2002 - La scuola in mezzo agli alberi - Veziano Armandi
 

2002

La scuola in mezzo agli alberi - Giugno

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« Ecco, siamo arrivati. La scuola è qui! » aveva esclamato il responsabile del settore pedagogico della Direzione Educativa di Matola.
Fermata la vettura ero sceso ma, per quanto mi guardassi attorno, vedevo solo la foresta. «Laggiù, tra quegli alberi» aveva continuato il mio accompagnatore incamminandosi verso un vicino gruppo di alberi. Lo avevo seguito e, nel silenzio del primo pomeriggio, udivo ora le voci dei bambini che stavano ripetendo le lettere dell’alfabeto.

Percorse poche decine di metri, era apparsa la scuola: un recinto di canne di bambù seminascosto da cespugli, all’ombra di un grande albero di anacardio. All’interno, seduti su delle traballanti assi di legno, i bambini si erano voltati sorpresi per la visita inaspettata. Ma quella che vedevo era solo un’aula: le altre erano collocate sotto altri alberi, da dove provenivano altre voci d’insegnanti e di alunni.
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Da tempo era stato deciso di ampliare la presenza del Centro Cooperazione Sviluppo nella provincia di Maputo e, dopo una serie d’incontri con alcuni dirigenti del settore educativo, stavo ora visitando diverse scuole situate intorno alla capitale, per valutare quali inserire nel programma di adozioni a distanza.

In compagnia del responsabile didattico, avevo dapprima visitato alcuni edifici scolastici nell’area urbana, fatiscenti, sovraffollati e privi di arredi. Mi ero poi spostato nell’area rurale, visitando anche qui ogni tipologia di scuole: in alcune di esse la guerra aveva lasciato in piedi solo alcuni muri, al cui riparo i maestri facevano del loro meglio per insegnare a leggere e scrivere.
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Ad ogni visita, ci presentavamo e spiegavamo i motivi della nostra presenza: valutare se vi erano i presupposti necessari per il sostegno degli alunni e della scuola.
Ogni volta gli insegnanti si dilungavano a spiegarci le difficili condizioni in cui gli alunni erano costretti a studiare e loro ad insegnare. Non era possibile assicurare il sostegno a tutti. Occorreva, sia pur a malincuore, fare una selezione e la scelta era caduta sulla scuola in mezzo agli alberi, la stessa in cui ora, a distanza di un anno, sono ritornato.

Ma davanti a me non vi sono più le aule fatte di canne di bambù seminascoste dai cespugli. Sono state sostituite dall’edificio scolastico che oggi stiamo inaugurando: la scuola primaria Uamatibijana nella località di Matola Gare, realizzata grazie alle adozioni a distanza.
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La cerimonia dell’inaugurazione si svolge alla presenza del Governatore e delle autorità scolastiche. Tutto il villaggio è venuto ad assistere e attende, prima di esprimere la propria esultanza con le danze tradizionali, l’ultimo atto della cerimonia.

Occorre infatti propiziarsi gli antenati, tanto più che l’edificio è intitolato a Uamatibijana, un capo tribù che in passato ha lottato contro l'invasore europeo. Il regolo si avvicina ad una pianta e, dopo aver pronunciato un breve discorso, con una ciotola cosparge d’acqua il terreno intorno. Lo stesso gesto viene eseguito dalle autorità e io stesso sono invitato a compierlo.

Con questo antico rito, la cerimonia ufficiale termina e iniziano i festeggiamenti. Al suono dei tamburi si fa innanzi un gruppo di uomini che imitano una danza di guerra e vestono ornamenti simili a quelli che indossavano i guerrieri di etnia ronga che, al comando di Uamatibijana, nel 1894 tentarono di opporsi alla dominazione coloniale portoghese. 
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Quando, all'inizio del XVI secolo, i primi portoghesi giunsero nella baia di Espirito Santo, l’estuario in cui confluivano i fiumi Maputo, Matola, Umbeluzi e Tembe (oggi la baia di Maputo), trovarono diversi piccoli stati indigeni, Libombo, Tembe, Nhaca, Manhiça, Moamba e altri con cui, dopo aver organizzato un presidio militare, iniziarono a commerciare.

Nei secoli successivi, anche inglesi, tedeschi e francesi apparvero nella baia entrando in competizione con i portoghesi. Per tenere lontani questi rivali e sviluppare nello stesso tempo la regione strategica dell’estuario, i portoghesi trasferirono la capitale da Ilha de Moçambique al presidio militare nella baia di Espirito Santo che aveva nel frattempo assunto il nome del navigatore Lourenço Marques e che divenne la capitale del Mozambico.
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L’occupazione portoghese mirava a stabilire rapporti di vassallaggio con le etnie locali, obbligate, oltre al pagamento di un’imposta per ogni nucleo familiare, a permettere la libera circolazione di soldati e merci sul territorio, e a fornire mano d’opera gratuita quando era richiesta.

Ma non tutti i gruppi etnici si sottomisero a queste imposizioni, in particolare quelli che si consideravano alleati del re di Gaza, Gungunhane, il cui impero si estendeva in gran parte del territorio mozambicano.

Una di queste tribù era comandata da Uamatibijana, uno dei più tenaci oppositori dell’occupazione europea. Uamatibijana marciò con i suoi uomini verso la nuova capitale superando le tre linee di difesa poste a protezione della città, costringendo i portoghesi a fuggire sulle navi in rada.
Il trionfo però ebbe breve durata: sconfitto poco tempo dopo nella battaglia di Marracuene, si rifugiò presso il re Gungunhane, di cui condivise in seguito la sorte: deportato in Portogallo, morì in esilio nelle isole Azzorre.
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La festa continua e ora uomini, donne e bambini, al ritmo incessante dei tamburi, danzano fra nuvole di polvere. Chissà, forse ai tempi di Uamatibijana, le feste seguivano gli stessi rituali.

Prima di andarmene, rivolgo uno sguardo alle aule vuote. Da domani qui risuoneranno le voci dei bambini e degli insegnanti che un anno fa avevo udito provenire dalla scuola in mezzo agli alberi della foresta, la stessa che sto attraversando ora per ritornare a casa.