2006 - Grand Hotel Beira - Veziano Armandi
 

2006

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Grand Hotel Beira - Febbraio

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1966. Sofia si ricorda ancora quando saliva l’ampio scalone del Grand Hotel di Beira ed entrava nella sala da tè dopo aver nuotato nella piscina.
La sala aveva mobili di legno pregiato, lampadari di cristallo, sedie di velluto, fotografie di paesaggi europei alle pareti e nella boutique al primo piano era possibile acquistare gli stessi abiti alla moda venduti in Europa.

Il ristorante possedeva eccellenti cuochi e il grande salone da ballo con l’aria condizionata, una novità per l'epoca, attirava la vita notturna della città. Possedeva persino un casinò che però non funzionò mai per l’intervento dell’allora vescovo di Beira e le pressioni del governo della Rhodesia (oggi Zimbabwe), preoccupato per il danno che potevano subire le sale da gioco di Mutare e Salisbury.
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2006. Joana, nell’atrio del Grand Hotel, espone lattine di bibite, biscotti e frutta su un piccolo banco di legno con in braccio il suo quarto figlio che ogni tanto allatta.

I suoi clienti sono le famiglie che vivono nell’oscurità di stanze e corridoi, senza acqua né energia elettrica. « I miei genitori sono venuti nel 1982 per fuggire dalla guerra - spiega - Io ho sempre vissuto qui con i miei figli. Le autorità hanno cercato di mandarci via perché sostengono che l’edificio è pericolante, ma pochi di noi se ne sono andati e il loro posto è stato subito preso da altri ».
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Fuori il sole illumina il grande edificio curvilineo con tre piani, grandi scaloni, lunghi e ampi corridoi inaugurato nel 1953, a quell’epoca il più grande albergo del Mozambico, simbolo del sogno coloniale del passato, di una guerra civile durata oltre quindici anni e della povertà di oggi.

Avrebbe dovuto attirare i turisti nella città del futuro, destinata a diventare la nuova capitale, ma non ha funzionato: Beira, in origine un porto di mare utilizzato per far giungere le merci ai paesi dell’interno, non ha mai avuto una vocazione turistica, anche se, come seconda città del Mozambico, ha sempre voluto competere con la capitale e il Grand Hotel ne è un esempio.
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Il declino del Grande Hotel di Beira iniziò pochi anni dopo l’indipendenza: dal 1978 al 1980 venne utilizzato come carcere per i prigionieri politici in attesa di essere condotti nei campi di rieducazione e, dal 1982, ai prigionieri si sostituirono i profughi in fuga dalle campagne devastate dalla guerra.

Oggi di questo colosso è rimasto solo il cemento: tutto il legno dei pavimenti, delle finestre e delle porte è stato asportato e utilizzato come legna da ardere, il metallo degli ascensori tolto, le tappezzerie strappate, le sedie e i mobili venduti.
Nei corridoi oscuri i bambini giocano pericolosamente vicino ai vani vuoti degli ascensori, utilizzati sino a pochi anni fa come depositi per i rifiuti. L’elettricità manca da decenni e l’acqua viene prelevata in pozzi scavati nel grande giardino incolto. 
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Vi risiedono, secondo un recente censimento, quasi un migliaio di persone che cucinano con piccoli fornelli a carbone e la sera utilizzano i lumi a petrolio. La maggior parte dei residenti non ha lavoro, ma qui vivono anche poliziotti, impiegati statali, infermieri.
È un piccolo mondo in cui convivono anche religioni diverse, ognuna con la propria piccola chiesa e la propria moschea.

Una situazione di emarginazione economica e sociale che ha spinto il Municipio a lanciare un appello alle organizzazioni presenti nella provincia per intervenire nei confronti degli abitanti del Grand Hotel, e anche noi del Centro Cooperazione Sviluppo siamo stati invitati a presentare una proposta di intervento. 
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Abbiamo impiegato un paio di mesi per elaborare il progetto dopo visite, verifiche, consultazione di documenti, colloqui con i residenti, incontri con istituzioni e funzionari del Municipio.
La nostra proposta prevede il reinserimento dei residenti in un'area situata a pochi chilometri dalla città, in abitazioni a basso costo realizzate dagli stessi assegnatari con la guida di alcuni tecnici: una procedura che permetterà loro di acquisire delle competenze utili in futuro.
Le abitazioni saranno di proprietà del Municipio che le metterà a disposizione dei beneficiari in cambio di un affitto modico e rapportato al reddito disponibile.
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Vivere in un contesto urbano significa possedere anche comportamenti adeguati con le regole di una civile convivenza, e per questo abbiamo previsto dei percorsi di formazione e di educazione civica in modo da garantire un corretto utilizzo delle abitazioni e degli spazi comuni, oltre allo sviluppo di attività economiche mediante l’uso sostenibile delle risorse locali.
 
Ma per ora il Grand Hotel continua ad essere un’entità a parte dentro la città. Chi non vi abita ha timore di passarvi vicino e neppure le automobili si fermano.
Nell’oscurità della sera, si distinguono solo le deboli fiammelle delle candele sui davanzali delle finestre.