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2001
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I vestiti del bianco - Novembre
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Alle otto del mattino le persone in attesa sono già una quarantina, la maggior parte delle quali provenienti dai villaggi del distretto. Alcuni in piedi, altri seduti sul marciapiede, aspettano l’apertura del magazzino, dove tra poco inizierà la vendita dei sacchi contenenti i vestiti usati che ognuno rivenderà nella propria bancarella al mercato o nel proprio villaggio.
I sacchi pesano una ventina di chili, giungono dall’estero e riportano un’etichetta che ne indica il contenuto: è possibile scegliere tra vestiti da donna, da uomo, da bambino oppure un contenuto misto.
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Pedro sceglie un sacco di vestiti misti per ottanta euro e lo trasporta con un chova, il carretto trainato a braccia, alla bancarella che possiede, una tettoia di canne lunga due metri e larga altrettanto, dove inizia ad appendere camicie, gonne e pantaloni dopo aver scelto quelli più attraenti che espone in prima fila. Il suo “negozio” è in mezzo a decine d'altri, tutti costruiti allo stesso modo e tutti con i vestiti esposti.
Alcuni sono specializzati in calzoni, altri in magliette con foto di personaggi famosi, altri ancora vendono borse per signora. « Tutti comperano questi vestiti: impiegati di banca, venditrici del mercato, funzionari di aziende. Non si distinguono i ricchi dai poveri » commenta Pedro mentre appende gli abiti.
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Un tempo gli africani, soprattutto le donne, vestivano gli abiti tradizionali prodotti dalle industrie tessili locali, mentre oggi nei mercati informali delle città si fa a gara per cercare T-shirt, blue jeans o abiti che in Europa non indossa più nessuno.
L’Africa è il continente del riciclaggio. Tanto nelle città, come in mezzo alla foresta, è possibile incontrare persone che indossano camicie con le immagini di Elvis Presley, magliette con lo stemma del Milan o maglie con il marchio della Lacoste.
Sono “i vestiti del bianco morto” come sono chiamati in molti paesi africani gli abiti usati, perché nessuno crede che persone ancora in vita buttino via vestiti ancora ben conservati. In Mozambico questi vestiti hanno un nome particolare: calamidades (calamità) perché, anni addietro, venivano distribuiti gratuitamente da alcune organizzazioni umanitarie alle popolazioni colpite da calamità naturali, come siccità o alluvioni, mentre ora il riciclaggio si è trasformato in un commercio che, in tutta l’Africa, muove annualmente milioni di dollari.
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Se la vendita dei vestiti usati consente a molti africani la sopravvivenza, il continente sta perdendo la propria capacità produttiva. Nonostante i bassi costi della mano d’opera, in Zambia, Nigeria, Kenya, Tanzania, Malawi, decine di fabbriche tessili hanno chiuso e lo stesso è accaduto in Mozambico, dove migliaia di lavoratori hanno perso l’impiego. La maggior parte dei vestiti di seconda mano proviene dagli Stati Uniti e dall’Europa.
In Italia, gli abiti usati vengono raccolti da alcune associazioni di beneficenza e poi rivenduti ad imprese che provvedono a selezionarli: i migliori sono acquistati da negozi specializzati nell’usato di qualità, mentre il resto viene inviato in Africa a grossisti locali. L’abbigliamento più ricercato è quello sportivo, come le tute da ginnastica e le maglie con i nomi delle squadre di calcio o dei campioni. « A volte ne trovo negli imballi che compero - spiega Pedro - Sono indumenti che vendo subito. »
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Alla bancarella di Pedro si avvicina un acquirente che sceglie due camicie per i figli e una per lui: in totale 280 meticais, l’equivalente di 8 euro e mezzo. Il cliente è un insegnante, guadagna circa 50 euro al mese e chiede uno sconto. Alla fine paga 230 meticais, l’equivalente di 7 euro.
Il denaro passa di mano e l’insegnante si allontana con le camicie. I suoi figli saranno contenti, lui potrà recarsi al lavoro con una camicia diversa e, con i soldi risparmiati, la sua famiglia stasera potrà cenare.
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