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2005
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Il piccolo custode - Ottobre
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La voce è sempre pacata e anche l’aria, modesta e schiva, è quella di un tempo. Padre Juan, il missionario spagnolo che mi aveva ospitato molti anni prima nella missione di Moatize, vicino a Tete, oggi insegna filosofia nel seminario poco distante dal chiosco dove, seduti ad un tavolino, stiamo sorseggiando una bibita nella sera afosa di ottobre.
Dall’altro lato della strada si fermano grandi vetture i cui occupanti, la maggior parte europei, si dirigono verso l’entrata di un ristorante. Alcune ostentano sulle fiancate nomi ed emblemi di grandi agenzie umanitarie internazionali e di Ong straniere, italiane incluse.
Ad ogni vettura che si ferma, un bambino di circa una decina d’anni, scalzo e gli abiti laceri, si avvicina all’autista e si offre come sorvegliante del veicolo.
Un’attività diffusa tra i bambini che vivono nella strada. Guardo di sfuggita il vecchio pick up di Manuel, un modello di quindici anni fa. « Vedi – mi dice ad un tratto rompendo il silenzio – un tempo vi erano i veri volontari, quelli che offrivano il proprio tempo e la propria professionalità in paesi come questo. Oggi non esistono quasi più. Oggi si chiamano cooperanti ».
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Un progetto di sviluppo dovrebbe essere elaborato con la controparte locale, i beneficiari, ma non sempre è così. Anzi, quasi mai è così. Le Ong, le Organizzazioni Non Governative, ossia le Onlus che concentrano la loro attività nella cooperazione allo sviluppo, vengono a conoscenza che in una determinata area geografica di un paese povero vi sono delle necessità.
Si organizza una visita con colloqui e raccolta di dati e, tornati nel proprio ufficio, si elabora il progetto che viene scritto da personale specializzato: dalla stesura dipende infatti l’accettazione da parte dell’ente finanziatore (in genere un’agenzia dell’Onu oppure il dipartimento allo sviluppo dell’Unione Europea) e quindi la sopravvivenza dell’Ong. Quando il progetto sarà pronto, verrà presentato ai beneficiari che, naturalmente, lo accetteranno.
Sulla carta lo schema classico di un progetto è sempre lo stesso: obiettivi, risultati, attività previste, risorse impiegate, monitoraggio e valutazione finale. Nella realtà gli obiettivi spesso sono disattesi, i risultati sono raggiunti solo in parte, la maggior parte delle attività previste sono condotte dall’Ong e non dalla controparte locale, monitoraggio e valutazione non vengono quasi mai eseguiti. Non si riflette sul fatto che ogni processo di sviluppo ha i propri tempi che non possono essere impostati a tavolino, ma devono tenere conto di culture e tradizioni locali.
Ogni progetto ha inoltre i suoi espatriati i cui stipendi sono anche venti volte superiori ai loro omologhi locali. In alcuni progetti il costo del personale espatriato arriva quasi alla metà del budget tra assicurazioni, viaggi aerei, affitto di abitazioni e uffici.
Tecnici dotati di particolari conoscenze o esperti in problematiche relative allo sviluppo? Non sempre è così. Negli anni trascorsi in Africa ho conosciuto persone professionalmente preparate, ma ho incontrato anche funzionari di organizzazioni umanitarie, italiane e straniere, che nei loro paesi nessuna impresa si sognerebbe di assumere. Il segreto è sempre lo stesso: conoscere delle persone che contano. Così questi paesi si riempiono di occidentali che girano da un locale all’altro, viaggiano su macchine che nei loro paesi non potrebbero permettersi, trattano gli africani con presunzione solo per il fatto di avere la pelle bianca, rimangono chiusi in uffici con aria condizionata e abitano in appartamenti in cui non manca nulla, salvo poi vantarsi di essere “volontari” e condividere la vita e il lavoro con i “colleghi” locali.
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Come mi dice padre Juan, la dizione “lavorare con l’Africa” dovrebbe essere sostituita da “lavorare grazie all’Africa”. « Non sono solo i dipendenti delle Ong o i capi progetto degli interventi finanziati dai governi, ma è una questione che riguarda anche le grandi agenzie umanitarie internazionali » aggiunge scuotendo la testa.
Annuisco e penso alla Fao, l’organismo delle Nazioni Unite per gli aiuti alimentari. La maggior parte dei quattromila dipendenti lavorano nella sede di Roma e, oltre ad avere stipendi che rappresentano un’offesa nei confronti dei paesi poveri, hanno diritto a privilegi e benefici, un vero e proprio spreco di denaro pubblico.
Un recente rapporto sull’insicurezza alimentare nel mondo sembra ammettere la sconfitta di questa agenzia umanitaria. “Il numero delle persone che nel mondo soffrono la fame non è mai calato dal 1992, anzi sta aumentando” ha dovuto ammettere il direttore generale della Fao.
Nessun progresso, anzi un peggioramento: nel periodo 2000 – 2002 gli affamati, nel continente africano, sono aumentati di 23 milioni e hanno raggiunto gli 854 milioni. I poveri stanno aumentando e i grandi progetti di cooperazione internazionale non riescono a migliorare la loro vita.
In Mozambico la comunità internazionale, dall’indipendenza ad oggi, ha investito migliaia di milioni di dollari per il benessere della gente e provvede a coprire oltre la metà del bilancio statale.
Vi è stato un miglioramento, e non poteva essere diversamente, ma molto inferiore a quanto ci si sarebbe aspettato da volumi monetari così consistenti. Alla gente arrivano solo le briciole di ciò che viene stanziato per l’aiuto allo sviluppo.
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Padre Juan ha le idee chiare: « Non servono i grandi progetti tecnologici, le organizzazioni umanitarie con costi di gestione più elevati delle risorse impiegate negli aiuti o il personale europeo che viene qui attirato dagli alti stipendi.
Tutto questo non porta sviluppo, ma solo complicazioni: quando il tecnico europeo andrà via, un motore si arresta o un componente elettronico dovrà essere sostituito, tutto si ferma. Io vengo da un piccolo paese agricolo della Spagna. Ricordo i nostri contadini che hanno iniziato a mietere con la falce e alla fine avevano la mietitrebbia e il trattore. Ma lo hanno fatto passando attraverso tutte le fasi intermedie.
Non serve inviare qui centinaia di trattori per poi essere messi da parte al primo guasto perché mancano i meccanici o le risorse per comperare i pezzi di ricambio.
Le cose devono essere fatte con gradualità. Occorre formare gente che lavori e che s’impegni, altrimenti creiamo solo dipendenza e non sviluppo. L’Africa ha bisogno di persone disinteressate, pazienti e capaci ».
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Padre Juan posa il bicchiere e riprende a parlare, spiegandomi il suo concetto sulla figura del volontario. « È una figura importante e deve avere determinate caratteristiche. Oltre a delle conoscenze tecniche e professionali, deve essere disponibile ad accettare situazioni che sono lontane dal suo stile di vita e deve aprirsi ad un’altra cultura senza giudicare o criticare usanze diverse dalle sue.
Ma soprattutto deve avere il dono dell’umiltà. Ho incontrato persone che hanno scelto il volontariato come fuga da realtà frustranti nei loro paesi.
L'Africa, dopo essere stata colonizzata per centinaia d'anni, non può diventare il raccoglitore di persone frustrate o fallite ».
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Due persone escono dal ristorante e salgono su un lussuoso fuoristrada. Il bambino che era rimasto a sorvegliare la vettura esce dall’ombra e si avvicina, in attesa della ricompensa.
Uno degli occupanti sporge la mano dal finestrino e porge una moneta. Sulla portiera è stampato il nome di una grande organizzazione europea che si occupa di protezione dei diritti dell’infanzia, anche quelli del piccolo custode che ha trascorso tutta la sera ad attendere gli occupanti della vettura. Ma il piccolo custode questo non lo sa.
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