquim Chissano ha cambiato la situazione dopo aver portato il paese alla pace. Niente più partito unico, ma multipartitismo, economia di mercato e privatizzazioni, questa è stata la formula magica che ci ha fatto ritornare in vita. Guarda oggi: negli ultimi anni l’economia è in crescita e gli investimenti aumentano. Si costruiscono scuole e centri sanitari. Certo, abbiamo dovuto accettare le richieste della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, ma è stato necessario per rinascere. »
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Dunque Horácio ha definitivamente abbracciato le convinzioni politiche del partito di maggioranza e, mentre parla, rifletto sulle sue affermazioni. È vero che il Mozambico è probabilmente un caso unico in Africa, tanto da essere additato dalle istituzioni internazionali come esempio di un paese rinato dalle proprie ceneri, ma è altrettanto vero che rimane uno dei paesi più poveri al mondo e la strada per sconfiggere la povertà è ancora lunga.
Il bilancio statale è finanziato per oltre la metà dalla comunità internazionale e se il governo vuole gli aiuti, sono i donatori a deciderne le scelte economiche.

La firma dell’accordo di pace è stato il presupposto per la rinascita, ha consentito la ricostruzione delle infrastrutture distrutte e ha consolidato il processo democratico, ma la popolazione continua ad essere povera. Lo sviluppo è limitato alle regioni meridionali, quelle vicine al Sudafrica dove si concentrano gli investimenti, mentre nel resto del paese poco è cambiato. Anzi, forse le condizioni sono peggiorate: prima la guerra e poi la mancanza di manutenzione hanno portato alla chiusura di molte strade secondarie che facilitavano gli scambi commerciali, e di empori dove i contadini potevano acquistare semi e attrezzi.

Vi è poi la questione delle terre che rischiano di essere affidate alle multinazionali per produrre biocombustibili. Come può vivere un contadino nel contrasto tra sviluppo economico, di cui non ha beneficio, e povertà? Nelle grandi città sta emergendo una classe ricca, evidente nelle molte automobili di lusso che circolano e di ville che sorgono: una minoranza della popolazione vive nel benessere, ma la maggioranza è ancora stretta nella morsa dell’indigenza.

Ma Horácio ha le idee chiare. « Nessun investitore viene qui per perdere o per fare la carità. Chi investe vuole fare affari e il nostro governo deve avere capacità di negoziazione in modo che entrambe le parti possano guadagnare da questa situazione. » 

Ora non si sentono più le voci dei bambini che si rincorrevano lungo il marciapiede e anche la venditrice di panini si è allontanata. Natale è la festa della famiglia e questa sera tutti vogliono tornare a casa presto.
Una vettura si ferma accanto al marciapiede: è il taxi che porterà Horácio all’aeroporto e, in un’ora di volo, anche lui sarà a casa. Ci abbracciamo. Chissà se ci rivedremo ancora.

Da una tenda logora dietro al bancone si affaccia l’addetto alla cucina, lancia un rapido sguardo alla sala e si ritrae, rassicurato dal fatto che non è entrato nessuno. 
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Sono passati vent’anni dalla mia prima visita in Mozambico e poco meno da quando ho fondato il Centro Cooperazione Sviluppo.
Vent’anni segnati da avvenimenti e cambiamenti sociali: il dramma e la sofferenza della guerra e della fame; la pace siglata a Roma; il lento processo di ricostruzione morale, civile ed economica; la solidarietà internazionale, gli interventi e le iniziative per ridurre la povertà. I primi segni di cambiamento e poi, dopo i lutti seminati da siccità e alluvioni, ecco il flagello dell’Aids che sta lasciando migliaia di bambini orfani.

Anni di sacrifici, di visite a villaggi e comunità, spostandomi su vecchi e malandati autobus stipati all’inverosimile, dormendo in capanne dove non si poteva chiudere occhio per il caldo e il timore dei serpenti; trascorrendo giornate in foresta sul fuoristrada che non voleva più saperne di proseguire, con la speranza che la zanzara che mi aveva appena punto non mi lasciasse il ricordo della malaria; sobbalzando su strade quasi invisibili e pregando che la rimozione delle mine fosse stata completata, o che le persone ferme laggiù in mezzo alla pista deserta non fossero guerriglieri o banditi; ringraziando il cielo quella volta che un gruppo di persone armate mi ha portato via tutto senza sparare; subendo furti e passando intere giornate in posti di polizia per formalizzare inutili denunce, salendo innumerevoli volte le scale di uffici ministeriali, con il caldo intollerabile e gli ascensori perennemente guasti, per scoprire che il funzionario con cui avevo un appuntamento non si era presentato in ufficio o era andato via prima del tempo.
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Poi, tornato in Italia, riprendere le attività sospese al momento della partenza: partecipare a riunioni e seminari con altre organizzazioni, recarmi da una città all’altra per promuovere il programma delle adozioni a distanza, scrivere gli articoli per la rivista dell’associazione, avviare nuove iniziative e progetti...
Tutto senza orario, senza distinzione tra giorni feriali e festivi, solo con la collaborazione e il sostegno di poche persone, quelle dei primi difficili ma decisivi anni che, con dedizione, perseveranza e tenacia, hanno costruito il Centro Cooperazione Sviluppo facendolo divenire una grande realtà nel panorama della solidarietà in Italia.

Non è stato semplice lasciare la sicurezza di un lavoro e investire tutte le mie risorse nella sfida fatta con me stesso: quella di riuscire ad ogni costo a garantire ai bambini mozambicani i diritti negati. Non sono mancati imprevisti, ritardi ed errori, ma il bilancio è ampiamente positivo: penso alle tante infrastrutture realizzate, alle oltre cinquanta scuole sostenute nelle quali, grazie alla solidarietà di altrettanti sostenitori italiani, oltre quindicimila bambini hanno avuto la possibilità di studiare, migliaia di giovani hanno appreso una professione, altrettande donne hanno imparato a cucire, a curare ed educare meglio i loro figli e ad essere protagoniste della loro vita, mentre le decine di scuole realizzate rappresentano un solido punto di riferimento e una concreta speranza per gli alunni, di oggi e degli anni a venire, che hanno qualcosa su cui contare, qualcosa che li guida e li protegge dai pericoli che incontrerebbero se fossero lasciati a loro stessi. 
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La coppia seduta fuori si è allontanata; il cameriere inizia a portare i tavolini all’interno e a spegnere le luci mentre il silenzio è interrotto solo dal passaggio di qualche automobile. Immagino l’impazienza e la frenesia in Italia, il traffico intenso, gli ultimi acquisti natalizi, i preparativi per il cenone, le strade splendenti di luminarie. Un mondo qui inimmaginabile.

Mi alzo ed esco nella sera tiepida e profumata dai fiori delle acacie, e mentre mi allontano per il viale deserto, sorrido, al pensiero che tutto è iniziato con un viaggio...