2004 - Veziano Armandi
Veziano Armandi: dal 1986 con i bambini del Mozambico

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2004

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Vivere tra i rifiuti - Marzo

Ogni giorno, nella discarica dei rifiuti alla periferia di Maputo, Francisco, dodici anni, rovista nei cumuli di immondizie alla ricerca di lattine vuote di bibite. Le raccoglie in un grande sacco e alla fine della giornata le vende per circa un euro. Ogni sera torna a casa e consegna alla madre quello che ha guadagnato. Servirà per poter sfamare i suoi tre fratelli con riso e pesce secco. Lui invece raramente mangia alla sera: durante il giorno ha provveduto a nutrirsi con gli avanzi che i ristoranti lasciano nella discarica. Francisco non è il solo a rovistare nella spazzatura: con lui vi sono altre decine di bambini, alcuni più piccoli, altri più grandi, che passano tutta la giornata in mezzo al fumo acre dei rifiuti bruciati della discarica. Francisco ha dodici anni ed è uno dei tanti bambini vittime dei conflitti, delle migrazioni e della fame che ogni giorno vagano per le città africane vivendo di espedienti, di piccoli furti, di elemosine o che hanno preferito la strada agli abusi e alle violenze della propria casa d’origine.
Sorta negli Anni Sessanta, in piena epoca coloniale, quando la città si chiamava ancora Lourenço Marques, la discarica è l’unica della città che, dai 500 mila abitanti di un tempo, oggi ne possiede oltre 2 milioni. In origine il nucleo urbano era distante diversi chilometri mentre oggi, in seguito all’espansione urbana causata dalla povertà delle zone rurali e dalla guerra civile, la discarica si trova in uno dei più popolosi quartieri di Maputo, Hulene, che ne subisce pesantemente le conseguenze ed accoglie quasi 1.000 tonnellate di rifiuti al giorno provenienti dalla zona centrale della capitale, una situazione che il municipio gestisce con sempre maggiore difficoltà. Alcuni anni fa è stato costruito un muro per dividerla dalla strada principale e dalle abitazioni sorte nel frattempo. Oltre questo muro, montagne di rifiuti, fumo acre, odore insopportabile e mosche. In fondo, oltre i cumuli di rifiuti, i decolli e gli atterraggi del vicino aeroporto sottolineano la differenza tra due mondi, quello della sopravvivenza e quello dell’abbondanza.
Qui vengono depositati anche rifiuti tossici e ospedalieri, senza alcun controllo delle autorità. “ É un vero e proprio attentato alla salute pubblica – afferma il conducente del taxi che mi ha accompagnato qui – perché non vi sono controlli su quello che viene scaricato e incenerito. Vede questo fumo? La gente che vive qui lo respira continuamente, giorno e notte. Ma non è solo il fumo a disturbare, la zona è piena di mosche che trasmettono malattie, specie ai bambini”.

Nella discarica predominano l’arroganza e l’aggressività. A volte giungono dei visitatori, in particolare stranieri, che avendone sentito parlare vogliono rendersi conto della realtà ma devono vedersela con giovani ostili, sporchi e pieni di tatuaggi e solo dopo aver contrattato la cifra da pagare, è possibile entrare.
All’interno decine di figure ricurve, giovani, vecchi, donne e bambini frugano tra i cumuli di rifiuti ponendo in grandi sacchi quello che ritengono utile alla vendita o alla loro alimentazione. In genere la ricerca si divide in tre fasi: la prima inizia quando giungono gli autocarri e i più giovani e più svelti, in attesa all’ingresso, saltano sul cassone al volo, aggiudicandosi il diritto di priorità nella ricerca che comincia con il mezzo ancora in movimento. La seconda fase è la ricerca più profonda, che inizia dopo che il carico è stato depositato e la prima selezione è già avvenuta. Di questa seconda fase se ne occupano le donne, i bambini ed i vecchi. L’ultima fase riguarda la vendita dei prodotti che a volte sono venduti direttamente da coloro che li hanno raccolti o a volte tramite intermediari.
Si raccoglie tutto ciò che può avere un valore, anche minimo ed ogni categoria ha una propria specializzazione: gli uomini più forti hanno il monopolio dei prodotti più pregiati; le donne ed i bambini raccolgono resti di cibo, lattine di bibite, recipienti di plastica, pezzi di legno, scatole di cartone, sigarette e stracci mentre gli anziani provvedono alla raccolta di pezzi di lamiera o di legno.
Mentre mi avvio per uscire da questo inferno dantesco giro lo sguardo e vedo Francisco intento a rimuovere i rifiuti con un'asta di metallo, la testa bassa e lo sguardo assorto nel calore e nel fumo della discarica.   


Una scuola per restare
- Maggio

Vi era un tempo in cui queste terre rifornivano la capitale di carne, latte, frutta. Nelle fattorie qui intorno si producevano patate e pomodori che si esportavano in Sudafrica. Più avanti, verso Maholela, vi erano le più grandi piantagioni di limoni della provincia. Erano i tempi dell’abbondanza. Ora non esiste più nulla, neanche l’acqua del fiume”.
L’uomo si volta ad osservare il corso d’acqua che scorre alle sue spalle ed io seguo il suo sguardo: la siccità che sta colpendo l’Africa Australe ha ridotto l’Incomati, uno dei più grandi fiumi della regione, ad un filo d’acqua che scorre in un alveo di sabbia, pietre e canne in cui emergono, qua e là, delle pozze d’acqua contese da uomini e animali.
Abbiamo lasciato alle nostre spalle le ultime case di Moamba, una località situata a poche decine di chilometri da Maputo e, in visita ad alcune scuole del distretto, ci siamo fermati ad osservare il ponte distrutto dalla piena del 2000 e non ancora ricostruito. L’uomo addetto alla sorveglianza dell’ impianto di captazione dell’acqua, in questo momento inattivo, riprende a parlare. “Pensavamo che il fiume fosse eterno, con i suoi margini boscosi, le fattorie e le mandrie di buoi che si abbeveravano. Il fiume per noi era immutabile come le montagne che là in fondo segnano il confine con il Sudafrica e dove molti di noi hanno scelto di andare”.
Ma il tempo di cui parla l’uomo addetto alla sorveglianza dell’impianto è  ormai solo un ricordo nella memoria dei meno giovani. Erano i tempi dell’abbondanza, ma per pochi. Da un lato vi erano i coloni con le loro grandi fattorie e gli allevamenti di bestiame; dall’altra le popolazioni locali senza possibilità e mezzi tecnologici per uscire da un’agricoltura di sussistenza o per migliorare la qualità del poco bestiame che possedevano, impegnate a risolvere un problema apparentemente irrisolvibile: produrre il sufficiente per le necessità della famiglia e pagare nello stesso tempo l’imposta obbligatoria alle autorità coloniali, pena il lavoro forzato, il xibalo. Il miracolo della sopravvivenza di queste comunità era il fiume, lo stesso fiume che adesso è avaro d’acqua per la siccità.

Con il ponte crollato, per raggiungere le tre località che dobbiamo visitare oggi, occorre fare un ampio e lungo giro passando dal villaggio di Sábie. Nonostante siano le prime ore del mattino, il caldo è già opprimente e mette un po’ a disagio il pensiero di dover trascorrere l’intera giornata percorrendo le strade sconnesse del distretto. La vettura solleva nuvole di polvere mentre attraversiamo un paesaggio segnato da basse colline e scarsa vegetazione.
Ai margini della strada delle costruzioni diroccate, un tempo fattorie, magazzini ed empori, sono la testimonianza delle distruzioni della guerra e, probabilmente, di scelte politiche errate. Dalle rare capanne i bambini si affacciano ad osservare il nostro passaggio. Impieghiamo circa un’ora per raggiungere il posto amministrativo di Sabie, una fila di bassi e grigi edifici allineati ai margini della via, alcuni abbandonati, altri corrosi dall’umidità, che infondono un senso di desolazione. Appena terminato l’abitato iniziano nuovamente i campi incolti e nuovamente, dalle capanne di paglia e fango, i bambini si affacciano per osservare il veicolo che, avvolto in una nube di polvere, interrompe la quiete dell’assolato mattino mentre nei campi vicini le donne, continuando a zappare, ci lanciano un’occhiata e gli uomini, tranquillamente seduti all’ombra dei pochi alberi, ci seguono con lo sguardo.

Raggiungiamo la nostra prima meta, la scuola primaria di Xitevele a metà mattinata. La scuola è situata in un edificio spoglio e disadorno, un tempo adibito a magazzino, diviso in tre locali. Gli alunni siedono sul pavimento ed un pannello di legno dipinto di scuro, appoggiato al muro, viene utilizzato come lavagna. Le classi, dalla prima alla quinta, contrariamente a quanto succede in molte altre scuole, non sono molto affollate. Questa località infatti, e le altre che visiteremo oggi, non possiedono molti abitanti. Abbandonate negli anni della guerra, molti non vi hanno più fatto ritorno. La scarsezza d’acqua, l’impossibilità di commercializzare i prodotti agricoli per la mancanza di vie di comunicazione e l’esistenza di zone ancora minate, hanno causato l’emigrazione verso la capitale o nel vicino Sudafrica. Chi ha scelto di rimanere coltiva solo il necessario per sopravvivere.
Il colloquio con un’insegnante ci conferma che solo la metà dei bambini in età scolare è iscritta a scuola, una realtà che già immaginavamo e comune a molte zone rurali: “Le famiglie non possono comperare il materiale scolastico ed i figli sono utilizzati come mano d’opera per coltivare la terra o per badare ai fratelli più piccoli oppure vengono mandati in Sudafrica al servizio di famiglie benestanti”. Gli insegnanti sono tre e si dividono le cinque classi: prima, seconda e terza al mattino; quarta e quinta al pomeriggio. Vivono con le loro famiglie e tutti coltivano un pezzo di terra da cui ricavano del cibo. Non hanno molti sussidi didattici: qualche libro, del gesso, qualche penna e delle matite. Hanno però la piccola fortuna di insegnare in un locale in cui vi è un tetto, a differenza di molte altre scuole situate sotto ad un albero.

È  quasi mezzogiorno quando lasciamo la scuola di Xitevele diretti a Goane a circa quaranta chilometri di distanza. Il calore dentro all’abitacolo della vettura è  opprimente. Man mano che i chilometri si susseguono e ci avviciniamo alle alture che segnano il confine con il Sudafrica, il paesaggio cambia e la vegetazione diviene più rigogliosa.
Anche Goane è una località molto piccola, con capanne sparse tra la vegetazione e piccoli campi coltivati a mandioca e mais, l’alimentazione utilizzata nelle zone rurali. Vi sono in tutto tre costruzioni in muratura: un minuscolo posto sanitario, un vecchio deposito di cereali utilizzato dall’ amministrazione della località per le riunioni e la scuola, ospitata in un edificio appartenente ad un privato, il quale, temporaneamente assente, lo ha imprestato alle autorità scolastiche. L’edificio è composto da tre locali ma, non essendovi posto per tutti, una classe siede fuori all’ombra del muro. L’insegnante si chiama Jacinto, lavora qui da sei mesi e gli alunni che stanno seguendo le sue spiegazioni sono attenti e un po’ timorosi di fronte a questi stranieri che vengono da chissà quale paese lontano. Gli alunni di questa scuola sono in totale un centinaio, le loro famiglie vivono coltivando il terreno,  a volte situato lontano dall’abitazione e molte volte, nel periodo della raccolta, devono aiutare i genitori assentandosi da scuola per alcune settimane.
Chiediamo se anche qui sia diffuso il fenomeno migratorio verso il Sudafrica. “Certamente. Molti emigrano semplicemente passando le montagne e sperando nella fortuna. Non solo adulti ma anche bambini e giovani, soprattutto ragazze. I bambini sono utilizzati per i lavori agricoli e le giovani vengono impiegate nei lavori domestici”.
Al momento del commiato, Jacinto ci chiede se aiuteremo la sua scuola, ma in questo momento non possiamo dargli una risposta certa. La missione di oggi ha lo scopo di verificare le possibilità di un nostro intervento, che verrà valutato successivamente.  Dividiamo con Jacinto e gli altri insegnanti i panini che abbiamo portato con noi e ci rimettiamo in viaggio per la terza località, ad oltre un’ora di distanza.

Qui non vivono molte persone. Durante la guerra la maggior parte della popolazione si è allontanata. Qualcuno poi è tornato ma per andare via di nuovo. La gente sopravvive coltivando il proprio pezzo di terra. Vedete queste montagne? Il Sudafrica è lì dietro e tanti hanno preso quella strada per cercare fortuna dall’altra parte”. Le montagne sono vicine e il miraggio del ricco Sudafrica ha attirato molti. Decine di migliaia di mozambicani sono emigrati in cerca di migliori condizioni di vita, nella maggior parte dei casi passando la frontiera illegalmente e accettando qualunque lavoro per uno stipendio irrisorio. “Questo è uno dei punti più facili per passare la frontiera ma anche uno dei più pericolosi: dall’altra parte vi è il Kruger Park e si trova sempre qualcuno sbranato dai leoni” continua l’insegnante della terza e ultima scuola che stiamo visitando, quella di Langa: quattro pali di legno che sorreggono un tetto di lamiera e venti bambini in tutto che ci stanno guardando meravigliati per questa visita inaspettata e due insegnanti che vivono qui da circa un anno.
Chiediamo quali contatti abbiano con la Direzione Educativa Distrettuale. “Li vediamo una volta al mese, quando ci portano lo stipendio. Poi, sino al mese successivo, non si fa vivo nessuno”. Lo stipendio equivale a circa 35 euro, di cui circa 12 spesi per un sacco di riso e 8 per trasportarlo sino qui. Vivono in due capanne poco lontano dalla scuola, le loro famiglie abitano in città e gli alunni, come è consuetudine, provvedono a portare loro la legna per cucinare e vanno a prendere l’acqua. Lamentano di vivere lontani dalle loro famiglie e sperano di essere trasferiti presto. “Abbiamo fatto entrambi una domanda di trasferimento. Speriamo venga accolta”.

A metà pomeriggio iniziamo il viaggio di ritorno, stanchi per il caldo e i sobbalzi della strada ma allietati dal ricordo dei visi sorridenti dei bambini e pensierosi di fronte alle richieste ricevute in ogni scuola. Faremo il possibile per intervenire anche in queste località lontane e dimenticate offrendo il nostro aiuto perchè tutti, bambini ed insegnanti, abbiano la possibilità di avere il futuro migliore che meritano, considerati i sacrifici e le condizioni veramente difficili in cui i primi studiano ed i secondi insegnano.
Vorremmo infatti che questi bambini, divenuti adulti, abbiano la possibilità di vivere e lavorare nel loro Paese senza essere costretti ad emigrare e questo può avvenire migliorando la qualità dell’insegnamento, favorendo l’aumento delle iscrizioni scolastiche, creando condizioni di lavoro diverse per gli insegnanti e coinvolgendo tutta la comunità locale. L’adozione a distanza è lo strumento con cui poter iniziare a costruire una scuola per restare.


Aids: una sfida per il futuro
- Luglio

Fernando Mondlane ha 16 anni e vive a Marromeu, un villaggio nella provincia di Sofala costruito attorno ad uno zuccherificio distrutto dalla guerra alla metà degli anni Ottanta e da poco rimesso in funzione. Fernando da sei mesi è diventato, suo malgrado, capofamiglia, dopo che i suoi genitori sono morti per l’Aids. Due anni fa è morto il padre e, alcuni mesi orsono, è stata la volta della madre. Nessuno ha detto a Fernando che i suoi genitori avevano contratto il virus. Quando ha accompagnato al piccolo ospedale rurale la madre, è bastato uno sguardo del tecnico sanitario (non vi sono medici nei villaggi ma solo infermieri specializzati che li sostituiscono) per capire che ormai non vi era più nulla da fare. Anche per il padre, deceduto all’ospedale di Beira, era stata la stessa cosa. Allora aveva parlato con un medico che si era limitato a dirgli che si trattava di malaria.
In realtà non era un’asserzione falsa: l’Aids, riducendo la resistenza dell’organismo, induce l’insorgere di malattie come la malaria, la polmonite e ogni tipo di infezioni. I vicini nel villaggio hanno però capito e, come purtroppo succede in molti casi del genere, hanno isolato Fernando e i suoi fratelli. Ha dovuto lasciare la casa in affitto in cui viveva con i familiari (una costruzione in fango e paglia) ma ha avuto la fortuna di trovare un impiego saltuario come bracciante agricolo. Guadagna l’equivalente di tre euro al giorno lavorando dalle sette del mattino alle cinque del pomeriggio a tagliare la canna da zucchero o a raccogliere il mais. Con il ricavato del lavoro è riuscito ad acquistare il materiale per costruire una casa di paglia e bambù (in totale l’equivalente di cento euro) dove vive con i due fratelli più giovani, entrambi a suo carico. Nei giorni in cui non riesce a lavorare, tutti loro mangiano una sola volta o addirittura non mangiano del tutto. Quando i suoi fratelli gli chiedono notizie dei genitori, evita di rispondere e parla d’altro. Fernando è uno dei tanti minori che in Mozambico sono rimasti orfani dei genitori e devono prendersi cura dei parenti più giovani o di un genitore ammalato.
I bambini come Fernando, vittime inconsapevoli dell’Aids, sono oggi in Mozambico oltre 585.000 e questa cifra salirà a 1.650.000 nel 2010, se vengono mantenute le proiezioni attuali, come ha affermato il Ministero della Sanità.

Questo non è solo un problema che riguarda il Mozambico: tutto il continente africano è minacciato da una tragedia umana senza precedenti. Il numero dei minori orfani o in condizione di vulnerabilità a causa dell’Aids nell’Africa sub sahariana risulta più grave del previsto e, ad oggi, non è possibile avere una dimensione precisa di questa tragedia. Molti minori si trovano ad affrontare i problemi legati alla malnutrizione, all’impossibilità di continuare la scuola, alla mancanza di cure adeguate e allo sfruttamento del lavoro. Per la prima volta nella storia dell’umanità un evento epidemico interessa tutti i paesi del mondo.
Le epidemie di colera o di peste dei secoli scorsi avevano contorni geografici più o meno delimitati mentre l’Aids ha una dimensione globale. L’Unaids, l’agenzia delle Nazioni Unite che coordina le diverse iniziative sull’epidemia, calcola che, nel solo 2000, siano decedute circa tre milioni di persone e, dall’inizio dell’epidemia ad oggi, quasi 25 milioni tra adulti e bambini. In Mozambico si stima che siano quasi due milioni i mozambicani sieropositivi con una percentuale media di incidenza che oscilla dal 17 al 24 per cento, a secondo delle diverse provincie. L’incidenza nelle donne è più elevata che negli uomini: nel 2002 le donne con meno di trent’anni sono state colpite dall’epidemia nel 36 per cento dei nuovi casi di infezione mentre la percentuale per gli uomini è stata del 13 per cento. Una particolarità dell’epidemia è che non solo priva il Mozambico di una parte considerevole degli individui più produttivi, ma lascia oneri pesanti alla società, uno dei quali è appunto rappresentato dall’aumento degli orfani.
La gravità della situazione sta mobilitando le forze sociali, impegnate in grandi campagne di sensibilizzazione. Il presidente Joaquim Chissano ha descritto nei seguenti termini la situazione dell’epidemia: “…la morte a causa dell’Aids sta avanzando veloce… I giovani sono i più colpiti. Il 20% del nostro futuro è condannato”.

Un gran numero di orfani è costretto a prendersi cura dei fratelli più giovani o dei genitori ammalati mentre le organizzazioni religiose e quelle umanitarie non sono in grado di sostenere un numero così elevato di bambini. Sono pochi quelli che, come Fernando, trovano la forza e l’iniziativa di reagire, certamente non semplice in un contesto in cui sovente, non solo gli ammalati di Aids ma anche gli orfani, sono emarginati dalla comunità e, di conseguenza, sono aggravate ancor più le loro condizioni sociali e reso più difficoltoso il loro inserimento nella società.
A fianco dell’aspetto sanitario, gestito dal Ministero della Sanità e da organizzazioni umanitarie specializzate, occorre intervenire anche su quello della prevenzione per le fasce più a rischio. Per questo abbiamo recentemente elaborato un intervento che, se finanziato, verrà realizzato in alcuni quartieri della città di Beira ed il cui obiettivo è fornire le conoscenze necessarie sull’epidemia, sensibilizzando giovani e adulti sul pericolo del contagio e sulle possibilità di prevenzione. L’intervento segue le indicazioni del “Piano strategico per l’Aids 2000-2004” stabilito dal Ministero della Sanità circa la partecipazione di organizzazioni internazionali e organizzazioni non governative presenti nel Paese per elaborare un piano di lotta contro la malattia.
Con questo intervento il Centro Cooperazione Sviluppo risponde alle nuove sfide che si presentano, scegliendo di intervenire a fianco delle comunità e dei giovani, un compito che porta avanti dalla sua nascita.

Esmabama: le quattro stelle - Settembre

Sono in corso le distribuzioni del primo semestre nelle scuole che stiamo sostenendo nelle provincie di Maputo, Sofala e Zambezia. In totale oltre novemila alunni che ricevono materiale scolastico e vestiario oltre ad altri beni stabiliti di volta in volta in base al periodo dell'anno e alla situazione locale: zanzariere, generi alimentari, prodotti per l'igiene personale, coperte ed altro ancora. Novemila bambini distribuiti in 54 località: il risultato di un lavoro iniziato molti anni fa ed un notevole impegno logistico a cui tuttavia il nostro staff mozambicano riesce a far fronte con efficienza. Il crescente numero delle località in cui il Centro Cooperazione Sviluppo è presente non mi consente, come un tempo, di partecipare a tutte le distribuzioni ma solo ad una parte. In questi giorni accompagnerò la distribuzione del materiale nelle missioni curate da Padre Ottorino: una buona occasione per ritornarle a visitarle e constatare i progressi realizzati tramite Esmabama, l'associazione di cui Padre Ottorino è fondatore e animatore ed il cui nome deriva dalle iniziali delle località in cui si trovano le missioni di Estaquinha, Machanga, Barada e Mangunde: le quattro stelle, come ama chiamarle Padre Ottorino. Questo progetto è iniziato nel 1995 ed ha per obiettivo il recupero e lo sviluppo delle missioni che il governo aveva dapprima nazionalizzato e poi restituito alla Chiesa.
In queste missioni stiamo sostenendo, tramite le adozioni a distanza, una parte degli alunni che frequentano la scuola primaria. Abbiamo iniziato nel 1999 con la missione di Estaquinha, nel 2000 con quella di Machanga, nel 2002 in quella di Mangunde e da pochi mesi siamo presenti anche nella missione di Barada, la nostra prima meta, dove ci attende Padre Ottorino per accompagnarci in questa visita.

Raggiungiamo Barada nel modo più rapido, il mare, dopo quasi due ore di barca a motore da Beira. La località si trova infatti dall'altra parte della baia e, se le condizioni del tempo lo consentono ed il motore della barca, sempre stracolma di persone e mercanzie, non fa i capricci, il mare è la via più veloce ed economica. Attraversiamo la baia senza problemi e, dopo venti minuti di cammino, entriamo nella missione. È la più antica delle quattro, la più grande e quella in cui è iniziato il progetto Esmabama. “Il progetto è nato come risposta alla richiesta della gente che, dopo la guerra, ci chiedeva di poter mandare a scuola i figli” spiega Padre Ottorino dall'alto della sua imponente figura. Conosco questa missione per esservi già stato diverse volte ma per i miei accompagnatori è una sorpresa vedere le estese piantagioni di noci di cocco che circondano gli edifici e le centinaia di capi di bestiame nei recinti. Vi è un convitto maschile ed uno femminile frequentato da giovani che vivono lontano e per i quali questa è l'unica possibilità di poter studiare. Alcune costruzioni non sono ancora del tutto completate: mancano infatti diverse aule ed i refettori ma, tra pochi mesi, sarà tutto terminato. Padre Ottorino ci tiene a sottolinearlo: “Questa è l'unica scuola secondaria della zona e garantisce formazione umana oltre che accademica. Oltre all'aspetto educativo vi è da sottolineare anche quello sanitario, fondamentale per offrire alle persone la possibilità di curarsi. In questa provincia i centri sanitari sono pochissimi e in ogni missione diamo la possibilità, sia ai nostri studenti che alla popolazione, di avere assistenza medica”. A Barada ci fermiamo per la notte ed il mattino dopo partiamo per  Estaquinha.

Da Barada a Estaquinha occorrono oltre tre ore di viaggio su di una strada in terra battuta tra capanne, bambini che rincorrono la vettura, vasti campi di canna da zucchero abbandonati dopo la distruzione dello zuccherificio di Buzi, causato dalla guerra civile, e che intravediamo in lontananza. Estaquinha è una missione in crescita: osservo che la scuola è quasi terminata ed attorno è aumentato lo spazio coltivato: vi è l’immancabile mais, base dell’alimentazione locale, oltre a patate, fagioli e pomodori mentre sta terminando la realizzazione di un impianto di irrigazione. Anche la scuola è stata ampliata da poco tempo per consentire di far fronte all’aumentata domanda di alunni. “Nella scuola abbiamo oltre un migliaio di iscritti che possono frequentare sino all’ottava classe e per il prossimo anno prevediamo di arrivare alla decima” spiega Padre Ottorino. Mentre è in corso la distribuzione agli alunni, visito alcune aule. Sono spaziose, ben illuminate ed i banchi sono in buone condizioni. Tutte hanno alle pareti una carta geografica. Rifletto sul fatto che sono ben diverse dalle aule delle scuole pubbliche pur se anche queste sono scuole pubbliche ma gestite dalla missione. I programmi didattici sono identici ma gli insegnanti sono in genere più preparati rispetto ai loro colleghi statali. Inoltre i missionari, grazie alle sovvenzioni che ricevono, hanno la possibilità di acquistare arredi e materiale didattico mentre alle scuole statali tutto ciò è negato: spesso le aule non hanno banchi, non vi sono servizi igienici e sovente accade che lo stipendio agli insegnanti arrivi in ritardo.

Nel primo pomeriggio si parte per Mangunde, la terza missione, dove arriviamo dopo due ore di strada in discrete condizioni. Incrociamo il camion che il giorno precedente ha portato il nostro materiale e che, scaricato quello destinato a Mangunde, si sta ora recando a Machanga per lasciare il resto del carico. Mangunde è la missione più grande e, nel rettilineo che conduce all'edificio principale, vi è un intenso andirivieni di persone: studenti che hanno terminato le lezioni e tornano a casa, contadini che ritornano dai campi, bambini che si rincorrono. Molti riconoscono la vettura di Padre Ottorino e fanno cenni di saluto. Adagiata sulla riva del fiume Buzi, Mangunde è la missione che si trovava nelle peggiori condizioni: la guerra l'aveva semidistrutta assieme al centro sanitario e alla scuola. Quando finalmente era stata ricostruita, nel 2000 l'alluvione prima ed un ciclone subito dopo, l'avevano nuovamente resa inabitabile. Ora è quasi completata per la seconda volta: oltre all'edificio principale ha una scuola primaria, una secondaria, un convitto maschile, uno femminile ed un nuovo centro sanitario, il più attrezzato della zona, gestito dalle suore comboniane. “Quando nel 1995 siamo arrivati qui – racconta suor Anna – non vi era nulla, tutto era distrutto e le persone andavano dallo stregone. Ora abbiamo un centro sanitario efficiente ed una maternità con la possibilità di ospitare le madri che abitano lontano. Non abbiamo però un medico e trasferiamo i casi più seri all’ospedale di Nhamatanda”. Alla sera ceniamo con i ragazzi del convitto: polenta, mais e pesce secco. “Offriamo a questi giovani la possibilità di avere un'istruzione” spiega Padre Ottorino. “Qui possono frequentare la scuola e fuggire la tentazione di rifugiarsi in città rischiando di diventare ragazzi di strada”. Il mattino seguente viene effettuata la distribuzione agli alunni che, compostamente in fila, attendono di essere chiamati per ricevere il materiale che useranno a scuola e qualcuno anche una cartolina inviata dal sostenitore. Dopo aver pranzato ci mettiamo in viaggio per la quarta ed ultima missione, Machanga, la più lontana, situata all'estremità della provincia di Sofala, in riva al fiume Save.

Impieghiamo quasi tre ore per raggiungere Machanga, situata a 450 chilometri da Beira. È la missione che è rimasta più isolata ed anche qui, come a Mangunde, dopo l'alluvione causata dallo straripamento del Save, è stato il ciclone a spazzare via quello che era rimasto in piedi. Il suolo è povero e sabbioso e non vi è molta produzione cerealicola. La missione è vicina al piccolo aeroporto che viene utilizzato per trasportare generi alimentari nei periodi di crisi alimentare. Oltre all'edificio principale, non molto grande, vi è la scuola primaria, quella secondaria ed il convitto maschile. In tutte le missioni ai giovani viene data anche un'istruzione agricola: visitiamo l'orto che produce patate, mandioca e granoturco. La scuola, ricostruita dopo l'alluvione del 2000, è stata riconosciuta dal governo lo scorso anno e gli alunni attualmente sono circa 800. Notiamo che sono in costruzione diverse case per gli insegnanti. “ È indispensabile che gli insegnanti possano vivere vicino alla scuola” spiega Padre Ottorino. “Il fatto che molto spesso non abbiano un alloggio decoroso e condizioni di lavoro soddisfacenti ha delle conseguenze negative sulla qualità dell’insegnamento. Per esempio - spiega - come può accettare serenamente di lavorare un insegnante che, lasciata la casa e la famiglia in città, deve vivere in capanne di paglia, senza luce, acqua, assistenza sanitaria, lontano dalla moglie e dai figli? Succede che vi siano insegnanti che abbandonano l’insegnamento, mescolino la loro professione con il commercio ed entrino in conflitto con la famiglia. Devono quindi avere condizioni di vita e di lavoro dignitose”. La distribuzione, iniziata appena dopo il nostro arrivo a metà mattinata, termina nel primo pomeriggio.
Il tramonto ormai imminente ci suggerisce però di non iniziare il viaggio di ritorno in base alla tacita regola che in Africa è bene non viaggiare con il buio, a meno che non sia indispensabile. Torneremo a Beira, il mattino seguente. Mentre, dopo cena, mi soffermo ad osservare lo spettacolo del cielo stellato, medito sul cammino percorso in questi anni, realizzato con il sostegno di migliaia di amici italiani che hanno adottato a distanza un bambino.

La vita a tendere la mano - Novembre

Helena è giovane. Ha un bel sorriso e, se la povertà non l’avesse costretta ad essere una mendicante, sarebbe probabilmente stata contesa da molti suoi coetanei. Helena è nata nel 1987 ed ha iniziato a chiedere l’elemosina all’età di 5 anni assieme al padre cieco. Oggi ha 17 anni ed afferma che solo il matrimonio potrebbe toglierla dalla strada. Ma, sino a quando non succede, preferisce accompagnare il padre per le vie della città di Beira e tendere la mano ai passanti. Se si sposasse, sarebbe uno dei fratelli più giovani ad accompagnare il padre a chiedere l’elemosina.
"Questa à l’unica maniera per poter garantire la sopravvivenza alla mia famiglia” dice Helena. “Dove abitiamo paghiamo 100.000 meticais di affitto mensili (circa 4 euro). Dove troveremmo questo denaro se mio padre smettesse di essere un mendicante? ”. Afferma che non ha mai iniziato nessuna scuola ma ”una donna non ha bisogna di studiare molto. Sono gli uomini che devono farlo per potere aiutare nel futuro”. Ogni tanto aiuta la madre nei lavori domestici e nella coltivazione di un piccolo pezzo di terra che produce degli ortaggi, a cui però provvedono generalmente i suoi quattro fratelli. “Mensilmente mio padre riesce a racimolare dai 450.000 ai 600.000 meticais” (dai 16 ai 25 euro). Durante il giorno Helena e il padre non pranzano perché non ne hanno la possibilità ma a volte in qualche ristorante riescono a farsi dare degli avanzi. Il padre di Helena, Insange, è divenuto cieco all’età di 18 anni a causa di un incidente sul lavoro quando stava lavorando nella costruzione della ferrovia.
A quell’epoca vi era il “xibalo” il lavoro obbligatorio che i coloni imponevano periodicamente alla popolazione locale. Quando ha avuto l’incidente nessuno si è occupato di lui e, da quell’età, ha avuto inizio il suo lungo e triste cammino di mendicante. “Non ho nessuna alternativa. Sino a quando l’età me lo consentirà - afferma il padre di Helena – continuerò a chiedere l’elemosina”. Insange è ormai anziano ed inizia ad avere delle difficoltà a camminare: presto non sarà più in grado di farlo.

Helena e il padre appartengono al grande numero dei mendicanti che, con deficienti fisici, anziani e malati, tutti i giorni tendono la mano nelle città e nei villaggi del Mozambico. Migliaia di loro hanno figli condannati a vivere un presente ed un futuro drammatico. Il loro numero cresce di giorno in giorno, nonostante i programmi di riduzione della povertà e di distribuzione di alimenti che il governo e le organizzazioni umanitarie svolgono.
Sporchi, scalzi, con abiti laceri, sono presenti in tutti gli angoli delle città ed è quasi impossibile durante la giornata non essere avvicinati da qualcuno con il braccio teso: un cieco, un bambino di strada, un anziano che a stento cammina. Sotto il sole o la pioggia, a volte ingiuriati, a volte disprezzati, spesso evitati, la loro presenza è continua: ai semafori, nei negozi, nei bar, nei mercati, negli uffici vi è una processione quotidiana di persone che chiedono qualche moneta per poter mangiare. Mescolati a queste persone, vi sono anche i bambini costretti dai genitori a portare a casa qualche moneta; si offrono come guardiani di automobili o trasportano pesi in cambio di un misero guadagno che verrà utilizzato dalla famiglia per poter mangiare. “Posso controllare l’automobile?” chiedono e, in cambio di 5.000 Mtc, circa 20 centesimi di euro, rimangono ore sotto il sole o la pioggia vicino alla vettura. L’entità che dovrebbe farsi carico di questa situazione è il Ministero dell’Azione Sociale che, tra tutti i ministeri mozambicani, è quello che nel bilancio dello stato, riceve il minor contributo.
L’Azione Sociale sostiene che il numero dei mendicanti non è in crescita bensì in diminuzione grazie agli interventi sociali del governo. “Mensilmente – afferma Lino Singano, responsabile regionale del Ministero dell’Azione Sociale – distribuiamo alimenti agli anziani e ai minori orfani o in situazione vulnerabile e, grazie a ciò, molti hanno abbandonato la mendicità. Stiamo verificando la possibilità di toglierli dalla strada ma il processo è lungo e i mezzi economici che abbiamo a disposizione sono insufficienti per provvedere al grande numero di mendicanti che vangano per le nostre strade”.
Ma Helena, il padre e tutti gli altri mendicanti che giornalmente vivono la loro odissea, non sanno niente di tutto questo. Nessuno glielo ha detto, nessuno li ha informati. Continueranno a stendere la mano e chiedere l’elemosina, sotto la pioggia o il sole, giorno dopo giorno.