2003 - Veziano Armandi

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2003

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Un ritorno diverso - Gennaio

Le luci di bordo si sono abbassate ed i passeggeri si sistemano per la notte mentre il piccolo schermo della televisione proietta un film. È il 10 gennaio e sto ritornando in Mozambico. Tra qualche ora giungerò a Johannesburg da dove proseguirò per Maputo. Ma questa volta è diverso: ho lasciato la presidenza dell’associazione che ho fondato molti anni fa. Gli impegni erano sempre più numerosi, sia in Italia che in Africa. Ho dovuto scegliere ed ho scelto l’Africa. L’associazione in Italia è ormai cresciuta e certamente crescerà ancora, ma in Africa deve continuare il proprio cammino accompagnando le comunità che sostiene nel loro arduo percorso verso lo sviluppo.
Fisso le immagini scorrere sul piccolo schermo televisivo senza vederle. Il mio pensiero è rivolto al passato, agli anni trascorsi, ai tanti episodi accaduti, alle numerose persone conosciute. Rifletto sulla realtà del Mozambico, sulle trasformazioni sociali avvenute negli anni e di cui il Centro Cooperazione Sviluppo ha tenuto conto, adeguando di volta in volta i propri interventi di sostegno alle mutate realtà.
Cos’è stato il socialismo in Mozambico? Probabilmente solo una bella idea sulla carta. Samora Machel ha imposto una propria visione, ha progettato il futuro in nome di un’ideologia indecifrabile alla maggioranza delle persone e resa poi tragica dalla guerra civile. Ha dato al paese un indirizzo basato sul collettivismo rurale, creando delle fattorie comunitarie che avrebbero dovuto garantire l’autosufficienza alimentare ad una nazione uscita da secoli di dominazione coloniale. Senza dubbio un ideale attraente ma fallito nella pratica. Il socialismo deve iniziare dal basso, non può essere imposto dall’alto stravolgendo antichi usi e consuetudini. Ripenso alle parole che un missionario mi disse anni fa: “Gli africani hanno difficoltà a passare da una cultura di sussistenza ad una cultura di commercio e coltivano secondo le loro necessità immediate. Noi gli forniamo dei modelli, insegniamo loro come poter vincere la povertà. Ci ascoltano, ma occorre un percorso lungo per cambiare una cultura millenaria”.
Sono tante le organizzazioni che in Mozambico si adoperano per ribaltare situazioni che sembrano non avere soluzione. Pur se è vero che negli ultimi anni sono stati compiuti dei progressi, il numero di coloro che vivono in povertà continua ad essere elevato. I grandi progetti della cooperazione internazionale non riescono ad incidere in maniera sensibile sulle condizioni di vita delle persone. In Mozambico, come in molti altri paesi africani, sono state dispensate risorse ingenti da parte della comunità internazionale per migliorare il tenore di vita ma con scarsi risultati: interventi troppo tecnologici o lontani dalla vita pratica delle persone; organizzazioni umanitarie con costi di gestione elevati quasi quanto le risorse da impiegare; personale europeo che non troverebbe lavoro nel proprio paese d’origine ma che in Africa, spesso grazie a raccomandazioni, riesce a trovare una collocazione.

Nell’attutito ronzio dei reattori rifletto sul fatto che noi occidentali apparteniamo ad un mondo in cui abbiamo delle opportunità, un mondo che in Africa non esiste. Quale opportunità può avere chi è confinato tra una capanna ed un campo di mais ? Eppure, parlando molte volte con giovani ed adulti, ho avvertito vivacità, talento, curiosità. Ma chi vive nel niente ha ben poche possibilità di sollevarsi.
Mi chiedo se, con i nostri programmi di sostegno, riusciremo ad incidere, anche minimamente, su questa realtà e la risposta positiva che ottengo mi conforta. Abbiamo puntato tutto sull’educazione, una carta vincente per promuovere lo sviluppo, evitando interventi astratti ed inutili o ad elevato contenuto tecnologico che a ben poco potrebbero servire in un paese in cui milioni di bambini vanno a scuola senza neppure la penna e le scarpe ed i maestri attendono mesi prima di ricevere uno stipendio che equivale a quello che noi spendiamo in un pranzo al ristorante.
Ripenso ai primi anni di vita dell’associazione, ai sacrifici, alla decisione di staccarmi totalmente dal passato lasciando il sicuro lavoro che avevo per non cadere nella tentazione di tornare indietro, investendo tutte le mie risorse, anche quelle economiche, nella sfida fatta con me stesso: quella di riuscire ad ogni costo a garantire ai bambini africani un minimo di dignità. Il bilancio che mi presento è estremamente positivo: penso alle molte infrastrutture realizzate, agli oltre cinquanta centri di sostegno aperti in cui, grazie alla solidarietà di altrettanti sostenitori italiani, oltre diecimila bambini hanno oggi la possibilità di avere un futuro migliore. Certo, non è stato tutto semplice e non sono mancati gli imprevisti, i ritardi, a volte gli errori ma, nonostante tutto, l’associazione ha compiuto 17 anni di vita ed è in continua evoluzione. Ora avrò più tempo a disposizione. Avrò la possibilità di seguire meglio gli interventi in Mozambico e in Angola, dove verranno aperti altri centri di sostegno.

Il film è terminato e sullo schermo appare ora la posizione dell’aereo. Stiamo sorvolando l’equatore. Dall’oblò intravedo la luna piena. La fisso pensando ai villaggi che stiamo sorvolando, alle foreste, ai drammi e alle speranze dell’Africa. Poi, mi lascio prendere dal sonno.


Tica e Bùzi: due sostegni agli insegnanti
- Aprile

Mi sto recando a visitare, assieme a Jacques Balme, il coordinatore per la provincia di Sofala del CCS, due progetti realizzati attraverso i contributi delle adozioni a distanza. Uno di questi è terminato da alcuni mesi mentre l’altro è iniziato recentemente. Questi interventi, come d’altronde tutti quelli che realizziamo, sono stati programmati con le autorità didattiche provinciali con le quali abbiamo siglato un accordo di cooperazione in base al quale, all’inizio di ogni anno, avviene un incontro in cui si definiscono gli interventi da attuare. Due di questi, quelli appunto che mi reco a visitare, hanno un denominatore comune: sono residenze per gli insegnanti e sono interventi considerati necessari per il Ministero dell’Educazione. Nell’ambito della riorganizzazione e dell’ampliamento del sistema scolastico nelle zone rurali, è infatti importante che gli insegnanti abbiano la possibilità di vivere in abitazioni dignitose.  Molti di loro, ricevuta la nomina, hanno dovuto trasferirsi nella località assegnata lasciando la famiglia, la quale spesso non si adatta al disagio di vivere in una capanna e, per giunta, in località spesso isolate.

Siamo diretti a Bùzi, ma prima passiamo dal villaggio di Tica in cui siamo presenti dal 1997 con interventi a favore dei minori e dove, lo scorso mese, abbiamo inaugurato una residenza per gli insegnanti. In realtà non si tratta di una costruzione nuova, ma della riabilitazione di un edificio che ospitava, sino a poco tempo prima, una scuola primaria, spostata ora in una nuova sede. L’intervento è iniziato nell’ottobre del 2001 ed è terminato nel febbraio di quest’anno.  C’era stato comunicato che nel pavimento della veranda si stavano formando delle piccole fessure ed abbiamo pertanto deciso di verificare il difetto, invitando anche un tecnico dell’impresa edile che ha provveduto a realizzare i lavori. La costruzione si trova quasi di fronte alla stazione ferroviaria ed alla sede dell’associazione Nhatua Za Mala, tramite la quale stiamo assistendo circa 300 minori. Sono stati ricavati quattro piccoli alloggi, di due stanze ciascuno, ognuno con un’entrata indipendente. Abbiamo provveduto anche a fornire parte dell’arredamento: ogni alloggio è dotato di un letto, un tavolo, due sedie, due scaffali e un piccolo armadio. Verificando il pavimento della veranda, notiamo in effetti delle venature diffuse che, col tempo, potrebbero estendersi ed allargarsi. Probabilmente è stato collocato uno strato troppo sottile di cemento: il tecnico dell’impresa edile ci garantisce che nei prossimi giorni interverrà rifacendo la pavimentazione.

Lasciamo Tica diretti al villaggio di Bùzi, distante circa ottanta chilometri. Conosco bene questa strada per averla percorsa molte volte. Per i primi quindici chilometri il terreno è pianeggiante, cosparso da una bassa vegetazione e da pochi alberi radi, poi la strada s’inoltra nella foresta che termina poco prima di giungere nella località, costeggiando a destra il fiume mentre a sinistra si estendono le ultime propaggini dei campi di canna da zucchero, ormai incolti.
Questa strada è rimasta inaccessibile per diversi anni durante il conflitto civile, minata dalla guerriglia che aveva occupato, per un certo tempo, anche il villaggio distruggendo lo zuccherificio. Bùzi si poteva raggiungere solo via mare dal porto di Beira con un piccolo battello.
Qui stiamo costruendo una residenza per gli insegnanti e la nostra visita ha lo scopo di verificare l’andamento dei lavori, rallentati dalle piogge delle settimane scorse. La costruzione, non molto grande, ospiterà il Direttore della scuola primaria “25 Setembro” assieme alla sua famiglia. Se non vi saranno altri impedimenti tra circa un paio di mesi dovrebbe essere conclusa, con un leggero ritardo rispetto alle previsioni.
Infine visitiamo la locale Direzione Didattica dove ci attendono gli insegnanti delle scuole che stiamo sostenendo e con cui ci accordiamo per la stesura delle lettere dei bambini che i sostenitori riceveranno il prossimo mese. Torneremo qui tra circa una settimana e, nell’occasione, provvederemo anche alle fotografie dei bambini.


Un futuro per i giovani artigiani
- Maggio

Osservavo le sculture che l’uomo aveva estratto da una borsa ed aveva posato accanto a me. Alcune erano in ebano e altre in mogano: riproducevano figure di animali, astucci, vasi, portacenere e facevano intuire una buona esperienza nell’arte dell’intaglio. La persona che, pochi minuti prima, aveva bussato alla mia porta mostrandomi gli oggetti in vendita, aveva una figura magra, la barba grigia, gli occhi vigili e il volto sudato nella calura del primo pomeriggio. Vestiva abiti semplici e parlava con l’accento del nord. Diceva di chiamarsi Janela, affermava di essere l’autore delle sculture che mi stava mostrando e che sperava suscitassero il mio interesse. Dopo una breve contrattazione avevo deciso di acquistare un astuccio di ebano e un piccolo vaso di mogano. Prima di riprendere il cammino lo scultore mi aveva invitato a recarmi nel suo laboratorio, situato appena fuori città.
Alcuni giorni più tardi, dopo aver visitato una scuola in costruzione, nel tornare in città avevo fatto una breve deviazione ed ero andato a fargli visita. Il laboratorio, come l’aveva chiamato, era in realtà un angusto spazio davanti ad una capanna in cui, all’ombra di un albero, alcune persone sedute su dei piccoli sgabelli erano intente ad intagliare il legno sotto la sua guida. Lo scultore, un pò sorpreso nel vedermi, mi aveva spiegato che erano apprendisti a cui stava insegnando l’arte dell’intaglio per formare un gruppo di lavoro e, se tutto fosse andato bene, aprire in futuro anche un punto di vendita.
Avevo osservato gli attrezzi con cui i suoi allievi lavoravano: pochi scalpelli con cui riuscivano però a realizzare prodotti di discreta qualità. Un lavoro lungo e paziente effettuato in condizioni disagevoli, senza attrezzature adeguate e con magri ricavi che derivavano solo dall’attività di vendita ambulante a cui il maestro si dedicava per alcune ore al giorno.

Ripenso a quest’episodio mentre accompagno alcuni sostenitori a visitare il laboratorio d’artigianato che abbiamo realizzato a Manga nel  2001 a beneficio di quel gruppo di artigiani penalizzati dalla mancanza di attrezzi, dell’accesso al credito e dall'assenza di sbocco commerciale per i loro prodotti, a parte il mercato locale, quasi indifferente però alla particolare tipologia degli oggetti realizzati. Il Mozambico ha avuto in passato una grande tradizione nel settore artigianale e molte sculture, specialmente quelle realizzate dall’etnia makonde, sono oggi esposte in diversi musei europei.
L’abbandono dei coloni a seguito dell’indipendenza ha fatto venire meno un mercato fiorente e la guerra civile ha disperso numerosi artigiani, molti dei quali sono emigrati nei paesi confinanti. Negli ultimi anni, tuttavia, diversi di loro hanno ripreso le attività, confidando nella presenza dei molti stranieri giunti al seguito dei programmi umanitari e di un turismo che stenta però a decollare.
Nella provincia di Sofala, dove il Centro Cooperazione Sviluppo è presente da molto tempo, esistono diversi laboratori che, in condizioni di notevoli difficoltà, producono oggetti in legno cercando di crearsi un mercato rivolto non agli autoctoni ma, appunto, agli stranieri.

A quella prima visita al mestro Janela e ai suoi allievi ne sono seguite altre per valutare la loro affidabilità e per mettere a punto l’intervento di sostegno, in parte finanziato con un contributo erogato dal comune di Genova. Nell’aprile del 2001, nella località di Manga, è iniziata la costruzione del laboratorio, conclusasi tre mesi più tardi. Il gruppo di artigiani si è costituito in cooperativa ed ha aumentato la produzione di oggetti, parte dei quali vengono inviati in Italia e proposti ai sostenitori del Centro Cooperazione Sviluppo e ad altre organizzazioni.
Uno degli obiettivi dell’intervento è stato quello di promuovere l’artigianato locale,  facilitare l’accesso ai mercati e promuovere la nascita di associazioni e cooperative, coinvolgendo soprattutto i giovani: sono molti infatti coloro che desiderano apprendere l’arte della lavorazione del legno. Un segno positivo del senso di appartenenza alla propria cultura ed un’opportunità per promuovere, da noi, il concetto di giustizia sociale e di sviluppo sostenibile.


Munhava: un altro obiettivo raggiunto
- Giugno

“Beira ha quattro finestre che la legano al mondo: quella del fiume, il Pungue; quella del cielo, l’aeroporto; quella del mare, l’Oceano e la via terrestre. Sono le finestre da cui è possibile fissare il presente e visitare il futuro”. Così descrive uno scrittore mozambicano, Adelino Timoteo, la propria città, una delle poche a cui, dopo l’indipendenza, non è stato cambiato il nome, a differenza di molte altre che hanno avuto nuove denominazioni. Eppure alla città è stato assegnato, nel lontano 1887, il nome di un principe portoghese, appunto il principe di Beira, figlio del re Dom Carlos. Beira crebbe rapidamente con le sue palazzine in stile inglese e gli ampi viali alberati, il porto e la ferrovia mentre all’interno della provincia si moltiplicavano gli allevamenti di animali, i campi di canna da zucchero, di agrumi, di cotone. Dal Sudafrica e dalla Rodesia giungevano i turisti che visitavano il parco di Gorongosa od oziavano nelle spiagge dell’Estoril, ospitati nei motel e negli alberghi della città che, nelle intenzioni dell’amministrazione portoghese, avrebbe dovuta divenire “la città del futuro” come testimoniano le numerose pagine di un ambizioso piano urbanistico, tutt’oggi conservato negli archivi del municipio, ma che la fine del colonialismo non ha permesso di realizzare.

L’indipendenza ha prodotto una prima migrazione verso la città per occupare le abitazioni lasciate libere dai coloni. Un secondo flusso migratorio, originato dalla guerra civile, è avvenuto alla fine degli anni Ottanta. L’elevata pressione abitativa ha dilatato la struttura urbana causando il deterioramento degli edifici esistenti e la nascita di quartieri spontanei in cui sono sorte, senza alcuna pianificazione, migliaia di abitazioni in paglia e fango, autentiche baraccopoli presenti non solo in Mozambico, ma nella maggior parte delle città africane.
Munhava è il più vasto quartiere di Beira sorto a seguito delle migrazioni degli scorsi anni. Come negli altri quartieri simili che circondano la città, non esiste un sistema di smaltimento delle acque o di raccolta dei rifiuti e la presenza di pozze stagnanti è fonte di mortalità causata dalla malaria che va ad aggiungersi all’Aids, alle infezioni respiratorie e al colera.
Come spesso accade in realtà simili, sono i più deboli a pagarne le conseguenze. Qui la mortalità minorile supera le percentuali dichiarate dalle statistiche ufficiali e gli unici dati che valgono sono quelli elencati dal mio accompagnatore, il segretario del bairro che, oltre ad essere una guida indispensabile per addentrarsi nell’intricato labirinto delle abitazioni, vivendo qui è in grado di elencare le sventure di ogni famiglia.
Alla scuola primaria, tuttavia, è semplice arrivare: è situata a poca distanza dalla strada principale che divide il quartiere a metà e si perde negli stagni alle spalle delle ultime case. La scuola è stata costruita a seguito del notevole aumento di abitanti degli scorsi anni ma ora il tempo e l’incuria ne hanno decretato la fine. Realizzata con materiali economici, priva di banchi e di possibilità di espansione perché stretta tra altre costruzioni, le vaste fessure sui muri e le tegole mancanti ne minano la stabilità e non ne consigliano la riabilitazione. Nel corso dell’incontro per programmare le attività, avvenuto sulla base di un accordo siglato con la Direzione Provinciale dell’Educazione e con le varie Direzioni Distrettuali delle province di Maputo e Sofala, abbiamo optato per la costruzione un nuovo edificio.

La realizzazione della nuova scuola, che comprende quatto ampie aule ed i servizi igienici, iniziata nel dicembre scorso ma rallentata dalle piogge, terminerà tra poche settimane. Prima dell’inaugurazione organizzeremo un incontro con i familiari degli alunni per ricordare il ruolo fondamentale che hanno di primi educatori dei loro figli ed esortarli a considerare la scuola una priorità, collaborando per la pulizia e la manutenzione.
Il nostro impegno è sempre stato rivolto all’educazione, sia nei primi interventi di sostegno alle strutture religiose iniziati nel 1990, che nei programmi di adozione a distanza attivati quattro anni più tardi i quali, a tutt’oggi, hanno consentito a decine di migliaia di bambini un miglior accesso alla scuola grazie alle distribuzioni di materiale didattico, e un aumento delle iscrizioni grazie alle numerose scuole realizzate negli scorsi anni dalla nostra associazione. Abbiamo infatti constatato che, dopo aver costruito una nuova scuola, il numero degli alunni iscritti aumenta: molte famiglie non iscrivono i loro figli perché spesso le scuole sono all’aperto, all’ombra di alcuni alberi.  Ed è per questo che, completato questo edificio, ne inizieremo un secondo identico. Una volta terminato il tutto, sarà stato realizzato nel quartiere di Munhava un complesso scolastico in grado di garantire a circa 800 alunni una nuova scuola che assicurerà lo studio negli anni a venire ai giovani del quartiere.
La soddisfazione è molta anche perché sono bastati pochi mesi per raccogliere i fondi necessari, grazie ai nostri sostenitori. Un altro obiettivo raggiunto con il contributo di tutti coloro che fanno della solidarietà non una manifestazione dell’emotività di un momento, ma una scelta da rinnovare giorno dopo giorno.


L'acqua è la vita
- Settembre

Quando il primo secchio d’acqua viene sollevato dal fondo del pozzo, i presenti lo fissano con espressione d’allegria. Il secchio viene posato sul terreno, alcuni raccolgono un pò d’acqua nell’incavo della mano e bevono. Certo, non sarà acqua purissima perché è prelevata da un semplice pozzo ad anelli, ma almeno allevierà la fatica quotidiana di donne e bambini che, tutti i giorni, hanno l’incombenza di recarsi alla fonte più vicina, situata a circa due chilometri, e trasportare a casa un bidone d’acqua di venti litri. Nella cultura africana, donne e bambini sono infatti i protagonisti di questo gravoso compito e, in particolare per le prime, il trasporto dell’acqua è solo una delle tante fatiche quotidiane che devono affrontare e che si aggiunge alla cura dei figli, alla preparazione del cibo, alla coltivazione dei campi. Ma da oggi per molte di loro questa fatica è terminata.
Sono circa una trentina i pozzi che abbiamo realizzato lo scorso anno ed altri  verranno iniziati nelle prossime settimane per concludere il programma previsto per il 2003, l’Anno Internazionale dell’Acqua. Sono stati tutti costruiti nella provincia di Maputo, nelle stesse località in cui siamo presenti con i programmi di sostegno all’istruzione tramite le adozioni a distanza e dove, nonostante la relativa vicinanza della capitale, molte comunità non hanno accesso all’acqua, prelevata in fontanili spesso molto distanti, alcuni risalenti all’epoca coloniale, altri realizzati in anni più recenti.
La nostra associazione, dopo aver dotato di un pozzo le scuole che ne erano prive, ha iniziato a costruirli anche nelle comunità circostanti, in accordo con le amministrazioni locali che indicano, in base alla mappa geologica, i punti in cui dovrebbe trovarsi l’acqua. I pozzi sono costruiti nella maniera tradizionale, scavati manualmente sino ad una profondità massima di circa otto metri, con le pareti formate da anelli di cemento e chiusi alla sommità da un coperchio per evitare la caduta di oggetti che possono inquinare l’acqua e proteggere in particolare i bambini da cadute accidentali. Prima di iniziare lo scavo viene organizzato un incontro con la comunità che beneficia dell’intervento: una fase importante in cui deve essere espresso chiaramente che chi realizza il pozzo, non lo “regala” alla comunità, la quale deve capirne l’importanza intervenendo nella realizzazione e curandone la successiva manutenzione, specialmente se, in luogo della classica fune e del secchio, l’acqua è estratta con una pompa meccanica, soggetta ad avarie.

In Mozambico, come in molti paesi africani, l’acqua è spesso prelevata in pozze scavate a poca profondità in cui gli animali contendono l’acqua alle persone. Oggi il trasporto non avviene più con le caratteristiche anfore d’argilla, la cui forma era simile in tutti i paesi africani, ma con taniche di plastica tenute in equilibrio sulla testa. Sono milioni i bambini in tutta l’Africa che, a causa della fragilità del loro organismo, ogni anno muoiono per malattie provocate della scarsità di igiene e di acqua potabile. Malattie che potrebbero essere evitate se la comunità internazionale accettasse di estendere a tutti l’elementare diritto all’acqua, garantendo le risorse economiche necessarie. Abbiamo promosso la realizzazione dei pozzi perché riteniamo che, accanto ai programmi d’istruzione, debbano essere realizzati anche interventi per migliorare la qualità di vita non solo dei bambini che sosteniamo, ma anche della comunità in cui vivono, come abbiamo sempre indicato nei nostri programmi.
Acqua significa progresso. Significa poter bere e lavarsi. Significa per le donne evitare di camminare tutti i giorni per ore ed avere più tempo da dedicare alla famiglia. Significa per i bambini poter frequentare la scuola ed evitare molte malattie.

Adesso, vicino al nuovo pozzo, inizierà la festa e da domani non occorrerà più spingersi sino alla lontana fonte perchè ogni famiglia avrà l’acqua per lavarsi, cucinare, coltivare l’orto. Oggi si danzerà e si mangerà assieme agli amici italiani che hanno contribuito, con un altro piccolo passo, a garantire un pò più di benessere alla comunità e, soprattutto, ai bambini.


Uno strumento per lo sviluppo
- Ottobre

Questa volta l’idea è venuta dai giovani di Manga che, incontrandosi nel centro parrocchiale, si raccontavano l’un altro i problemi e le difficoltà che incontravano nello studiare o nel trovare un lavoro per l’elevato costo dei libri e la mancanza di conoscenze specifiche.
Ne hanno parlato con il parroco che, a sua volta, ne ha parlato con noi. Qualche giorno più tardi abbiamo incontrato i ragazzi di Manga, rimanendo a lungo con loro ed ascoltando le loro richieste. Manga è una località in cui il Centro Cooperazione Sviluppo è presente da oltre dieci anni. Qui sono stati realizzati molti interventi: il Villaggio dei Santi Innocenti, la riabilitazione di due centri sanitari, la Cooperativa Artigianale, la costruzione di edifici scolastici, l’apertura di strutture per bambini denutriti, il sostegno a migliaia di alunni e alle loro rispettive scuole. Tutte queste attività hanno avuto il punto di partenza proprio nella parrocchia dove un tempo vi erano i missionari comboniani. Padre Machate, mozambicano, è oggi il nuovo parroco ed ha particolarmente a cuore il futuro dei giovani che vivono in questa località. Molti di loro studiano, qualcuno è riuscito a trovare un lavoro ma la maggior parte affronta serie difficoltà. Chi studia spesso non ha la possibilità di acquistare i libri e si limita a prendere appunti durante le lezioni. Ma solo gli appunti non sono sufficienti. Per fare una traduzione occorre un dizionario, per prepararsi ad un’esame di chimica o di fisica occorrono testi adeguati. E per chi è riuscito a terminare gli studi non è facile trovare un impiego: la mancanza di una specializzazione o di conoscenze specifiche che vadano oltre quelle apprese all’Istituto tecnico, riducono al minimo le possibilità di essere assunti.

I giovani di Manga, nell’incontro avuto con loro, hanno presentato le loro proposte: una biblioteca ed una scuola d’informatica e mi ha fatto piacere rivederne tra loro alcuni che, diversi anni fa, erano inseriti nei programmi di adozione a distanza. Abbiamo valutato le loro idee assieme al parroco e le abbiamo trovate coerenti con la tipologia di sostegno che caratterizza la nostra associazione, impegnata da sempre nel settore educativo e formativo. Questo avveniva all’inizio dello scorso anno e, pochi mesi più tardi, abbiamo avviato queste due iniziative.
I locali per la biblioteca e per la scuola d’informatica sono stati messi a disposizione dalla parrocchia. La biblioteca è stata aperta in un edificio situato nello spiazzo antistante la chiesa, costruito nel 1974, l’anno precedente l’indipendenza, che avrebbe dovuto essere adibito a scuola primaria, ma gli avvenimenti politici e sociali accaduti in quel periodo hanno accantonato definitivamente il progetto. Nei corso degli anni è stato utilizzato come magazzino, ha ospitato corsi di sartoria ed anche un piccolo ambulatorio dove, sino allo scorso anno, un medico italiano volontario giungeva due volte la settimana a visitare i bambini con carenze alimentari. La biblioteca è situata in tre ampie sale in cui, dopo averle riordinate e ridipinte abbiamo collocato scaffali, sedie e tavoli oltre ai primi libri ai quali, recentemente, se ne sono aggiunti altri: dizionari, manuali tecnici, atlanti, testi di matematica, fisica, chimica ma anche novelle e racconti. Sin dai primi giorni sono stati numerosi gli studenti che sono venuti a consultare testi scolastici e manuali. Nel prossimo futuro prevediamo di dotare la biblioteca di alcuni computers con l’accesso ad Internet per dare la possibilità ai frequentatori di avere uno strumento per facilitare l’informazione e lo studio.

La scuola d’informatica è stata ricavata in due locali accanto all’abitazione del parroco. Anche qui abbiamo dovuto eseguire alcuni lavori di riabilitazione prima di installare i computers e gli accessori, acquistati in Italia ed inviati in Mozambico con i container che contengono i doni che i sostenitori inviano ai minori adottati a distanza. Qui si svolgono i corsi per apprendere i programmi operativi più comuni e le nozioni necessarie per accedere ad Internet. Riteniamo questa scuola particolarmente importante perché offre la possibilità di apprendere nozioni base che agevoleranno nella ricerca di un lavoro e consentiranno di diminuire il divario digitale che esiste oggi nei Paesi in via di Sviluppo, sottolineato più volte anche dalle Nazioni Unite, e che si aggiunge ad altri divari: la povertà, la mancanza di istruzione, il degrado.

Biblioteca e scuola di informatica rappresentano dunque una nuova pagina nel sostegno ai giovani nell’ambito della formazione e della cultura. Il Paese sta cambiando ed è necessario affrontare i mutamenti sociali per favorire lo sviluppo che,
pur lentamente, sta avvenendo. Anche i giovani sono cambiati ed oggi le loro richieste sottolineano la volontà di un riscatto dalla povertà materiale e culturale in cui sono vissuti.
La più grande soddisfazione è stata tuttavia quella di riconoscere, tra i giovani che frequentano i corsi di informatica e la biblioteca, alcuni di coloro che erano stati adottati a distanza negli scorsi anni: questa è la miglior gratificazione per il lavoro che abbiamo svolto nel corso del tempo in Mozambico ed è la constatazione di un principio a cui abbiamo sempre creduto: l’adozione a distanza come strumento di sviluppo.