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2005
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Il confine tra le case in cemento e le abitazioni in fango e foglie di palma è la chiesa della Sagrada Familia, realizzata all’inizio degli anni Cinquanta.
Poi, per alcuni chilometri, si alternano capanne e mercatini in cui si trova di tutto, dagli alimentari alle pile, dai detersivi ai ricambi per biciclette, numerose in questa città dove la mancanza di trasporti pubblici e la creatività hanno fatto nascere i taxi bicicletta che, per meno di mezzo euro, trasportano le persone dalla periferia al centro.
Terminate le capanne, quasi tutte con il tetto ricoperto da foglie di palma, inizia la distesa pianeggiante e acquitrinosa che, dopo Nicoadala, lascerà il posto alle basse colline che mi accompagneranno sino a Mocuba, prima tappa del mio viaggio verso il distretto di Gurúe.
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Ecco a sinistra la fabbrica che produceva oggetti in ceramica, chiusa ormai da molti anni. Sull’alto e stretto camino, il tempo non ha ancora cancellato il nome scritto verticalmente in lettere bianche: Ceramica Montegiro.
La strada scorrevole e il traffico quasi inesistente invogliano ai ricordi. Era il 1990 quando ho compiuto per la prima volta questo tragitto in compagnia di padre Lodovico, in visita alla località di Kufemba, un’esperienza rimasta viva nella mia memoria.
Allora, per giungere al bivio di Nicoadala, occorreva anche un’ora e mezza per le buche nell’asfalto che, quasi senza soluzione di continuità, mettevano a dura prova veicoli e persone. Oggi il tormento di un tempo è rimasto solo nei ricordi.
Ecco il ponte dove vi era il posto di controllo dell’esercito e dove ero rimasto sorpreso dagli abiti laceri dei militari e dalle loro armi tenute in spalla con pezzi di corda. Quelle persone rappresentavano il dramma del Mozambico: i sogni nati dall’indipendenza erano stati sconfitti poco tempo dopo dalle difficoltà economiche e dalla guerra civile.
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Ed ecco l’abitato di Nicoadala. Quindici anni fa molte costruzioni erano distrutte o abbandonate e qui non viveva quasi nessuno per le incursioni della guerriglia. Funzionava solo il mercato, ma vi era ben poco da acquistare.
Ora, ai due lati della strada vi sono abitazioni, negozi e chioschi che promettono le migliori galline arrosto e le bibite più fresche, mentre la strada è piena di gente.
Ecco a sinistra lo sterrato che conduce alla missione dove padre Lodovico mi aveva spiegato com’era avvenuta l’irruzione dei guerriglieri e come, fortunatamente, non gli fosse accaduto nulla.
Ancora qualche centinaio di metri ed ecco il bivio della Strada Nazionale che unisce, con un percorso di 2.700 chilometri, le due estremità del Mozambico. Le vecchie insegne di un tempo sono state sostituite da nuovi e grandi cartelli segnaletici.
A sinistra si raggiunge lo Zambesi e il sud, mentre proseguendo ci si dirige verso il nord. Ed è appunto questa la mia direzione.
Per giungere a Mocuba mancano ancora 130 chilometri di strada in terra battuta, ma da pochi mesi sono in corso i lavori per asfaltarla. Si viaggia tra continui cambiamenti di carreggiata e nuvole di polvere.
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È la tarda mattinata quando entro nella seconda città della Zambesia, un tempo attivo centro tessile e agricolo, oggi una cittadina con le strade dissestate e molti edifici fatiscenti.
Varco il cancello della missione dei Cappuccini e resto sorpreso nel vederne il cambiamento: l’edificio era stato nazionalizzato dal nuovo governo e utilizzato per gli usi più disparati. Solo dopo la guerra è stato restituito, ma in cattive condizioni.
Ricordo il giardino incolto, il seminario privo d’infissi, la casa dei Padri quasi inabitabile, mentre ora tutto è stato rimesso a posto.
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Vi è silenzio e non vedo nessuno, ma poi sento dei rumori provenire dall’orto e mi dirigo in quella direzione. Qualcuno sta potando i rami più bassi di un albero.
Anche se di spalle, lo riconosco subito. Mentre mi avvicino, si gira, rimane perplesso alcuni istanti, poi mi riconosce e mi stringe in un abbraccio.
In quegli attimi, mi rivedo nella missione dei Cappuccini di Coalane, oltre quindici anni prima, quando avevo incontrato per la prima volta padre Lodovico.
Ha la stessa aria serena di allora e la parlata è sempre calma e riflessiva. Mi chiede il motivo della visita e gli spiego che sono diretto nel Gurúe e devo ripartire subito. Desideravo solo salutarlo. « Ma non prima di aver pranzato » mi avverte. Mi racconta dei suoi anni a Mocuba, del seminario e del suo orto.
Mi fa visitare la nuova chiesa, piccola ma graziosa, costruita a pianta ottagonale “Come quella che abbiamo a Quelimane” precisa.
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Come vivi qui a Mocuba gli chiedo? Non ti senti solo? Improvvisamente ricordo che, molti anni fa, gli avevo posto una domanda simile.
E la risposta non poteva essere che la stessa. «Non sono solo. Qui ho la mia comunità, i miei seminaristi e l’Africa: sono la mia famiglia. »
Scompare per un lungo istante e ritorna con dei manghi e degli ananas. « Vengono dalle nostre comunità » mi spiega offrendomeli. « Ora riescono a produrne abbastanza anche per la vendita. »
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Prendo in mano i frutti della dedizione e della speranza, delle fatiche e del progresso, dei piccoli passi dei tanti Padri Ludovico sparsi per l’Africa, veri volontari a vita e vera garanzia di sviluppo.
Il resto, le grandi organizzazioni internazionali, i progetti a tavolino, gli uffici pieni di funzionari indaffarati tra relazioni e seminari sono, molto più spesso di quanto nessuno osi dire, solo spreco di tempo e di denaro
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