2004 - Una scuola per restare - Veziano Armandi
 

2004

Una scuola per restare - Maggio

Una scuola per restare_ 2004.jpg

 

« Vi era un tempo in cui queste terre rifornivano la capitale di carne, latte e frutta. Nelle fattorie qui intorno si coltivava ogni genere di ortaggi e più avanti, verso Maholela, vi erano le più grandi piantagioni di limoni della provincia. Erano i tempi dell’abbondanza. Ora non esiste più nulla, neanche l’acqua del fiume ».
L’uomo si volta ad osservare il corso d’acqua che scorre alle sue spalle. Ne seguo lo sguardo: la siccità che sta colpendo l’Africa australe ha ridotto l’Incomati, uno dei più grandi fiumi della regione, ad un rivolo d’acqua che scorre in un alveo di sabbia, pietre e canne dove le poche pozze, sparse qua e là, sono contese da uomini e animali.

Abbiamo lasciato alle nostre spalle le ultime case di Moamba, la cittadina situata a poche decine di chilometri da Maputo e, in visita ad alcune scuole del distretto, ci siamo fermati ad osservare il ponte distrutto dalla piena del 2000 e non ancora ricostruito.
L'addetto alla sorveglianza dell’impianto di captazione dell’acqua, in questo momento inattivo, riprende a parlare. « Pensavamo che il fiume fosse eterno, con i suoi margini boscosi, le fattorie e le mandrie di buoi che si abbeveravano. Il fiume per noi era immutabile come le montagne che là in fondo segnano il confine con il Sudafrica, dove molti hanno scelto di emigrare
2003_moamb.jpeg

 

Ma l’epoca di cui parla il sorvegliante dell’impianto è ormai solo un ricordo nella memoria dei meno giovani. Erano i tempi dell’abbondanza, ma per pochi.
Da un lato vi erano i coloni, con le loro grandi fattorie e gli allevamenti di bestiame; dall’altra le popolazioni locali, senza possibilità e strumenti per uscire da un’agricoltura di sussistenza o per migliorare la qualità del poco bestiame che possedevano, impegnate a confrontarsi con un problema in apparenza irrisolvibile: produrre il sufficiente per le necessità della famiglia e pagare, nello stesso tempo, l’imposta obbligatoria alle autorità coloniali, il xibalo.
Il miracolo della sopravvivenza di queste comunità veniva dal fiume, lo stesso che oggi la siccità ha reso avaro d’acqua.
2004_ggj.jpg

 

Con il ponte crollato, occorre compiere un ampio e lungo giro passando dal villaggio di Sábie. Nonostante siano le prime ore del mattino, il caldo è già opprimente e mette a disagio il pensiero di dover trascorrere l’intera giornata percorrendo le strade sconnesse e polverose di questo distretto, segnato da basse colline e poca vegetazione.

Ai margini della strada delle costruzioni diroccate, un tempo fattorie e magazzini, testimoniano le distruzioni della guerra e, dalle rare capanne, i bambini si affacciano ad osservare il nostro passaggio.

Impieghiamo circa un’ora per raggiungere il centro amministrativo di Sábie, una fila di bassi e grigi edifici allineati ai margini della via: alcuni abbandonati, altri corrosi dall’umidità, trasmettono un senso di desolazione.
Appena fuori dall’abitato, dalle capanne di paglia e fango i bambini si affacciano per osservare il nostro veicolo che interrompe la quiete dell’assolato mattino mentre le donne, intente a coltivare il piccolo pezzo di terra vicino all’abitazione, sollevano la testa per lanciare una rapida occhiata e gli uomini, tranquillamente seduti all’ombra dei pochi alberi, ci seguono con lo sguardo.
2004 - Goane.jpg

 

La nostra prima meta è la scuola di Xitevele, situata in un edificio spoglio e disadorno, un tempo adibito ad emporio. Gli alunni siedono sul pavimento e il solito pannello di legno dipinto di scuro e appoggiato al muro serve da lavagna.

Contrariamente a quanto succede in molte altre scuole, gli alunni non sono molti: questa località, e le altre che visiteremo oggi, possiedono pochi abitanti. La scarsità d’acqua, il terreno arido e la presenza di zone ancora minate, hanno causato una fuga senza ritorno verso la capitale o nel vicino Sudafrica.

Il colloquio con un’insegnante ci conferma che solo la metà dei bambini in età scolare è iscritta a scuola, una realtà comune a molte zone rurali e che già immaginavamo: « Le famiglie non possono comperare il materiale scolastico e i figli sono utilizzati come mano d’opera per coltivare la terra o per badare ai fratelli più piccoli, oppure vengono mandati in Sudafrica al servizio di famiglie benestanti. »

Gli insegnanti sono tre e si dividono le cinque classi: prima, seconda e terza al mattino; quarta e quinta al pomeriggio. Vivono con le loro famiglie e tutti coltivano un pezzo di terra da cui ricavano il sostentamento. Non hanno molti sussidi didattici: qualche libro, del gesso, alcune penne e delle matite. Hanno però la piccola fortuna di insegnare in una scuola con un tetto, a differenza di molte altre scuole situate sotto gli alberi.
2003_77.jpeg

 

È quasi mezzogiorno quando lasciamo la scuola di Xitevele diretti a Goane. Il calore dentro la vettura è opprimente e, mentre i chilometri si susseguono, il paesaggio cambia, ma le capanne che ogni tanto incontriamo sono tutte uguali e mi sorprendo a pensare di avere già percorso questa strada.

I campi arsi dal sole, le persone che sonnecchiano all’ombra degli alberi, la capra che cerca un filo d’erba, il cane zoppicante, i bambini seminudi che, incuranti della calura, corrono incontro alla macchina, la carcassa abbandonata di un’automobile: rapide visioni di povertà che si ripetono continuamente, tanto da sembrare di viaggiare in cerchio.

Anche Goane è una località molto piccola, composta da capanne sparse tra la vegetazione accanto a minuscoli campi coltivati a mandioca e mais. Vi sono in tutto tre costruzioni in muratura: un minuscolo centro sanitario, un vecchio deposito di cereali utilizzato dall’amministrazione della località per le riunioni, e la scuola, ospitata in una vecchia costruzione di proprietà di un privato.

2004 - Mozambico_ Goane 3.jpg

 

L’edificio scolastico si compone da tre locali ma, non essendovi posto per tutti, una classe si trova fuori, all’ombra di un muro. L’insegnante si chiama Jacinto, lavora qui da sei mesi e gli alunni sono intimiditi di fronte a questi stranieri che vengono da chissà quale lontano paese.
Gli chiediamo se anche qui la gente attraversa il confine. « Lo attraversano illegalmente perché non possiedono il denaro per pagare il passaporto e il viaggio. Cercano lavoro nelle fattorie come braccianti e sono pagati male. Se poi le autorità li trovano, dopo il carcere vengono rimandati indietro, ma dopo pochi giorni ritentano nuovamente. »

Al momento del commiato, Jacinto ci chiede se aiuteremo la sua scuola, ma in questo momento non possiamo dargli nessuna certezza. La missione di oggi ha solo lo scopo di verificare le possibilità di un nostro intervento. Una decisione verrà presa in seguito.
Dividiamo con Jacinto e gli altri insegnanti i panini che abbiamo portato con noi e ci rimettiamo in viaggio per la terza località, ad oltre un’ora di distanza. 
2004 - Mozambico Langa 4.jpg

 

« Qui non vivono molte persone. Durante la guerra la maggior parte della popolazione è emigrata. Qualcuno poi è tornato, ma per andarsene di nuovo. La gente sopravvive a malapena coltivando il proprio pezzo di terra. Vedete quelle colline? Il Sudafrica è lì dietro e in tanti le hanno attraversate per cercare fortuna dall’altra parte. »
Il miraggio del ricco Sudafrica continua ad attirare molti: decine di migliaia di mozambicani sono emigrati in cerca di migliori condizioni di vita, accettando ogni tipo di lavoro per una paga irrisoria.

« Questo è uno dei punti più agevoli per passare la frontiera ma anche uno dei più pericolosi: dall’altra parte vi è il Kruger Park e capita spesso che qualcuno venga sbranato dai leoni o calpestato dagli elefanti. » spiega l’insegnante della terza e ultima scuola che stiamo visitando, quella di Langa: quattro pali di legno che sorreggono un tetto di lamiera e una ventina di alunni che ci stanno guardando meravigliati per questa visita inaspettata.
2003_kk.jpg

 

Chiediamo ai due insegnanti quali contatti abbiano con la Direzione Educativa del distretto. « Li vediamo una volta al mese, quando ci portano lo stipendio. Poi, sino al mese successivo, non si fa vivo nessuno. » Lo stipendio equivale a circa 35 euro, di cui 12 spesi per un sacco di riso e 8 per trasportarlo sino qui.

Vivono in due capanne poco lontano dalla scuola, le loro famiglie abitano in città e gli alunni, come di consueto, provvedono a portar loro la legna per cucinare e ad andare a prendere l’acqua. Lamentano di dover vivere lontani dalle loro famiglie e sperano di essere trasferiti presto.
2004_oo.JPG

 

A metà pomeriggio inizia il viaggio di ritorno. Siamo stanchi per il caldo e i sobbalzi della strada, intenti a riflettere sulle richieste avanzate da ogni scuola.

Cercheremo d’intervenire anche in queste località remote e dimenticate, per fare in modo che gli alunni che abbiamo incontrato oggi possano un giorno vivere e lavorare nel loro Paese senza essere costretti ad emigrare.

Questo si può realizzare offrendo, ad alunni e insegnanti, gli strumenti e gli stimoli per costruire il proprio futuro nella propria terra: una scuola per restare.