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2006
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Un mondo a parte - Ottobre
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Sono quasi le otto del mattino quando arriviamo in riva al fiume Búzi e il caldo d’ottobre si fa già sentire. L'inverno australe, il periodo fresco e secco che va da giugno a settembre, ha ormai lasciato il posto all’estate.
Il traghetto, una zattera a motore che si sposta con un sistema di funi, in pochi minuti ci lascia sull’altra sponda. Siamo diretti alla missione di Barada, la località situata a un centinaio di chilometri a sud di Beira, per assistere gli alunni della scuola primaria nella stesura delle lettere che invieranno ai loro sostenitori.
Un’attività non indifferente da organizzare, considerando che le adozioni a distanza sono diventate oltre quindicimila e che, oltre alle lettere e alle fotografie, occorre curare non solo le distribuzioni di materiale scolastico, vestiario, prodotti per l’igiene personale e alimenti, ma anche seguire gli altri progetti in corso, come la costruzione delle scuole o l’apertura dei pozzi.
Nella missione di Barada ci fermeremo un paio di giorni per poi rientrare nella sede di Beira e prepararci al viaggio successivo. Un fermento di attività che ha l’epicentro nei capoluoghi delle tre province in cui il Centro Cooperazione Sviluppo è presente: Maputo, Sofala e Zambesia.
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Lasciato il fiume, al bivio per Estaquinha svoltiamo a sinistra. La strada sterrata sfiora il grande zuccherificio da poco riabilitato dopo i danni causati dalla guerra, e s’inoltra nel folto di una vegetazione composta da palme e alberi di mango.
Sono passate da poco le nove quando, varcato l’ingresso della missione, ci fermiamo davanti alla scuola e iniziamo subito le attività, distribuendo agli alunni inseriti nel programma di adozione a distanza il foglio in cui scriveranno la lettera ai loro sostenitori. I più piccoli, non ancora in grado di scrivere, esprimeranno la loro fantasia con dei disegni.
Nel pomeriggio, assieme ad un'insegnante, mi reco a visitare gli alunni assenti, iniziando da quelli che abitano vicino alla missione. Alcuni hanno i sintomi della malaria, altri stanno aiutando i genitori nella semina del mais. La siccità anche quest’anno ha colpito tutta la regione, e ora che sembrano annunciarsi le prime piogge molte famiglie sperano in un secondo raccolto per allontanare l’incubo della fame.
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Il nostro veicolo avanza sobbalzando e, gradualmente, il panorama cambia: alle palme si sostituisce un terreno arido con bassi cespugli e anche le piantine di mais che incontriamo vicino alle capanne appaiono rinsecchite.
Lungo il percorso osservo dei bambini che afferrano al volo delle cavallette e le ripongono in sacchetti di plastica. Ma quello che credo un gioco è in realtà la ricerca di cibo: il mio accompagnatore mi spiega che non si tratta di cavallette, ma di locuste che giungono all’inizio dell’estate e, arrostite, aiutano a combattere la fame. Qui non sono un flagello, bensì un dono del cielo.
Ci fermiamo davanti alla capanna in cui vive Carlitos, uno degli alunni assenti, e calcolo la distanza dalla missione: poco più di sei chilometri. Sei chilometri per andare a scuola e tornare significano dodici chilometri percorsi rabbrividendo nell’umidità dell’alba e soffrendo sotto il sole di mezzogiorno.
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La casa di Carlitos è una capanna di fango con il pavimento in terra battuta e il tetto di paglia, dove topi e insetti trovano rifugio.
All’interno, scuro per la mancanza di finestre, si intravedono dei tegami e delle stuoie arrotolate. Niente che faccia pensare ad un mobile, se non un tavolo ricavato da alcune assi. Una tenda separa l’ingresso dalla stanza dove è disteso Carlitos che mi guarda stupito nel vedere uno sconosciuto e per giunta bianco. Cosa sarà venuto a fare? Forse intende rimproverare per l’assenza da scuola?
Al soffitto è appesa una zanzariera e una camicia, probabilmente l’unica che possiede, pende da una parete mentre sopra una cassa di legno è appoggiato lo zainetto che contiene penne e quaderni.
Lo zainetto, come la zanzariera, fa parte del materiale che abbiamo distribuito a febbraio, all’inizio dell’anno scolastico.
L'insegnante ha terminato di parlare con la madre e mi raggiunge « Quasi certamente ha bevuto dell’acqua non bollita. Succede spesso ». Chiedo di vedere da dove proviene l’acqua e scopro che si tratta di un fiumiciattolo ormai secco di cui sono rimaste solo delle pozze torbide, dove alcune persone si stanno lavando mentre altre stanno riempiendo, con la stessa acqua, dei secchi. « Abbiamo riunito le famiglie e detto loro che l’acqua deve essere bollita prima di utilizzarla - mi dice l’insegnante - ma molti non lo fanno ».
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Qui, come in molte altre località del Mozambico e dell’Africa, il progresso è fermo da secoli: queste popolazioni utilizzano gli stessi utensili domestici dei loro antenati, abitano nelle stesse case che da sempre sono costruite con fango e paglia, coltivano lo stretto necessario contando solo sulla regolarità delle piogge, indossano gli stessi indumenti e camminano quasi sempre scalzi.
Milioni di persone sono rimaste escluse dallo sviluppo tecnologico e non sanno cosa sia la televisione o il telefono, non hanno mai visto, e forse non vedranno mai, un aeroplano o un elicottero da vicino, non si sono mai recate da un medico, non conoscono l’importanza dell’igiene, ignorano i sintomi delle malattie più comuni e muoiono senza conoscerne il motivo.
Vivono in un mondo che inizia e termina dove giunge lo sguardo, dove è la magia a regolare l’esistenza, senza immaginare che, al di là del loro orizzonte, esiste la possibilità di una vita migliore.
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Sulla parete di fango della sua stanza, Carlitos ha appeso la fotografia inviata dai padrini italiani: una giovane coppia seduta sul divano di un elegante salotto in compagnia di un bambino sorridente che dimostra la sua stessa età e a cui la vita offrirà quasi certamente delle opportunità che invece lui non avrà mai, confinato tra una capanna e un campo di mais.
Mi domando se, con i nostri programmi di sostegno, riusciremo ad incidere su questa realtà e la risposta positiva che ne ricavo mi conforta. Abbiamo puntato tutto sull’educazione, una carta vincente per intervenire in situazioni apparentemente senza vie d’uscita, evitando interventi astratti o ad elevato contenuto tecnologico che ben poco incidono nella vita di bambini che vanno a scuola senza neppure la penna e le scarpe, o di maestri che ricevono uno stipendio equivalente a ciò che noi spendiamo in un pranzo al ristorante. L'istruzione è alla base di tutto, viene prima ancora della salute. Istruzione significa partecipazione, giustizia sociale, cambiamento. L'Africa ha molti giovani che vogliono studiare ma le condizioni di povertà spesso non lo consentono: una perdita enorme di risorse per lo sviluppo.
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Medito queste cose mentre, calato il buio, ritorniamo verso la missione cercando di evitare gli avvallamenti che la pioggia di ieri ha riempito d’acqua.
A poca distanza da noi, nelle capanne che si intravedono alla luce dei fari, gli abitanti di questo mondo diverso hanno preparato la cena quando vi era ancora luce e ora si predispongono a trascorrere la notte.
Niente elettricità, niente televisione o radio per ascoltare un po’ di musica o un notiziario.
L’indipendenza qui è un termine privo di significato, perché si continua a vivere in povertà oggi come si viveva in passato. Cos'è stato il socialismo per il Mozambico? Una bella idea rimasta sulla carta. Samora Machel ha progettato il futuro in nome di un’ideologia incomprensibile alla maggior parte di una popolazione sottoposta da secoli alla dominazione coloniale e finita poi in tragedia con la guerra civile.
Un ideale attraente, ma fallimentare: il socialismo non può essere imposto dall’alto sconvolgendo tradizioni e consuetudini, ma deve nascere dal basso.
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Domani concluderemo le nostre attività e, nelle prossime settimane, migliaia di lettere e fotografie provenienti dagli oltre sessanta centri di sostegno aperti dal Centro Cooperazione Sviluppo in Mozambico raggiungeranno altrettante famiglie italiane.
Lettere e fotografie che, oltre ad esprimere i valori della generosità e della solidarietà, provengono da un mondo che la maggior parte di noi non conosce. Un mondo a parte.
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