2005 - Il futuro รจ un arcobaleno - Veziano Armandi
 

2005

Il futuro è un arcobaleno - Luglio

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Era una richiesta di adozione a distanza un po’ anomala: una lettera e alcune fotografie di bambini contenute in una busta indirizzata alla nostra associazione.
Era pervenuta tramite un sacerdote di passaggio a Beira che, a sua volta, l’aveva ricevuta dalla Diocesi di Quelimane.

A parte vi era un'altro foglio in cui era descritto il contesto: i bambini erano tutti orfani ed erano ospitati in una struttura provvisoria realizzata alla periferia della cittadina di Gurúe, a cui era stato dato il nome di Centro Arcoiris (Centro Arcobaleno), in attesa di costruirne una definitiva.

Eravamo perplessi. In casi del genere ci recavamo sul posto per verificare se esistevano le condizioni indispensabili per il corretto svolgimento dell’iniziativa. Occorreva valutare chi la proponeva, chi erano i beneficiari e quali le loro esigenze. E ancora, chi sarebbe stato il nostro referente locale e se possedeva la necessaria esperienza e sensibilità nel gestire l’intervento.

Tutti elementi che non conoscevamo e che, considerata la distanza in cui si trovava la località, ci avevano indotto a mettere da parte questa richiesta. Tutto questo accadeva nell’autunno del 2001.
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Passarono diversi mesi finché, in un giorno del 2002, in visita ai centri di sostegno di Quelimane, incontrai per la prima volta suor Assusena la quale mi parlò dell’asilo che, con il contributo di alcuni benefattori, stava lentamente e faticosamente realizzando, del numero dei bambini che aumentava e delle difficoltà per sostenerli.

Presi così la decisione di iniziare il programma di adozioni a distanza e, poche settimane più tardi, tutti i bambini dell’asilo Arcoiris avevano un padrino italiano.
Tuttavia, per vari motivi, nessuno di noi aveva mai avuto la possibilità di conoscere da vicino l'asilo di suor Assusena e questa lacuna andava colmata.

Ora, ospite da alcuni giorni nella missione delle suore Francescane, con suor Suzana mi stavo dirigendo a visitare l’unico centro di sostegno che conoscevo solo attraverso le fotografie che pervenivano: il centro ZG, il codice che avevamo dato al Centro Arcoiris, alla periferia della cittadina di Gurúe.
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L’antica località di Vila Jungueiro, divenuta Gurúe dopo l’indipendenza, era un tempo un attivo centro di produzione del tè, coltivato nelle centinaia di colline che circondano l’abitato ed esportato in tutta Europa.

Le prime coltivazioni iniziarono negli anni Venti, ad opera di un gruppo di imprenditori portoghesi i quali, dopo i soddisfacenti risultati ottenuti nel vicino Niassaland (oggi Malawi), scelsero la località di Gurúe, all’epoca un piccolo e isolato centro agricolo dell’Alta Zambesia, per impiantare le prime coltivazioni.

Negli anni, la produzione e l’esportazione in tutta Europa aumentarono costantemente sino al momento dell’indipendenza, quando le imprese produttrici vennero nazionalizzate e integrate in un’unica impresa statale.
Il successivo esodo del personale europeo causò ben presto il rallentamento della produzione, mentre la guerra civile dette il colpo di grazia alle fabbriche in cui venivano lavorate le foglie del tè.
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Anche la cittadina venne attaccata dai guerriglieri in diverse occasioni. L’ultimo attacco, quello dell’ottobre del 1988, iniziò all’alba. I guerriglieri occuparono la città mentre la popolazione fuggiva verso le colline. Nei giorni seguenti la città venne razziata: utilizzando le vetture, i trattori e gli autocarri esistenti vennero svuotate case, negozi, uffici, magazzini, ristoranti e mercati.
Fu solo dopo una settimana che alcune colonne dell’esercito regolare riuscirono a raggiungere la città, ma i guerriglieri si erano già allontanati.

Oggi, le strade prive di manutenzione, l’impossibilità di accesso al credito e l’eccessiva burocrazia, limitano la produzione a poco più di 6.300 ettari sui 20.500 di un tempo.
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Giungiamo a metà pomeriggio mentre suor Assusena sta distribuendo delle fettine di pane ricoperte di burro ai bambini seduti all’ombra di una tettoia.

La maggior parte sono femmine e indossano un grembiule chiaro. La loro età varia da tre a quindici anni. I maschi sono pochi e tutti molto piccoli.
« Privilegiamo le bambine perché sono quelle più indifese ed esposte ai maggiori rischi » mi spiega.

Conosco così Lourdes, nove anni, i cui genitori sono morti di Aids e i parenti, non potendo mantenerla, l’hanno portata qui; Marlene, quattro anni, la più debole di due gemelli, che è riuscita a recuperare il peso e a ristabilirsi; Celia, circa cinque anni, raccolta per la strada e del cui passato non si sa nulla; Zefania, otto anni, mandata qui dall’ospedale dopo che la madre era morta. 
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Per le meno giovani, le ragazze di quindici e sedici anni, suor Assusena ha organizzato da alcuni mesi una piccola scuola di sartoria e, in attesa che venga completata la costruzione del Centro Arcoiris, sotto una tettoia a ridosso di un muro della sua casa, ha collocato delle macchine per cucire dove le giovani allieve, una decina in tutto, sono seguite da alcune signore del quartiere.

Guardo i manufatti che hanno realizzato: tovaglie, tovaglioli, federe per cuscini e abiti che sono venduti nei mercatini locali. L’edificio in costruzione è composto da piano terra e primo piano.
« Abbiamo iniziato da oltre un anno e andiamo avanti a mano a mano che arrivano degli aiuti. Utilizziamo in parte quello che proviene dalle adozioni a distanza e in parte i contributi che ci donano altre organizzazioni. »

Mancano porte e finestre, i muri non sono intonacati, l’impianto elettrico non è stato ancora installato, ma due stanze del piano terreno sono già utilizzate come dormitori. Alcune giovani, già abbastanza grandi, arrivano in quel momento. « Vengono da scuola » spiega la suora. « Hanno compiuto quindici anni e sono uscite dal progetto di sostegno. »

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Negli interventi di adozione a distanza abbiamo fissato dei limiti temporali: considerato che l’aiuto esterno rischia di creare una mentalità assistenzialistica e quindi di rallentare il processo di auto sviluppo individuale, abbiamo stabilito un limite di 14-15 anni: a quest’età il minore sostenuto esce dal programma per permettere ad un altro di entrarvi e di riceverne i benefici.
Questo consente di aiutare il maggior numero possibile di bambini, in una catena di solidarietà che ci auguriamo possa continuare a trasmettersi nel tempo.

Quando lascio l'asilo, il sole al tramonto si riflette sull'insegna metallica in cui è stato dipinto l'arcoiris, l'arcobaleno che, per questi bambini, rappresenta una speranza per il futuro.