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2001
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Tazaronga: un'altra promessa mantenuta - Febbraio
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In Mozambico il calendario scolastico è diverso rispetto all’Italia. Mentre da noi le vacanze estive vanno da giugno a settembre, in Mozambico le lezioni terminano alla fine d’ottobre e riprendono alla fine di gennaio. Nel corso di questo mese programmiamo le attività da realizzarsi nel corso dell’anno e a febbraio iniziamo la distribuzione del materiale scolastico. Ad ogni alunno inserito nel programma di adozione a distanza viene consegnato un kits composto da quaderni, penne biro, matite, gomma, temperino e cartella a cui vengono uniti altri beni, come vestiti, coperte ed altro. Una successiva distribuzione viene effettuata nel secondo semestre dell’anno. Nei limiti del possibile cerco sempre di essere presente ad ogni distribuzione, sia per verificare che si svolgano correttamente, sia per visitare le scuole, intrattenermi con gli insegnanti e il direttore, ascoltare i loro consigli e le loro necessità. Così è avvenuto anche per la scuola di Tazaronga, inaugurata in questi giorni. Questa scuola rappresenta un altro esempio di quello che è possibile fare attraverso il sostegno a distanza: sostegno al minore ma anche realizzazione di infrastrutture sociali. Nelle località rurali la situazione scolastica è spesso inadeguata rispetto alle esigenze degli alunni. Innanzi tutto esistono prevalentemente scuole primarie, sovente solo di primo grado, molte delle quali sono all'aria libera, sotto un grande albero o una tettoia di paglia sostenuta da quattro pali posti alle estremità. Inutile cercare i banchi o la cattedra: ci si siede per terra oppure sopra una pietra.
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A volte l’insegnante ha una sedia presa in prestito in una vicina abitazione mentre la lavagna è una semplice tavola di legno, dipinta di nero e appoggiata al tronco dell’albero. Chi possiede un libro lo divide con il compagno, così come ci si scambia la penna o il quaderno per scrivere. Nonostante ciò, molti bambini percorrono anche diversi chilometri tutti i giorni per poter studiare. La scuola di Tazaronga era una di queste. Mi ero recato a visitarla nell’ottobre del 1999, su invito del suo Direttore e, poco tempo dopo, iniziava il sostegno a distanza di oltre un centinaio di alunni tra i più carenti con il duplice obiettivo di garantire loro il materiale necessario per studiare e realizzare una scuola vera. Quindici mesi più tardi il sogno si è realizzato: i lavori per la nuova scuola, iniziati nel giugno dell’anno scorso, sono terminati in novembre, prima dell’inizio delle piogge. Quattro aule sono pronte ad accogliere, tra pochi giorni, gli alunni. Anche gli insegnanti hanno a loro disposizione una sala in cui riunirsi. Alla cerimonia dell'inaugurazione, rallegrata dalla presenza degli alunni e delle loro famiglie, erano presenti i rappresentanti della Direzione Educativa, le autorità locali e tutti gli insegnanti.
La scuola ha un valore che va al di là dell’istruzione: è un motore di sviluppo per l’intera comunità; è il luogo dove i bambini ricevono educazione; è un ambiente protettivo, dove poter crescere al sicuro.
Certamente rallegrerà i nostri sostenitori sapere che gli alunni ora possono studiare seduti in un banco senza timore della pioggia e della polvere sollevata dal vento e gli insegnanti possono sedersi, per la prima volta, in una cattedra.
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Ngolhosa: gli insegnanti accendono la speranza - Aprile
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Il dito dell’insegnante si posa sulla lavagna indicando una vocale per volta che i bambini ripetono con le loro voci trillanti ed è il solo suono che si sente nel calore del mattino. Dietro alla scuola il terreno sabbioso è disseminato da bassi arbusti e da alcuni alberi mentre davanti, a qualche centinaio di metri, delle figure si muovono attorno ad alcune capanne dalla caratteristica forma rettangolare, come è usanza in questa zona del Mozambico. Improvvisamente le voci cessano e, dopo alcuni istanti, lo spazio davanti alla piccola scuola si riempie di bambini: è l’ora dell’intervallo e ci si disseta con l’acqua del vicino pozzo. Immagino le scuole da noi, con gli alunni che mangiano cornetti o focacce. Qui, invece, la maggior parte di questi bambini non ha neppure fatto colazione e deve accontentarsi solo d’acqua. Anche i due insegnanti escono per dissetarsi e poi rientrano subito. Il caldo è intollerante e la scuola offre un pò di frescura. Non è una scuola grande, possiede due aule costruite su di una base di cemento ed ha le pareti di canne, ma è stata la prima scuola che abbiamo realizzato in questo distretto in sostituzione di quella precedente: un grande albero di anacardio, sotto la cui ombra sedevano gli alunni, gli stessi che ora si rincorrono in attesa di riprendere la lezione.
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Nel 1999, in occasione di una visita ad alcuni distretti della provincia di Maputo per valutare la possibilità di un sostegno al settore scolastico, avevamo stabilito di intervenire nella località di Ngolhosa, convinti dalla difficile situazione in cui erano costretti a studiare gli alunni e dalle particolari condizioni economiche e sociali di questa località, abitata da nuclei familiari la cui unica risorsa alimentare è la coltivazione del mais e della segale. Il terreno sabbioso e la scarsezza d’acqua non consentono infatti la semina di ortaggi o altri prodotti agricoli in grado di garantire un corretto apporto alimentare.
Alcune settimane dopo la visita alla scuola iniziava il programma di adozioni a distanza rivolto agli alunni ai quali, da allora, distribuiamo periodicamente il materiale scolastico mentre, alcuni mesi più tardi, iniziava la realizzazione della nuova scuola, quella in cui mi trovavo ora. Gli alunni, dagli iniziali 85, sono divenuti oltre 130: le migliori condizioni di studio hanno indotto le famiglie ad iscrivere i figli per la prima volta.
Tuttavia la scuola non è composta solo da alunni ma anche da insegnanti che, soprattutto nelle zone rurali, devono affrontare disagi a volte notevoli. Horacio e Felicio, abitando nella capitale ed essendo vincolati ai pochi mezzi di trasporto dal funzionamento spesso irregolare, non sempre erano in grado di presentarsi puntuali alle lezioni e, durante la stagione delle piogge, poteva accadere che gli ultimi chilometri di strada divenissero impercorribili. Nei successivi incontri con la comunità locale e la Direzione Didattica, era emersa la necessità di realizzare un’abitazione per gli insegnanti in modo che, vivendo nel villaggio, le lezioni si sarebbero svolte con regolarità.
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In prossimità della scuola abbiamo quindi costruito un’abitazione composta da una sala comune, una cucina e due stanze, terminata da poche settimane. Ora Horacio e Felicio sono in grado di garantire uno svolgimento normale delle lezioni ed un costante rapporto con i loro alunni, con evidenti vantaggi sulla qualità dell’ insegnamento. L'abitazione è stata inaugurata da pochi giorni ed è stata realizzata dal nostro volontario Enrico Ruttico, in tempi brevi ed a costi ridotti.
Il lungo conflitto che ha devastato il Mozambico sino al 1992, aveva ridotto ai minimi termini il sistema scolastico nelle località rurali. La maggior parte delle strutture didattiche erano state distrutte e centinaia di migliaia di bambini erano rimasti privi di istruzione elementare.
Occorreva non solo ricostruire le infrastrutture ma anche preparare gli insegnanti. L’Unicef aveva contribuito ai corsi di formazione per circa 6.500 insegnanti, a cui avevano partecipato anche Horacio e Felicio. “In quel momento la cosa più importante era fare ripartire il sistema scolastico - spiega Felicio - e portare i bambini a scuola. Certo, abbiamo lavorato in condizioni disagiate; spesso insegnavamo all’aperto e le classi erano composte anche da 60 bambini ed oltre”. Horacio ha iniziato ad insegnare a 22 anni in una piccola scuola nel distretto di Homoine, subito dopo la fine della guerra civile. “Avevo appena concluso l’insegnamento secondario ed ho fatto domanda per entrare nel settore dell’Educazione, dove vi era necessità di insegnanti. In quel periodo gli sfollati stavano rientrando ed era necessario riorganizzare il sistema scolastico nelle località rimaste abbandonate per molti anni”.
Ad un segnale gli alunni entrano nelle aule e la lezione riprende. Ora gli insegnanti potranno conoscere meglio gli alunni ed i loro problemi aiutandoli, in caso di necessità, anche fuori dalla scuola che diventa così un piccolo mondo protetto dove i bambini passano la maggior parte del loro tempo, seguiti da persone adulte che li accompagnano nella loro crescita.
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Una sfida che continua - Giugno
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Il mulino è quasi terminato. Manca solo il collegamento alla linea elettrica che dovrebbe essere eseguito nei prossimi giorni. È una piccola costruzione dipinta di bianco e realizzata in poche settimane dal nostro volontario Enrico, dentro il Villaggio dei Santi Innocenti. Servirà a macinare il grano per il piccolo panificio che giornalmente produce il pane per i minori accolti ma servirà anche a macinare i cereali per la popolazione della località ed il ricavo contribuirà alle spese di gestione che, con centosessanta giovani ospitati, non sono poche. “Occorrono alimenti, materiale scolastico, vestiario, cure mediche... Poi vi sono le spese del personale, dei guardiani, la manutenzione, gli imprevisti” mi aveva elencato tempo fa suor Delfina, sottolineando le difficoltà a sostenere i costi di gestione sempre crescenti, pur se una parte dei bambini ospitati qui viene sostenuta attraverso le adozioni a distanza.
Quando avevamo progettato questo intervento, nel 1994, avevamo ritenuto che la realizzazione del panificio, la coltivazione di ortaggi ed i manufatti realizzati dalle scuole di formazione, avrebbero consentito abbastanza agevolmente di provvedere alle spese di gestione. La realtà è stata poi diversa. Le attrezzature delle officine di carpenteria e falegnameria erano adatte all'insegnamento ma non ad un'attività di produzione, che necessitava di strumenti adeguati. Avevamo allora presentato alla Conferenza Episcopale Italiana la richiesta di un finanziamento con il quale erano state acquistate altre attrezzature per i laboratori, rendendo possibile la produzione di mobili ed altro su ordinazione. Tuttavia ciò non bastava: oltre ai giovani ospitati dentro il Villaggio, suor Delfina provvedeva anche al sostegno di molti bambini che vivevano nel quartiere garantendo loro materiale scolastico e alimentazione. Dall'esigenza di avere una maggior fonte di entrate è nata l'idea di realizzare anche un mulino. Nel quartiere non esiste infatti nessuna struttura del genere e la gente è costretta a percorrere lunghe distanze per macinare i cereali, che rappresentano la base dell'alimentazione locale. Il mulino è stato costruito ad un'estremità del Villaggio dei Santi innocenti e nel muro di recinzione è stata realizzata, per ragioni di praticità, un'entrata indipendente da quella principale.
Suor Delfina spiega poi quello che ha intenzione di fare e che è divenuto ormai indispensabile: spostare le bambine in una costruzione a parte, poco distante dal Villaggio dei Santi Innocenti. Sono circa una ventina e nessuna di loro ha i genitori, morti a causa dell'Aids. Due di loro in questo momento sono ricoverate nella piccola infermeria del Centro e andiamo a visitarle. Una si chiama Amelia, è una bambina di tre anni ed è distesa in un lettino con una flebo attaccato ad un piede. Ha la febbre e porta addosso i segni della denutrizione. “È con noi da una settimana. È stata portata qui dai nonni troppo anziani per occuparsi di lei. Ha la malaria e dovrebbe continuare la cura ancora due o tre giorni” spiega Suor Delfina mentre si dirige nel lettino accanto, dove è ricoverata la piccola Sofia, anche lei con problemi di denutrizione.
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Lascio Suor Delfina nell'infermeria ed esco per osservare il grande prato brulicante di bambini che, a quest'ora del pomeriggio, stanno giocando. Improvvisamente ritorno indietro negli anni e ripercorro tutte le fasi che hanno portato alla realizzazione di questo Centro di accoglimento, dalla prima idea all'elaborazione del progetto. Ricordo il vecchio edificio, l'unico che esisteva su quest'area, demolito all'inizio dei lavori e mi tornano alla memoria situazioni, avvenimenti e persone con le quali ho lavorato fianco a fianco per oltre due anni nella realizzazione di questo complesso. Anni di impegni, fatiche e problemi come la difficoltà a reperire il materiale da costruzione e ad impedirne i furti o come il ciclone che, poco prima dell'inaugurazione, ha scoperchiato i tetti di tre edifici proprio quando le risorse finanziarie erano terminate.
Ma, nonostante difficoltà e sacrifici, siamo riusciti a realizzare questo grande intervento: CCS e Sorelle dei Poveri, uniti in un progetto che si è proposto, sin dall'inizio, di garantire le basi educative ai giovani qui accolti, diversi dei quali stanno ormai raggiungendo la maggiore età. Sono i bambini di ieri, la generazione nata al tempo della guerra civile, coloro a cui il Centro ha offerto le basi per affrontare il futuro così come oggi il Centro fa il possibile per garantire un avvenire ai bambini che l'Aids rende orfani. Una sfida che il CCS e le Suore dei Poveri continuano ad affrontare con la stessa determinazione e lo stesso obiettivo di un tempo: offrire un futuro ai bambini e ai giovani qui accolti, un futuro nel loro Paese che eviti la fuga verso mondi illusori.
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Sono le 6 del mattino. Selina si è svegliata, ha trasportato sulla testa una tanica d'acqua dalla fontana a casa, ha lavato il fratellino più piccolo e si è preparata per andare a scuola. Selina abita alla periferia di Maputo, nel quartiere denominato T3 e la sua scuola non è lontana, solo alcune centinaia di metri. Ma questa mattina è diverso: questa mattina Selina, assieme alle altre alunne e alunni come lei, entrerà finalmente in un'aula con dei banchi dove poter sedersi e posare il quaderno. Per Selina e tutti i suoi compagni saranno solo un ricordo le lezioni seguite all'aperto, la scomoda posizione per scrivere con il quaderno appoggiato alle ginocchia, l'interruzione delle lezioni per la pioggia o il vento. Anche i maestri da questa mattina non dovranno più rimanere in piedi accanto alla lavagna, una tavola di legno dipinto di nero appoggiata al tronco dell'albero, ma potranno finalmente sedersi in una cattedra e tutti, piccoli e grandi, quando avranno la necessità di andare al bagno, non dovranno più “arrangiarsi” perchè ora potranno utilizzare dei servizi igienici. Finalmente da oggi, i 640 alunni della scuola primaria del quartiere T3, studiano in una scuola vera.
Mentre mi dirigo alla scuola ripercorro mentalmente le tappe che hanno portato a questa realizzazione. Era il 2000 quando è iniziato il sostegno alla scuola di questo quartiere e la prima volta che mi ero recato a visitarla, in compagnia di alcuni funzionari del Ministero dell'Educazione, mi aveva fatto un certo effetto vedere centinaia di bambini seduti per terra, sotto dei grandi alberi e delle tettoie di canne improvvisate, che tentavano di scrivere con il quaderno appoggiato alle ginocchia in uno spiazzo polveroso mentre, a poca distanza, il centro della città esibiva alberghi e ristoranti di lusso, vetrine scintillanti, centri commerciali. Mi chiedevo che effetto poteva fare su questi bambini questa contraddizione estrema.
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Poche settimane più tardi iniziava il sostegno a distanza per 500 alunni della scuola e, all'inizio di quest'anno, cominciavano le attività per la costruzione dei due edifici che oggi inauguriamo. Un altro passo avanti nel sostegno al settore educativo da parte del Centro Cooperazione Sviluppo, la cui nascita, storia e consolidamento sono tutt’uno con le problematiche del Mozambico ed in particolare con quelle del settore educativo, una delle priorità del nuovo governo al momento dell'indipendenza. Nel giugno del 1975 il Mozambico iniziava infatti un processo di rapide e profonde trasformazioni economiche, politiche e culturali ed uno degli obiettivi era quello di garantire l’alfabetizzazione avvicinando gli alunni alla loro realtà socioculturale, condizione fondamentale per la costruzione e lo sviluppo della futura nazione mozambicana. Vennero cambiati i libri di testo con programmi modificati e coerenti con il processo di indipendenza e vennero edificate nuove scuole. Queste azioni determinarono un incremento significativo degli alunni il cui numero passò da 672.000 nel 1975 a 1.428.000 nel 1980 mentre i programmi di alfabetizzazione per gli adulti consentirono una riduzione dell’analfabetismo dal 93 per cento del 1975 al 72 per cento nel 1983. Tuttavia l'estendersi della guerra civile costrinse alla sospensione del programma previsto, ripreso solo alla fine delle ostilità, quando però la metà delle infrastrutture scolastiche era andata distrutta nella guerra civile.
Il sostegno a distanza, che abbiamo iniziato nel 1994, ha consentito al Centro Cooperazione Sviluppo di realizzare iniziative per favorire l'accesso all'educazione scolastica garantendo la frequenza a migliaia di alunni e realizzando nuove scuole.
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I mozambicani sono molto formali ed il giorno prima hanno inviato il programma dell'inaugurazione: intervento del Direttore della scuola, delle autorità scolastiche, di alcuni alunni e così via sino a coprire l'intera mattinata. Leggo il breve discorso che ho preparato la sera prima e rispondo alle domande di alcuni giornalisti. Oltre a me vi sono alcuni collaboratori del CCS, tra cui Enrico Ruttico, il nostro volontario a cui abbiamo affidato la costruzione di alcune scuole grazie alla sua capacità, impegno e, non ultimo, i costi. Grazie a lui risparmiamo infatti cifre significative rispetto alle imprese, con tempi di realizzazione dimezzati. Dopo i discorsi è il momento della visita alle strutture e, assieme alle autorità scolastiche, visitiamo i due edifici. Sono ben rifiniti, con le aule complete di banchi, cattedre e lavagne. Certamente il numero degli alunni aumenterà: infatti l'esperienza insegna che ogni volta che viene costruita una scuola “vera” il numero degli alunni aumenta e probabilmente più avanti dovremo realizzare un terzo edificio. La cerimonia dell'inaugurazione è terminata e nell'allontanarmi passo davanti alle tettoie di canne e agli alberi sotto cui, sino a pochi giorni fa, erano seduti gli alunni.
Penso a Selina e ai suoi compagni. Chissà se immaginavano un giorno di poter sedersi in un banco o se invece si erano rassegnati a terminare la scuola seduti sul terreno ?
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Un altro passo verso lo sviluppo - Ottobre
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La visita alle due scuole era stata preannunciata da una telefonata il giorno precedente. Il segretario del Direttore Provinciale dell’Educazione aveva chiamato per avvertire che un gruppo di funzionari del Ministero avrebbe visitato i due edifici scolastici, le scuole primarie “Unidade” e “Aeroporto” alla periferia di Beira che da pochi giorni avevamo terminato di ristrutturare, e avrebbero gradito anche la nostra presenza.
L’appuntamento è per le 9 del mattino presso la sede della Direzione Provinciale dell’Educazione di Beira, un edificio di quattro piani costruito negli anni Cinquanta. In totale siamo in otto e troviamo agevolmente posto su due vetture.
Le due scuole sono entrambe alla periferia della città e raggiungibili in poco tempo. La prima che visitiamo è la scuola “Unidade”, un edificio costruito all'inizio degli anni Quaranta e già all'epoca adibito a scuola per i figli dei coloni, i quali potevano accedere ad ogni ordine scolastico mentre ai mozambicani la scuola era preclusa quasi del tutto. Nel 1974, al momento dell’indipendenza, il tasso d’analfabetismo era del 94 per cento e la percentuale del PIL che il governo portoghese destinava all’educazione in Mozambico era il più basso di tutta l’Africa: lo 0,95 per cento. Le autorità coloniali vedevano con diffidenza la scolarizzazione degli indigeni perché avrebbe potuto far sorgere fermenti di rivolta ed era inoltre considerato inopportuno fornire loro delle qualifiche tali da porli in concorrenza con gli europei. Il divario educativo doveva formare i ceti dirigenti bianchi e doveva evitare lo sviluppo economico e sociale dei neri: questo disegno si realizzò con l’alleanza tra Stato e Chiesa, tramite la quale il governo manteneva la gestione delle scuole statali riservate ai figli dei coloni, situate in località prevalentemente urbane, con personale preparato e attrezzature adeguate, mentre l’educazione agli indigeni era affidata alla Chiesa cattolica la quale, tramite le missioni, si occupava dell'insegnamento scolastico dei mozambicani, in pratica limitato solo ad insegnare a leggere e scrivere.
La scuola che ora stiamo visitando era appunto riservata solo ai coloni e dopo l'indipendenza ha continuato a svolgere il proprio ruolo, cambiando il nome in “Unidade” in cui termine richiamava, nel particolare momento politico e sociale, la raggiunta unità e l' indipendenza nazionale. Tuttavia l'edificio, negli anni, non aveva beneficiato di alcun intervento di manutenzione degradandosi lentamente. Il drenaggio delle acque non funzionava e le vaste pozzanghere che rimanevano nel cortile erano origine di focolai di malaria. I servizi igienici erano fuori uso e le aule sovraffollate per il numero eccessivo di alunni. Avevamo iniziato a sostenere questa scuola dallo scorso anno distribuendo, come è consuetudine del nostro programma di adozione a distanza, oltre al materiale scolastico, degli indumenti, coperte ed altro, considerate le condizioni di indigenza degli alunni. All'inizio dell'anno, nell' incontro con le autorità scolastiche provinciali per definire le attività da svolgersi, è stato deciso, tra gli altri interventi, di riabilitare questa scuola per migliorarne le condizioni di studio. Le attività sono iniziate in aprile e si sono concluse pochi giorni fa senza aver interrotto le normali lezioni. Ai funzionari del Ministero illustriamo quanto abbiamo realizzato: è stato sistemato il tetto in alcuni punti in cui mancavano le tegole; sono stati sistemati i servizi igienici e le canalette di deflusso dell'acqua; è stato rifatto l'impianto di illuminazione e sono state realizzate, in fondo all'ampio cortile, quattro nuove aule che consentiranno di aumentare il numero degli alunni; tutte le aule sono state dotate di banchi e cattedre (prima inesistenti) e tutto l'edificio è stato pitturato sia internamente che esternamente. I miei accompagnatori non sono molto loquaci ma indovino, dalle loro espressioni, il loro compiacimento.
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È la volta della seconda scuola, distante solo tre chilometri dalla precedente ed il cui nome non richiama date o ricorrenze particolari, ma semplicemente riporta il nome del quartiere in cui si trova: Aeroporto. Anche questa scuola ha ricevuto una riabilitazione generale decisa nell'incontro di gennaio con i funzionari provinciali dell'Educazione ed anche qui stiamo sostenendo una parte degli alunni. La storia di questa scuola però non si richiama al tempo coloniale: è un piccolo edificio, adattato a scuola da circa una decina d'anni come succursale di una scuola esistente ma giunta al limite della capienza, che necessitava ormai di alcuni lavori: il tetto era pericolante, i muri presentavano numerose fessure, gli alunni seguivano le lezioni seduti per terra per la mancanza dei banchi. I lavori di riabilitazione sono terminati anche qui da pochi giorni. Abbiamo cercato di evitare il più possibile il disagio agli alunni e agli insegnanti stabilendo dei doppi turni. Ora anche questa scuola è finalmente in grado di garantire delle dignitose condizioni di studio. Mentre osserviamo l'edificio vi è la pausa di ricreazione ed improvvisamente ci troviamo circondati da alunni che escono fuori dalle aule. Molti di loro si dirigono al vicino pozzo e bevono: il pozzo prima non esisteva, l'abbiamo costruito da poco tempo. I funzionari del Ministero sembrano soddisfatti e si attardano attorno all'edificio. Anche noi siamo soddisfatti: quest'anno abbiamo realizzato diverse scuole e non è stato un compito facile coordinare tutte queste attività.
Ma ci sentiamo ampiamente ripagati nel vedere gli alunni che finalmente siedono su dei banchi e gli insegnanti dietro ad una cattedra e ci sentiamo gratificati nel leggere il compiacimento negli sguardi dei funzionari: abbiamo contribuito, nel nostro piccolo, a fare avanzare questo Paese sulla via dello sviluppo.
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I vestiti del bianco - Novembre
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Alle otto del mattino le persone in attesa sono già una quarantina, la maggior parte dei quali provenienti dai villaggi del distretto. Alcuni siedono sul marciapiede mentre altri aspettano in piedi l’apertura del magazzino dove tra poco inizierà la vendita degli imballi contenenti i vestiti usati. Ognuno di loro comprerà uno o più imballi, il cui peso è di 50 chili, e ritornerà al proprio villaggio o alla propria bancarella in uno dei tanti mercati informali della città, esponendo gli abiti per la vendita. Pedro è uno di quelli che attende l’apertura del magazzino ed ha un piccolo posto di vendita nel mercato della Praia Nova, uno dei più grandi di Beira, la seconda città del Mozambico. Gli imballi giungono dall’estero avvolti in plastica protettiva con un’etichetta che indica la tipologia della merce: è possibile infatti scegliere tra vestiti da donna o da uomo, tra vestiti da bambino o un poco di tutto ciò. Pedro, per 80 euro, sceglie quello misto e, caricatolo su un “chova”, il caratteristico carretto trainato a mano, trasporta i vestiti nel suo posto di vendita, una baracca di canne lunga due metri e larga altrettanto, dove inizia ad appendere camicie, gonne e pantaloni, dopo aver scelto quelli più attraenti che espone in prima fila. Il suo “negozio” è in mezzo a decine d'altri, tutti costruiti allo stesso modo e tutti con i vestiti in esposizione. Alcuni sono specializzati in calzoni, altri in magliette con foto di personaggi famosi, altri ancora espongono anche borse da signora. “Tutti comperano questi vestiti: impiegati di banca, venditrici del mercato, funzionari di aziende. Non si distinguono i ricchi dai poveri” osserva Pedro mentre appende gli abiti. Un tempo gli africani, soprattutto le donne, vestivano abiti tradizionali con tessuti a colori vivaci prodotti dalle industrie locali, mentre oggi nei mercati informali delle città africane si fa a gara per cercare T-short, blue jens o abiti che in Europa non mette più nessuno.
L’Africa è divenuto il continente del riciclaggio. Tanto nelle città come in mezzo alla foresta è possibile vedere persone che indossano camicie con le immagini di Elvis Presley, magliette con lo stemma del Milan o T-shorts con il marchio della Lacoste. Sono “i vestiti del bianco morto” come vengono chiamati in molti paesi africani gli abiti usati che giungono qui perché pochi credono che delle persone ancora in vita buttino via abiti ancora buoni.
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In Mozambico questi vestiti hanno un nome particolare: calamidades (calamità) perchè, anni addietro, venivano distribuiti gratuitamente da alcune organizzazioni umanitarie alle popolazioni colpite appunto dalle calamità naturali, come siccità o alluvioni, mentre ora il riciclaggio si è trasformato in un’industria che, in tutta l’Africa, genera annualmente centinaia di migliaia di dollari. Oltre ai vestiti usati che milioni di africani comperano, le automobili giapponesi di seconda mano viaggiano su tutte le strade africane mentre molti uffici governativi sono dotati di computer considerati ormai obsoleti nel mondo ricco. Tuttavia, se la vendita dei vestiti usati consente a milioni di africani la sopravvivenza, il continente sta perdendo la propria capacità produttiva. Nonostante la mano d’opera abbia costi bassi, gli africani non sono in grado di produrre una camicia nuova al costo di una usata. In Zambia, Nigeria, Kenya, Tanzania, Malawi decine di fabbriche tessili hanno chiuso e lo stesso è accaduto in Mozambico dove migliaia di lavoratori hanno perso l’impiego. “La colpa è anche da attribuire alle importazioni di vestiti usati” spiega un funzionario del Governo. “Quando fabbricavamo i vestiti, davamo lavoro agli agricoltori che coltivavano il cotone, alle filande e alle industrie tessili”. La maggior parte dei vestiti usati proviene dagli Stati Uniti e dall’Europa. In Italia gli abiti usati vengono raccolti da alcune associazioni di beneficenza e poi rivenduti ad imprese che provvedono a selezionarli: i migliori sono venduti in negozi specializzati nell’usato di qualità, mentre il resto viene inviato in Africa a grossisti locali che, a loro volta, lo rivendono al dettaglio. I vestiti più ricercati sono quelli sportivi, come le tute da ginnastica e le maglie con i nomi delle squadre di calcio e dei campioni sportivi. “A volte ne capitano negli imballi che compero” spiega Pedro “sono indumenti che vendo subito ad un prezzo buono”.
Ma non sono solo i vestiti ad essere messi in mostra nei mercatini africani: coperte, borsette da donna, scarpe e accessori d’abbigliamento. Al negozio di Pedro si avvicina un compratore che sceglie due camicie per i figli e una per lui. Il conto viene fatto in un attimo: sono 280 meticais, l’equivalente di 8 euro e mezzo. Il cliente è un insegnante, guadagna circa 50 euro al mese e chiede uno sconto. Alla fine paga 231 meticais, l’equivalente di 7 euro. Il denaro passa velocemente di mano e l’insegnante si allontana con le camicie. I figli saranno contenti, lui potrà recarsi al lavoro con una camicia diversa e, con i soldi risparmiati, la sua famiglia stasera potrà cenare.
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