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2005
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Un'altro ritorno - 22 marzo
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Dopo un anno dal precedente viaggio sto ritornando in Angola per valutare quello che è stato realizzato con le missionarie Dominicane tramite le adozioni a distanza e considerare la possibilità di estendere anche in altre provincie le nostre attività. Da diecimila metri d’altitudine osservo il paesaggio che l’aereo sta sorvolando. Nonostante le ombre della sera avanzino rapidamente e rimuovano il chiarore del giorno, si distinguono ancora nitidamente le alture, i fiumi e le foreste. Anche da quest’altezza si intuisce che l’Angola è un paese dotato di una natura incantevole: i deserti del sud, le spiagge di sabbia finissima, l’altopiano centrale ricco di foreste e con un clima gradevole. Gli angolani sono dignitosi e ospitali nonostante la povertà e i lunghi anni di sofferenza causati dalla guerra civile: un triste destino a volte provocato da rivalità etniche, a volte da interessi economici o divisioni politiche in cui si sono trovati molti paesi africani dopo l’indipendenza.
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La formazione dei gruppi etnici che popolano l’Africa meridionale risale al VI secolo a.c., all’epoca delle migrazioni dei Bantu che, dalle regioni sub sahariane, iniziarono a dirigersi verso sud. I Bantu erano agricoltori ma conoscevano altrettanto bene i metalli e la ceramica e nei secoli, mescolandosi con i popoli esistenti, formarono razze diverse che hanno dato origine agli odierni gruppi etnici. Nel XIII secolo iniziarono a formarsi dei regni, il più grande dei quali era il regno del Congo che si estendeva dall’attuale Gabon sino a gran parte del territorio angolano e la cui capitale era Mbanza Congo, rimasto ancor oggi il nome della provincia più settentrionale dell’Angola. I primi navigatori europei che giunsero nel regno del Congo (chiamato anche regno del Bakongo), furono i portoghesi: una spedizione guidata da Diogo Cão e composta da due caravelle, lo stesso tipo d’imbarcazione che dieci anni più tardi attraverserà l’Atlantico con Cristoforo Colombo, nel novembre del 1482 risalì la foce di un grande fiume, chiamato dagli indigeni Zaire e che in seguito assunse il nome della regione che attraversava, appunto il Congo. La colonizzazione portoghese seguì diverse fasi: iniziò con la creazione di basi costiere per rifornire le navi nei viaggi verso l’India stabilendo poi relazioni commerciali con i popoli dell’interno. In cambio di armi, vesti e monili, i portoghesi ricevevano avorio, schiavi e oro ma il loro maggior successo fu la conversione al Cristianesimo del re del Congo, che ricevette il nome di Alfonso I, una figura ben presto conosciuta anche in Europa a cui lo stesso Pontefice, Sisto IV, inviava missive.
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La coda per le sbrigare le formalità previste è lunga tanto che è ormai buio quando esco nel piazzale affollato da persone in attesa dei passeggeri ma riconosco subito l’alta figura di suor Ermelinda che mi sta attendendo. Nonostante l’ora il caldo è ancora intenso e, nella breve distanza che separa l’aeroporto dall’abitazione delle suore, ritrovo i suoni, gli odori e l’ambiente che avevo lasciato lo scorso anno. É un ritorno fatto di ricordi, di località visitate, di persone incontrate. É un immergermi nuovamente nella realtà delle città africane: strade dissestate, pozze d’acqua stagnante, tavolini davanti alle abitazioni che espongono ogni genere di cose, grida di bambini che si rincorrono, musica assordante che esce da baracche illuminate da luci fioche che impediscono di distinguere i lineamenti delle persone. La casa delle missionarie Dominicane è al centro di uno dei quartieri più poveri di Luanda, in una stretta via fiancheggiata da case costruite durante l’epoca coloniale. Dividono la loro vita con quella degli abitanti e sono un concreto punto di riferimento per coloro che vivono nel quartiere. Nella grande sala al piano terreno, ricavata ampliando il garage originale, si svolgono i corsi di sartoria e gli incontri con le donne che vivono nella zona. La casa possiede anche la funzione di ospitare le religiose che giungono dalle altre missioni dell’Angola quando devono recarsi nella capitale.
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Le Missionarie Dominicane del Rosario sono presenti in Angola dal 1954 e suor Ermelinda è la superiora. Durante la frugale ma appetitosa cena mi racconta ancora una volta la vita e i miracoli della sua congregazione in Angola. “Abbiamo otto comunità sparse per tutto il paese e quasi tutte si dedicano all’educazione, alla sanità e all’assistenza sociale. La prima missione è stata fondata nella provincia di Kuanza. A poco a poco abbiamo aperto le altre comunità per rispondere a differenti situazioni sociali. Abbiamo scelto le località più interne, dove vi era necessità di assistenza. A Kalandula, per esempio, abbiamo una comunità situata ad oltre 100 chilometri dalla più vicina città dove abbiamo iniziato con l’attività di evangelizzazione. Le prime missionarie giunte in Angola erano spagnole e peruviane, perché la congregazione è stata fondata in Spagna ma è nata in Perù. In questo momento vi sono in totale 34 religiose: tre peruviane, quattro spagnole, due portoghesi e le altre angolane”. Suor Ermelinda ha vissuto alcuni mesi in Perù e un anno in Mozambico, dove da qualche tempo avevamo attivato un programma di adozioni a distanza con le missionarie Dominicane. Fu appunto parlando con le consorelle mozambicane della necessità di sostenere i figli dei numerosi profughi angolani che giungevano nella missione di Viana, vicino a Luanda, che suor Ermelinda mi interpellò, chiedendo di iniziare lo stesso programma anche nella sua missione. Il programma iniziò alla fine del 1999 e con il tempo il numero dei sostegni è cresciuto: attualmente sono oltre 400 i minori a cui garantiamo istruzione e nutrizione, quasi tutti alunni della scuola primaria realizzata dalle missionarie Domenicane e intitolata ad Ascenção Nicol, la fondatrice dell’Ordine. Nella piccola stanza che mi è assegnata il ventilatore non funziona e il caldo non agevola il sonno. Domani andrò a Viana, nella missione in cui stiamo svolgendo il programma di sostegno e poi ritornerò a Luanda per ricevere gli altri collaborati del Centro Cooperazione Sviluppo con i quali visiterò diverse località per valutare la possibilità di estendere le attività in Angola.
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Una giornata a Luanda - 24 marzo
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Un documento che devo consegnare all’ambasciata italiana è l’occasione per immergermi, due giorni dopo il mio arrivo, nel traffico caotico di Luanda, l’affollata capitale di un paese ricco ma con il 60% delle persone che vivono in una condizione di vergognosa povertà. Per percorrere i quindici chilometri che separano la missione di Viana, dove anche questa volta sono ospitato, impiego oltre un’ora. Intrappolato in un traffico caotico, rifletto sulla contraddizione di questo paese, dove tra i veicoli incolonnati, molti dei quali sono modelli di marche costose, stormi di venditori ambulanti incuranti del calore e dello smog, sfilano incessantemente mostrando ai passeggeri, chiusi nei loro veicoli con l’aria condizionata, ogni genere di mercanzia: bibite fresche, panini, dolciumi, sigarette, piccoli elettrodomestici, vestiti usati, giornali... Due mondi opposti che riescono a convivere nella stessa città: quella di coloro che vivono nei nuovi quartieri residenziali sorti negli ultimi anni e protetti da guardie armate e filo spinato, abitati da funzionari di rilievo del governo, personale di Ong straniere, membri dei partiti politici, e quella delle baracche e del fango, dei cumuli di spazzatura e dei bambini che vi giocano sopra. Luanda è una delle città più costose del mondo: un piccolo appartamento in affitto, in una zona sicura della città, non si trova a meno di 1.500 o 2.000 euro. Gli stranieri ricevono paghe assai elevate e chi non lavora per il governo, per le organizzazioni di assistenza internazionali (Onu, Unicef, Pnud), per le grandi Ong straniere o per le industrie, vive nell’indigenza. Luanda è una città che porta i segni vistosi degli errori della colonizzazione, della guerra civile, dell’incuria del governo. Vi è una nota stonata nei grandi palazzi di epoca coloniale, ormai divenuti grigi per lo smog e la mancanza di manutenzione, e le vetrine scintillanti che espongono telefonini, macchine fotografiche digitali e computer portatili. L’ambasciata italiana è nei pressi di piazza Xinaxixi, nella zona centrale. É una piazza affollata di veicoli in sosta e di venditori ambulanti, dove l’aria grigia per lo smog è percorsa dal suono continuo dei clacson. Al centro, impassibile, si erge la figura di bronzo della regina Nzinga, considerata il simbolo della resistenza angolana, il cui monumento è stato eretto dal nuovo governo nato dopo l’indipendenza.
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La sua storia inizia verso la fine del XVI secolo, nel periodo del consolidamento del colonialismo portoghese. Nel 1578 venne fondata la città di San Paulo de Luanda, che diverrà in seguito la capitale dell’Angola. La regione faceva parte del regno Ndongo, abitato dall’etnia Quimbundo i cui re venivano chiamati N’Gola e da cui ebbe appunto origine l’attuale nome di Angola. Il re degli Ndongo non accetta l’occupazione portoghese nel proprio territorio ma è costretto a cedere e rifugiarsi all’interno della regione. Alla sua morte, nel 1620, assume il potere la figlia, Nzinga N’Gola Mbandi, conosciuta in seguito nei libri di storia angolani, come la Regina Nzinga.
Dotata di astuzia e abilità politica, si converte al Cristianesimo assumendo il nome di Ana de Sousa e, mentre stabilisce accordi commerciali con i portoghesi, crea un’alleanza con le altre etnie regnanti per ostacolare l’occupazione coloniale che stava estendendosi sempre di più in tutto il territorio angolano, combattendo personalmente a fianco dei suoi guerrieri sino all’età di 60 anni. Nel 1659, venendo meno le alleanze con gli altri regni, è costretta a firmare un trattato di pace con il Portogallo. Un episodio che la storia ha tramandato evidenzia la sua personalità: quando si presenta dal governatore per firmare il trattato di pace, viene ricevuta in una sala in cui vi è solo una sola sedia e, sul pavimento, un cuscino in cui è invitata a sedersi. Capendo che questa situazione è stata creata per porla in una posizione d’inferiorità, chiamata una schiava del suo seguito, la fa inginocchiare e la utilizza come sedia. Al termine dell’incontro, lascia la schiava nella stessa posizione e, alla domanda circa il fatto che stava dimenticandosi della schiava, risponde che non è sua abitudine portare via le sedie che utilizzava. Muore all’età di 82 anni, nel 1663.
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Decido di trascorrere parte del pomeriggio a passeggiare per Luanda: il programma dei prossimi giorni forse non me lo consentirà e d’altra parte trovo piacevole immergermi in una realtà assai simile a quella del Mozambico e, forse per questo, familiare. Visito, come ho fatto altre volte, la libreria situata nella stessa piazza in cui vi è il grande ed antico edificio della Banca dell’Angola, lo stesso che un tempo ospitava il Banco Ultramarino portoghese. La libreria è abbastanza ben fornita e diversi clienti stanno aggirandosi tra i banchi e gli scaffali. Molti libri provengono dal Portogallo ma vi è una sezione dedicata agli autori angolani. Compero due libri di Pepetela, uno tra i più importanti scrittori angolani, Yaka e Mayombe, di cui ho letto le recensioni tempo fa. Uscito dalla libreria, mi dirigo nella parte opposta della piazza, verso l’ufficio postale. Anche questa visita è una consuetudine. L’edificio risale agli anni Venti ed è rimasto immutato sino ad oggi. Mi soffermo ad osservare la sua architettura, il lungo banco di legno massiccio diviso da paratie di vetro opaco con le targhe smaltate che indicano il servizio prestato, i dipinti alle pareti che raffigurano antiche vedute della città. Acquisto una serie di cartoline illustrate che riproducono un’Angola che forse non esiste più: leoni, elefanti, giraffe, rinoceronti. Sono immagini che risalgono a molti anni fa, quando i parchi naturali non erano ancora stati distrutti dalla violenza della guerra. Com’è accaduto per il Mozambico, anche qui gli animali sono stati uccisi per vendere pelli e avorio.
Subito dopo l’indipendenza infatti (esattamente come successe in Mozambico) iniziò la guerra civile, teatro di scontro per le potenze internazionali. Da una parte il nuovo governo marxista sostenuto dall’Unione Sovietica e da Cuba; dall’altra la guerriglia appoggiata dal Sudafrica e dagli Stati Uniti. Terminata il conflitto, cessato il sostegno sovietico e cubano, l’Angola ha abbracciato il libero mercato e la comunità internazionale ha messo a disposizione milioni di dollari per il lungo e faticoso cammino della ricostruzione.
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Non è molto tardi e, uscito dall’ufficio postale, decido di recarmi all’Ilha per trovare rifugio, seppur momentaneo, dal traffico e dai cumuli di rifiuti. L’Ilha è una è una piccola striscia di terra lunga neppure tre chilometri e larga qualche centinaio di metri, dove si dice siano sbarcati i primi portoghesi. Negli anni scorsi è stata unita alla terraferma da un piccolo ponte e non è neppure lontana: da dove mi trovo si raggiunge in pochi minuti. Superato il ponte, il primo tratto della strada che lo attraversa per tutta la sua lunghezza è costellato di baracche di legno e lamiera abitate da pescatori ma subito dopo l’Hotel Panorama, una grande costruzione dall’aspetto cadente, si susseguono bar e ristoranti.
Giungo al termine della strada e, seduto su uno scoglio all’estremità dell’Ilha, nell’oscurità della sera contemplo le luci dei palazzi e del lungomare di Luanda riflettersi nelle acque della baia. Da quest’angolo tranquillo e lontano dal caos delle strade, nella notte imminente, Luanda riesce a nascondere il peso di una guerra che ha fatto affluire oltre tre milioni di profughi in una città prevista per seicentomila abitanti. Vi è ancora calma: più tardi questa striscia di terra brulicherà di vita: il popolo della notte riempirà ristoranti e discoteche mostrando l’aspetto spensierato di questa nazione.
Ma è giunta l’ora di ritornare. É ormai buio quando mi dirigo verso la mia vettura, rassegnato ad affrontare nuovamente il caotico traffico per ritornare a Viana.
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Ancora un incontro: Viana - 28 marzo
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Non è cambiato nulla dallo scorso anno. Lungo la strada che stiamo percorrendo continuano ad esservi pozzanghere di acqua sporca, cumuli di rifiuti e nuvole di polvere sollevate dal vento caldo.
Ci stiamo dirigendo alla scuola primaria Ascenção Nicol, realizzata pochi anni fa dalle Missionarie Dominicane, dove sosteniamo lo studio di oltre 400 alunni attraverso il programma di adozioni a distanza. Verificheremo i loro progressi e li seguiremo mentre scriveranno le lettere ai loro sostenitori. Impiegheremo diversi giorni per terminare questa attività: vi è sempre qualche alunno assente perché ammalato o impedito da vicende familiari ed occorre attenderne il ritorno. In qualche caso è necessario recarsi presso l’abitazione per accertarsi delle sue condizioni di salute e intervenire. Questa è la prima di una serie di attività che ci vedranno impegnati durante la nostra permanenza in Angola.
In alcuni tratti le pozzanghere formate dalle recenti piogge occupano quasi interamente il cammino; in altri il passaggio è assicurato da una fila di pietre su cui ognuno deve dimostrare le proprie doti di equilibrista.
In compenso nei tratti pieni di rifiuti si può seguire il percorso segnato dal passaggio degli abitanti del quartiere. É lo stesso percorso dello scorso anno: pozzanghere, fango, polvere e bambini seminudi che giocano tra i cumuli di rifiuti. E, come lo scorso anno, davanti alle case che incontriamo ai lati della strada, le persone salutano Suor Gertrude che ci precede: “Bom dia irma” e “Bom dia padre”, rivolti a me. Sono un bianco, sono in compagnia di una suora e, pertanto, ai loro occhi non posso essere che un religioso! Anche se la distanza tra la missione e la scuola non è molta, la calura e l’umidità si fanno ben presto sentire.
Appena varcato il cancello della scuola, osservo che il terreno in cui era prevista la costruzione di un terzo padiglione è ancora libero. Lo scorso anno suor Gertrude mi aveva parlato della necessità di costruire un’altra ala se fosse riuscita a trovare un finanziamento ma evidentemente non è stato ancora possibile. Forse, aumentando il numero degli alunni sostenuti a distanza, questa necessità potrebbe presto concretizzarsi, come è avvenuto per molte scuole in Mozambico, realizzate appunto con questa modalità.
Ci dirigiamo nella sala degli insegnanti per organizzare il lavoro che ci impegnerà, per diversi giorni, sia il mattino sia al pomeriggio. Le lezioni si svolgono infatti a turni: le prime, seconde e terze classi entrano alle 7 ed escono poco prima delle 12. Le quarte e le quinte entrano alle 12 ed escono alle 17. La sala degli insegnanti è arredata sobriamente: alcuni tavoli, un armadio, alcuni scaffali con dei libri e delle sedie. Nella parte principale vi è il ritratto di Ascenção Nicol, la fondatrice, assieme a Ramon Zubieta, dell’Ordine delle Missionarie Dominicane del Rosario.
É lo stesso ritratto che ho visto in tutte le missioni Dominicane che ho visitato in Mozambico e in Angola.
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Florentina Nicol Goni nasce il 14 marzo 1868 a Tafalla, una piccola cittadina della Spagna, da una famiglia cattolica e benestante. Riceve il nome di Florentina in omaggio alla santa che si festeggiava quel giorno. A 14 anni s’iscrive nell’istituto diretto dalle suore Dominicane e a17 anni entra nel convento Dominicano di Huesca assumendo il nome di Ascenção do Coração de Jesus. Svolge l’attività d’insegnante nello stesso istituto in cui aveva iniziato i suoi studi e per 28 anni quest’attività sarà il suo primo apostolato. Ma la sua aspirazione è divenire una missionaria e legge avidamente le riviste religiose che descrivono paesi remoti e popoli in attesa di essere evangelizzati.
I due avvenimenti che cambieranno la sua vita e le consentiranno di realizzare le sue aspirazioni accadono a poca distanza di tempo uno dall’altro: nel 1912, a seguito della chiusura dell’istituto in cui insegna, Ascenção e alcune consorelle chiedono di essere inviate in terra di missione. Il secondo avvenimento è l’incontro con il missionario Ramon Zubieta l’anno successivo.
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Anche Zubieta era nato in Spagna e all’età di 17 anni, nel 1881, era entrato nel convento dei Padri Dominicani. Il suo desiderio di essere sacerdote si trasforma ben presto nel desiderio di divenire missionario e nel 1889 è inviato a Manila dove inizia le sue prime esperienze in terra di missione. Nel 1901 il Vaticano crea la Prefettura Apostolica dell’Urubamba in Perù e Ramon Zubieta è nominato Prefetto Apostolico. Nel 1912 la Prefettura diviene Vicariato e Zubieta ne è il primo Vescovo. Ma il suo obiettivo non è solo quello di essere missionario: da anni coltiva un grande sogno, quello di creare un ordine religioso femminile che si occupi in particolare dell’educazione e dei problemi della donna e, in occasione del suo viaggio a Roma per essere ordinato Vescovo, espone questo proposito a Pio X che gli concede il benestare. Gli occorrono però delle religiose dotate di vocazione missionaria, tenaci e determinate. Lo informano che nel Convento delle suore Domenicane di Huesca alcune religiose hanno chiesto di essere inviate in missione.
Quando riparte per il Perù, con lui vi è anche Ascenção Nicol. Dopo una permanenza a Lima di alcune settimane, Ascenção Nicol è destinata ad uno sperduto villaggio della foresta amazzonica peruviana che raggiunge dopo un mese di viaggio percorrendo, attraverso le Ande, un itinerario mai tentato da nessuno prima d’allora. La vita della missione è difficile, ma pur tra disagi, clima insalubre e il rischio di malattie tropicali, Ascenção Nicol e alcune consorelle in breve tempo aprono alcune scuole e un collegio per le giovani della località di Urubamba. Il 5 ottobre 1918, terminate le formalità necessarie, è ufficialmente costituita la Congregazione delle “Missionarie Domenicane del SS. Rosario” e suor Ascenção Nicol è nominata Superiora Generale. Lo scopo di questa nuova Congregazione era quello di “evangelizzare i poveri in quelle situazioni missionarie in cui la Chiesa mostra maggiori necessità”. Tre anni più tardi, nel 1921, muore improvvisamente Ramon Zubieta e Ascenção Nicol si trova a gestire da sola il peso della nascente istituzione che si andava ampliando velocemente. Eletta Superiora per due volte nei Capitoli Generali, nel 1939, ormai con 71 anni, rifiuta la terza rielezione ritenendo di non poter più sopportare il peso di tanta responsabilità e le esigenze di una Congregazione estesa ormai in tre continenti. Muore il 24 febbraio 1940 a Pamplona, in Spagna. Il 24 aprile 1968 vi è stata l’apertura del processo ordinario per la sua beatificazione: dichiarata ‘venerabile’ il 12 aprile 2003 da Giovanni Paolo II, è stata beatificata nel 2005.
Oggi gli impegni missionari assunti dalle Domenicane Missionarie del Rosario variano secondo le diverse realtà in cui si trovano ad operare: nel campo dell’educazione, della sanità e della promozione sociale, sempre in ascolto del grido dei più deboli, in particolare della donna.
Allo stato attuale, le Domenicane Missionarie del Rosario sono 785 appartenenti a 24 nazionalità diverse, presenti in 21 nazioni con 144 comunità. Sono in Africa (Angola, Camerun, Mozambico, R.D.Congo), Asia (Cina continentale, Filippine, India, Taiwan, Timor Est), America (Bolivia, Cile, Ecuador, Guatemala, Messico, Nicaragua, Perù, Porto Rico, Rep. Dominicana), Europa (Spagna, Portogallo) e Australia.
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“Il numero degli alunni è aumentato. Dei 500 dello scorso anno sono passati a circa 600 e le richieste di iscrizione sono ancora molte” m’informa suor Gertrude. In effetti gli abitanti di questo quartiere cercano di iscrivere i loro figli in questa scuola, consapevoli che il livello d’insegnamento è elevato rispetto alle scuole statali, i cui insegnanti non hanno ricevuto una preparazione adeguata e, oltretutto, sono demotivati dai bassi stipendi che ricevono. La scuola è privata ma la retta è solo simbolica ed è equivalente a circa 4 dollari. “Non possiamo chiedere di più. Qui molti vivono con meno di un dollaro al giorno. Per questo abbiamo necessità di integrarla con altre entrate”. Attualmente sono oltre 400 gli alunni sostenuti attraverso l’adozione a distanza con la quale, oltre al materiale scolastico, suor Gertrude riesce a garantire uno stipendio dignitoso agli insegnanti e a provvedere anche al materiale didattico. Abbiamo convenuto con suor Gertrude di aumentare il loro numero. I prossimi giorni raccoglieremo i dati di nuovi alunni e, tra pochi mesi, la scuola intitolata ad Ascenção Nicol avrà forse un edificio in più.
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Benguela, la città delle acacie rosse - 30 marzo
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“La città delle acacie rosse”. Questo era il titolo di un articolo sulla città di Benguela che avevo letto alcuni mesi fa e che mi ritorna ora in mente nel rivedere i miei appunti mentre sono in volo tra Luanda e Benguela. L’articolo sottolineava le caratteristiche architettoniche della città e i viali di acacie rosse, la cui bellezza era da tempo ormai sfiorita per l’incuria causata dal lungo periodo di guerra. Il volo non è lungo e dopo circa un’ora atterriamo in un aeroporto non molto grande, costruito all’inizio degli anni Sessanta. Nonostante il nostro sia un volo interno, vengono controllati i passaporti come in un volo internazionale. Occorre poi compilare un modulo, dichiarare la provenienza, la destinazione e il periodo di permanenza. Certamente una regola suggerita negli scorsi anni dai sovietici o dai cubani e rimasta immutata sino ad oggi. All’uscita ci attende, salutandoci in un perfetto italiano, Padre Adriano Ukwatchali, il nostro accompagnatore per i prossimi giorni. Saprò poi che è stato per alcuni anni sacerdote presso la parrocchia Santa Teresa di Modena. A Benguela trascorreremo solo un paio di giorni, il tempo per consentire a Padre Adriano di svolgere alcuni commissioni prima di recarci a Ganda, una località distante circa 150 chilometri, dove Adriano, oltre a svolgere la funzione di parroco, ha realizzato un orfanotrofio e un asilo. Durante il tragitto dall’aeroporto alla Diocesi, dove siamo ospitati, ho modo di notare come l’architettura di molti edifici sia abbastanza recente e risalga agli anni Sessanta e Settanta. Anche qui, come in Mozambico, i portoghesi non prevedevano che da un giorno all’altro il colonialismo avesse termine e lo dimostrano gli edifici incompiuti che s’incontrano in diverse zone della città, ancor oggi rimasti nelle stesse condizioni in cui si trovavano al momento dell’indipendenza. Il pomeriggio lo dedichiamo a visitare la città percorrendo a piedi le vie centrali. Mi guardo intorno ripensando all’articolo che avevo letto, ma in effetti di acacie rosse non ve ne sono molte. I viali e i giardini hanno un aspetto trascurato ma la città è più ordinata della caotica Luanda. Anche il traffico è più tranquillo, le strade più pulite, le persone affabili tanto che quasi scompare il senso d’insicurezza che si prova invece nella capitale.
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La città di S.Filipe di Benguela viene fondata dai portoghesi nel 1617: delle capanne di paglia e legno circondate da pantani malarici, con un clima umido e soffocante, abitate da circa 130 persone, quasi tutti europei, che dovevano difendersi dall’aggressività delle tribù locali. Un anno dopo la fondazione gli abitanti erano scesi a meno di 90. Per il particolare clima S.Filipe di Benguela era conosciuta come il "cimitero dei bianchi". Tuttavia, nonostante le difficili condizioni di vita, la località venne scelta per costituirvi la base di partenza verso misteriose miniere di rame e argento di cui parlavano esploratori e nativi. In realtà le miniere d’argento non esistevano e il poco rame trovato era di scadente qualità e inadatto ad essere utilizzato. Crollato questo sogno, ci si rivolse allo scambio commerciale con le popolazioni dell’interno: le carovane partivano da Benguela per l’altopiano centrale con vini, tessuti e chincaglierie provenenti dall’Europa e tornavano con avorio, pelli, sisal, gomma, buoi. Benguela divenne così il porto commerciale più importante dopo Luanda. Nel corso degli anni le capanne furono sostituite da case ed edifici e il lungo percorso delle strade carovaniere fu sostituito da una ferrovia che, con una lunghezza di 1.300 chilometri, giungeva sino alla frontiera con il Congo. Lunga la ferrovia nacquero decine di città e villaggi: Catengue, Cubal, Ganda, Quinjenje, Longonjo, Nova Lisboa, Cuito, Belavista... tanto che Benguela fu chiamata “Madre delle Città”. L’importanza commerciale di Benguela venne meno quando il commercio con l’interno diminuì per la caduta dei prezzi sul mercato internazionale. Dopo alcuni anni di arresto economico, Benguela risorse trasformandosi in un grande centro di pesca grazie alla ricchezza del suo mare.
La guerra civile iniziata appena dopo l’indipendenza non ha toccato Benguela, al contrario di quanto è avvenuto per molte località della regioni centrali e settentrionali dell’Angola. Benguela si è salvata anche dall’invasione dei profughi che da Huambo e da Bailundo, le città martiri epicentro di scontri violenti, hanno preferito raggiungere la capitale Luanda.
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Il giorno seguente ci rechiamo a Lobito, ad un’ora di macchina da Benguela. Ero curioso di visitare questa città di cui mi avevano descritto l’eleganza dei suoi quartieri residenziali. Per raggiungere Lobito, attraversiamo Catumbela, una località che aveva diviso con Benguela la prosperità dei commerci con l’interno. A Catumbela giungeva un solo prodotto, la gomma, ma in quantità tale da essere esportata in tutta Europa, tanto che qui vi erano le filiali di importanti ditte internazionali di spedizioni. Oggi è priva di particolari caratteristiche e dell’operoso passato non vi è rimasto nulla: le strade polverose, le case cadenti, i giardini abbandonati inducono a riflessioni sull’esito troppo affrettato dei processi di decolonizzazione.
Ma Lobito non delude: sorprende per l’ordine, la pulizia, la cura dei viali e dei giardini, l’eleganza delle vie residenziali ai cui lati s’intravedono ville e palazzine immerse nel verde, Questa non sembra l’Angola. Ci fermiamo in un ristorante lungo la spiaggia, assaporando un buon pesce e una fresca bottiglia di vino mentre, poco più in là, diverse persone sono stese sulla sabbia al riparo di grandi ombrelloni colorati e, proprio come sulle nostre spiagge d’estate, venditori di chincaglierie e d’artigianato propongono i loro prodotti. Il "Biglietto da visita dell’Angola", come è chiamata Lobito, inizialmente si chiamava Catumbela da Agua Salgada per differenziarla da Catumbela vera e propria, da cui dista pochi chilometri. La sua storia inizia diverso tempo dopo la fondazione di Benguela, quando ci si convince che occorre cercare una località con condizioni più salubri rispetto a Benguela. Verso il 1830 venne individuata la nuova località, situata in un’ampia baia riparata dai venti e, soprattutto, senza paludi intorno. Tuttavia, dopo una prima breve urbanizzazione, limitata ad alcune semplici costruzioni, fu solo all’inizio del 1900 che la vera e propria città di Lobito iniziò ad essere costruita. Poco tempo dopo, nel 1911, fu la volta del porto, terminato nel 1928 e ampliato nel 1957 con alcuni cantieri per le riparazioni navali.
É pomeriggio inoltrato quando ritorniamo a Benguela. Appena fuori dalla città, lasciato alle spalle il capolinea della ferrovia che giungeva sino al Congo, oggi quasi totalmente distrutta, ritorna la povertà di sempre: quartieri di case cadenti, pozzanghere, rifiuti. Siamo rientrati nella realtà quotidiana dell’Africa.
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Da Benguela a Ganda - 3 aprile
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Sono passate le sedici quando partiamo per Ganda. Inizialmente avevamo fissato l’orario di partenza alle nove del mattino, ma poi è scivolato da un’ora all’altra sino al pomeriggio per permettere ad Adriano di ritirare dei documenti che attendeva. Abbiamo ancora circa due ore di luce e significa che viaggeremo per la maggior parte del tempo al buio, senza poter osservare il panorama. Ganda dista circa 150 chilometri e, mentre saliamo in macchina, Adriano ci informa che occorreranno circa sei ore per arrivare a destinazione: la strada, priva di manutenzione da decenni, è divenuta praticamente una pista, resa ancor più difficoltosa dalla presenza di pozze d’acqua e di fango, residuo di recenti pioggie. La periferia di Benguela sfila velocemente dai finestrini della vettura, regalandomi ancora una volta immagini che, nonostante i molti anni trascorsi in Africa, mi affascinano sempre: i mercatini dove si vende ogni cosa, i volti sorridenti dei bambini, le donne avvolte nelle capulane colorate... Immagini sempre uguali eppure sempre diverse. Benguela ed il mare scompaiono alle nostre spalle mentre davanti a noi la luce del sole dipinge le colline con sfumature dorate. Stiamo percorrendo una delle antiche vie carovaniere utilizzate per secoli per trasportare dall’interno dell’Angola al porto di Benguela, avorio, pelli, sisal, gomma. Spesso i carichi erano trasportati a spalla ed il tragitto poteva durare anche dei mesi. Dietro di noi il sole sta tramondando e l’immagine è talmente suggestiva che ci fermiamo per fotografare gli ultimi raggi che tingono il cielo di bagliori di porpora e d’oro. Proseguiamo nella sera imminente verso le montagne che si stagliano in lontananza contro l’azzurro scuro del cielo: sono i primi contrafforti del Planalto centrale. Non più distratti dal panorama ormai inghiottito dall’oscurità, chiediamo ad Adriano di raccontarci cosa lo ha spinto ad essere parroco di Ganda, la piccola e sperduta località dell’Angola in cui ci stiamo recando. I suoi occhi si socchiudono, il perenne sorriso si trasforma in un’espressione pensierosa mentre rievoca anni e avvenimenti tragici e lontani. “Quando sono entrato in Seminario, nel 1985, difendevo il partito al potere e ne condividevo il suo programma. Pregavo molto e credevo in un Dio lontano, metafisico, che ti lascia nel tuo mondo e non ti impegna mai. Non ascoltavo la radio, non leggevo i giornali: nel seminario non si parlava dei problemi del mondo. Un giorno mi trovai con un gruppo di seminaristi appena giunti dall’interno del paese i quali avevano provato la sofferenza mentre io, provenendo della città, non conoscevo nulla della vera guerra. Non sapevo che cosa significasse essere attaccato in una strada e vedevo che gli altri erano più concreti nelle loro preghiere, più umani mentre io ero troppo serafico. Sono entrato in crisi. Ho cominciato a interessarmi al mondo, a sapere che fuori dalle quattro pareti del seminario c’erano delle persone che morivano. Nel 1990 sono partito per Huambo, la nostra bella città distrutta nel 1993; lì ho iniziato gli studi teologici e quando ero al terzo anno, per la prima volta nella mia vita, ho cominciato a vedere che cos’è una guerra”. Adriano fa una pausa, lo sguardo fisso sulla strada, apparentemente concentrato a valutare, alla luce dei fari, la profondità delle buche coperte d’acqua lasciata dalle piogge dei giorni precedenti. É solo dopo alcuni minuti di silenzio, in cui si sente il rumore dell’acqua che le ruote a tratti fanno schizzare contro la carrozzeria, che Adriano continua. “ L’assedio a Humbo è iniziato il 9 gennaio del 1993 ed è durato sino al 6 marzo. 56 giorni e 56 notti di bombardamenti, di sparatorie, di grida di persone che morivano. Quel giorno era un sabato. Sono uscito dal mio nascondiglio e fuori era spaventoso: Huambo, l’orgoglio dell’Angola, era un grande cimitero. Dappertutto c’erano morti e rovine. Da quel giorno sono cambiato: la mia preghiera ora aveva un oggetto, la mia fede era aumentata. Ho capito che la vera religione è quella che crede nella persona e che la salva, come ha fatto Dio. Nel 1995, dopo essere aver trascorso due anni in Italia come parroco, ho terminato gli studi e sono stato inviato a Ganda, una piccola cittadina dove la guerra non era ancora finita. Più d’una volta sono stato attaccato ma senza essere mai stato colpito. A Ganda mi sono preoccupato in particolare dei bambini e ho fondato un orfanotrofio”. Il nostro fuoristrada avanza ora lentamente nel buio tra buche e fango: è difficile immaginare che questa un termpo era la strada che conduceva a Nuova Lisbona, una delle più belle e moderne città dell’Angola coloniale, divenuta poi Huambo.
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Al momento dell’indipendenza nel 1975, l’Unita di Jonas Savimbi dichiarò Huambo e la regione del Planalto centrale, abitata dall’etnia umbundo, una repubblica separata. La motivazione era appunto etnica: anche Savimbi apparteneva agli umbundo. L’anno successivo il nuovo Governo angolano, con l’aiuto delle truppe cubane, riprese il controllo della città, ma tutta la regione romase sotto il controllo dell’Unita. Tutte le vie d’accesso alla città erano minate ed i collegamenti con la capitale potevano avvenire soltanto via aerea mentre la città di riempiva di profughi che fuggivano dalle località rurali per cercare assistenza. Nel 1991, quando fu firmato il primo accordo di pace tra il Governo e l’Unita, sembrava che l’Angola uscisse dalla tragedia della guerra. Nel 1992 furono indette le prime elezioni ma quando i risultati che riportavano la vittoria governativa furono resi pubblici, l’Unita non accettò la sconfitta ed occupò tutte le cittadine ed i villaggi del Planalto centrale concentrando ad Huambo, considerata la propria roccaforte politica, gran parte delle truppe. La battaglia per il controllo della città iniziò poco dopo il Natale del 1992 e toccò l’apice tra i primi di gennaio ed i primi di marzo del 1993. Gli scontri, molto violenti, durarono 56 giorni e si conclusero con il ritiro delle truppe governative. La città fu riconquistata dal Governo solo il 9 novembre mentre, nelle settimane successive, anche le altre cittadine occupate dall’Unita venivano riconquistate una per una. L’impegno bellico aveva impegnato gran parte dell’economia dell’Angola: per acquistare le armi il Governo aveva venduto anticipatamente la produzione petrolifera di diversi anni. In questo periodo la guerra convenzionale si trasformò in guerriglia con l'Unita che colpiva a caso installazioni militari e civili. Nell'ottobre del 2001 il Governo lanciò una nuova offensiva contro l'Unita contemporaneamente dal nord e dal sud della provincia, questa volta con operazioni militari molto rigide, chiamate operações de limpeça, letteralmente, operazioni di pulizia, che consistevano nel deportare gruppi di popolazione dalle aree rurali concentrandole in specifici punti. L'idea alla base di questa strategia era di privare la guerriglia del supporto che avrebbero potuto trovare nei villaggi. La morte di Jonas Savimbi nel febbraio del 2002 e la successiva firma di un nuovo cessate il fuoco hanno segnato la fine di una guerra che ha causato quasi due milioni di profughi oltre a decine di migliaia di morti, ha provocato il collasso delle strutture amministrative e sociali mettendo in ginocchio un’intera nazione. Le ferite saranno visibili ancora per molto tempo.
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Sono quasi le undici quando i fari del fuoristrada illuminano le prime case di Ganda. La piccola cittadina è immersa nell’oscurità. Non vi è energia elettrica da molti anni. Ci fermiamo davanti ad una palazzina ad un piano, circondata da un giardino ed abitata da una coppia di volontari italiani che ci stavano attendendo. Ceniamo a lume di candela con del pane, delle uova e della frutta. Qui non vi è posto per dormire ma abbiamo delle stanze prenotate in una vicina pensione che raggiungiamo percorrendo a piedi le vie buie e deserte su cui si affacciano costruzioni semidistrutte dai mortai, mentre dai lampioni pericolosamente inclinati penzolano spezzoni di filo elettrico. Occorre battere più volte nel cancello arrugginito della pensione per far apparire un’assonnato inserviente che ci mostra le nostre stanze dove vi è lo spazio per una branda, un piccolo scaffale con una coperta ed un’asciugamano. Una sedia in cui è posato un candeliere ed alcuni fiammiferi sostituisce il comodino. Il bagno è dalla parte opposta del cortile e per lavarsi occorre prelevare l’acqua da un grande recipiente metallico. Con nostra sorpresa l’inserviente ci comunica che nel prezzo della camera, quindici euro al cambio locale, è compresa anche la colazione del mattino. Inizia a sentirsi il freddo della notte: mi stendo sulla branda, mi butto adosso la coperta e, sperando che non vi siano cimici od altri insetti, stanco per l’impegnativo viaggio, mi addormento quasi subito.
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Il progetto di Adriano - 4 aprile
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Una tettoia di lamiera sorretta da alcuni pali, appoggiata ad un muro in un angolo del cortile della pensione e che protegge dalla fine pioggia del primo mattino alcuni tavoli di legno coperti con una logora tovaglia di plastica, ha la funzione di sala da pranzo. La prima colazione, servita da un cameriere assonnato, è composta da un panino, un uovo fritto e del caffè solubile. Prima che termini la colazione la pioggia cessa e, mentre ci scaldiamo ai primi raggi del sole, appare Adriano per accompagnarci a visitare l’asilo e l’orfanotrofio. Percorriamo a piedi le strade di Ganda, una cittadina che, nata negli anni Venti con la costruzione della linea ferroviaria e un tempo fiorente centro agricolo dove si produceva soprattutto tabacco e tè, ha avuto la sventura di trovarsi in una delle aree di scontro tra l’Unita e il Governo. Occupata dall’Unita, ripresa dal Governo, rioccupata dall’Unita, riconquistata dal Governo... un triste destino, comune a molte altre località che ho visitato non solo in Angola ma anche in Mozambico, tutte con le stesse caratteristiche: edifici vuoti privi di porte e finestre con i segni delle pallottole e dei mortai sui muri, relitti di veicoli sparsi per le vie, pali dell’illuminazione arrugginiti o divelti, strade costellate da profonde buche.
In pochi minuti giungiamo alla chiesa, inizialmente composta da un’unica struttura con due pinnacoli alle estremità, una piccola torre campanaria al centro ed un campanile laterale costruito successivamente. Durante gli anni di guerra, spiega Adriano, la chiesa era utilizzata come deposito e solo da pochi mesi sono terminati i lavori di restauro. Di fronte vi è l’asilo e l’orfanotrofio, ricavati da una costruzione un tempo adibita a magazzino e che Adriano ha recentemente ristrutturato, grazie soprattutto al sostegno di alcuni amici italiani. Entriamo mentre decine di bambini e bambine, seduti ordinatamente, attendono di ricevere la colazione. “Tutte le mattine diamo loro latte solubile e pane” spiega Domingas, una delle educatrici. “Il pranzo è composto da polenta, l’alimento base della popolazione locale, carne, pesce e verdure”. Se si considera che i bambini prima mangiavano una sola volta al giorno, se erano fortunati, il cambiamento è veramente positivo. Anche in Angola, come in tanti Paesi africani, il cibo dipende dal raccolto, ancora basato su un’agricoltura di sussistenza. I lavori non sono però ancora terminati, occorre allargare i servizi, il refettorio e la cucina. Visitiamo il piccolo ambulatorio, accudito da un’infermiera professionale dove vengono curati i disturbi più comuni.
Proseguiamo attirati da strilli di bambini e giungiamo in un’ampia sala che raccoglie i più piccoli. Vedendoci entrare gli strilli si abbassano ma, superati i primi momenti di perplessità e con la presenza rassicurante delle assistenti, riprendono più forti di prima. “Questo è l’asilo – spiega Adriano – dove sono iscritti quasi novanta bambini. Sono contenti perché hanno appena ricevuto l’uniforme e si sentono parte di una vera scuola”. Li osserviamo per qualche minuto ridere e scherzare, orgogliosi dei loro grembiuli celesti. “I più grandi - spiega l’assistente - quelli che frequentano la scuola, non hanno ancora l’uniforme ma speriamo che arrivi presto anche per loro”.
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Mi spiegano che gli insegnanti non ricevono lo stipendio ma solo un piccolo incentivo in denaro e dei prodotti alimentari per motivarli nel loro lavoro, spesso faticoso e complesso. Ogni insegnante infatti, oltre alla sua attività in aula, ha il compito di monitorare la presenza degli alunni in classe: se un bambino non frequenta regolarmente le lezioni, il maestro si reca nella sua abitazione per verificare i motivi dell’assenza: è un lavoro importante per far comprendere alle famiglie il valore della scuola e dell’istruzione. Mentre proseguiamo la visita, Adriano spiega come sia necessario inserire altri bambini nel progetto di assistenza. “La popolazione sta rientrando – afferma – ma le famiglie non ricevono nessun aiuto, se non la consegna di semi e zappe. Devono costruirsi una casa, iniziare a coltivare il terreno e sperare che il raccolto sia abbondante. I loro figli non hanno la possibilità di nutrirsi e molti sono malati. Abbiamo in programma l’ampliamento della struttura e l’inserimento di altri bambini”.
L’idea di realizzare un orfanotrofio risale al 1999, quando Ganda si trovava in stato di continuo assedio per opera dell’Unita. Spesso vi erano incursioni, specialmente di notte, ma l’esercito garantiva un minimo di sicurezza. Alle difficoltà della guerra si aggiungeva la presenza di molte famiglie fuggite dalle campagne alla ricerca di un riparo. Mentre Luanda, la capitale, venne presa d’assalto da migliaia di profughi in cerca di un minimo di sicurezza, coloro che non avevano la possibilità di arrivare fino alla capitale, ripiegarono su città più piccole e vicine alle loro terre di origine, come appunto Ganda. La comunità locale cercò allora di organizzare una struttura in cui i bambini potessero passare la giornata, ricevere un pasto e un’educazione di base per essere reinseriti nella società, una volta superati i traumi legati alla perdita di uno o entrambi i genitori. Si iniziò realizzando un luogo protetto in cui i bambini potevano trascorrere la giornata per poi ritornare alle famiglie che li avevano accolti, come è consuetudine nella cultura tipica della famiglia allargata africana. Nel 1999 Adriano viene inviato a Modena per alcuni anni e, durante la sua permanenza in Italia, prende contatto con associazioni che lo sostengono nel suo progetto.
Oggi il progetto di Adriano accoglie centinaia di beneficiari ma altrettanti bambini sono in attesa di essere inseriti in questa struttura e la nostra visita a Ganda ha l’obiettivo di verificare la possibilità di estendere anche qui il nostro programma di adozioni a distanza, pur se le condizioni logistiche sono difficili e non favoriscono uno scambio sollecito di corrispondenza tra sostenitore e sostenuto, un elemento importante per mantenere vivo il rapporto di solidarietà. Tuttavia questo non deve essere un fattore discriminante: è proprio in località come queste, dove i segni della guerra sono ancora vivi e la povertà estrema è un denominatore comune, che occorre intervenire.
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La Ferrovia del Benguela - 6 aprile
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Anche senza vederli, avverto gli sguardi curiosi dei venditori che si fingono indifferenti al nostro passaggio ma poi ci osservano mentre, lentamente, girovaghiamo tra le bancarelle del mercato di Ganda, a poche centinaia di metri dalla pensione in cui alloggiamo. Oggi ha finalmente smesso di piovere ed il cielo completamente azzurro illumina le vicine montagne del Planalto Central, l’altopiano dell’Angola, che si stagliano tutto intorno a noi. Siamo a quasi mille metri d’altitudine ed il calore del sole ha fatto evaporare la nebbia che ci ha accolti al risveglio.
Il mercato non è dissimile da tutti gli altri mercati che si incontrano in ogni villaggio africano, tuttavia qui l’abbondanza di spazio a disposizione consente di spostarsi senza avere calca intorno. Mi soffermo ad osservare i prodotti in vendita: vi sono patate, ortaggi, granoturco, olio e sapone. Più avanti sono esposti abiti usati, lattine di bibite e recipienti di plastica. Sono il segno evidente della fine della guerra, perché denotano un lieve progresso economico e una buona dose di intraprendenza: ad esclusione degli ortaggi, tutti gli altri beni esposti provengono da Benguela o da Huambo. Significa che sono stati acquistati, poi trasportati e messi in vendita e significa che, chi lo ha fatto, ha ritenuto che gli abitanti di qui possiedano le risorse necessarie per l’acquisto, pur se le cifre ci fanno sorridere: due kuanza (80 centesimi) una barra di sapone da un chilo; cinque kuanza (2 euro) un paio di jeans in buone condizioni; poco meno di tre kuanza un secchio di plastica. Ma è un segnale positivo: l’economia sta muovendosi e poco importa se è quella informale. Anzi, è propria questa l’economia che consente a milioni di africani di sopravvivere.
Al termine del mercato, un ampio piazzale coperto di erba nasconde completamente i binari della ferrovia mentre il cadente edificio che abbiamo appena superato è, o meglio era, la stazione di Ganda, identificabile solo per la presenza di un vecchio carro merci, abbandonato da chissà quanti anni. Eppure dall’ampiezza dello spazio erboso che ho davanti e che certamente nasconde numerosi binari, si indovina che qui, un tempo, vi era un grande traffico ferroviario: quello della Ferrovia del Benguela, una delle più lunghe ferrovie africane.
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La Ferrovia del Benguela venne realizzata soprattutto per trasportare il rame che, alla fine del XIX secolo, era stato scoperto nel Katanga (una regione che oggi appartiene alla Repubblica Democratica del Congo) e nella Rhodesia del Nord (l’attuale Zambia): una vasta zona mineraria che in seguito avrebbe preso il nome di Copperbelt (la cintura del rame).
Allora le ambizioni ed i sogni coloniali erano molti: dopo la conferenza di Berlino del 1885, con la quale si era stabilito che i territori africani occupati dagli stati europei, sovente tracciando semplicemente delle linee sulle mappe geografiche, sarebbero stati riconosciuti solo se effettivamente popolati, iniziò una veloce penetrazione verso l’interno per rendere ufficiale il possedimento dei territori.
Il sogno del Portogallo era quello di unire il Mozambico all’Angola in un vasto territorio delimitato da due oceani: quello Indiano e quello Atlantico, disegnato nella famosa “mappa di color rosa”, il nome con cui questo progetto passò alla storia ed a cui gli inglesi non tardarono però ad opporsi tramite Cecil Rhodes, celebre per il ruolo che ebbe in seguito nell’evoluzione storica ed economica dell’Africa coloniale. Anche Cecil Rhodes vedeva nel trasporto su rotaia un formidabile strumento commerciale, ma se il suo sogno di unire i due estremi del continente africano, dal Capo al Cairo, con una linea ferroviaria non si avverrò, la Ferrovia del Benguela divenne invece una realtà.
I lavori iniziarono nel 1899, quando Benguela era già da tempo un grande ed importante centro in cui confluivano i prodotti che giungevano dall’altipiano centrale. La ferrovia, oltre a trasportare il rame dalle miniere del Katanga al porto di Lobito, avrebbe facilitato anche il commercio locale, che avveniva tramite carovane.
I lavori non furono semplici per le difficoltà da affrontare ed i limiti tecnologici d’allora. Occorreva attraversare paludi malariche, terreni aridi, attraversare fiumi e superare elevati dislivelli sino a raggiungere l’altipiano per poi scendere in terreni rocciosi e giungere finalmente a Laua, il confine con il Congo: in tutto 1.301 km..Dal deserto egiziano vennero i cammelli per trasportare l’acqua ma molti morirono per il clima inadatto. Dai paesi africani ed europei giunsero migliaia di lavoratori, spesso con le famiglie, ma pochi furono coloro che riuscirono ad adattarsi alle difficili condizioni climatiche e alle malattie tropicali. Le difficoltà tecniche furono tali che i finanziatori, in diverse occasioni, furono sul punto di interrompere le attività. In un tratto, nei pressi di Cubal, fu necessario utilizzare la cremagliera a causa dell’elevata pendenza del percorso. Il tratto a cremagliera venne utilizzato sino al 1948, quando fu costruita una variante al tracciato. Le rotaie raggiunsero la frontiera con il Congo nel 1929 e nel1931 iniziò il trasporto del rame dal Katanga al porto di Lobito, oltre ad altri prodotti quali il legno, la sisal, la gomma.
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La guerra civile, iniziata appena dopo l’indipendenza, e conclusasi nel 2002, bloccò quasi totalmente il funzionamento della Ferrovia del Benguela: infrastrutture, locomotive, carri merce e passeggeri vennero distrutti, diversi ponti abbattuti, le rotaie divelte o minate. Delle 103 locomotive in esercizio al momento dell’indipendenza, dodici anni più tardi, nel 1987, solo 14 erano ancora funzionanti.
Nel 1988 e nel 1991 vi furono due tentativi per riabilitare parzialmente alcuni tratti della ferrovia, ma la recrudescenza della guerra costrinse ad interrompere le attività. Al termine del conflitto civile, dei 1.301 chilometri complessivi, ne rimanevano in esercizio 34: il tratto tra Obito e Benguela, oltre ad alcuni accessi ad industrie locali.
La ricostruzione è iniziata nel 2002 nelle due tratte che hanno sofferto meno danni: nel 2003 è entrata in funzione la tratta tra Caala e Huambo ed entro il 2005 dovrebbe entrare in funzione la tratta tra Lobito e Cubal, mentre dal 2006 dovrebbero progressivamente iniziare i lavori nei rimanenti tratti della linea ferroviaria anche se sarà solo nel 2012, se il programma procederà come previsto, che la Ferrovia del Benguela, l’unico collegamento ferroviario tra l’Africa Centrale e l’Atlantico, ritornerà a svolgere le sue funzioni di mezzo per lo sviluppo di un paese che, dopo oltre vent’anni di guerra, sembra oggi orientato definitivamente alla pace.
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