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2003
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Il futuro migliore - Settembre
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Il manifesto di propaganda elettorale risalta, in mezzo a circolari e avvisi, con i suoi colori vivaci che riprendono quelli della bandiera mozambicana.
Le elezioni sono già avvenute da oltre due anni, ma il manifesto continua a rimanere appeso alla parete, forse per rammentare che sta giungendo il futuro migliore promesso dal partito che guida il governo.
Un traguardo però ancora lontano, a giudicare dai risultati di una recente indagine sulla povertà pubblicati proprio da un’istituzione governativa, l’Istituto Nazionale di Statistica, che sto sfogliando mentre, nella sede del bairro di Munhava, uno dei quartieri più affollati e poveri di Beira, attendo il segretario per definire con lui i particolari dell’inaugurazione della nuova scuola primaria che abbiamo terminato di costruire in questi giorni.
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Il mio sguardo dal manifesto ritorna ai dati appena letti: il 43% delle famiglie mozambicane intervistate lamenta che la situazione economica è peggiorata rispetto all’anno precedente.
Il tasso di analfabetismo supera il 55% e colpisce in particolare le donne con il 71,2%; il 48,3% dei bambini con meno di cinque anni soffre di denutrizione cronica, il 12,5% di denutrizione acuta e il 38% ha un peso inferiore alla media rispetto all’età.
Solo il 30,2% delle famiglie possiede una radio, il 4,3% una macchina da cucire, il 4,2% un frigorifero, il 5,1% un televisore e il 5,8% l’energia elettrica.
Il 78,3% vive in un’abitazione costruita con paglia o canne di bambù e il 71,2% utilizza l’acqua del pozzo o del fiume, mentre il 68,2% non possiede servizi igienici e il 57,8% impiega oltre un’ora di cammino per raggiungere il più vicino centro sanitario. Il minimo salariale corrisponde a circa quarantacinque euro al mese, ma molti lavoratori non percepiscono neppure quello.
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Questa è l’immagine del Mozambico di oggi e la conferma delle cifre che ho appena letto ha un riscontro concreto quando mi inoltro per le vie di questo quartiere, simile a molti quartieri di tante altre città africane, dove la speranza di chi fugge dalle campagne alla ricerca di migliori condizioni di vita si infrange nella povertà delle periferie urbane, tanto che le città sembrano difendersi da questa invasione: guardie armate e sistemi di sicurezza elettronici proteggono quartieri residenziali, alberghi, centri commerciali, ristoranti e supermercati e li separano dai quartieri con le abitazioni di canne, argilla, lamiera e cartone.
Un mondo a parte con le sue discariche di rifiuti all’aperto (le lixeiras), il suo sistema di trasporti (i chapas), i suoi locali di ritrovo (le baraccas), i suoi supermercati (i dumbanengues). Un mondo in cui non è semplice vivere e dove, ogni volta che vi entro, mi stupisce l’adattamento alle condizioni di vita più estreme.
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E anche ora che lascio la via polverosa e assolata che attraversa il quartiere e si perde tra gli stagni dopo le ultime case, mi sorprende l’imperturbabilità del mio accompagnatore che mi precede nelle strette stradine che fiancheggiano abitazioni tenute assieme con i materiali più diversi, dalle cui soglie bambini vestiti con panni stracciati mi osservano meravigliati, mentre presto attenzione a non calpestare i rifiuti, sparsi ovunque, e cerco di evitare le pozze d’acqua stagnante dove al tramonto sciami di zanzare inizieranno a risvegliarsi regalando, al malcapitato di turno, la malaria.
Conforta il fatto che non siamo in estate, quando il caldo fa esplodere, come tutti gli anni, il colera. Non è semplice vivere qui: non vi sono campi da coltivare e non è possibile ritornare al villaggio. La propria casa non esiste più e le mine non permettono di coltivare il terreno.
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Qui la mortalità minorile supera le percentuali dichiarate dalle statistiche ufficiali e gli unici dati che valgono sono quelli elencati dal mio accompagnatore che, vivendo qui, conosce le sventure di ogni famiglia: storie di povertà, di guerra, di fame e di malattie.
Ma qualcosa doveva essere fatto per rendere un po’ meno difficile la vita delle persone, soprattutto dei bambini. E anche qui, in questo quartiere che rappresenta la difficoltà del Mozambico di raggiungere lo sviluppo tanto atteso, il Centro Cooperazione Sviluppo è intervenuto dapprima con il sostegno degli alunni della vecchia scuola primaria, ormai minata dagli anni e dall’incuria e, poco tempo dopo, con l’inizio delle attività per realizzare il nuovo edificio scolastico che sto mostrando al segretario del bairro e che inaugureremo tra pochi giorni.
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Un altro obiettivo raggiunto con il contributo di tutti coloro che fanno della solidarietà non la manifestazione dell’emotività di un momento, ma un impegno concreto che si rinnova giorno dopo giorno.
Un impegno per offrire realmente un futuro migliore a migliaia di bambini, quel futuro migliore a cui aspira questo Paese e che anche noi stiamo contribuendo a realizzare.
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