2005 - Veziano Armandi
Veziano Armandi: dal 1986 con i bambini del Mozambico

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2005

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Siccità - Febbraio

Non abbiamo mai sofferto una fame simile. Sta seccando tutto. Campi e pozzi. Non piove dallo scorso anno e non abbiamo nulla da mangiare e da bere. I nostri animali stanno morendo e noi li seguiremo tra poco. È solo una questione di tempo”. Il vecchio parla lentamente intercalando espressioni dialettali. Si è avvicinato quando siamo scesi dalla nostra vettura per visitare uno dei tanti villaggi che, in questi mesi, sono colpiti dalla siccità in Mozambico. Mentre parla volge lo sguardo attorno e anche noi seguiamo il suo esempio. Oltre alle capanne di paglia la terra è arida e gli alberi sono privi di foglie. Vedo intorno qualche capra che si aggira in cerca di un’improbabile stelo d’erba. “Come fate per l’acqua?” chiedo. “ Andiamo a prenderla molto lontano da qui, anche dieci chilometri. Ma basta solo per bere”. Si avvicina un giovane di circa venticinque anni. É magro, gli abiti consunti, un paio di sandali di plastica ai piedi. Domanda a che organizzazione apparteniamo e, senza neppure lasciarci il tempo di rispondere, si offre per un lavoro. “Posso fare qualunque cosa. Ho la decima classe. Qualunque cosa pur di andare via da qui”. Gli chiediamo con chi vive. “Con mia madre e i miei due fratelli, più giovani di me. Il raccolto è andato perduto. Mia madre è anziana e mio padre è morto da diversi anni ”. Gli chiediamo dove sta andando. “In cerca di radici. Si fanno bollire e riescono a fare dimenticare la fame”.
Purtroppo non possiamo fare molto per lui e tanto meno siamo in grado di dargli un lavoro. Lo guardiamo allontanarsi lentamente. In questi mesi alcune province del Mozambico, specialmente quelle del sud e del centro, sono colpite dalla siccità: Gaza, Manica, Sofala e Zambezia. Le persone colpite dalla fame sono quasi un milione. Il governo mozambicano, tramite il Programma Mondiale dell’Alimentazione, ha lanciato un appello alla comunità internazionale per assistere coloro che si trovano in una grave condizione di insicurezza alimentare a causa della siccità. Le prime distribuzioni sono iniziate ma le necessità sono rilevanti e molte zone non hanno ancora beneficiato dell’aiuto.

Percorrendo la strada tra Caia e Inchope, al nord della provincia di Sofala, è possibile rendersi conto della gravità della situazione. Per centinaia di chilometri si incontrano solo campi arsi dal sole mentre la poca vegetazione esistente viene incendiata per poter stanare i piccoli animali selvatici da poter mangiare, topi inclusi. La stessa situazione che stiamo vedendo lungo questa strada si sta verificando in molte altre località.
A Caia è in corso una distribuzione di pane predisposta da un’organizzazione umanitaria americana, World Vision. La fila delle persone è lunga e molte sono le donne con bambini piccoli in braccio o legati alla schiena. Incontriamo l’amministratore della località: “ Il fuoco ha distrutto oltre 1.000 ettari di vegetazione. La gente cerca animali da mangiare perché la campagna non sta dando nulla. Ogni topo viene mangiato oppure venduto a 5 o 10 mila meticais”. A Chemba, sessanta chilometri da Caia, la situazione è ancora più grave. Parliamo con il regolo locale: “Stanno morendo delle persone a causa della fame, ma le autorità non vogliono riconoscerlo”. Chiediamo all’amministratore di confermarci i decessi a causa della fame. “ Non ve ne sono stati. Si tratta senz’altro di persone morte per altre cause. É vero, esiste il problema della siccità, ma lo risolveremo presto”. Come, non riusciamo a capirlo. Gli aiuti non sono ancora arrivati e la gente sta mangiando radici e frutti velenosi che possono provocare intossicazione e paralisi agli arti inferiori. Anche a Buzi, al sud della provincia di Sofala, assistiamo allo stesso dramma: siccità e incendi che stanno compromettendo l’ambiente. Qui l’80% del raccolto è perduto, le persone mangiano mandioca e cacciano roditori.
A Machanga stessa situazione: le persone si cibano di radici e foglie dell’albero di cajù. L’amministratore, a differenza di quello di Caia, ammette: “É vero, stanno morendo delle persone ma i governatori provinciali hanno avuto precise disposizioni dal governo: confermare i decessi significherebbe ammettere l’incapacità delle autorità a gestire questa emergenza”.

Nei villaggi le persone si disperdono nella boscaglia in cerca di qualcosa da mangiare. Sovente scalzi, con solo un’accetta e un grosso coltello. Gli alberi non hanno più foglie. Molti bambini stanno correndo il rischio di essere bocciati per le assenze da scuola. Con la siccità si aggrava anche il problema dell’Aids perché una dieta povera favorisce lo svilupparsi della malattia per i sieropositivi. Nel letto dei fiumi secchi la gente scava per cercare l’acqua rimasta che è contesa con gli animali selvatici. É la lotta per la sopravvivenza. Dappertutto sono segnalati casi di morte di capre, buoi, maiali. Non vi sono più zone umide ed anche i piccoli laghi che si erano formati dopo le grandi alluvioni del 2000 sono prosciugati. La caccia di frodo, che il governo era riuscito a controllare, è ripresa: le popolazioni delle zone colpite dalla siccità cacciano elefanti, bufali, facoceri mentre il governo si dibatte nel dilemma tra la protezione della fauna e la sopravvivenza della popolazione.
Gli ettari sinora perduti a causa della siccità sono calcolati in oltre 460.000 al centro e al sud del Mozambico. In alcune zone si registra una produzione di 100 chili per ettaro, quando in condizioni normali si raggiungono i 600 chili per ettaro. Il Mozambico ha urgente necessità di 19 milioni di dollari per soccorrere il milione di persone colpito dalla siccità, mentre, allo stato attuale, il governo è in grado di assisterne solo poco più di 200 mila. “ È deplorevole che gli aiuti vengano dati solo quando la televisione mostra immagini di bambini affamati. É opportuno che i donatori rispondano senza indugio all’appello” ha affermato il Direttore dell’Istituto Nazionale per le Calamità del Mozambico. La siccità non sta colpendo solo il Mozambico, ma tutta l’Africa Australe: in totale 12 milioni di persone che hanno bisogno di aiuto alimentare. Il Malawi (dove i convogli che trasportano gli aiuti alimentari sono scortati dall’esercito), il Leshoto, la Swazilandia, la Zambia e lo Zimbabwe sono alla fame. Le riserve di mais sono finite e una grande parte della popolazione sta cercando di sopravvivere mangiando erba o frutti selvatici.
Lo stesso segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha lanciato un appello per raccogliere fondi ma la risposta è stata molto al di sotto delle aspettative. Ma se anche cadrà la pioggia nelle prossime settimane, il problema della fame provocata dalla siccità non si risolverà da un giorno all’altro perché i contadini dovranno seminare e aspettare per lunghi mesi il nuovo raccolto. Nell’attesa, la gente continua a morire.


Un nuovo impegno di solidarietà
- Aprile

Il nome della strada, Madre Maria Clara, scolpito nella pietra all’inizio della leggera salita che conduce alla missione delle Suore Francescane, evoca una sensazione di quiete accresciuta dal silenzio, dall’azzurro del cielo e dalle basse e verdi colline all’orizzonte. Questa strada esiste da pochi anni, da quando é sorta la nuova missione a cui sono diretto, invitato da Suor Suzana, superiora delle Francescane, la stessa congregazione con cui collaboriamo, ormai da molti anni, in interventi di adozione a distanza in diverse localitá del Mozambico. Giungervi é semplice: lasciata Maputo, alcuni chilometri prima dell’abitato di Marracuene una strada in terra battuta conduce alla nuova localitá di Mumemo, un quartiere ed una missione legati tra loro e nati entrambi a seguito delle alluvioni del 2000 che hanno devastato vaste zone del Mozambico, tra cui alcuni rioni della capitale.
Una storia che Suor Suzana mi sta raccontando nella sala delle visite della missione. “I primi giorni del febbraio del 2000 le inondazioni hanno colpito i quartieri di Lhanguene e Chamaculu, situati dietro al nostro convento. Dopo due giorni di pioggie continue, molte famiglie che avevano perso tutto bussarono alla nostra porta chiedendo aiuto. Erano centinaia ma abbiamo potuto alloggiarne solo una parte; non avevamo spazio e non potevamo ospitarle nel collegio, occupato dalle giovani. Abbiamo utilizzato la chiesa e il magazzino e installato anche delle tende nel recinto della missione, in attesa che la situazione si normalizzasse. Ma una settimana dopo l’inondazione, quando le acque si erano in parte abbassate, siamo entrate nei quartieri alluvionati e abbiamo visto la gente muoversi ancora nell’acqua e nel fango. Molte case non esistevano piú e delle profonde voragini si erano aperte nel terreno. Ci siamo attivate con i nostri mezzi utilizzando delle motopompe per togliere l’acqua rimasta, rimuovendo i rifiuti sparsi tra una casa e l’altra e noleggiando alcuni camion per coprire di terra il fango. Abbiamo ricostruito diverse case e favorito il ritorno di alcune decine di famiglie ma ci siamo rese conto che dovevamo andare oltre, non potevamo fermarci a questi semplici interventi di emergenza e lasciare alla loro sorte le migliaia di persone rimaste senza casa e senza piú nulla. Il nostro ideale francescano ci imponeva di fare qualcosa”.

In Suor Suzana si fa strada allora un progetto che, inizialmente, sembra irrealizzabile tanto é grandioso: trasferire le famiglie piú carenti in una nuova localitá dove sarebbero state costruite delle case e tutti i servizi necessari: il centro sanitario, il mercato, le scuole, il centro sociale, l’asilo...
Poco a poco l’idea prende forma e, per un anno, suor Suzana e le consorelle bussano alla porta di ministeri e ambasciate, presentano domande, si rivolgono ad organizzazioni umanitarie con la convinzione che, prima o poi, sarebbero riuscite nel loro intento. Infatti la municipalitá di Maputo mette a disposizione un terreno di 30 mila ettari nel distretto di Marracuene, a circa quindici chilometri dalla capitale, mentre diverse agenzie di sviluppo garantiscono le prime risorse economiche. É sufficiente per poter iniziare ed il resto arriverá strada facendo. Il 26 maggio del 2001, alla presenta di numerose autorità amministrative e religiose, inizia la costruzione delle prime 500 abitazioni, di cui beneficiano oltre 2.000 persone.
Oggi, a quattro anni di distanza, il bairro di Mumemo é divenuto realtá. Dall’abitazione delle Suore, situata nel punto piú elevato del terreno, la vista abbraccia il reticolo geometrico delle strade ai cui lati sorgono le abitazioni, perfettamente allineate. In lontananza, si intravedono le prime case della cittadina di Marracuene. Ed é proprio dalle abitazioni che, accompagnato da Suor Suzana, inizio la visita al quartiere. “Prima abbiamo pulito il terreno – spiega la Suora – poi é iniziata la costruzione della case. Le famiglie che vivono qui sono tra quelle che hanno perduto tutto nell’alluvione. Le abbiamo fatte venire sin dall’inizio dei lavori. Vivevano nelle tende ed hanno aiutato a pulire il terreno e a costruire i pozzi, necessari per il rifornimento d’acqua”. Osservo le case. Sono tutte simili, possiedono un’ingresso centrale e due stanze laterali. Nel retro vi é un servizio igienico dotato di fossa settica, un recipiente che raccoglie l’acqua piovana e lo spazio per coltivare un piccolo orto mentre una bassa siepe d’arbusti le delimita una dall’altra. Man mano che proseguiva la costruzione delle abitazioni veniva realizzata la linea elettrica, quella idrica ed i principali servizi sociali: le scuole, il centro sanitario, l’asilo, il centro sociale, il mercato.

Il centro sanitario non é molto grande, ma é sufficiente per gli abitanti del nuovo quartiere. “Abbiamo sottoscritto un accordo con il Ministero della Sanitá: il personale é nostro ma viene stipendiato dal Ministero. Abbiamo una media di 100 – 120 visite al giorno con punte di 200 in certi periodi dell’anno”. All’interno l’ambiente é pulito, la strumentazione completa e il personale appare competente. Due sale sono dedicate ai servizi materni e pediatrici. Il fabbricato accanto é il centro sociale, composto da due edifici in cui si svolgono molteplici attivitá: dai corsi di taglio e cucito diretti alle giovani, all’accoglienza delle famiglie che vengono a prendere possesso della propria abitazione, alle attivitá di doposcuola degli alunni, alle riunioni con gli abitanti della localitá. Qui viene tenuta anche tutta la contabiliá del quartiere e le schede individuali di ogni residente. In una stanza a parte é situato il “Gabinete de Aconselhamento e Testagem do Sida”. “Siamo vicini alla Strada Nazionale – mi spiega Suor Suzana – e questo espone i residenti ai rischi di contrarre l’Aids per i contatti che vi possono essere con persone di passaggio. Chi rischia maggiormente sono i giovani e gli adolescenti. In questa struttura vengono elargiti consigli, eseguiti test e offerta assistenza a chi é giá contagiato”.
Domando se sono state previste attivitá agricole, considerato che l’agricoltura é fondamentale per lo sviluppo di questo paese: “Oltre a prevedere un piccolo orto per ogni abitazione, nel centro professionale abbiamo anche corsi di agricoltura rivolti ai giovani della scuola secondaria. Dall’inizio abbiamo creato anche un vivaio di piante”. Ci rechiamo al vivaio e Suor Suzana mi mostra gli alberi adatti a creare l’ombra, come le acacie; gli alberi per combattere l’erosione, qui molto diffusa; le piante da frutto come aranci, limoni, papaie e le piante da giardino. Una parte della produzione viene offerta gratuitamente ai residenti per essere seminata presso le abitazioni, un’altra parte viene collocata attorno alle infrastrutture sociali ed un’altra parte é destinata alla vendita.

Ed eccoci ora nella zona dell’istruzione e della formazione. Iniziamo dalla scuola elementare, una delle prime infrastrutture costruite. L’edificio scolastico possiede nove aule, un locale per la Direzione ed un’altro per la Segreteria. “Vi sono due turni” mi informa il Direttore. “Il primo inizia alle 6.30 e termina alle 11.30. Il secondo inizia alle 12.30 e termina alle 17.30”.
Poco piú in la vi é la scuola professionale, un complesso formato di diversi edifici in cui vengono svolti molti corsi: fabbro, falegname, meccanico, elettricista, muratore, tecnico agricolo, sarto ed altri sono previsti a breve. “Pensiamo di iniziare anche un corso di turismo rivolto particolarmente alle giovani. Qui in Mozambico il turismo avrá un grande sviluppo nei prossimi anni e mancano scuole che preparino il personale”. É stato pensato proprio a tutto.

Ed eccoci al mercato che, come in ogni quartiere, non poteva mancare. In un’area di 2.400 mq vi sono una sessantina di banchi tutti assegnati a donne qui residenti. “Abbiamo privilegiato la componente femminile: la maggior parte di loro sono vedove oppure hanno situazioni familiari difficili”. Ma le sorprese non sono finite: ecco un allevamento di polli e di conigli ed ecco il panificio che rifornisce di pane il quartiere e lo vende anche alle localitá vicine. “Alcuni rivenditori vengono addirittura dalla cittá ad acquistare il pane”afferma Suor Suzana con una punta di orgoglio

Infine visitiamo l’asilo. É stato lasciato per ultimo perché questo é il motivo della mia visita. Avevo conosciuto Suor Suzana a Quelimane nel 1993, in una delle mie visite al Villaggio della Pace. L’avevo poi incontrata diverse volte, sempre tra una visita e l’altra. Poi non avevo avuto piú occasione di rivederla sino allo scorso anno, nella sala d’attesa dell’aeroporto. In attesa del volo mi aveva parlato del nuovo quartiere e della nuova missione che stavano nascendo. Una delle sue preoccupazioni era rivolta all’asilo e ai numerosi bambini che prevedeva di accogliere. Gli impegni economici erano tanti: sarebbe stato realistico - mi aveva chiesto - realizzare un programma di adozioni a distanza per l’asilo che, tra poco, avrebbe iniziato a funzionare? Un programma come quelli giá avviati, da tempo, per il Villaggio della Pace di Quelimane e la Casa Madre Clara di Maputo. Non potevo dargli una risposta immediata. All’interno del Centro Cooperazione Sviluppo erano in corso dei cambiamenti e alcune decisioni ormai non spettavano piú a me. Ma, nel caso fosse stato possibile concretizzare tale possibilitá, l’avrei certamente contattata. E ora questa possibilitá si era realizzata: il Consiglio del CCS aveva deliberato l’apertura di nuovi centri di sostegno affidandomi tale incarico. Ho subito pensato a Suor Suzana e alla sua richiesta ed ora eccomi qua, a verificare la possibilitá di iniziare un programma di sostegno. É l’ora del pranzo ed i bambini sono seduti su lunghi sgabelli in attesa che vengano riempiti i piatti vuoti davanti a loro. “Vivono tutti qui, nel nuovo quartiere. Le loro famiglie non sono in condizioni di provvedere a loro. Arrivano verso le 8 e rimangono sino alle 16. Alle 10 diamo la merenda, alle 12 il pranzo e alle 15 un’altra merenda. Molti di loro non mangiano piú nulla sino al giorno seguente, quando ritornano qui. Se fossero inseriti nel programma di adozioni a distanza per noi sarebbe un grande aiuto e forse potremmo ammetterne altri all’asilo. Adesso non siamo in grado di farlo per l’elevato livello di spesa”.
Suor Suzana si aggira tra i tavoli, scherzando con uno e con l’altro mentre le inservienti iniziano a distribuire il cibo: riso con pezzetti di carne. Per molti di loro sará l’unico pasto completo della giornata, a parte la merenda, un frutto, che verrá dato prima di tornare a casa. É pomeriggio inoltrato quando lascio la localitá. Torneró nei prossimi giorni per iniziare la compilazione delle schede personali dei bambini che entreranno nel programma di adozione a distanza.

Percorro lentamente la via principale, ora animata per la frescura della sera imminente. Dalle porte aperte delle case escono risa, gridi di bambini, musica. Qualcuno seduto davanti alla propria abitazione fa un cenno di saluto. Prima di immettermi nella strada nazionale mi volgo indietro soffermandomi ad osservare la moltitudine di case costruite e, nella bassa collina in fondo, la missione e le altre costruzioni realizzate. Un’opera imponente, nata dalla necessitá di alcuni, dalla volontá di altri e dal lavoro di tutti coloro che hanno creduto che i sogni potessero diventare realtá.

Una visita - Luglio

Il confine tra le case in cemento e le abitazioni in fango e foglie di palma é la chiesa della Sacra Familia, una delle piú grandi di Quelimane, realizzata all’inizio degli anni Cinquanta. Poi, per alcuni chilometri, si susseguono ininterrottamente capanne e modesti mercatini in cui si vende ogni prodotto, dagli alimentari alle pile, dai detersivi ai ricambi per biciclette, numerose in questa cittá dove la mancanza di trasporti pubblici e la creativá hanno fatto nascere i “taxi bicicletta” che, per mezzo euro, trasportano le persone dalla periferia al centro e viceversa. Terminate le capanne, quasi tutte con il tetto di “makuti”, cosí si chiamano le foglie di palma da cocco che vengono utilizzate per la copertura delle abitazioni, inizia la distesa pianeggiante e acquitrinosa che, dopo Nicoadala, lascerá il posto alle basse colline che accompagneranno il mio percorso sino a Mocuba, la prima tappa del mio viaggio verso il distretto di Gurue.
Ecco a sinistra l’imponente forno di una fabbrica che produceva manufatti in ceramica, chiusa da molti anni. Sull’alto e stretto camino cilindrico il tempo non ha ancora cancellato il nome scritto verticalmente in lettere bianche: Ceramica Montegiro. La strada scorrevole ed il traffico quasi inesistente invogliano ai ricordi. Era il 1990 quando ho compiuto per la prima volta questo tragitto in compagnia di Padre Lodovico in visita alla localitá di Kufemba, un’esperienza rimasta viva nella mia memoria. Allora, per giungere al bivio di Nicoadala occorreva anche un’ora e mezzo per le buche nell’asfalto che, quasi senza soluzione di continuitá, mettevano a dura prova mezzi e persone. Oggi il tormento di un tempo é rimasto solo nei ricordi. Ecco il ponte dove vi era il posto di controllo e dove ero rimasto meravigliato per gli abiti sguaciti dei militari e le armi tenute in spalla con un pezzo di corda. Quelle persone rappresentavano il dramma del Mozambico d’allora: i sogni nati dall’indipendenza erano stati sconfitti in poco tempo dalle difficoltá economiche e dalla guerra civile.

Ed ecco l’abitato di Nicoadala. Quindici anni fa molte costruzioni erano distrutte o abbandonate e qui non viveva quasi nessuno per le ricorrenti incursioni della guerriglia. Funzionava solo il mercato ma vi era ben poco da acquistare. Ora ai due lati della strada vi sono abitazioni, negozi che vendono alimenti e chioschi che promettono le migliori galline arrosto e le bibite piú fresche mentre la strada é piena di gente ed il traffico vivace. Ecco a sinistra lo sterrato che conduce alla missione dove Padre Lodovico mi aveva spiegato come era avvenuta l’irruzione dei guerriglieri e come, fortunatamente, non gli fosse accaduto nulla. Ancora qualche centinaio di metri ed ecco il bivio della Strada Nazionale che unisce, con un percorso di 2.400 chilometri, le due estremità del Mozambico. Le vecchie insegne di un tempo collocate nel periodo coloniale sono state sostituite da nuovi e grandi cartelli segnaletici. A sinistra si raggiunge lo Zambezi ed il sud mentre proseguendo ci si dirige verso il nord. Ed è appunto in questa direzione che sto andando.
Per giungere a Mocuba mancano ancora 130 chilometri di strada in terra battuta ma dove da pochi mesi sono in corso i lavori per asfaltarla. Si viaggia tra continui cambiamenti di carreggiata e nuvole di polvere compensati da un traffico scarso. É la tarda mattinata quando entro nella seconda cittá della Zambezia, un tempo attivo centro tessile ed agricolo, oggi una cittadina con le strade dissestate e molti edifici fatiscenti.
Varco il cancello della missione dei Cappuccini e rimango sorpreso nel vederne il cambiamento: l’edificio era stato nazionalizzato dal nuovo governo ed utilizzato per gli usi piú disparati. Solo dopo la guerra é stato restituito ai religiosi, ma in cattive condizioni. Ricordo il giardino incolto, il seminario privo di infissi, la casa dei Padri quasi inabitabile, mentre ora tutto é stato rimesso a posto.

Vi è silenzio e non vedo nessuno, ma poi sento dei rumori provenire dall’orto e mi dirigo in quella direzione. Una figura sta potando i rami più bassi di un albero. Anche voltato di spalle lo riconosco subito. Mentre mi avvicino si gira e rimane perplesso alcuni istanti ma poi mi riconosce e mi stringe in un abbraccio. In quegli attimi mi rivedo nella missione dei Cappuccini di Coalane, quindici anni fa, quando avevo incontrato per la prima volta Padre Lodovico. Ha la stessa aria serena di allora e la parlata é sempre calma e riflessiva. Mi chiede il motivo della visita e gli spiego che sono diretto nel Gurue e devo ripartire subito. Desideravo solo salutarlo. “Ma non prima di avere pranzato” mi avverte. Mi racconta dei suoi anni a Mocuba, del seminario e del suo orto. Mi fa visitare la nuova chiesa, piccola ma graziosa, costruita a pianta ottagonale “come quella che abbiamo a Quelimane” precisa.
Ma come vivi qui a Mocuba gli chiedo? Non ti senti solo? Improvvisamente ricordo che, molti anni fa, gli avevo posto una domanda simile mentre tornavamo da una visita ad una comunità. E la risposta non poteva essere che la stessa. “Non sono solo. Qui ho la mia comunità, i miei seminaristi e l’Africa: sono la mia famiglia”. Scompare un lungo istante e ritorna con dei manghi e degli ananas. “Vengono dalle nostre comunitá” mi spiega offrendomeli. “Ora riescono a produrne abbastanza anche per la vendita”.
Prendo in mano i frutti della dedizione e della speranza, delle fatiche del piccolo passo dei tanti Padri Ludovico sparsi per l’Africa, veri volontari a vita e vera garanzia dello sviluppo. Il resto, le grandi organizzazioni internazionali, i progetti a tavolino, gli uffici pieni di funzionari indaffarati tra relazioni e seminari sono, molto piú spesso di quanto nessuno osi dire, spreco di tempo e di denaro.


Una speranza per i bambini di Gurúe
- Luglio

La cittá di Mocuba, la seconda della Zambezia per numero di abitanti, é situata al crocevia delle strade che conducono al nord del Mozambico, al Malawi e alle altre localitá della provincia. Le testimonianze della guerra sono rimaste in alcuni edifici abbandonati mentre le strade dissestate rivelano le difficoltá economiche del municipio. Anche Mocuba, come molte altre localitá del Mozambico, ha sofferto pesantemente gli effetti dell’economia centralizzata prima e della guerra civile poi. L’insicurezza e le incursioni hanno portato all’abbandono delle coltivazioni di frutta e di cotone, alcune tra le principali risorse della regione.
Attraverso lentamente l’abitato e, prima del ponte sul Licungo, intravedo a destra il capolinea della ferrovia un tempo utilizzata per trasportare prodotti agricoli e manufatti tessili al porto di Quelimane. Poco oltre vi sono gli stabilimenti della Textafrica, uno dei piú grandi complessi tessili dell’Africa Australe, oggi abbandonato. Negli anni passati sono stati fatti diversi tentativi per fare rinascere questo complesso industriale ma senza alcun risultato. Dopo i danni prodotti dalla guerra erano stati acquistati, grazie ad aiuti internazionali, nuovi macchinari mai installati e rimasti per anni all’aperto sotto le intemperie.
Il ponte sul Licungo segna il termine della cittá e, subito dopo, la strada corre libera fiancheggiando campi incolti in cui, ogni tanto, delle costruzioni diroccate rievocano il periodo della guerra: sono case coloniche, fattorie e magazzini di prodotti cerealicoli di cui sono rimaste solo le mura.

La Zambezia é una delle regioni piú rigogliose del Mozambico e forse quella, assieme alla provincia di Sofala, in cui la penetrazione coloniale avvenne subito dopo la sua scoperta. I portoghesi, dopo aver organizzato dei punti di rifornimento lungo le coste ed essersi sostituiti agli arabi nel commercio dell’avorio, dell’oro e degli schiavi, iniziarono a realizzare i primi insediamenti agricoli dopo il 1600. Tuttavia l’effettiva colonizzazione del Mozambico inizió nel 1885, quando la Conferenza di Berlino stabilí le divisioni territoriali tra il Portogllo, la Germania e l’Inghilterra. Il Portogallo non disponeva peró dei capitali necessari da investire nelle sue sconfinate colonie: la soluzione escogitata fu quella di dare in concessione lo sfruttamento delle risorse coloniali a delle compangnie private, chiamate “Companhias majestaticas”.
Nacquero cosí, tra le altre, la Compagnia del Niassa, la Compagnia del Mozambico e, nel maggio del 1892, la Compagnia della Zambezia che, negli anni successivi, creó compagnie minori: la Compagnia di Boror, Madal, Luabo e Sugar Estates. Nel 1900 l’area occupata da queste compagnie era superiore ai due terzi della superficie totale del Mozambico. I capitali utilizzati erano prevalentemente tedeschi, inglesi e olandesi. Il governo portoghese riceveva il 7,5 % del totale dei guadagni. Le Compagnie avevano il monopolio del commercio, dell’industria, della pesca, dell’allevamento, della caccia, dell’agricoltura. Avevano diritto a riscuotere le tasse, costruire vie di comunicazione o concedere alcuni diritti in subappalto. Potevano avere una moneta propria e un proprio servizio postale. In Zambezia, nel 1913, su un’estensione di circa 9 milioni di ettari quasi 5,5 erano amministrati dalla Compagnia della Zambezia mentre il resto apparteneva allo Stato portoghese. Veniva coltivato prevalentemente sisal, cocco, canna da zucchero. In genere queste compagnie non investivano in macchinari per il fatto di disporre di un serbatoio praticamente inesauribile di mano d’opera indigena a costi esigui.
Le coltivazioni non erano l’unica fonte di rendimento per le Compagnie: alcune si dedicavano all’esportazione di mano d’opera all’estero, pur se questo era contrario alla legislazione in vigore. Decine di migliaia di mozambicani (si calcola 30.000), tra il 1905 e il 1915 vennero inviati nelle piantagioni di cacao di S. Tomé ed altri migliaia vennero inviati nelle miniere del Sudafrica od utilizzati nella costruzioni di ferrovie in Rodesia. Con gli anni il governo portoghese passó ad amministrare direttamente il territorio e le Compagnie scomparvero o mutarono di nome, inglobate in holding o nazionalizzate dopo l’indipendenza. Oggi in Zambezia continuano ad esistere la Madal e la Boror che si occupano della coltivazione della palma di cocco e di altre coltivazioni minori.

Mentre i raggi del sole al tramonto illuminano i primi contrafforti della catena montagnosa del Namúli, al bivio di Ile lascio la Strada Nazionale e inizio a salire verso il Gurue. Mancano poco piú di quaranta chilometri al termine del mio viaggio. Nel marzo scorso, mentre preparavo le schede dei bambini da sostenere nel nuovo centro Madre Clara di Marracuene, suor Suzana mi aveva parlato della missione che la sua congregazione aveva nella localitá di Gurue, capitale amministrativa dell’omonimo distretto, dove gli effetti della guerra non erano ancora stati cancellati. “Vieni a visitarci nel Gurue – mi aveva ripetuto più volte – e ti renderai conto della povertà che esiste tra quelle montagne”. Avevo promesso a suor Suzana che, non appena avessi avuto la possibilità di recarmi in Zambezia, mi avrebbe certamente fatto piacere vedere quanto stavano realizzando e capire se vi erano le condizioni per iniziare un programma di adozione a distanza come quelli che, da molti anni, avevamo avviato con altre sue consorelle in altre località del Mozambico.

La missione delle Suore Francescane, dove giungo con il buio, è situata pochi chilometri prima della cittadina di Gurue, nei pressi di una grande chiesa costruita alla fine degli anni Quaranta dai Missionari Dehoniani. Poche centinaia di metri prima della chiesa, a sinistra, sorgono le nuove infrastrutture della missione, inaugurate da alcuni mesi, e che visiteró il mattino seguente. A cena conosco Victor, un volontario portoghese giunto da poche settimane e che rimarrá qui due anni. Victor è un ingegnere meccanico, ha trentacinque anni ed ha deciso di fare il volontario. “Lavoravo in un’azienda meccanica, guadagnavo bene ma non mi sentivo realizzato. Ho deciso di cambiare vita. Dapprima la mia famiglia era contraria ma poi ha capito. Qui insegno matematica e informatica”. Dopo cena converso con Suor Teresa, levatrice nel piccolo ospedale vicino alla missione. “ Vi sono molti matrimoni prematuri – spiega - qui le ragazze si sposano a 14-15 anni ed hanno subito dei figli ma non sono ancora mature per questo e molte volte muoiono. É difficile cambiare questa cultura, ci vorranno forse generazioni intere”.

Il mattino seguente é Suor Suzana che mi accompagna a visitare il complesso diviso in due parti. Nella prima vi sono sei edifici scolastici ognuno dei quali possiede cinque aule, un edificio per la direzione, uno per la segreteria e un campo da gioco. Nel terreno a lato sorge la missione vera e propria, la casa delle Suore, la residenza per gli ospiti, quella per i volontari e il grande centro di accoglimento per le giovani, anche questo intitolato a Madre Maria Clara.
Chiedo quante giovani siano ospitate: “ Ne abbiamo 87 ma il centro è predisposto per accoglierne 140. Sono tutte orfane o con un passato sofferto. Giungono da diverse località e rimangono con noi sino alla maggiore età: la più piccola ha sei anni e la più grande quattordici”. Intorno alle costruzioni vi sono aiuole ed alberi piantati da poco tempo e tutto è estremamente curato ed ordinato. Il cielo azzurro, l’aria tersa e limpida, il verde delle colline e, nel fondo, i picchi rocciosi della catena montuosa dell’Alta Zambezia, trasmettono un senso di quiete e di pace.
Da una parte sono giá in attesa i bambini che entreranno nel programma di adozione a distanza, accompagnati da un genitore. Abitano tutti nei pressi della missione ed appartengono a famiglie che vivono in particolari condizioni di indigenza e che le suore, i giorni scorsi, hanno provveduto a recensire. Si dispongono silenziosamente in fila in attesa di essere chiamati. Quando giunge il loro turno si avvicinano timidamente al tavolo che abbiamo predisposto all’aperto dove viene registrato il loro nome e gli altri dati anagrafici. Mi rendo conto della povertà che esiste qui dagli abiti a brandelli che vestono e dagli evidenti segni di malnutrizione di molti di loro. Hanno bisogno di tutto: alimenti, vestiti, scarpe, materiale scolastico, coperte per l’inverno. Rivolgo qualche domanda ai bambini e ai loro genitori, ma mi accorgo che la maggior parte parla solo il dialetto. Alcuni hanno iniziato a frequentare la scuola e immagino come sia difficoltoso apprendere: in pratica devono imparare una lingua straniera. Quasi nessuno di loro é stato registrato e quindi pochi possiedono un documento anagrafico. Diversi genitori non conoscono la data di nascita dei loro figli, ma solo l’anno pur se a volte accade che indichino un’etá di dieci anni a bambini che sono tenuti ancora in braccio. La povertà è anche questo: non sapere quando è nato il proprio figlio.
Durante la giornata registriamo circa duecento schede mentre altrettante prevediamo di registrarne domani: altri bambini che potranno avere vestiario, alimenti, istruzione ed altre famiglie che potranno sperare per i loro figli un futuro migliore.

Il futuro è un arcobaleno - Luglio

Era una richiesta di adozioni a distanza un po’ anomala: una lettera e alcune fotografie di bambini contenute in una busta indirizzata alla nostra associazione. Era pervenuta tramite un sacerdote di passaggio a Beira che, a sua volta, l’aveva ricevuta dalla Diocesi di Quelimane.
La lettera, scritta a mano e firmata da Suor Assusena, che nessuno di noi conosceva, ci chiedeva di adottare a distanza una ventina di bambini, quelli appunto delle fotografie allegate. A parte vi era un’altro foglio in cui era descritto il contesto: i bambini erano tutti orfani ed erano ospitati in una struttura provvisoria, a cui era stato dato il nome di Asilo Arcoiris (Asilo Arcobaleno) , in attesa di edificarne una in muratura nella cittadina di Gurúe. La lettera specificava inoltre che il nostro indirizzo era stato suggerito dalle Missionarie Francescane di Quelimane, le stesse con cui, da tempo, stavamo collaborando in programmi di sostegno ai minori. Eravamo incerti circa questa richiesta. In casi del genere, infatti, ci recavamo sul posto per verificare se vi erano le condizioni indispensabili per il corretto svolgimento dell’iniziativa. Occorreva valutare chi la proponeva, chi erano i beneficiari e quali le loro necessità. Ed ancora chi sarebbe stato il nostro referente locale e se possedeva sufficiente esperienza e sensibilità nel rapportarsi con i beneficiari. Tutti elementi che non conoscevamo e che, uniti al fatto che la località in cui si sarebbe svolta l’iniziativa era lontana, avevano indotto a mettere momentaneamente da parte questa richiesta.
Tutto questo accadeva nell’autunno del 2001. Passarono diversi mesi sino a quando, in un giorno di giugno del 2002, in visita alle Missionarie Francescane di Quelimane, incontrai per la prima volta Suor Assusena la quale mi parlò dell’asilo che, con il contributo di alcuni benefattori, stava lentamente e faticosamente realizzando, del numero dei bambini che aumentava e delle difficoltà sempre maggiori per sostenerli. Presi la decisione di iniziare il programma di sostegno e, poche settimane più tardi, tutti i bambini dell’asilo Arcoiris avevano un padrino italiano. Tuttavia, per vari motivi, nessuno di noi aveva mai avuto la possibilità di conoscere da vicino l’iniziativa di Suor Assusena e questa lacuna andava colmata.
Ora, ospite per alcuni giorni nella missione delle Suore Francescane nell’Alta Zambezia, con Suor Suzana mi stavo dirigendo a visitare l’unico centro di sostegno che conoscevo solo attraverso le fotografie che pervenivano: il centro ZG, il codice che avevamo dato all’asilo Arcoiris, alla periferia della cittadina di Gurúe .

L’antica località di Vila Jungueiro, divenuta Gurúe dopo l’indipendenza, era un tempo un attivo centro di produzione del tè, coltivato nelle centinaia di colline che circondano l’abitato ed esportato in tutta Europa. La prime coltivazioni iniziarono negli anni Venti, ad opera di un gruppo di imprenditori portoghesi i quali, dopo i soddisfacenti risultati ottenuti nel vicino Niassaland (oggi Malawi), scelsero la località di Gurúe, all’epoca un piccolo ed isolato centro agricolo dell’Alta Zambezia, il cui clima era ideale per la coltivazione del tè, la cui produzione ed esportazione in tutta Europa aumentò costantemente nel corso degli anni sino al momento dell’indipendenza: nel 1975, le imprese che producevano il tè vennero nazionalizzate ed integrate nell’impresa statale Emochà (Impresa Mozambicana del Tè) appartenente allo Stato.
Il successivo abbandono del personale europeo causò ben presto il rallentamente della produzione mentre la guerra civile dette il colpo di grazia, paralizzando a più riprese tutte le attività produttive con la distruzione di molti impianti. Oggi, pur se la guerra è terminata da diversi anni, le strade prive di manutenzione, l’impossibilità di accesso al credito e l’eccessiva burocrazia limitano la produzione a poco più di 6.300 ettari sui 20.500 utilizzati un tempo.
La distruzione non si limitò alle piantagioni: la cittadina di Gurúe venne attaccata dai guerriglieri della Renamo in diverse occasioni durante il periodo della guerra civile. L’ultimo attacco, quello dell’ottobre del 1988, iniziò all’alba. I guerriglieri occuparono la città mentre la popolazione fuggiva verso le colline, nascondendosi nelle piantagioni. Nei giorni seguenti la città venne razziata: utilizzando le vetture, i trattori e gli autocarri esistenti vennero svuotate case, negozi, uffici, magazzini, ristoranti e mercati. Fu solo dopo una settimana che alcune colonne dell’esercito regolare riuscirono a raggiungere la città, ma i guerriglieri si erano già allontanati.

Giungiamo a metà del pomeriggio mentre Suor Assusena, aiutata da un’assistente, sta distribuendo delle fettine di pane ricoperte di burro d’arachidi alle bambine sedute in circolo all’ombra di una tettoia. La maggior parte sono infatti femmine ed indossano un grembiule chiaro. La loro età varia da tre a quindici anni. I maschi sono pochi e tutti molto piccoli. “Privilegiamo le bambine perchè sono quelle più indifese ed esposte ai maggiori rischi”. Suor Assusena ha iniziato alcuni anni fa ad accogliere alcune bambine che avevano perso i genitori.
Oggi i piccoli ospiti, tra maschi e femmine, sono oltre quaranta e quasi ogni giorno qualcuno si presenta alla sua porta per segnalare un bambino orfano o abbandonato, ma per ora non è possibile accoglierne altri: non vi è il posto e non vi sono le risorse. Conosco così Lourdes, nove anni, i cui genitori sono morti di Aids ed i parenti, non potendo mantenerla, si sono rivolti qui; Marlene, quattro anni, la più debole di due gemelli, che è riuscita a recuperare il peso ed a ristabilirsi ed ora mi sta accanto tirandomi i vestiti; Celia, circa cinque anni, raccolta per la strada e di cui non si sa nulla del suo passato; Zefanias, otto anni, mandato qui dall’ospedale dopo che la madre era morta... Storie di dolore e di miseria, storie di cui l’Africa è piena.
Per le meno giovani, le ragazze di quindici e sedici anni, Suor Assusena ha organizzato da alcuni mesi una piccola scuola di cucito: in attesa che venga completata la costruzione del Centro Arcoiris, sotto una tettoia a ridosso di un muro della sua casa ha collocato delle macchine da cucire dove le giovani allieve, una decina in tutto, sono seguite da due signore del quartiere. Guardo i manufatti che hanno prodotto: tovaglie, tovaglioli, federe per cuscini e abiti venduti nei mercatini locali.
L’edificio in costruzione è composta da piano terra e primo piano. “Abbiamo iniziato da oltre un anno e andiamo avanti a mano a mano che arrivano degli aiuti. Utilizziamo in parte ciòche proviene dalle vostre adozioni a distanza e in parte i contributi che ci donano altre organizzazioni”. Mancano porte e finestre, i muri non sono intonacati, l’impianto elettrico non è stato ancora installato ma due stanze del piano terreno sono già utilizzate come dormitori. Alcune giovani già abbastanza grandi arrivano in quel momento e si servono delle fettine di pane. “Vengono da scuola” spiega la Suora. “Hanno compiuto 15 anni e sono uscite dal progetto di sostegno”. Negli interventi di adozione a distanza abbiamo fissato dei limiti temporali: considerato che l’aiuto esterno rischia di creare una mentalità assistenzialistica e quindi rallentare il processo di autosviluppo individuale, abbiamo stabilito un limite di 14-15 anni: a quest’età il minore sostenuto esce dal programma per permettere ad un altro di entrarvi e di ricevere i benefici previsti. Questo consente di aiutare il maggior numero possibile di bambini: per un minore che esce dall’intervento di sostegno un altro entra, in una catena di solidarietà che ci auguriamo possa continuare a crescere nel tempo.

Quando lascio l'asilo il sole al tramonto si riflette sull'insegna in metallo  in cui é stato dipinto l'arcoiris, l'arcobaleno che per questi bambini rappresenta il futuro.