2002 - Veziano Armandi
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2002

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Nhanconjo: il diritto alla vita - Febbraio

La distribuzione del pasto inizia alle sette, ma le persone sono in attesa già da un'ora. Sono tutte donne, giunte alla spicciolata portando con loro i figli: i più grandi seguono la madre mentre i più piccoli vengono tenuti in braccio. Alcune sono arrivate quando era ancora buio camminando per diversi chilometri avvolte nella capulana, il caratteristico panno colorato indossato da molte donne africane, per ripararsi dall’umidità dell’alba. L’estate è infatti terminata e, nelle prime ore del mattino, inizia a comparire una leggera nebbia che preannuncia l’imminente arrivo dell’inverno australe. Madri e bambini sono seduti in attesa davanti al centro di alimentazione di Nhanconjo, alla periferia di Beira, una costruzione che si trova nella stessa area in cui è situato il centro sanitario gestito delle Missionarie Domenicane ed è composta da un semplice ma funzionale edificio con una cucina ed un vasto salone dove, tutte le mattine, decine di bambini denutriti ricevono un pasto appositamente studiato per combattere la malnutrizione che, in questa particolare area, raggiunge percentuali elevate. Qui le migrazioni degli scorsi anni hanno provocato il sovrapporsi, ai residenti, di migliaia di persone giunte dalle località dell’interno che si sono adattate a svolgere attività informali o a coltivare un piccolo pezzo di terreno presso la loro abitazione, in genere una semplice costruzione in paglia e fango. Il colera è endemico ed oltre la metà dei bambini sino a dieci anni presenta carenze vitaminiche. I più vulnerabili tra loro sono stati inseriti in un programma di alimentazione avviato dal Centro Cooperazione Sviluppo: un programma che abbiamo iniziato diverso tempo fa quando in questo centro sanitario vi era una suora peruviana, Suor Flores de Maria. La guerra civile era terminata da poco ed il Mozambico, divenuto il paese più povero del mondo, stava lentamente risollevandosi dalle devastazioni che il conflitto aveva causato.La giovane missionaria assisteva giornalmente alla processione delle madri che chiedevano aiuto per i loro bambini i quali, denutriti e affetti da malattie derivanti dalla mancanza di vitamine, necessitavano di urgenti cure e di cibo.
Era la primavera del 1996 ed in quel periodo, mentre  stavo raccogliendo la documentazione necessaria per elaborare l’intervento di riabilitazione del centro sanitario di Manga per adeguarlo alla crescente domanda di assistenza medica causata dall'aumento degli abitanti, Suor Flores de Maria mi aveva sottoposto la necessità di assistere i numerosi bambini denutriti della località. Ben presto, tramite le adozioni a distanza, è stato possibile possibile assicurare a quelli che si trovavano in condizioni più vulnerabili, un’appropriata dieta alimentare. Nel 1998 suor Flores è tornata in Perù ma l’attività di sostegno non si è interrotta: il Centro Cooperazione Sviluppo continua a sostenere questi bambini il cui numero nel frattempo è aumentato mentre ora è Suor Antonia che continua, tutte le mattine, a distribuire un pasto composto da sostanze altamente nutrienti e appositamente studiate per garantire un elevato apporto proteico e vitaminico.

I bambini siedono attorno ai tavoli dove alcuni incaricati posano il piatto ed un cucchiaio. Molti tra loro hanno gravi problemi di denutrizione e purtroppo qualcuno non sopravvive: capita infatti che diverse madri chiedono aiuto quando la situazione è ormai compromessa. Due volte al mese vengono visitati ed i dati riportati in una scheda sanitaria. “In tal modo possiamo seguire il loro sviluppo e capire quando hanno raggiunto un peso che li pone fuori dalla zona di rischio. Giunti a questo punto variamo l'alimentazione” mi spiega suor Antonia. Aiuto anch'io nella distribuzione del pasto e porgo il piatto a diversi bambini che non hanno trovato posto nei tavoli e siedono sul pavimento. Osservo la loro sorpresa nel vedere un bianco posare il piatto vicino a loro. Qualcuno si stringe alla madre con timore, ma poi afferra il cucchiaio ed inizia a mangiare. “La dieta è composta da alimenti contenenti un'elevata percentuale di latte, olio e zucchero per potenziare l'organismo" spiega Suor Antonia. "Quando il bambino ha raggiunto un recupero soddisfacente, sostituiamo queste sostanze con altre per aumentare il peso”. Periodicamente le madri ricevono informazioni sulla prevenzione delle principali malattie dei bambini il cui stato di denutrizione ha una sola causa: la povertà. Inizia dalle cattive condizioni di salute delle madri durante la gestazione, molte delle quali sono vedove e prive di un sostegno maschile. “Molte sopravvivono con piccole attività informali o coltivando del terreno; altre sono sieropositive e spesso anche i loro figli si trovano nelle stesse condizioni. Ne abbiamo diversi in questo momento e cerchiamo di curarli, ma purtroppo qualcuno soccombe”.
Guardo i bambini mangiare e ritorno indietro con la memoria negli anni: ne sono passati sei da quando abbiano iniziato qui il programma di adozioni a distanza grazie a cui molti bambini hanno potuto essere curati, crescere ed andare a scuola. Chiedo a Suor Antonia di fare un bilancio di questi anni: “Il bilancio non può essere che positivo. Da quando abbiamo iniziato siamo riusciti a salvare centinaia di bambini, a garantire loro il diritto alla vita. Vorrei ringraziare il Centro Cooperazione Sviluppo e ringraziare soprattutto i sostenitori perchè  sappiano che il valore del loro contributo non è solo economico ma anche solidale."


Boquisso e Ngolhosa: un'altro traguardo
- Giugno

Guardando attraverso il finestrino vedo la coltre di polvere rossa sollevata dalla nostra vettura posarsi lentamente sugli alberi, sulle persone che stanno camminando, sulle capanne, sulle bancarelle che vendono un pò di tutto. Da quando è finita la stagione delle piogge la terra è ogni giorno più arida ed ogni cosa ha assunto una sfumatura rossa. Le altre vetture che ci seguono quasi non si distinguono ma la nostra meta non è lontana.  Abbiamo lasciato da poco gli ultimi quartieri di Maputo e la comoda strada asfaltata per iniziare la pista in terra battuta diretti alla località di Ngolhosa Nova, dove oggi inaugureremo una scuola. Osservo il panorama che scorre dai vetri ermeticamente chiusi. Ci troviamo a pochi chilometri dalla capitale eppure sembra di esserne molto lontani: tra gli alberi si intravedono le capanne dalla classica forma circolare, come è d’uso nel sud del Mozambico. Sono costruite con bambù ricoperto d’argilla ed il tetto di paglia. Qua e là delle donne sono intente a seminare il terreno e prepararlo per il prossimo raccolto mentre gruppi di bambini, all’ombra degli anacardi e dei manghi, osservano incuriositi il nostro passaggio. Poco più avanti sulla sinistra, in prossimità di un’installazione militare, un reticolato di filo spinato a cui sono appesi vistosi cartelli che segnalano la presenza di mine, è rimasto a ricordare un passato di violenza ormai concluso da tempo ma le cui testimonianze sono ancora presenti. L’attività di sminamento qui non è ancora iniziata, nonostante la guerra sia terminata da dieci anni.
Abbiamo superato la località di Boquisso dove, alcuni giorni fa, abbiamo inaugurato un edificio scolastico, la scuola primaria 24 de Julho, identico a quello che inaugureremo tra poco e, tra circa un mese, prevediamo di terminarne un terzo. La costruzione delle tre scuole fa parte di un accordo che, a nome del Centro Cooperazione Sviluppo, ho firmato in marzo con la Direzione Didattica della città di Matola che ha giurisdizione in quest’area. I lavori di costruzione sono iniziati subito e, grazie anche al fatto che le due località distano tra loro solo pochi chilometri, in pochi mesi siamo riusciti a terminare contemporaneamente i due edifici.
La prima scuola inaugurata è stata quella di Boquisso: l’edificio scolastico che abbiamo costruito è a pianta rettangolare dipinto in bianco e grigio, con quattro grandi aule. Oltre alla scuola abbiamo realizzato la segreteria, i servizi igienici ed un pozzo per garantire agli alunni ed agli insegnanti acqua potabile, particolare non trascurabile in località in cui spesso il calore è intenso e la sete distoglie l’attenzione. Nella scuola di Boquisso studiano quasi quattrocento alunni, divisi in due turni: dalla sette alle undici e dalle undici alle quindici.

La scuola primaria di Ngolhosa Nova, dove siamo diretti ora, è identica a quella di Boquisso: una costruzione rettangolare con quattro aule, i servizi igienici, il pozzo ed anche l’inaugurazione segue lo stesso cerimoniale.
Davanti ai presenti, il Governatore della provincia esorta i presenti a sentire come propria la scuola ed a mandarvi i figli, sottolineando che la realizzazione è stata possibile grazie al contributo di molte famiglie italiane. 
Dopo l’intervento dell’Amministratore della località ed il messaggio di ringraziamento letto da un alunno, si svolge la tradizionale cerimonia per ingraziarsi gli antenati il cui culto in Africa è molto importante: la famiglia non comprende solo i componenti vivi ma anche coloro che sono morti ne fanno parte a tutti gli effetti. Gli antenati non hanno solo donato la vita, ma hanno tramandato anche il sapere e la saggezza e, come tali, sono membri della comunità. A loro ci si rivolge prima di compiere un viaggio impegnativo, di prendere una decisione importante, di iniziare una nuova attività. Ed anche in questa circostanza ci si rivolge a loro perché la nuova scuola riesca ad adempiere totalmente al compito a cui è destinata. Il regolo della località, spostando sul terreno piccoli amuleti che ha portato con sé, proferisce litanie e preghiere nella lingua locale. Osservo le persone intente ad ascoltare le parole del regolo, che evoca nomi di antichi guerrieri la cui memoria è oggi ancora viva e che sono entrati nella storia e nella leggenda sin da quando questa località apparteneva all’antico Regno di Gaza. 

Il Regno di Gaza si era formato a seguito di una migrazione del popolo Nguni, un’etnia zulu proveniente dall’attuale Sudafrica, al comando del capo tribù Sochongane. In pochi anni Sochongane aveva esteso il suo dominio su un vasto territorio che dall’Incomati giungeva sino al Save, includendo anche una parte dell’attuale Zimbabwe. Eccellenti guerrieri, gli Nguni sottomisero al loro dominio tutte le popolazioni che incontrarono sul loro cammino e si imposero anche sulla fragile amministrazione coloniale portoghese. Sochongane stabilì la capitale a Chaimite, vicino all’attuale città di Manjacaze. Alla sua morte i figli condussero una devastante guerra civile per la successione: il potere venne assunto dal figlio Muzila e, dal 1884, dal figlio di questi Gungunhane, il Leone di Gaza, come ancora oggi è ricordato in tutto il Mozambico.
La fine del Regno di Gaza inizia alcuni anni dopo la Conferenza di Berlino del 1885, con la quale le potenze europee dividono l’Africa con la clausola che i possedimenti devono essere accompagnati dall’effettiva amministrazione dei territori occupati. Per i portoghesi il Regno di Gaza rappresenta però un ostacolo. L’attacco del capo tribù Uamatibijana e del suo piccolo esercito alla località di Lourenço Marques, la futura capitale del Mozambico, è il pretesto per intervenire. Sconfitto, Uamatibijana si rifugia presso Gungunhane il quale respinge la richiesta dei portoghesi di consegnarglielo. La fine del Regno di Gaza è iniziata.
L’incarico è affidato nel settembre del 1895 a Mouzinho de Albuquerque. Viene inviato un ulteriore ultimatum a Gungunhane che, ancora una volta, respinge. Consegnerà Umatibijana più tardi, quando capirà che la situazione è ormai disperata. I portoghesi, in marcia verso la capitale del regno, sconfiggono l’esercito di Gungunhane a Magude il 25 ottobre e a Coolela il 7 novembre. Il giorno di Natale, Mouzinho giunge a Chaimite, la città sacra, mentre i guerrieri presenti non oppongono resistenza e fuggono lasciando Gungunhane solo con i familiari ed alcuni regoli. È la fine del Regno di Gaza.
13 marzo 1896. Il vapore Africa attracca al porto di Lisbona. È  partito da Lourenço Marques due mesi prima. Migliaia di persone sono sul molo in attesa. Alcuni giornalisti hanno il permesso di salire a bordo ed incontrano un gruppo di prigionieri stretti in uno spazio angusto e buio. Gungunhane è accompagnato dalle mogli, da diversi figli e dal capo tribù Uamatibijana, l’eroe della battaglia di Marracuene, anche lui destinato a morire in esilio. 
Il gruppo, prima di essere rinchiuso in una fortezza, attraversa in carrozza le vie di Lisbona, tra due ali di folla accorsa a vedere i trofei giunti dall’Africa.

Il 26 giugno del 1896, Gungunhane ed il suo seguito si preparano per l'ultimo viaggio. Il governo ha deciso di mandarli in esilio alle Azzorre. Gungunhane viene destinato all’isola Tercera, una piccola isola dell’arcipelago. Sarà libero di circolare e cacciare, imparerà a leggere e scrivere, sarà battezzato e gli verrà assegnato il nome di Reynaldo Frederico Gungunhane. Del giorno del battesimo rimarrà una patetica fotografia di un negro vestito con un abito da cerimonia. Vivrà nell’isola dieci anni, lo stesso periodo in cui regnò. Muore il 23 dicembre 1906.
Cinque anni prima a Lisbona si era suicidato Mouzinho de Albuquerque, l’uomo che l’aveva catturato a Chaimite. Nella lettera lasciata ai familiari  scriverà “la mia vita è stata tutta un fallimento. L’unica cosa positiva che sono riuscito a fare è stata la cattura di Gungunhane”. 
Nel maggio del 1985, in occasione del 10° anniversario dell’Indipendenza del Mozambico, il Portogallo consegna i resti mortali dell’antico re di Gaza ed il 15 giugno, con una solenne cerimonia, l’urna di legno scolpita da un artista mozambicano, dopo essere rimasta esposta nel Municipio di Maputo, viene portata alla vicina Fortezza, la stessa in cui Gungunhane fu rinchiuso dopo la cattura a Chaimite, in attesa di essere imbarcato per Lisbona. Oggi l’urna che racchiude i resti del Leone di Gaza è visibile in una piccola sala nel lato sinistro della Fortezza. Poco metri più in là, nel cortile, per una curiosa ironia della storia, vigila la statua equestre di Mouzinho de Albuquerque, l’uomo che lo catturò mentre, a pochi metri, un bassorilievo di bronzo evoca il momento della cattura.

Con la conclusione della guerra contro Gungunhane veniva creato uno stato coloniale con confini ben definiti che riunivano sotto un unico dominio tutte le diverse popolazioni dal fiume Rovuma al Maputo secondo una politica di assimilazione che tentava di abolire le identità  etniche mentre, al contempo, creava un inizio di identità nazionale che si svilupperà oltre mezzo secolo più tardi.
Scriveva infatti Edoardo Mondlane nel 1968: “La fonte dell’unità  nazionale è  stata la sofferenza comune durante gli ultimi cinquant’anni del dominio portoghese. L’unità nazionale non è nata da un’unità linguistica, territoriale, economica o territoriale. In Mozambico è  stato il dominio coloniale a produrre una comunità territoriale fondata sulla discriminazione, lo sfruttamento, il lavoro forzato e altri aspetti simili del dominio coloniale”.

Al termine della cerimonia, dopo un simbolico taglio del nastro, gli invitati entrano nelle grandi aule, complete di banchi e cattedre. Ancora un traguardo raggiunto per  il Centro Cooperazione Sviluppo grazie alle adozioni a distanza. È per questo che crediamo sempre di più a questa iniziativa: sostenere un bambino non significa solo consegnargli penne e quaderni ma creare anche le condizioni perché possa studiare agevolmente.
La nostra missione a volte non è facile ma sono momenti come questi, in cui vediamo concretizzarsi i nostri sforzi ed i nostri obiettivi, che ci ripagano di tutti i sacrifici e di tutto il lavoro svolto. Lascio la località pensando che, tra poco più di un mese, ritornerò in questa zona per un’altra inaugurazione.


Matola Gare: la scuola in mezzo agli alberi
- Luglio

Ecco, siamo arrivati. La scuola è qui” aveva esclamato il responsabile del settore pedagogico della Direzione Educativa di Matola. Fermata la vettura ero sceso ma, per quanto mi guardassi attorno, vedevo solo la foresta. “Laggiù, tra quegli alberi” aveva continuato il mio accompagnatore incamminandosi verso un gruppo di alberi. Lo avevo seguito e, nel silenzio del primo pomeriggio, udivo ora le voci dei bambini che stavano ripetendo le lettere dell’alfabeto. Percorse poche decine di metri, era apparsa la scuola: un recinto di canne di bambù seminascosto da cespugli, al riparo dell’ombra di un grande albero di anacardio. Dentro, seduti su delle traballanti assi di legno, i bambini si erano voltati sorpresi per la visita inaspettata. Ma quello che stavo osservando era solo un’aula: le altre erano sparse sotto altri alberi di anacardio, da dove provenivano voci di insegnanti e di bambini.
Avevo deciso di ampliare la presenza del Centro Cooperazione Sviluppo nella provincia e, dopo una serie di incontri con alcuni dirigenti del settore educativo, stavo ora visitando diverse scuole situate nell’area rurale della città di Matola, situata a poca distanza dalla capitale Maputo, per stabilire quelle da inserire nel programma di adozione a distanza. In compagnia del responsabile pedagogico provinciale avevo visitato, nell’area urbana, alcune scuole ricavate da vecchi edifici privi di servizi igienici dove la maggior parte degli alunni sedeva sul pavimento. Avevamo poi continuato il nostro itinerario nell’area rurale visitando anche qui ogni varietà di scuole. In due di esse la guerra aveva lasciato in piedi solo alcuni muri al cui riparo i maestri facevano del loro meglio per insegnare a leggere e scrivere.
Ogni volta ci presentavamo e spiegavamo i motivi della nostra visita: il sostegno agli alunni e alla scuola. Ogni volta gli insegnanti si dilungavano a spiegarci le evidenti condizioni di disagio in cui erano costretti a lavorare e che tuttavia sottolineavano, nella speranza che la loro scuola fosse tra quelle che il Centro Cooperazione Sviluppo avrebbe aiutato. Non era certamente possibile garantire il sostegno a tutte ed occorreva, pur a  malincuore, fare una selezione. Dopo alcune settimane da quella visita avevo inviato in Italia, tra le altre, anche le schede degli alunni della scuola in mezzo agli alberi dove, a distanza di un anno, sono ora ritornato. Ma davanti a me non vi sono più le aule fatte di canne di bambù seminascoste dai cespugli. Sono state sostituite dall’edificio scolastico che oggi stiamo inaugurando: la scuola primaria della località di Matola Gare, realizzata grazie alle adozioni a distanza.

L’inaugurazione si svolge alla presenza del Governatore e delle autorità scolastiche e, terminati i discorsi ufficiali, dopo il taglio del nastro inizia la visita alle aule con i banchi perfettamente allineati, la cattedra al centro della parete e la grande lavagna appesa al muro. Tutto il villaggio è venuto ad assistere ed attende, prima di esprimere la propria soddisfazione e allegria con le caratteristiche danze tradizionali, l’ultimo atto della cerimonia. Occorre infatti propiziarsi gli antenati, tanto più che l’edificio è intitolato ad un famoso capo tribù locale: Uamatibijana. Il regolo si avvicina ad una pianta e, dopo aver pronunciato un breve discorso, con una ciotola cosparge d’acqua il terreno intorno. Lo stesso gesto viene eseguito dalle autorità ed io stesso sono invitato a compierlo. Con questo antico rito la cerimonia dell’inaugurazione ufficiale è terminata ed inizia quella della popolazione. Al suono dei tamburi si fa innanzi un gruppo di uomini, alcuni dei quali con abiti tradizionali simili probabilmente agli stessi che indossavano i guerrieri della tribù ronga che risiedeva in questa zona e che, al comando di Uamatibijana, nel 1894 si opposero alla dominazione coloniale.

All’arrivo dei primi europei nella Baia do Espirito Santo, l'estuario in cui confluiscono i fiumi Maputo, Matola, Umbeluzi e Tembe, oggi Baia di Maputo, erano presenti diversi piccoli stati indigeni la cui storia si è sovrapposta a quella dei colonizzatori con complessi intrecci di antagonismi, guerre ed alleanze: Libombo, Tembe, Nhaca, Manhiça, Moamba ed altri i cui nomi corrispondono oggi a località geografiche della regione e con cui i portoghesi si limitavano inizialmente ad alcuni scambi commerciali. Nei secoli successivi nella baia apparvero inglesi, tedeschi, boeri e francesi che entrarono in competizione con i portoghesi. Le rivalità commerciali  terminarono solo con la Conferenza di Berlino con la quale vennero stabiliti i confini delle colonie europee e tracciate, sulla mappa dell’Africa, le linee rette che ancora oggi esistono e che mescolarono, o divisero, interi gruppi etnici. La clausola, imposta dalla Conferenza di Berlino alle potenze coloniali, di occupare effettivamente i territori assegnati oltre alla necessità di sviluppare economicamente la regione dell’estuario, spinse i portoghesi a spostare la capitale da Ilha de Moçambique alla località che aveva assunto il nome del navigatore Lourenço Marques e che divenne la capitale del Mozambico.

L’occupazione portoghese tendeva a stabilire rapporti di vassallaggio con le etnie locali, le quali dovevano pagare un’imposta per ogni nucleo familiare e consentire la libera circolazione di soldati e merci nei loro territori, oltre a fornire mano d’opera gratuita quando era richiesta.
Tuttavia non tutti i gruppi etnici si sottomisero a queste imposizioni, in particolare quelli che si consideravano vassalli del re di Gaza, Gungunhane, il cui impero si estendeva in tutto il Mozambico meridionale. Una di queste tribù era comandata da Uamatibijana, uno dei più tenaci oppositori dell’occupazione europea e protagonista della “rivolta di Lourenço Marques”. Uamatibijana dalla località dell’attuale Matola marciò con i suoi uomini verso la capitale superando le tre linee di difesa poste a protezione della città, costringendo i portoghesi a fuggire sulle navi ferme davanti al porto. Il trionfo però ebbe breve durata: sconfitto poco tempo dopo nella località di Marracuene, si rifugiò presso il re Gungunhana di cui ne seguì successivamente la sorte: deportato in Portogallo, morì in esilio alle isole Azzorre.

La festa continua ed ora uomini, donne e bambini, al ritmo incessante dei tamburi, danzano seminascosti da nuvole di polvere. Chissà, forse ai tempi di Uamatibijana, le feste seguivano gli stessi rituali. Prima di andarmene, rivolgo uno sguardo alle aule vuote. Da domani qui risuoneranno le voci dei bambini e dei loro insegnanti, quelle voci che un anno fa avevo udito provenire dalla scuola in mezzo agli alberi della foresta, la stessa che sto attraversando ora per ritornare a casa.


Nhamatanda: una nuova scuola
- Agosto

La cerimonia dell'inaugurazione della nuova scuola è fissata per le 9,30 ma da almeno un’ora numerose persone stanno attendendo, all’ombra dei grandi alberi di anacardio, l’inizio della cerimonia. Sono i familiari degli alunni che da domani inizieranno a studiare nel nuovo edificio scolastico. Molte donne indossano delle capulane dai colori sgargianti e conversano tra di loro mentre tra il gruppo degli uomini, seduto poco lontano, ha già iniziato a circolare la nipa, la caratteristica bevanda alcolica derivata dalla fermentazione dell'anacardio.
Siamo a Nhamatanda dove, da pochi giorni, abbiamo concluso la realizzazione di un nuovo edificio scolastico e di un’abitazione per gli insegnanti: un’altro traguardo raggiunto dal Centro Cooperazione Sviluppo nel sostegno al settore dell’educazione nella provincia di Sofala, una delle più povere del Mozambico, tramite i programmi di alfabetizzazione per adulti, la fornitura di arredi scolastici e la realizzazione di scuole come quella che tra poco verrà inaugurata e che sostituirà la precedente: una semplice tettoia di lamiere sorretta da alcuni pali. In questa provincia il numero degli alunni che stiamo assistendo attraverso i programmi di adozione a distanza è salito ad oltre quattromila mentre, in tutto il Mozambico, ha superato i diecimila. 
Giunge la vettura del Direttore Provinciale dell'Educazione, con il quale abbiamo firmato recentemente un accordo di cooperazione, accompagnato da alcuni funzionari e la cerimonia ha inizio. I vari momenti sono scanditi da un programma che viene rigorosamente rispettato e che ci è stato consegnato il giorno precedente. I mozambicani sono infatti molti formali, soprattutto in occasioni come queste. Dopo i discorsi ufficiali, incluso un messaggio di ringraziamento per quanto è stato realizzato, letto da un rappresentante degli alunni, segue il classico taglio del nastro e la visita alla scuola. Si tratta di un edificio a pianta rettangolare con quattro aule ed un locale per gli insegnanti. La aule sanno ancora di pittura fresca ed i banchi sono allineati in file di tre. Da domani in ogni aula vi saranno circa 50 alunni e la scuola in totale potrà ricevere oltre 400 alunni, divisi in due turni. Su di una parete esterna vi è il nome della scuola “3 de Fevereiro” ed un’immagine, quella di Eduardo Mondlane.

Quasi tutte le scuole in Mozambico hanno nomi che ricordano particolari date o figure eroiche della lotta per l'Indipendenza. Così in ogni città e in ogni villaggio le scuole riportano nomi simili: 25 de Setembro, 3 de Fevereiro, Acordos de Lusaka, Samora Machel e così via. Anche questa non fa eccezione ed il nome, o meglio la data, ricorda la figura di Eduardo Mondlane, uno dei fondatori ed il primo presidente del Fronte di Liberazione del Mozambico, il Frelimo, il gruppo politico che ha iniziato la lotta per l'indipendenza.
Mondale era nato nel 1920; figlio di un capo villaggio di etnia Tsonga, frequentò le scuole elementari in una missione presbiteriana e gli studi superiori in Sudafrica. Per le sue non comuni doti, i missionari gli finanziarono gli studi superiori negli Stati Uniti, dove si laureò in sociologia e antropologia nel 1951. Dopo la laurea insegnò nella Syracuse University di New York e successivamente entrò nelle Nazioni Unite come ricercatore sui movimenti di indipendenza africani. Nel 1961, ritornato in Mozambico, si mise in contatto con gli esponenti di alcuni movimenti indipendentisti sorti nel frattempo e le cui sedi erano, per ragioni di sicurezza, in Tanzania, un paese divenuto indipendente da diversi anni e dove, assieme all'Algeria, trovavano ospitalità i movimenti di liberazione di molti paesi africani. Mondlane riuscì ad unire i diversi movimenti mozambicani in un'unica organizzazione, il Frelimo (Fronte per la Liberazione del Mozambico), fondato il 25 giugno del 1962 e di cui venne eletto presidente. Dopo aver tentato inutilmente di persuadere il governo portoghese a riconoscere l’indipendenza del suo Paese, Mondlane si convinse che essa sarebbe stata possibile solo attraverso la lotta armata e, nel 1963, i primi gruppi di guerriglieri mozambicani venivano inviati in Tanzania, in Algeria e in Cina per l’addestramento. Mondlane, nei suoi discorsi e nei suoi scritti sottolineva spesso che “obiettivo della nostra lotta è il colonialismo e tutti coloro che, con le armi, lo difendono. Noi lottiamo contro il sistena coloniale, non contro il popolo portoghese”. Il 25 settembre del 1964 un gruppo di dodici guerriglieri del Frelimo apriva il fuoco contro alcuni militari portoghesi nella località di Chai, vicino al confine con la Tanzania. Iniziava la lotta armata che avrebbe portato il Frelimo, negli anni successivi, ad occupare le provincie del nord e, nel 1974, all’indipendenza del Mozambico. Tuttavia Eduardo Mondlane non riuscì a vedere realizzato il suo sogno: morì in un attentato il 3 Febbraio del 1969, ed il giorno della sua morte, appunto il 3 Febbraio, viene celebrato in Mozambico come il Giorno degli Eroi Mozambicani.
Nel Museo della Rivoluzione, a Maputo, è possibile vedere diversi oggetti che gli sono appartenuti mentre la moglie americana Janet ha recentemente pubblicato in un libro dal titolo Lottare per il Mozambico, alcuni episodi relativi alla vita di Eduardo Mondlane, considerato l’architetto dell’indipendenza e dell’unità nazionale.

Terminata la visita alla scuola, ci dirigiamo verso l'abitazione per gli insegnanti, situata a poca distanza dall’edificio scolastico. Non è possibile pensare alle scuole senza prevedere delle case per gli insegnanti, i quali spesso hanno dovuto lasciare la famiglia in città e trasferirsi in località rurali per abitare in capanne di paglia, senza acqua od energia elettrica. In queste condizioni non è certamente facile avere la tranquillità necessaria ad insegnare e può accadere che alcuni abbandonino l’insegnamento o entrino in conflitto con la famiglia lontana. Per questa ragione riteniamo importante la realizzazione di abitazioni dignitose per consentire di svolgere serenamente il loro importante e delicato lavoro di educatori.
Mentre l'inaugurazione termina con le grida di giubilo della popolazione ed il caratteristico suono dei tamburi, riflettiamo sul fatto che è stato realizzato un altro passo per lo sviluppo di questo Paese grazie alle adozioni a distanza, una possibilità che ci viene offerta non solo per aiutare un bambino a crescere ma anche come occasione per esprimere un gesto di concreta solidarietà.


Giocare con il mondo
- Novembre

Il sole è sorto da poco quando iniziamo i preparativi per raggiungere la scuola primaria di Nhamatanda, caricando sulla nostra vettura il materiale giunto dall’Italia nell'ambito del programma di gemellaggio realizzato con gli alunni della scuola genovese Cavallotti. Abbiamo infatti ritenuto che compito del Centro Cooperazione Sviluppo debba essere anche quello di svolgere attività di educazione, conoscenza e comprensione delle diversità culturali. I giovani sono infatti agenti di cambiamento non solo in Africa ma anche in Italia e la scuola rappresenta uno strumento importante per promuovere l’integrazione di culture e valori diversi. Gli alunni di oggi saranno i cittadini di domani e questa esperienza darà a loro la possibilità di avvicinarsi e conoscersi reciprocamente, ponendo le basi per un mondo più giusto e solidale. Con questi presupposti la nostra collaboratrice Patricia Cavagnis, con competenza ed impegno, ha elaborato e gestito questo intervento, che abbiamo chiamato Giocare con il mondo con il quale, attraverso la creazione e lo scambio di disegni e lavori manuali, gli alunni delle due scuole si scambiano informazioni ed aspetti della loro cultura.

Iniziamo dunque a percorrere il tratto di strada, cento chilometri esatti, che separa la città di Beira dalla località di Nhamatanda e, giunti alla nuova scuola 3 de Fevereiro, che abbiamo inaugurato alcune settimane fa, entriamo in ognuna delle quattro aule per annunciare agli insegnanti il nostro arrivo, mentre gli alunni, seduti diligentemente ai loro posti, guardano dapprima stupiti quei bianchi che parlano con il loro maestro e, dopo qualche istante, si alzano in piedi rivolgendoci in coro delle frasi di saluto a cui rispondiamo a nostra volta. Frattanto gli insegnanti, già a conoscenza del programma, invitano gli alunni ad uscire dalle aule per assistere allo scambio dei lavori realizzati dalle due scuole e, mentre iniziamo a disporre sul terreno ricoperto d’erba i lavori dalla scuola genovese, gli alunni si avvicinano sempre di più per vedere le “meraviglie” che escono dal vano di carico del nostro fuoristrada: un enorme libro con disegni e figure, un panno con disegnato un percorso stradale e dei cartelli per apprendere la segnaletica ed un altro grande panno con disegnato una sorta di “gioco dell'oca” che dipinge sui loro volti lo stupore. Dopo aver spiegato il significato dei doni offerti dai loro colleghi lontani, iniziano a mostrare i loro lavori. Ora le parti si sono invertite e siamo noi quelli pieni di curiosità e di attesa.
Gli alunni mozambicani hanno lavorato soprattutto il legno realizzando delle riproduzioni dell'Africa e del Mozambico, dipingendo a colori differenti le varie provincie. Poi è la volta dei lavori in terracotta, ed ecco apparire delle riproduzioni di pupazzi e di capanne modellati con la creta e dipinti con colori vegetali. Infine compaiono i giocattoli costruiti con il filo di ferro e le lattine delle bibite, un settore in cui i bambini africani sono autentici maestri.

È il momento delle fotografie e gli alunni fanno a gara per farsi riprendere, assumendo le espressioni e gli atteggiamenti che hanno tutti i bambini del mondo, tanto che la situazione sembra sfuggire di mano quando, ad alcuni imperiosi ordini degli insegnanti, si mettono rapidamente in fila e, trascorsi alcuni istanti di silenzio, iniziano a cantare il loro inno nazionale. Fa un certo effetto vederli intenti a fissare la bandiera mozambicana presente nel cortile di ogni scuola ed udire da loro le parole dell’inno “...Mozambico nostra patria gloriosa/il tuo nome è libertà/pietra su pietra costruendo un nuovo giorno/ milioni di braccia una sola forza...”.
Mentre li osservo impegnati a cantare, rifletto sul fatto che noi abbiamo dato il nostro contributo alla loro crescita ed a quella del loro Paese realizzando la scuola in cui ora studiano. Tocca adesso alle loro famiglie, ai loro educatori e ai loro governanti proseguire nell’impegno di garantire una vita dignitosa, come ogni bambino ha diritto. Oggi li abbiamo visti sorridere e dobbiamo tutti impegnarci a dare continuità al loro sorriso, il sorriso a cui hanno diritto tutti  i bambini del mondo.


Vila Massane: crescere con serenità
- Novembre

Abbiamo lasciato alle nostre spalle la città di Beira e siamo diretti verso la località suburbana di Vila Massane. Qui, in epoca coloniale, a pochi chilometri dalla città, i portoghesi avevano le loro dimore in cui trascorrevano i fine settimana nella quiete di orti e giardini. Oggi tutto è profondamente mutato: le case, seminascoste dalle migliaia di abitazioni in canne costruite negli scorsi anni da coloro che giungevano dalle località rurali in cerca di riparo dalla guerra civile, sono segnate dal tempo e dall'incuria. Qualcuna conserva ancora, dipinti su maioliche, paesaggi agresti che aiutavano i loro antichi proprietari a ricordare le colline che avevano lasciato e che i nuovi abitanti hanno probabilmente osservato con curiosità. Oggi questa località periferica di Beira possiede decine di migliaia di abitanti; i più fortunati hanno un lavoro in città ma la maggior parte vive di attività informali: falegnami, muratori, braccianti, veri o improvvisati, passano l'intera giornata alla ricerca quotidiana di lavori occasionali mentre venditori di ogni genere di prodotti o meglio, venditrici, perché sono quasi esclusivamente le donne quelle che svolgono questa attività, trascorrono tutto il giorno davanti alla loro bancarella dove espongono ortaggi, bibite, frittelle, biscotti, pane. È il commercio informale, quello che consente alla maggior parte degli africani di sopravvivere.
Le migrazioni degli anni scorsi causarono molti problemi da risolvere, tra i quali la frequenza scolastica di migliaia di alunni. Vennero costruite velocemente delle nuove scuole e adattati edifici esistenti ma tutto questo non fu sufficiente: ancora oggi in molte scuole, non solo alla periferia di Beira, ma in tutto il Mozambico, si studia all'aperto, sperando nella clemenza della pioggia e del vento. La scuola in cui ci stiamo dirigendo era appunto una di queste: costruita alla metà degli anni Ottanta, non era più in grado di accogliere il crescente numero di alunni e molti di loro erano costretti a studiare all'aperto. Grazie al sostegno a distanza, abbiamo realizzato, di fronte a quello esistente, un nuovo edificio che questa mattina inaugureremo e che verrà consegnato alla Direzione Educativa locale. La scuola ha un nome curioso: Antiga Emissora (Antica Emittente). Nel piccolo edificio in cui attualmente hanno sede la Direzione scolastica e la Segreteria, un tempo vi era una piccola stazione radiofonica, chiamata appunto Antiga Emissora ed il cui nome, curiosamente, è stato dato anche alla scuola, costruita negli anni successivi all’Indipendenza.

Nel programma del Frelimo, il movimento che ha condotto la guerra di liberazione, l’alfabetizzazione era considerata un traguardo prioritario per la nuova nazione mozambicana: nel 1975, al momento dell’indipendenza, la percentuale di analfabetismo era del 94 per cento.
A differenza di quanto avvenuto in altri sistemi coloniali, in Mozambico la formazione scolastica era riservata solo ad una piccola parte della popolazione locale e la percentuale del PIL che il governo portoghese destinava all’educazione nelle colonie era il più basso di tutta l’Africa: lo 0,95 per cento.
La scuola intesa come istituzione educativa nasce all'indomani della Conferenza di Berlino del 1885 che riconosceva alle potenze europee il possesso dei territori africani, purché effettivamente occupati ed amministrati. Sorgeva così una scuola destinata alla classe dominante per preparare i coloni a governare i nuovi possedimenti, mentre i mozambicani, destinati per la maggior parte a fornire lavoro manuale alle miniere sudafricane, al lavoro agricolo forzato e alla costruzione delle infrastrutture, rimanevano esclusi dall’educazione scolastica.
Solo negli anni Trenta, in una fase di consolidamento del capitale portoghese, il sistema educativo si rivolse agli indigeni, sia pure in misura ridotta, con l’alleanza tra Stato e Chiesa, tramite la quale il governo manteneva la gestione delle scuole statali, riservate prevalentemente ai figli dei coloni e situate in località urbane o in località in cui l’insediamento coloniale lo giustificava,  mentre l’educazione agli indigeni era affidata alla Chiesa cattolica la quale, tramite le missioni, si occupava della preparazione scolastica dei mozambicani, il cosiddetto “insegnamento basico” il quale univa lo studio alla produzione, consistente in attività agricole di cui beneficiavano gli stessi studenti.
Accanto alle scuole di insegnamento basico, vi erano le scuole di “arti ed uffici” che offrivano la possibilità di apprendere una professione (in genere falegname o muratore) ed i seminari che esercitavano un rilevante richiamo sui giovani, perché rappresentavano l’unica possibilità di proseguire gli studi: nei seminari si è formato il nucleo di intellettuali che avrebbe in seguito dato origine alla lotta di liberazione.
Dagli anni Trenta all’indipendenza, il sistema educativo coloniale in Mozambico è stato oggetto di diverse riforme la più rilevante delle quali risale agli anni Sessanta, con l'abolizione della distinzione tra scuole per bianchi e scuole per neri, avvenuta per il tentativo di legittimarsi di fronte all’opinione pubblica mondiale che esercitava pressioni per costringere il Portogallo a concedere l’indipendenza alle colonie.
Tuttavia il divario educativo e l'organizzazione politica avevano posto le basi per la nascita del Fronte di Liberazione del Mozambico (Frelimo) che, nato nel 1962, due anni dopo iniziava la lotta per l’Indipendenza, raggiunta nel 1975. Il nuovo governo inizia un processo di rapide trasformazioni in cui l’educazione riveste un ruolo importante e la percentuale di analfabetismo, in pochi anni, passa dal 94 al 76 per cento. Ma purtroppo il sogno di garantire l’alfabetizzazione per tutti, dopo un primo promettene inizio viene interrotto dalla guerra civile che, dal 1983, dilaga in tutto il Mozambico.

Per giungere a Vila Massane, lasciata la strada principale, occorre percorrere poche centinaia di metri all'interno di un dedalo di stradine e di abitazioni in muratura ed in canne sino a giungere in un ampio spazio in cui si trovano i due edifici scolastici: quello antico e, di fronte, quello nuovo.
Come di consueto sono presenti gli abitanti della località, molti dei quali hanno i loro figli iscritti a questa scuola, e le autorità locali. Il primo a prendere la parola è il Direttore Provinciale dell’Educazione che manifesta la sua soddisfazione per l’intervento, ringraziando il Centreo Cooperazione Sviluppo ed elencando i numerosi interventi da noi effettuati negli ultimi anni. È poi la volta del Direttore della scuola ed anch’egli ringrazia a nome degli alunni non più costretti a seguire le lezioni all’aperto. Per la nostra associazione prende la parola il nostro coordinatore Jacques Balme, sottolineando come la realizzazione sia stata possibile grazie al contributo delle famiglie italiane. Infine il Segretario della località si rivolge alla popolazione presente, esortandola a sentire questa scuola come propria iscrivendovi i propri figli.
Sono parole semplici ma che la gente ascolta con attenzione. Terminati i discorsi, dopo il taglio di un nastro simbolico, tutti si avvicinano all’edificio scolastico, percorrendone il perimetro, entrando nelle aule, scambiandosi commenti. Mentre li osservo penso che, ancora una volta, siamo riusciti nel nostro intento: garantire ai bambini uno dei loro diritti fondamentali, quello dello studio, che consentirà loro di crescere con più serenità.