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2004
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Ritorno in Angola - Giugno
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Sono passati quasi otto anni dal giorno in cui avevo lasciato l’Angola dopo una visita effettuata in diverse missioni dei Padri Cappuccini nella provincia di Uige. Assieme ad Umberto avevo visitato località che sino a poche settimane prima erano state teatro di scontri armati e l'accordo di pace, firmato alcune settimane prima del nostro viaggio, aveva reso possibile la visita. Ero ritornato profondamente impressionato dall'esperienza vissuta, deciso ad intervenire attraverso l'associazione che avevo fondato e di cui ero presidente, il Centro Cooperazione Sviluppo, per contribuire ad alleviare le sofferenze dei bambini angolani i cui sguardi erano rimasti impressi a lungo nella mia mente.
Tuttavia questo non era stato possibile: pochi mesi più tardi la guerra era purtroppo ricominciata con violenza e, con la ripresa delle ostilità, erano venute meno le condizioni di sicurezza. Le località che avevo visitato ed in cui avevo valutato la possibilità di intervenire, erano ridivenute inaccessibili. Saltuariamente, attraverso i padri Cappuccini, mi giungevano notizie dei missionari che avevo incontrato, ora nuovamente impossibilitati ad uscire dai territori in cui si trovavano e ripensavo alle loro speranze di pace e di sviluppo, durate il tempo di alcuni mesi; rivedevo i luoghi e le persone che avevo incontrato il cui ricordo però si affievoliva con il passare degli anni.
Ripensavo a tutto questo mentre ero in volo verso Luanda: dopo nove anni ritornavo in Angola, un paese che non avevo mai dimenticato e le cui vicende seguivo attentamente, attendendo l’opportunità di ritornare per riprendere un discorso che non era mai stato interrotto, ma solo sospeso.
Ora la situazione era cambiata e, terminata definitivamente la guerra, era giunto il momento di mantenere la silenziosa promessa fatta ai bambini angolani: dare loro un aiuto e manifestare un gesto di solidarietà, pur nelle limitate possibilità della nostra associazione. In realtà nel 2001 era iniziato un intervento di sostegno rivolto a circa un centinaio di bambini che vivevano nei pressi della missione delle suore Domenicane di Viana, le stesse con le quali stavamo collaborando in Mozambico dal 1996. Era stata suor Victoria, che avevo incontrato alla fine del 2001 a Maputo e appena ritornata da una visita alle consorelle angolane, a descrivermi l’aggravamento della situazione minorile chiedendo un nostro intervento.
Il viaggio che stavo ora compiendo aveva appunto l’obiettivo di aumentare non solo il numero dei minori sostenuti a distanza ma anche di porre le basi per una stabile presenza in Angola del Centro Cooperazione Sviluppo.
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È quasi mezzogiorno quando giungo all’aeroporto di Luanda che non trovo molto cambiato rispetto ad otto anni fa. Le procedure di sbarco sono abbastanza veloci e, giunto all’uscita, riconosco subito suor Ermelinda, unica religiosa tra le persone in attesa e con la quale avevo solo parlato per telefono. Dopo una sosta per il pranzo nella casa missionaria, situata a poca distanza dall’aereoporto, mi accompagna a Viana, una località situata a 15 chilometri da Luanda dove rimarrò durante il periodo della mia permanenza in Angola. Noto che Luanda è cambiata rispetto alla mia visita precedente, con nuovi edifici e nuove strade che attraversano agglomerati urbani sorti spontaneamente nel corso degli ultimi anni e abitati da profughi fuggiti dalla violenza della guerra. Una città che ha ormai perso l’eleganza del tempo coloniale ed è cresciuta a dismisura: i quattro milioni di abitanti che oggi Luanda possiede sono troppi per una città progettata in origine per seicentomila persone. Il contrasto tra le automobili di lusso e le abitazioni costruite in lamiera, legno o cartone, è impressionante. Oggi sono molti coloro che, giovandosi della situazione sociale ed economica, hanno raggiunto elevati livelli di ricchezza mentre una moltitudine di disperati lotta giornalmente per la sopravvivenza.
Tra la lunga fila di veicoli che procedono a passo d'uomo si snoda una processione ininterrotta di venditori che propongono qualsiasi cosa, mostrando la loro mercanzia agli occupanti le vetture: bibite, lampadine, sigarette, pane, vestiti, frittelle mentre sui marciapiedi i lustrascarpe guardano speranzosi i passanti con le scarpe impolverate ed i sarti, con le macchine da cucire all’angolo delle strade, attendono i clienti.
Ancora una volta chi salva l’Africa è l’economia informale, il settore che permette la sopravvivenza a milioni di persone che altrimenti non avrebbero nessuna possibilità di guadagno.
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Nel traffico lento ho il tempo di osservare i mutamenti che sono avvenuti in questi anni: dove un tempo esisteva solo una vasta distesa di terreno brullo e qualche costruzione isolata, ora vi sono agglomerati di case senza soluzione di continuità. In pratica da Luanda a Viana non esiste un solo ritaglio di terreno libero: tutto è occupato da abitazioni costruite una a fianco all’altra e divise tra loro da piccoli cortili polverosi. Niente alberi e neppure lo spazio per un modesto orto. La distanza tra Luanda e Viana non è molta ma per giungere a destinazione impieghiamo oltre un’ora. Prima di entrare nella località svoltiamo a destra e, dopo aver percorso circa un chilometro in una strada piena di pozzanghere, rifiuti e bambini seminudi, giungiamo alla missione, una sobria costruzione ad un piano circondata da aiuole e situata in un vasto terreno circoscritto da un alto muro con alberi da frutta ed orti. In un recito dietro la costruzione vengono allevate capre e galline. Più in là altre piccole costruzioni in cui si svolgono gli incontri con le donne della località ed i corsi di alfabetizzazione per adulti.
L’interno della missione è spazioso e funzionale. All’ora di cena ho modo di incontrare le altre suore: cinque angolane tra cui la superiora suor Gertrude e una spagnola, dalla quale apprendo che la missione è stata edificata nel 2000 quando ancora non si intravedeva la fine della guerra. “In molte località la gente stava morendo di fame e si vestiva con cortecce d’albero. Chi riusciva ad arrivare nelle città era fortunato perché le organizzazioni umanitarie potevano garantire un minimo di assistenza. Qui giungevano giornalmente decine di persone che fuggivano dai loro villaggi e che avevano perso tutto. Occorreva dare loro assistenza materiale ma anche solidarietà. Oggi nella nostra missione le giovani trovano sostegno e conforto mentre la scuola che abbiamo terminato alcuni mesi fa consente a centinaia di minori di poter studiare”. Durante la cena presento l’associazione che ho fondato, il Centro Cooperazione Sviluppo, e le attività svolte sino ad oggi, in particolare quelle legate al sostegno a distanza. Nei prossimi giorni visiterò la scuola che le suore hanno realizzato nel quartiere e per la quale abbiamo in programma di sostenere a distanza gli alunni più vulnerabili.
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Il dramma del popolo angolano - Giugno
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Luanda rappresenta il dramma che l’Angola sta vivendo: una città prevista per circa 600.000 abitanti ne accoglie oggi quasi quattro milioni. Negli ultimi anni molti angolani sono fuggiti dalle località dell’interno e si sono riversati nella capitale alla ricerca di sicurezza e di migliori condizioni di vita. Sono molte le similitudini con il Mozambico: la guerra civile e la fuga dalle campagne verso le città in cerca di protezione hanno fatto nascere nuovi quartieri privi di ogni servizio. Mancano acqua, elettricità e servizi di base e solo il settore informale permette la sopravvivenza a persone che altrimenti non saprebbero come vivere. Davanti alle abitazioni, per le strade, in mezzo al traffico caotico, è un continuo sfilare di persone che vendono ogni cosa. Ma anche per chi possiede un vero lavoro la vita non è facile: un insegnante di scuola elementare guadagna meno di 50 dollari al mese e spesso lo stipendio arriva con ritardo costringendo i componenti la famiglia allo svolgimento di attività parallele. Ed allora ecco che si vendono frittelle, sigarette, bibite, mentre con il ricavato si compera farina, riso o pesce secco, gli alimenti base dell’alimentazione locale. Luanda è una città molto cara: un affitto medio si aggira sui 400 dollari ma può arrivare anche a 2.000 o 2.500 dollari ed oltre. Il traffico è intenso a tutte le ore ed è sorprendente il numero di vetture di lusso che circolano, mentre centinaia di persone chiedono l’elemosima ai semafori oppure rovistano tra i cumuli di rifiuti lungo i marciapiedi dove i liquami scorrono a cielo aperto. Dall’indipendenza ad oggi non à stata effettuata nessuna manutenzione al sistema di smaltimento delle acque ed i palazzi ormai hanno assunto un indefinibile colore grigiastro mentre sui tetti vecchie e pericolanti insegne pubblicitarie sono divenute quasi illeggibili. Eppure l’Angola è un paese ricco, anche se si fa fatica a crederlo vedendo la povertà e la disperazione ad ogni passo
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Nell’ottobre del 1996, quando avevo visitato per la prima volta questo Paese, era stato raggiunto un accordo di pace che prevedeva la partecipazione dell’Unita (il movimento politico che si contrappone al partito di governo) al nuovo governo con l'assegnazione di alcuni ministeri e l’offerta della vicepresidenza del Paese a Jonas Savimbi. Solo un anno più tardi l’Unita accetta di entrare nel governo con sei ministri. Nonostante ciò, la situazione non era rassicurante: pur se era stato dichiarato il cessate il fuoco vi erano continue violazioni degli accordi da parte dell’Unita che, nel 1998, inizia ad occupare militarmente numerose località violando continuamente gli accordi stabiliti. Nel settembre dello stesso anno gli avvenimenti precipitano: il governo angolano sospende i colloqui con Jonas Savimbi, tutti i rappresentanti dell’Unita vengono espulsi dal governo e la guerra riprende. Solo la morte di Savimbi, avvenuta nel 2002, ha posto fine alla guerra civile. Attualmente il contesto politico è confuso ed oggi l’Angola deve affrontare una situazione alla quale non è preparata; il governo che uscirà vincente dalle elezioni si troverà ad affrontare problematiche notevoli. Il 65% della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà, la mortalità infantile risulta tra le più alte del mondo e l’Aids inizia ad estendersi. Negli ultimi anni la situazione è peggiorata: rivedo i miei appunti del 1995 e leggo che all'epoca vi era oltre un milione di profughi mentre oggi i profughi sono circa tre milioni, ossia un quarto della popolazione complessiva, considerando che novecentomila, secondo le dichiarazioni dell'Onu, hanno fatto ritorno alle località di origine.
Eppure l’Angola è un paese con gradi potenzialità economiche: in Africa è secondo solo alla Nigeria per produzione di petrolio, è tra i maggiori produttori di diamanti, possiede ingenti risorse idriche ed ittiche ma la popolazione vive in condizioni drammatiche. L’elevata povertà, l’aumento dei prezzi, la disoccupazione e la corruzione costringono la maggior parte delle persone a vivere in una spirale di povertà, prive di cibo e cure mediche.
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In braccio della madre dentro il piccolo autobus pieno di passeggeri, la piccola Selina, una bambina di 4 anni, dondolava sulla strada impolverata tra Milanje e Catete, al nord dell’Angola. Ora che la guerra era terminata era possibile muoversi liberamente e Selina assieme alla madre stava recandosi a trovare i nonni che non aveva ancora conosciuto. Selina era nata poco prima della fine della guerra civile ed il suo futuro si rivelava diverso rispetto a quello di migliaia di bambini angolani nati e cresciuti nei tragici anni della guerra e della fame. Il piccolo autobus stava giungendo rapidamente a destinazione: ancora pochi chilometri e Selina avrebbe smesso di traballare in braccio alla madre. Nei pressi di un villaggio l’autobus si era fermato per far scendere alcuni passeggeri consentendo a Selina di accomodarsi nel sedile. Ripreso il cammino, in un tratto rettilineo, l’autobus si trovò davanti alcune vetture che procedevano lentamente. L’autista per alcuni minuti seguì la colonna ma poi non si trattenne: prima arrivava a destinazione e prima avrebbe potuto ripartire per un altro viaggio. Rispettando il principio in base al quale più velocità significava più possibilità di guadagno, l’autista lasciò la stretta ma sicura striscia di terra battuta addentrandosi in mezzo all’erba ai lati della strada per superare i veicoli che lo precedevano non sapendo, o forse non ricordando, che in un paese in cui erano state disseminate milioni di mine, lasciare la strada principale significava rischiare la vita.
L’esplosione fece saltare in aria l’autobus. La madre di Selina morì all’istante mentre lei fu scaraventata fuori da un finestrino, ritrovandosi sul terreno con una ferita alla testa. I soccorsi arrivarono dopo alcune ore e, per tutto il tempo, la piccola Selina rimase abbracciata alla madre morta. Per l’imprudenza dell’autista e la fretta per guadagnare qualche minuto, un marito aveva perso la moglie, una bambina la madre e l’Angola una famiglia in più.
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La guerra è terminata ma le mine sono rimaste a soli pochi centimetri sotto il terreno, pronte a colpire all’improvviso, tragica eredità di lunghi anni di guerra, prima quella di liberazione e poi quella civile. Le mine, nascoste ai margini delle strade, nei campi, nei sentieri attorno ai villaggi, hanno ferito od ucciso decine di migliaia di persone e a causa delle mine si continua a morire: sono molti i veicoli che, per l'impazienza di giungere a destinazione, superano quelli che procedono più lentamente esponendosi ad un rischio elevato oppure percorrono strade non ancora bonificate. Nel 2003 gli incidenti sono leggermente diminuiti grazie ad una campagna di sensibilizzazione promossa dal governo per sottolineare i rischi che si corrono nell’uscire dalla carreggiata stradale e nel percorrere strade non ancora aperte al traffico.
Anche l’Italia ha apportato il proprio contributo finanziando un programma rivolto agli alunni e agli insegnanti circa il pericolo rappresentato dalle mine che, si calcola, abbiano ucciso o ferito, dal 1975 ad oggi, oltre 190.000 persone con costi sociali elevati. Percorrere le strade angolane non è facile nonostante la fine della guerra: solo le vie che uniscono i capoluoghi di provincia offrono sicurezza ma si trovano in pessime condizioni per l’assenza di manutenzione. Per percorrere un centinaio di chilometri sono necessarie anche tre o quattro ore mentre la maggior parte delle strade secondarie sono ancora chiuse ed un gran numero di ponti sono crollati.
Le mine sono state collocate nei decenni: alla fine degli anni Sessanta dall’esercito portoghese per contrastare il movimento di liberazione angolano sino a poco tempo addietro da parte del governo e del movimento d’opposizione nel corso della guerra civile. Si calcola che oggi in Angola esistano circa cinque milioni di mine ancora inesplose, la maggior parte delle quali anti uomo acquisite, per la maggior parte, dall’ex Unione Sovietica, dalla Cina, da Cuba ma anche dall’Italia. L’elevato numero di mine ostacola, come è accaduto in Mozambico, il ritorno dei profughi nei villaggi di origine, impedisce la ripresa dell’agricoltura e rende difficile il ritorno alla normalità di persone che sono state private della loro casa e della loro famiglia.
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Non sono ancora le otto del mattino ed il sole è già molto caldo. Sto percorrendo le strette vie del quartiere in cui le suore hanno la missione. Ho chiesto infatti di poter visitare questo labirinto di abitazioni di ogni tipo, ed ora sto procedendo in fila indiana, suor Gertrude davanti ed io dietro, cercando di evitare le pozze d’acqua ed i cumuli di rifiuti in cui giocano bambini seminudi.
Osservo le abitazioni ai due lati della strada, costruite con ogni materiale: mattoni, legno, lamiera, cartone, fogli di plastica. Sulle soglie persone che salutano la suora la quale dispensa a tutti un saluto ed un sorriso, si ferma a chiedere notizie di un ammalato o di un bambino che si è assentato da scuola. Le persone mi guardano incuriosite: certamente non è frequente vedere uno straniero in questo dedalo di strade colme di rifiuti di ogni genere, tanto che in certi punti occorre camminarvi sopra perché non vi è nessun modo per evitarli. Le case che sto vedendo sono sorte senza nessun piano urbanistico, in modo spontaneo e disordinato. I profughi arrivavano, occupavano un pezzo di terreno libero ed iniziavano a costruire le proprie abitazioni a seconda delle possibilità economiche. La maggior parte delle case sono costruite in fango e possiedono un piccolo cortile delimitato da rovi all’interno del quale si svolgono molte delle attività diurne: si cucina, si mangia, si lava la biancheria, si chiacchiera, vi giocano i bambini… Non esiste energia elettrica e neppure l’acqua corrente. Le persone vivono in una condizione di estrema precarietà ed ogni giorno rappresenta una sfida alla sopravvivenza. L’educazione, la salute ed un lavoro dignitoso sono tutti elementi che non esistono o sono molto rari e solo l’economia informale consente di sopravvivere.
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La percentuale di mortalità minorile è elevata per mancanza di alimenti, assistenza medica e cure sanitarie. Praticamente il 60% della popolazione adulta è analfabeta ed è allarmante il numero di minori che vivono senza supporto familiare, senza educazione, senza cure e privi di opportunità per il futuro. Quello che sto vedendo mi causa una sensazione di impotenza: cosa fare e come fare per sconfiggere una povertà così grande in un paese dove nessuna garanzia è assicurata alla gente, neanche la sopravvivenza fino al giorno successivo? Suor Gertrude si ferma davanti ad un’abitazione in cemento con una parete incompleta dove alcuni pezzi di lamiera tentano di nascondere l’interno e mi spiega che qui vivono tre bambini sostenuti dal Centro Cooperazione Sviluppo che hanno nomi abbastanza singolari: Carità, Adamo, Eva. Il mio pensiero corre subito ad una fotografia che aveva incuriosito tutti in associazione e nella quale apparivano appunto tre bambini invece di uno solo, come generalmente avviene quando si fotografano i bambini da sostenere. In casa incontriamo la madre, ammalata e con un handicap mentale. “I figli sono a scuola. Non hanno la possibilità di pagare la quota mensile – mi spiega la suora – ma non possiamo ignorarli. Ogni tanto portiamo anche dei viveri e, grazie al contributo dei sostenitori di questi bambini, stiamo pensando di completare la casa, costruita quando il padre viveva ancora qui. Ora si è allontanato e di lui non abbiamo notizie”. L’interno, con il pavimento di terra battuta, è semplice e disadorno nella sua povertà: un piccolo tavolino di legno in cui sono disposti dei tegami, alcuni sgabelli, una sedia, un semplice scaffale. Nell’altra stanza alcune stuoie di paglia disposte sul pavimento servono da materasso mentre una cassapanca ha la funzione di armadio. Alle pareti alcuni vecchi calendari e delle locandine pubblicitarie. La madre dei tre bambini è seduta sull’unica sedia e ci osserva con uno sguardo assente. “Rimane quasi sempre così – mi spiega la suora – Sono i figli che devono provvedere a cucinare e a svolgere tutte le altre incombenze”. Chiedo la loro età. “ La più grande è Carità ed ha undici anni”. Percorriamo altre vie tra mucchi di rifiuti in cui alcune persone cercano qualcosa di commestibile e tra pozzanghere dove giocano dei bambini. Visitiamo altre abitazioni costruite con ogni tipo di materiale, alcune talmente povere da non avere neppure un mobile. Le persone sono gentili e mi guardano incuriosite mentre la suora spiega chi sono e cosa sono venuto a fare. Guardo i loro volti e indovino storie diverse dietro ogni sguardo, storie che per noi è difficile solo immaginare. Storie di sofferenza e di stenti che le parole non potrebbero forse descrivere e sono pervaso da un senso di sconforto e di impotenza di fronte al degrado e alla povertà che sto toccando con mano.
Da una casa esce un bambino di circa 5 anni, mi si avvicina e mi sorride con la spontaneità di cui solo i bambini sono capaci. Mi sorprende la capacità di questo bambino di sorridere nonostante le condizioni in cui vive. Forse anche per lui potrà un giorno esistere un futuro diverso se si riuscirà a garantirgli i diritti che gli sono ora negati in modo che, divenuto grande, possa continuare a sorridere.
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La scuola "Ascenção Nicol" - Giugno
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Prima di varcare il cancello della scuola, guardo per alcuni istanti il mercato situato di fronte al muro di recinzione. È simile a molti altri mercati africani, in cui si vende ogni cosa. Mi soffermo con lo sguardo sui colori delle vesti delle donne, sui minibus bianchi e blu i cui autisti attendono i passeggeri, sui volti dei bambini che mi osservano con i loro grandi occhi. Ascolto il chiacchiericcio delle persone, le grida delle venditrici, la musica che esce da bar improvvisati. Sembra che quasi vi sia un’aria di festa che stride con i vestiti a brandelli dei bambini, con i mucchietti di pesce secco tutti uguali e tutti disposti geometricamente su semplici stuoie stese sul terreno con accanto le venditrici che attendono speranzose i compratori, con le persone che mi osservano e che, quando le osservo a mia volta, volgono lo sguardo altrove. “Questa è gente – mi aveva detto suor Gertrude poco dopo il mio arrivo – che possiede il senso della dignità. Difficilmente chiederanno l’elemosina”. E d’improvviso penso che, sino ad ora, nessuno mi ha chiesto nulla, a differenza di quanto mi era capitato in altri paesi africani.
Varco il cancello della scuola, situata a poca distanza dalla missione, intitolata alla fondatrice dell’ordine dominicano: Ascenção Nicol. Formata da due edifici in ognuno dei quali vi sono cinque aule, una segreteria ed una sala per gli insegnanti, è l'unica scuola del quartiere, frequentata da oltre 500 alunni. “L’abbiamo terminata lo scorso anno – mi spiega suor Joaquina, la direttrice – ma è insufficiente. Abbiamo centinaia di richieste di iscrizione ma in questo momento non vi sono posti disponibili. I genitori si rendono conto dell’importanza della scuola per i loro figli. Vorremmo costruire un altro edificio ma non ne abbiamo la possibilità”. Visito alcune aule ed i bambini si alzano in piedi, guardandomi con sorpresa nei loro grembiali bianchi.
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Diverse bambine hanno i capelli pettinati con trecce in cui sono inserite piccole perline colorate. Mi spiega suor Ermelinda: “La scuola è privata e le famiglie degli alunni pagano una retta mensile con cui provvediamo agli stipendi degli insegnanti e alle altre spese. La retta è l’equivalente di tre dollari ma, per quanto sia poco, vi sono famiglie che non hanno la possibilità di pagare e cerchiamo di venire loro incontro”. Noto che tra alunni ed insegnanti vi è un buon rapporto: i bambini, anche i più piccoli, sono disciplinati ed ordinati. La scuola è organizzata in due turni: dalle 7 alle 11 e dalle 12 alle 16. Le classi sono composte da circa 30-35 alunni e vanno dalla prima alla quinta. L’obiettivo è quello di inserire gli alunni nel programma di sostegno a distanza e, con Suor Ermelinda e Suor Gertrude, organizziamo il programma di lavoro per i prossimi giorni.
Con le risorse che giungeranno dai sostenitori sarà così possibile garantire a tutti il materiale scolastico ed una merenda durante l’intervallo. “Molti bambini non mangiano nulla prima di venire a scuola con le conseguenze sull’apprendimento che si possono immaginare”. In effetti lo sviluppo si basa anche su di una corretta alimentazione e, nel caso dei bambini, essa è necessaria per avere energie indispensabili nella fase della crescita e dell’apprendimento. Con il sostegno a distanza è possibile contribuire efficacemente allo sviluppo di bambini i quali avrebbero altrimenti ben poche possibilità di poter accedere all'istruzione e ad una adeguata alimentazione.
Rifletto ancora una volta sui benefici del sostegno a distanza: un atto di solidarietà che mira allo sviluppo della persona e di cui beneficia non solo il bambino ma anche la sua famiglia.
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Il confine tra la vita e la morte - Giugno
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Il medico preme il petto della piccola paziente e avvicina l’orecchio al naso, per sentire se sta respirando. Ma la bambina, giunta da pochi minuti al pronto soccorso dell’ospedale Pediatrico di Luanda, è morta. Mentre la madre piange e si dispera, la frenesia che generalmente esiste in un pronto soccorso sembra fermarsi mentre i presenti sono colti da tristezza ed impotenza. La disperazione della madre aumenta: piange, grida e continua a chiedere perché sua figlia è morta. Nessuna sa rispondergli e la piccola Dulce entra così nell’elenco delle statistiche dei decessi dell’ospedale Pediatrico dove muoiono in media quindici bambini al giorno.
Mi trovo a Luanda da alcuni giorni per ampliare il programma di sostegno a distanza che il Centro Cooperazione Sviluppo ha iniziato in Angola dal 2001 e, grazie alle suore domenicane, ho la possibilità di visitare l’ospedale.
“È l’unico nel suo genere in tutta la città - mi spiega il dottor Araujo Oliveira - e di conseguenza molti bambini vengono portati qui per essere curati ma per una città così grande questo non basta, ne occorrerebbero altri due”. Nel 1999 l’ospedale Pediatrico ha beneficiato di una riabilitazione per riparare il sistema idraulico e rifare le installazioni elettriche costata oltre un milione di dollari ma tutto questo non ha diminuito la percentuale di mortalità. Il medico che mi accompagna in visita afferma che i due terzi dei decessi avvengono nelle prime ore del ricovero perchè spesso i bambini vengono portati in ospedale quando ormai è troppo tardi.
Mentre stiamo parlando giunge un uomo con un bambino di circa un anno avvolto in un panno. Si chiama Joaquim, ha macchie estese sulla pelle e soffre di dissenteria da due mesi. La diagnosi del medico è rapida: si tratta di un caso grave di malnutrizione. “Questi casi stanno purtroppo aumentando tanto che il governo ha elaborato, un anno fa, un programma nazionale contro la malnutrizione che prevede la creazione di centri di sostegno alimentare nei quartieri periferici di Luanda ma sino ad oggi è stato fatto ben poco per mancanza di finanziamenti”.
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L’ospedale possiede un centro di sostegno nutrizionale per i bambini sottopeso. È un edificio ad un piano costruito diversi anni fa, quando giungevano numerosi profughi dalle località interne per sfuggire alla guerra. Giungevano sfiniti, dopo giorni e settimane di cammino, sapendo che in città sarebbero stati al sicuro ed avrebbero trovato un minimo di sostegno grazie alla presenza delle agenzie di aiuto internazionale. Un’elevata percentuale di bambini era affetta da gravi malattie e si era resa necessaria la realizzazione, all’interno del recinto dell’ospedale, di un centro nutrizionale il cui sostegno alimentare viene ora rivolto anche alle madri, alle zie o alle nonne che accudiscono il bambino, grazie all’aiuto del Programma Mondiale dell’Alimentazione. “Spesso le madri o i familiari abitano lontano e non hanno la possibilità di venire tutti i giorni a visitare i figli o i nipoti – spiega il dottor Alfio, un medico volontario italiano – e per agevolarle permettiamo loro di rimanere accanto al bambino sino a quando non si è ripreso fornendo i pasti”.
Mancano pediatri, anestesisti, radiologi, analisti e questo è un problema diffuso in tutti gli ospedali angolani a cui si supplisce con i medici stranieri che sono inseriti in progetti di cooperazione. Chi si laurea, dopo un periodo di pratica, tende ad andare a lavorare all’estero. Lo stipendio di un medico angolano è attorno ai 1.000 euro e non supera i 1.300 euro mentre un medico straniero volontario percepisce 2.000 euro ma può arrivare, se inserito in un progetto di cooperazione, anche ad oltre 5.000 euro mensili.
Percorrendo le corsie del centro nutrizionale osservo che sono ben pochi i letti liberi. Alcuni bambini mi guardano con occhi stupiti, altri sono addormentati, altri hanno al braccio l’ago per la flebo. Quasi tutti hanno accanto a loro la madre, la nonna o una sorella grande.
In un lettino ci avviciniamo ad un bambino che si sta riprendendo dallo stato di debolezza in cui versava quando è stato portato qui ma in una stanza accanto ci aspetta una triste notizia. Un infermiere informa il medico che è morta la madre di due fratellini ricoverati una settimana prima. Sono entrambi seduti sul letto, circondati dalle madri di altri bambini, inconsapevoli di ciò che è accaduto. Il medico si avvicina a loro fissandoli in silenzio per alcuni istanti e poi la visita prosegue: la lotta per la vita non lascia il tempo alle spiegazioni o alle emozioni.
Nella stanza successiva il medico si avvicina al letto del piccolo Joaquim che nel frattempo è stato ricoverato ed ha nel braccio l’ago per la flebo mentre il padre osserva il liquido che, goccia dopo goccia, entra nella vena.
Ringrazio il medico della sua disponibilità e mi congedo mentre continua la sua visita ai nuovi pazienti giunti oggi, nuove vite da salvare.
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La scuola "Beata Liduina" - Giugno
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Vista al tramonto dall'altra parte della baia, Luanda ha un suo fascino particolare, come poche città africane possiedono. È un panorama da cartolina illustrata, con i raggi dell’ultimo sole che illuminano la parte alta degli edifici sul lungomare punteggiato di palme mentre, a poco a poco, si accendono le luci dei lampioni sino al porto. Mi trovo sull’Ilha, una striscia di terra situata di fronte alla città, in cui convivono mercatini informali, sfollati, bambini di strada, alberghi e ristoranti. Da quest’angolo tranquillo, lontano dalla confusione delle sue strade, Luanda riesce a nascondere il peso di una guerra che ha fatto affluire oltre tre milioni di persone in una città prevista per seicentomila abitanti. Sono venuto a visitare le suore Salesie, con cui inizieremo un programma di sostegno a distanza rivolto agli alunni della scuola primaria che le missionarie hanno costruito a Viana ed inaugurato da pochi mesi. Le suore Salesie hanno qui nell’Ilha la loro sede, una modesta costruzione a due piani a lato di una chiesa, costruita alla fine dell’Ottocento: un’oasi di pace e di tranquillità.
Riferisco a Suor Nerea del mio primo viaggio in Angola nel 1996, delle località visitate allora nella provincia di Uige, in alcune delle quali avevo incontrato alcune delle sue consorelle. Quanto sto rievocando richiama in lei episodi ed avvenimenti accaduti anni prima. “Sono stata anch’io diversi anni in quella provincia - dice - ed ho passato momenti piacevoli ed altri meno. La missione in cui vivevo si trovava in una località dove i combattimenti erano frequenti. È stata colpita varie volte ma per fortuna senza grandi danni”.
Mi informo sulla situazione attuale a Luanda. “Sta peggiorando: gran parte della popolazione vive in condizioni subumane, i nuclei familiari si sgretolano ed i valori tradizionali sono messi da parte. La maggior parte delle persone non riesce a soddisfare le necessità primarie e questo è all'origine di molti drammi. La povertà poi non consente a tanti bambini di iscriversi a scuola. Il governo ritiene di poter raggiungere la percentuale di scolarizzazione del 60% in pochi anni ma credo che non sia possibile perché prima occorre combattere la povertà. Un compito gigantesco”.
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Per giungere alla scuola che le missionarie Salesie hanno realizzato occorre attraversare il quartiere di Mulenvo. Alcuni chilometri prima dell’abitato di Viana si devia a sinistra seguendo la strada che passa accanto alla chiesa di Boa Nova e ci si inoltra nell’intricato groviglio di vie polverose, di cumuli di rifiuti, di bambini che giocano, di pozzanghere, di rottami di veicoli, di mercatini improvvisati.
Al termine del quartiere appare il muro di cinta che circoscrive la scuola la cui vista rappresenta una sorpresa: una lunga costruzione angolare, pulita ed ordinata, terminata da pochi mesi ed alla cui realizzazione ha contribuito anche l’ambasciata italiana. Gli scolari, tutti con il grembiale bianco, sono seduti compostamente nei banchi e, quando visito qualche aula, si alzano in piedi cantando una filastrocca di benvenuto. I bambini iscritti, come mi spiega Suor Antonia, di Padova, sono quasi 500, dalla classe prescolare alla quinta. L’ordinamento scolastico angolano prevede infatti un anno preparatorio chiamato appunto prescolare. La scuola comprende otto aule, la segreteria ed una sala riunioni. Di fronte, separata da un giardino ben curato, è situata l’abitazione delle suore, due italiane e tre angolane. La scuola non è gratuita: le famiglie pagano un contributo mensile equivalente a circa due euro, utilizzato prevalentemente per gli stipendi degli insegnanti e dei guardiani. Anche qui le problematiche che si presentano sono le stesse che ho riscontrato nella scuola vicina, quella delle missionarie domenicane: i costi, per quanto si risparmi, tendono a salire con il numero degli alunni la cui contribuzione mensile non è sufficiente. “Le famiglie di molti bambini, forse della maggior parte – mi spiega suor Antonia – fanno fatica ad acquistare i quaderni, le penne ed i libri. Spesso dobbiamo provvedere noi ma non possiamo chiedere un contributo superiore alle famiglie. Per loro due euro al mese sono molti”. Ed è appunto questo l’obiettivo che ci proponiamo attraverso il sostegno a distanza: garantire il materiale scolastico agli alunni, contribuire alle spese degli insegnanti e all’acquisto del materiale didattico.
Domani mi metterò al lavoro, fotografando i bambini e compilando le schede di ognuno. Tra qualche settimana dovrebbero iniziare a giungere i primi aiuti economici che potranno alleviare la sofferenza di tanta gente che lotta per sopravvivere e per dare un futuro di speranza ai propri figli.
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Arrivederci Angola - Giugno
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Domani termina la mia visita in Angola e ritorno in Mozambico, da dove spedirò in Italia le schede e le fotografie dei bambini da adottare a distanza. Prima di partire ho voluto organizzare una piccola festa per i bambini che stiamo sostenendo, attraverso le missionarie Domenicane, dal 2001 ed ho chiesto a Jacinta, l’animatrice missionaria, di invitarli nella scuola per il pomeriggio. Sono venuti quasi tutti, circa una quarantina, i più piccoli accompagnati dai genitori o dai fratelli più grandi. In un’aula, su dei tavoli, abbiamo preparato dolci ed aranciate. Riconosco qualcuno di loro che avevo incontrato alcuni giorni prima durante una visita nel quartiere con Jacinta, la quale mi aveva raccontato le loro storie. Ricordo quella di Joana, una bambina minuscola di circa 8 anni: i suoi genitori sono morti tre anni fa ed ora lei vive con i nonni i quali devono pensare anche ai suoi due fratellini. Riconosco Lucia che ha circa undici anni ed è venuta assieme alla sorellina più giovane. La sua famiglia proviene da Huambo, una città rimasta assediata per interi mesi e dove si è combattuto strada per strada. La madre ha un piccolo banco di frutta nel mercato di fronte alla scuola mentre il padre è rimasto invalido dopo essere stato colpito da una mina. Riconosco anche Anselmo, nove anni, i cui genitori sono morti quando aveva tre anni ed ha vissuto in un orfanotrofio. Ora vive in famiglia adottiva ma è rimasto un bambino timido e schivo. Gli sorrido ed anche lui mi sorride.
Assieme ai bambini vi sono anche dei genitori che osservano l’allegria dei loro figli che ora, lasciata ogni timidezza ed esitazione, ridono, scherzano e si rincorrono felici. Penso ai loro sforzi e ai loro sacrifici per vincere la povertà e forse il sostegno a distanza può essere un primo passo su questa strada.
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Il ritratto in bianco e nero di Agostinho Neto, il primo presidente dell'Angola indipendente, è sempre appeso nella sala d’aspetto dell’aeroporto che appare meno squallida rispetto a qualche anno fa. Il bar funziona e, nell’attesa, si può fare anche uno spuntino. Anche i vecchi sedili di pelle sdruciti dall’usura sono stati sostituiti con altri di plastica, forse non eleganti ma funzionali e vi sono addirittura alcuni piccoli negozi di souvenir e di abbigliamento. In attesa della chiamata per l’imbarco ripenso a questi giorni in terra angolana. Porto con me centinaia di fotografie di bambini e mi auguro che la generosità o il passa parola possano fare in modo che, molto presto, riescano ad avere un “genitore adottivo”. Ho conosciuto situazioni di povertà estrema, di disperazione, di sconforto ma non tutto è pessimismo: vi è anche chi lavora per apportare, quotidianamente e pazientemente, dei piccoli cambiamenti che potranno un giorno modificare una situazione apparentemente irrisolvibile. E se questo compito spetta agli angolani, a noi spetta quello di stare vicino a loro e non abbandonarli.
L’aeroplano che mi porterà in Sudafrica e poi in Mozambico si solleva da terra e sorvola i quartieri più poveri di Luanda mostrando le case e i reticoli interminabili delle strette vie che le attraversano. Laggiù vi sarà certamente un bambino che starà seguendo con gli occhi l’aereo che si solleva sempre più in alto, forse sognando un giorno di vederne uno da vicino.
Ben presto le case diventano puntini indistinguibili mentre l’azzurro del cielo riempie il finestrino. Arrivederci Angola.
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