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2005
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Una speranza per i bambini di Gurúe - Luglio
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La città di Mocuba, la seconda della Zambesia per numero di abitanti, è situata al crocevia delle strade che conducono al nord del Mozambico, al Malawi e alle altre località della provincia.
Le testimonianze della guerra sono ancora presenti negli edifici distrutti e nelle strade dissestate.
Anche questa città ha sofferto pesantemente gli effetti dell’economia centralizzata prima e della guerra civile poi. L’insicurezza e le incursioni hanno portato all’abbandono delle piantagioni di frutta e di cotone, le principali risorse della regione.
Attraverso lentamente l’abitato e, prima del ponte sul Licungo, intravedo a destra il capolinea della ferrovia un tempo utilizzata per trasportare prodotti agricoli e manufatti tessili al porto di Quelimane.
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Poco oltre vi è lo stabilimento della Textafrica, uno dei più grandi complessi tessili dell’Africa Australe, oggi abbandonato. Negli anni passati sono stati fatti vari tentativi per far rinascere questo gigante industriale, ma senza alcun risultato.
Dopo i danni prodotti dalla guerra erano stati acquistati, grazie ad aiuti internazionali, nuovi macchinari che non sono mai stati installati e, rimasti per anni all’aperto sotto le intemperie, oggi sono divenuti degli ammassi di ruggine.
Il ponte sul Licungo segna il termine della città e, subito dopo, la strada corre libera fiancheggiando campi incolti in cui, ogni tanto, delle costruzioni diroccate rievocano il periodo bellico: sono case coloniche, fattorie e magazzini di cui sono rimaste solo le mura.
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Alla fine dell’Ottocento, quando la Conferenza di Berlino stabilì che le colonie delle potenze europee sarebbero state riconosciute solo se effettivamente occupate, iniziò la vera e propria colonizzazione.
Tuttavia il dominio portoghese fu un dominio di poveri sui poveri. Il Portogallo non aveva capitali per sviluppare le sue colonie e quindi non fece progredire il Mozambico, ma lo sfruttò dando in concessione i territori a delle compagnie private, chiamate “Companhias majestaticas”.
Nacquero così la Companhia de Moçambique e la Companhia da Zambézia che, negli anni successivi, creò compagnie minori: la Companhia di Boror, quella di Madal, di Luabo e della Sugar Estates.
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Nel 1900, l’area occupata da queste compagnie era superiore ai due terzi della superficie totale del Mozambico.
I capitali utilizzati erano prevalentemente tedeschi, inglesi e olandesi e il governo portoghese riceveva il 7,5 per cento del totale dei guadagni. Le Compagnie avevano il monopolio del commercio, dell’industria, della pesca, dell’allevamento, della caccia e dell’agricoltura.
Avevano diritto a riscuotere le tasse, costruire vie di comunicazione o concedere alcuni diritti in subappalto.
Potevano avere una moneta propria e un proprio servizio postale. In Zambesia, nel 1913, su un’estensione di circa nove milioni di ettari, oltre cinque erano amministrati dalla Companhia da Zambézia mentre il resto apparteneva allo Stato portoghese. Veniva coltivato prevalentemente sisal, cocco e canna da zucchero.
Con gli anni, il governo portoghese passò ad amministrare direttamente il territorio, e le Companhias majestaticas scomparvero o vennero nazionalizzate dopo l’indipendenza. Oggi sono rimaste solo la Madal e la Boror, che si occupano della coltivazione della palma di cocco e di altre attività minori.
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Mentre i raggi del sole al tramonto illuminano i primi contrafforti della catena montagnosa del Namúli, al bivio di Ile lascio la Strada Nazionale e inizio a salire verso il Gurúe.
Mancano poco più di quaranta chilometri al termine del mio viaggio.
Nel marzo scorso, mentre preparavo le schede dei bambini da sostenere nel nuovo centro Madre Clara di Mumemo, suor Suzana mi aveva parlato della missione che la sua congregazione aveva nella località di Gurúe, capitale amministrativa dell’omonimo distretto, dove gli effetti della guerra non erano ancora stati cancellati. « Vieni a visitarci nel Gurúe – mi aveva ripetuto – e ti renderai conto della povertà che esiste tra quelle montagne. »
Avevo promesso a suor Suzana che, non appena avessi avuto la possibilità di recarmi in Zambesia, mi avrebbe certamente fatto piacere vedere quanto stavano realizzando e capire se vi erano le condizioni per iniziare un programma di adozione a distanza come quelli che, da molti anni, avevamo avviato con le sue consorelle in altre località.
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La missione delle suore Francescane, dove giungo con il buio, è situata pochi chilometri prima della cittadina, nei pressi di una grande chiesa costruita alla fine degli anni Quaranta dai missionari Dehoniani.
Poche centinaia di metri prima della chiesa, sorge la nuova missione, inaugurata da alcuni mesi.
A cena conosco Victor, un volontario portoghese giunto da poche settimane. Victor è un ingegnere meccanico, ha trentacinque anni e ha deciso di fare il volontario. « Lavoravo in un’azienda meccanica, guadagnavo bene, ma non mi sentivo realizzato. Ho deciso di cambiare vita. Dapprima la mia famiglia era contraria, ma poi ha capito. Qui insegno matematica e informatica. »
Dopo cena converso con suor Teresa, infermiera nel piccolo ospedale vicino alla missione. « Vi sono molti matrimoni prematuri – mi spiega - Qui le ragazze si sposano a 14-15 anni e hanno subito dei figli, ma non sono ancora pronte e molte volte muoiono. È difficile cambiare questa cultura, ci vorranno forse generazioni intere. »
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ll mattino seguente è suor Suzana che mi accompagna a visitare la missione, divisa in due parti. Nella prima vi sono sei edifici scolastici, ognuno con cinque aule, oltre ad un edificio per la direzione, uno per la segreteria e un campo da gioco.
Nel terreno a lato vi è la casa delle suore, la residenza per i visitatori, quella per i volontari e il grande centro d’accoglienza delle giovani. Intorno alle costruzioni vi sono aiuole e tutto è estremamente curato e ordinato. Il cielo azzurro, l’aria tersa e limpida, il verde delle colline e, nel fondo, i picchi rocciosi dei monti trasmettono un senso di quiete e di pace.
In una sala sono già in attesa i bambini che entreranno nel programma di adozione a distanza, accompagnati dai genitori. Abitano tutti nei pressi della missione e appartengono a famiglie che si trovano in particolari condizioni di indigenza e che le suore, nei giorni scorsi, hanno provveduto a recensire.
Si dispongono silenziosamente in fila, in attesa di essere chiamati. Quando giunge il loro turno, si avvicinano esitanti al tavolo per la registrazione dei dati anagrafici.
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Basta osservare per un istante i loro abiti a brandelli e i loro volti deperiti per rendersi conto della loro povertà. Hanno bisogno di tutto: alimenti, vestiti, scarpe, materiale scolastico, coperte.
Rivolgo qualche domanda ai bambini e ai loro genitori, ma mi accorgo che la maggior parte parla solo il dialetto. Alcuni hanno iniziato a frequentare la scuola e immagino come sia difficoltoso per loro apprendere. Quasi nessuno è stato registrato all’anagrafe e quindi pochi possiedono un documento.
Alcuni genitori non conoscono la data di nascita dei loro figli ma solo l’anno, anche se a volte accade che attribuiscano un’età di dieci anni a bambini che sono tenuti ancora in braccio.
La povertà è anche questo: non sapere quando è nato il proprio figlio.
Durante la giornata registriamo circa duecento schede, mentre altrettante prevediamo di registrarne domani: altri bambini che potranno avere vestiario, alimenti, istruzione e altre famiglie che potranno sperare, per i loro figli, in un futuro migliore.
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