2000 - Veziano Armandi
Veziano Armandi: dal 1986 con i bambini del Mozambico

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Sommersi dalle acque - Febbraio

La domanda che mi viene rivolta al telefono mi coglie di sorpresa: il mio interlocutore, dall’Italia, chiede notizie di quello che sta accadendo in Mozambico. Rimango silenzioso qualche istante cercando di ricordare le notizie del telegiornale della sera precedente, mentre leggo i titoli del quotidiano che, proprio in quel momento, sto sfogliando. “Ma come – ribatte il mio interlocutore – non sai nulla dell’alluvione che ha colpito il paese in cui ti trovi?”. In realtà le immagini dell’alluvione sono state trasmesse, prima che in Mozambico, nel resto del mondo per una casualità: una equipe della BBC stava svolgendo delle riprese aeree proprio nelle località in cui i fiumi sono tracimati. Il governo all’inizio ha sottovalutato l’entità della tragedia e solo due giorni più tardi, quando si è reso conto della gravità della situazione, ha lanciato un primo appello d’aiuto alla comunità internazionale seguito, poco tempo dopo, da un secondo appello per le province del centro  nord colpite, oltre che dall’alluvione, anche dal ciclone Eline. L’esercito mozambicano disponeva solo di tre elicotteri che non potevano garantire un rapido trasporto di coloro che attendevano di essere tratti in salvo. All’appello hanno risposto in molti: gli stati confinanti (Sudafrica, Zimbabwe e Malawi) si sono mobilitati immediatamente, mentre, pochi giorni più tardi, giungevano i soccorsi della comunità internazionale. I giorni successivi le immagini televisive mostravano immense distese d’acqua che si perdevano all’orizzonte, punteggiate dalle cime degli alberi e dai tetti delle capanne dove gruppi di persone attendevano di essere soccorse.
Le acque avevano sommerso le speranze di sviluppo di un Paese che, raggiunta la pace, stava avviandosi verso la ripresa economica. 

Dalla sede del CCS in Italia mi comunicano che stanno giungendo centinaia di telefonate e fax con cui i sostenitori chiedono notizie dei minori adottati a distanza. Fortunatamente l’alluvione non ha colpito i nostri centri di sostegno a parte la località di Buzi, ma limitatamente alle infrastrutture. Mi è stato riferito, via radio, che molti dei minori sostenuti e le loro famiglie sono ospitati nel centro d’accoglimento di Guara Guara. Nei prossimi giorni mi recherò nella località per verificare la situazione e decidere in quale forma intervenire.

Riporto di seguito una selezione di notizie che, in quei giorni, ho inviato alla sede del Centro Cooperazione Sviluppo.

Negli ultimi giorni di febbraio vaste regioni del Mozambico sono state investite da un’ondata di piena di cui nessuno aveva memoria e che ha travolto migliaia di case di paglia e fango. Le acque sono arrivate a decine di chilometri dai letti dei fiumi: un’estensione che non si riteneva possibile.
Nelle province di Maputo, Gaza, Inhambane e Sofala il Save, il Limpopo, l’Incomati, il Pungue, il Buzi, i grandi fiumi delle regioni meridionali, sono straripati sommergendo villaggi, distruggendo decine di migliaia di ettari di terreno coltivabile e trasportando verso il mare centinaia di vittime. Non è ancora ben chiara l’entità dei danni: molte zone non sono ancora state raggiunte. Le strade sono interrotte ed i mezzi di soccorso insufficienti. Il Governo, che inizialmente non aveva percepito la gravità della situazione, ha lanciato un appello alla comunità internazionale ed i primi aiuti con generi alimentari e medicinali stanno arrivando in questi giorni. Il Sudafrica ha messo a disposizione elicotteri per salvare le persone ancora circondate dalle acque. 

Nella provincia di Gaza si stima che 600.000 persone abbiano perduto tutto. Sono stati colpiti i distretti di Chokwè, Xai-Xai, Bilene. I danni alle cittadine di Chokwè e Xai-Xai, sommerse da acqua e fango, sono gravissimi. Ora che le acque stanno calando si incontrano molte vittime. A Xai Xai il livello delle acque ha superato i quattro metri, mentre le 400 persone rifugiatesi sul ponte del Limpopo sono tratte in salvo prima della seconda ondata di piena che ha sommerso totalmente il ponte.  
Nella provincia di Inhambane è stata distrutta la cittadina di Nova Mambone, dove migliaia di famiglie sono ancora in attesa dei soccorsi. Il distretto di Govuro è stato totalmente colpito e diverse zone devono essere ancora raggiunte dai soccorritori. 
Nella provincia di Sofala sono stati colpiti i distretti di Machanga, Chibabava e Buzi. A Machanga e Chibabava l’alluvione è stata preceduta dal ciclone Eline.
Nei capoluoghi amministrativi di questi distretti, il 90 per cento delle abitazioni è stato distrutto per cui qui la vita dovrà ricominciare da zero. A Buzi sono state evacuate 9.500 persone nel centro d’accoglimento di Guara Guara. 

Nella città di Maputo, la capitale, interi quartieri sorti gli anni scorsi in seguito all’arrivo degli sfollati dalle località dell’interno, sono scomparsi. Migliaia di persone hanno perduto la loro casa e tutto quanto avevano. L’ente per le calamità naturali ha predisposto dei campi di raccolta con il sostegno della Croce Rossa Internazionale.

Nei distretti della provincia di Maputo si registrano 180.000 casi di persone che hanno perduto tutto e vi sono località ancora isolate per l’altezza dell’acqua e per i ponti crollati (9 in totale). E’ caduto anche il ponte sull’Incomati, interrompendo la strada per il Sudafrica. Distrutta in diversi punti la linea ferroviaria tra Maputo e lo Zimbabwe e tra Maputo e il Sudafrica.

In molte località non vi sono più trasporti, energia elettrica, comunicazioni ed attività economiche. Si segnalano casi di saccheggio di negozi e magazzini da parte della popolazione senza cibo. E’ giunta la notizia che tutto il lavoro di demarcazione delle aree minate svolto negli scorsi mesi è stato inutile. La forza delle acque ha cancellato le demarcazioni, rivoltato il terreno e probabilmente molte mine si sono sparse, con estremo pericolo per le persone. Prosegue intanto l’arrivo degli aiuti internazionali da tutto il mondo. Nei prossimi giorni cercherò di raggiungere il villaggio di Buzi per avere notizie dei minori che stiamo sostenendo.

Le testimonianze

Domenico Liuzzi, direttore di Kulima

“L’acqua usciva persino dagli interruttori. Avevamo messo secchi di plastica dappertutto. Se ci trovavamo male noi, chissà in che situazione doveva trovarsi chi viveva nei quartieri periferici di capanne e nelle zone rurali. Gli alberi pieni di persone che mostrava la televisione sono state le immagini più emblematiche del Mozambico sommerso dalle acque. Immaginate un albero in un lago d’acqua con aggrappate persone disperate e sopra un elicottero che ignora le richieste di soccorso perché l’equipaggio è costretto a scegliere chi dovrà essere salvato per primo e valutare se terrà più a lungo un pilone o una capanna, portare via i bambini e lasciare gli altri”.

Joãna Manuel, animatrice di Kulima

Ha iniziato a piovere con violenza ed i temporali si susseguivano ininterrottamente. Dalle nostre sedi arrivavano notizie allarmanti: strade interrotte, ponti crollati, villaggi isolati, raccolti distrutti. Cadevano sino a 40 cm di acqua al giorno, una cosa mai successa. E quando ha smesso di piovere è arrivato il ciclone Eline abbattendo case e distruggendo le strade. Comunicare è impossibile e nemmeno il governo sa quello che potrebbe essere accaduto in zone non ancora raggiunte”.

Carla Mildret, collaboratrice del CCS

Gli aiuti stanno arrivando ma intanto continua a piovere sugli sfollati, sulle montagne di viveri accatastati che le agenzie umanitarie cercano di smistare. Il problema ora è la distribuzione perchè molte strade sono interrotte. Servirebbero barche ed elicotteri. Sta scarseggiando il carburante e in molte zone viveri e medicinali sono esauriti, manca l’energia elettrica e l’acqua potabile. Molti bambini hanno perso i loro genitori e nessuno è in grado di indicare il numero delle vittime”.

 

Padre Ottorino Poletto, missionario comboniano 

Carissimi, sono passati diversi giorni da quando vi inviai il secondo comunicato informativo. I mesi di febbraio e marzo sono stati duri per la gente e per noi missionari, chiamati a condividere la sofferenza di migliaia di persone in lotta per la sopravvivenza. Ora la fase più acuta è passata e in questo momento si comincia a guardarsi attorno con smarrimento, quasi alla ricerca di motivazioni per tentare di ricostruire il futuro. Putroppo si nota una recrudescenza di certe malattie, come la malaria, le infezioni intestinali ed il colera. La gente ha bisogno di essere aiutata a ricostruire la propria casa e dovrà essere sostenuta con prodotti di prima necessità per almeno un anno”.


Bùzi: ricostruire il futuro
- Marzo

Nella località di Bùzi, dove stiamo sostenendo dalla fine del 1997 circa trecento alunni, gli effetti dell’alluvione che ha colpito le scorse settimane diverse zone del Mozambico sono stati pesanti.  L’ondata di piena è arrivata improvvisamente di notte e le persone hanno dovuto abbandonare rapidamente le proprie abitazioni, spesso senza poter riuscire a portare nulla con sè, dirigendosi in direzione di Guara Guara, dove le autorità distrettuali hanno allestito un centro d’accoglienza. Nei giorni successivi il nostro animatore era riuscito a contattarci via radio, rassicurandoci circa i minori da noi sostenuti. Tuttavia era nostro dovere verificare quanto era accaduto e decidere eventuali interventi d’emergenza. La località non poteva essere raggiunta via terra. Era possibile arrivare solo al centro d’accoglimento di Guara Guara: il tratto di strada sino a Bùzi, circa dieci chilometri, era sommerso dalle acque del fiume.
Anche la nostra richiesta di raggiungere la località in elicottero tardava ad essere esaudita a causa della comprensibile priorità data a coloro che dovevano essere curati e al trasposto dei generi alimentari. Per non attendere, io ed Umberto, amico e collaboratore del CCS da molti anni, abbiamo utilizzato un gommone messoci a disposizione dall’Autorità Portuale di Beira. Attraversata la baia, abbiamo imboccato la foce del fiume risalendolo per alcuni chilometri. Il percorso, grazie alla velocità dell’imbarcazione, non ha richiesto più di mezz’ora. La località di Bùzi non è molto grande: vi è una via principale che attraversa l’abitato e giunge in riva al fiume dove, in un piccolo pontile, approdano le imbarcazioni i cui passeggeri devono risalire una ripida scala di legno per giungere al livello della strada. Quando arriviamo ci attende una sorpresa: il pontile è totalmente sommerso dalle acque tanto che imbocchiamo, con il gommone, la via principale della cittadina per alcune decine di metri e, dopo averlo assicurato ad un palo dell’illuminazione, ci incamminiamo verso la Direzione Educativa per avere notizie dettagliate sui danni provocati dalla piena alle scuole. Qui incontriamo il nostro animatore locale che ci rassicura sulle condizioni dei minori che stiamo sostenendo i quali, riferisce, non hanno riportato danni fisici pur se, al momento, non è possibile visitarli a causa della dispersione della popolazione, la maggior parte della quale si è trasferita nel centro di raccolta di Guara Guara in attesa che la situazione si normalizzi. 

Quando usciamo dalla Direzione Educativa, giunge nello spiazzo antistante un elicottero con un carico di alimenti, in prevalenza riso, pesce secco, olio e latte. Visitiamo la chiesa e la missione dei comboniani che, essendo situate in una rilevanza del terreno, non hanno subito le conseguenze dell’inondazione. La chiesa è affollata di persone che hanno sistemato le poche cose salvate: una stuoia per poter dormire, qualche tegame, i vestiti. Anche il cortile della missione è pieno di persone a cui i religiosi hanno distribuito delle tende ed anche qui vi sono donne, bambini ed anziani in attesa che la situazione migliori. Visitiamo le due scuole che stiamo sostenendo, un istituto primario ed uno secondario. La scuola primaria non ha subito danni, mentre in quella secondaria il ciclone ha divelto il tetto e danneggiato gli infissi. Tutto attorno alberi sradicati e macerie. È accaduto di notte, quando la scuola era deserta e fortunatamente nessuno è rimasto ferito. 
È pomeriggio inoltrato e dobbiamo fare ritorno a Beira. Ci dirigiamo verso il gommone, sempre con l’acqua che giunge alle ginocchia, passando vicino a delle persone che, pazientemente, stanno attendendo di ricevere la loro razione di cibo. Uomini, donne e bambini che dovranno presto pensare a ricostruirsi un futuro.


La città scomparsa -
Aprile

La nebbia e l’umidità del primo mattino mi accompagnano durante il tragitto per arrivare alla piazza da dove partirà l’autobus per Xai Xai, la città scomparsa. Nonostante l’ora, la piazza è già piena di vita: donne con i bambini appesi alla schiena, venditori che propongono ogni cosa vendibile, dalle bibite ai repellenti per le zanzare, dai medicinali alle gomme d’auto. Arrivano e partono gli autobus, rumorosi e fumanti, alcuni senza vetri ai finestrini. Finalmente da uno di essi l’autista grida: Chicumbuane. È il mio autobus ed a vederlo non si scommetterebbe nulla sul suo funzionamento. Sono le sette, ma non vi sono molti viaggiatori. Solo alle nove i posti sono tutti occupati e possiamo finalmente partire. Da Maputo a Xai Xai vi sono 240 chilometri, ma è possibile arrivare sino a Chicumbuane, circa venti chilometri prima di Xai Xai. Venti chilometri per percorrere i quali non si possono fare previsioni, anzi, non vi è neppure la certezza di riuscirvi.
Tra le diverse possibilità di raggiungere Beira da Maputo (distante 1.200 chilometri), ho scelto la strada che passa per Xai Xai, per osservare il danno provocato dalle inondazioni di febbraio. In diversi mi hanno avvertito dei disagi che avrei trovato rinunciando a percorrere la deviazione realizzata per il traffico stradale, che passa lontano dalla città, nell’attesa che il ponte sul Limpopo, che la piena del fiume ha fatto crollare, sia ricostruito.

È pomeriggio quando l’autobus arriva finalmente a Chicumbuane e, per il prossimo tratto di strada, ossia i venti chilometri che mancano per Xai Xai, mi aspetta una camionetta sul cui pianale trovo posto assieme ad una quindicina di passeggeri. Chi sale tra i primi riesce a sedersi ai bordi delle sponde, mentre gli altri devono stare in piedi, al centro del pianale, tenendosi però ben stretti a coloro che sono seduti per mancanza d’appigli. Sento gli sguardi di curiosità degli altri passeggeri, meravigliati nel vedere un musungo che, come loro, viaggia in una maniera così scomoda.
La camionetta giunge a un chilometro dal Limpopo, un tragitto che occorre percorrere a piedi. L’inondazione ha distrutto tutto quello che era stato costruito: strade e ponti non esistono più. Sono rimasti solo alcuni tratti d’asfalto e alcuni piloni di cemento che l’acqua non è riuscita ad infrangere. Arrivo al fiume dove altre persone stanno aspettando la barca che li porterà dall’altra parte e che, fortunatamente, ha un aspetto rassicurante: come in tutti i grandi fiumi africani, i coccodrilli, infatti, non mancano. 
Nell’altra sponda attende un trattore con un rimorchio per percorrere la breve distanza, circa due chilometri, sino alla città. Mi sistemo nel rimorchio e vedo che la maggior parte delle persone preferisce camminare a piedi. I cinquemila meticais (circa cinquecento lire) per il percorso rappresentano per molti una cifra rilevante ed il loro sacrificio non è da poco: madri con il bambino legato alla schiena, donne con il sacco di farina sulla testa, anziani e bambini… un’umanità che lotta per la sopravvivenza.

Eccomi finalmente a Xai Xai. Il trattore mi lascia all’inizio della città per tornare a prendere altre persone. Sono le sei del pomeriggio ed è ormai buio, ma non tanto da non poter distinguere quanto è rimasto della parte bassa della città, quella costruita vicino al fiume e di cui non è rimasto quali nulla. Si vedono solo ombre che percorrono la via principale i cui edifici, tutti vuoti, portano il segno dell’altezza raggiunta dall’acqua. Non esistono porte, finestre o serrande ma solo i muri e dalle insegne rimaste si può riconoscere la funzione a cui erano destinati: Pasteleria Aguia, Hotel Posada, Posto sanitario
Cammino in silenzio nell’oscurità. Davanti e dietro a me altre persone: nessuno parla, il solo rumore che si sente è quello dei passi. Qui non è rimasto più nulla e non vive più nessuno: non vi è motivo per  fermarsi.
Seguo gli altri verso la parte alta della città che l’acqua ha in parte risparmiato. Ma prima di arrivarvi mi aspetta un’altra traversata imprevista: un corso d’acqua che prima non esisteva e che ora segna il confine tra la parte bassa e quella alta della città. Finalmente ritrovo la strada, l’immancabile mercatino e le camionette.
Una di queste mi porterà, in circa due ore, a Xonguene dove esiste una pensione per passare la notte. Domani tenterò di prendere una corriera per Beira che, con un pò di fortuna, raggiungerò in due giorni.
Anche qui viaggio all’aperto, sul cassone. Assieme a me vi sono giovani e vecchi, donne e bambini, le immancabili borse piene di povere e semplici cose. La gente parla della propria provenienza e della propria destinazione, della vita di tutti i giorni. “Dio aveva perso le chiavi del rubinetto” dice il vecchio Mbalane, 71 anni “e solo quando le ha ritrovate, la pioggia è terminata”. Gli chiedo della sua famiglia. “L’ultima volta che ho visto moglie e figli è stato a febbraio, quando è iniziato il disastro ed ognuno si è salvato come ha potuto. Da allora non so più nulla di loro”.


Due scuole riabilitate: Chingussura e Chipangara
- Luglio

Nei giorni scorsi è terminata la riabilitazione delle scuole primarie di Chingussura e di Chipangara, che stiamo sostenendo rispettivamente dal 1997 e dal 1998, e che possiedono caratteristiche analoghe.
La scuola comunitaria di Chingussura è situata nella zona suburbana di Beira, abitata da migliaia di sfollati che, giunti negli anni della guerra civile, si sono stabiliti definitivamente. Il loro aumento ha fatto sorgere diverse esigenze tra cui quella della frequenza scolastica. Le scuole esistenti erano distanti e in molte di esse le lezioni si svolgevano all’aperto per mancanza di aule. È nata così, alla fine degli anni Ottanta, la scuola comunitaria di Chingussura, ossia realizzata dalla comunità e non dal governo: i genitori degli alunni versano una cifra mensile per poter pagare lo stipendio degli insegnanti e provvedere alle spese correnti. Si può tuttavia intuire come tali contributi siano esigui ed irregolari e non è infrequente che gli insegnanti lavorino per mesi senza ricevere alcun compenso, con ripercussioni negative sulla qualità dell’insegnamento. Inoltre il contributo da versare, pur essendo basso, non è alla portata di tutti e molti bambini rimangono esclusi dalla frequenza. Grazie al programma di adozioni a distanza iniziato nel 1997, abbiamo dato l’opportunità a molte famiglie di poter mandare a scuola i loro figli distribuendo il materiale scolastico, provvedendo alle spese di gestione ed assicurando lo stipendio agli insegnanti.  Tuttavia la scuola esigeva degli interventi di manutenzione: dalle fessure del tetto entrava la pioggia, la base dell’edificio presentava segni d’erosione, mancavano i banchi e gli alunni erano costretti a studiare seduti sul pavimento. Abbiamo quindi deciso di eseguire la riabilitazione fisica dell’edificio, che abbiamo portato a termine senza interrompere le lezioni, sistemando il tetto e gli infissi, fornendo gli arredi, costruendo i servizi igienici prima mancanti e sistemando l’edificio amministrativo. La cerimonia dell’inaugurazione è avvenuta alla presenza del segretario del quartiere, dei funzionari del Ministero dell’Educazione e dai genitori degli alunni.   

Al termine dell’antica Praça das Indias, così chiamata in epoca coloniale e successivamente ribattezzata Praça da Independencia, inizia il quartiere di Chipangara, uno dei più vasti di Beira, in cui vivono, in pochi chilometri quadrati, oltre 15.000 persone, la maggior parte delle quali sono giunte  all’inizio degli anni Ottanta, a seguito del progressivo estendersi della guerra civile. Anche qui una delle esigenze determinate dall’aumento degli abitanti è stata quella della frequenza scolastica. Nel quartiere, privo di scuole, le autorità hanno costruito quattro semplici edifici, ognuno dotato di quattro aule, la cui funzione è andata progressivamente diminuendo negli anni a causa dell’incuria e del vandalismo, mentre il furto degli arredi ha costretto gli alunni a seguire le lezioni seduti sul pavimento. La comunità del quartiere e le autorità scolastiche hanno chiesto il nostro intervento per garantire una migliore qualità di studio agli alunni e d’insegnamento per i docenti. Nell’aprile di quest’anno abbiamo iniziato la riabilitazione degli edifici, conclusa pochi giorni fa. Abbiamo sostituito parte dei tetti, ricostruite alcune pareti laterali, rifatti i pavimenti, realizzati i servizi igienici prima inesistenti ed abbiamo dotato tutte le aule di banchi , cattedre e lavagne. Tutto questo grazie al sostegno a distanza e al lavoro instancabile del nostro collaboratore Enrico Ruttico che sta mettendo a nostra disposizione la sua grande esperienza nel settore delle costruzioni.
È stato mantenuto l’impegno preso due anni fa con le famiglie di Chingussura e Chipangara: migliorare le condizioni di studio dei loro figli tramite il sostegno a distanza.


Bùzi: il ritorno a scuola
- Settembre

Dopo le alluvioni avvenute in febbraio, la vita a Bùzi è ripresa, anche se i danni provocati dagli allagamenti saranno visibili per molto tempo. Le persone che si trovavano nel centro d’accoglimento di Guara Guara sono ritornate alle proprie abitazioni che il Governo mozambicano e le agenzie umanitarie hanno contribuito a ricostruire.  A differenza di molte altre località colpite dall’alluvione, a Bùzi non vi sono state vittime. Diverse famiglie si sono però allontanate definitivamente e in alcune di queste vi erano dei bambini da noi sostenuti.
Lo straripamento del fiume è avvenuto di notte costringendo le persone ad una fuga precipitosa alla ricerca del primo riparo disponibile, spesso senza portare nulla con sé. Per oltre due mesi migliaia di persone hanno vissuto nel centro d’accoglimento in attesa del ritorno alla normalità. Il fiume ora scorre tranquillo e, mentre lo osservo, ripenso alla visita dello scorso febbraio e all’acqua che aveva inondato la località. Nella riva opposta si distinguono le strutture dello zuccherificio distrutto nella metà degli anni Ottanta nel corso della guerra civile. Un tempo l’economia di questa zona ruotava attorno allo zuccherificio e alle attività ad esso collegate, mentre ora tutto è immobile, corroso dagli anni e annullato dalla guerra, tuttora visibile negli edifici di cui sono rimaste solo le mura, nel carro armato abbandonato su un prato su cui giocano i bambini, nei pali dell’illuminazione senza più fili elettrici da molti anni, nelle chiatte che venivano utilizzate per trasportare lo zucchero, semiaffondate vicino alla riva. 
All’alluvione era seguito il ciclone Eline, che aveva devastato gran parte della costa della provincia di Sofala, tra Nova Mambone e Beira, ed aveva danneggiato gravemente la scuola secondaria 25 de Setembro.

In Mozambico i cicli scolastici si dividono in primario e secondario; quello primario si divide a sua volta in 1° grado, la cui durata è di quattro anni, e in 2° grado, la cui durata è di tre anni. Successivamente l’alunno passa alla scuola secondaria la cui durata è di cinque anni, conclusi i quali, se esiste la possibilità, può frequentare un istituto superiore, presente però solo nelle grandi città, o può accedere all’università. Il ciclone Eline aveva scoperchiato uno degli edifici della scuola e aveva danneggiato parzialmente l’altro, mentre le tre ondate di piena, susseguitesi una dopo l’altra, hanno reso inutilizzabili gli arredi scolastici e il materiale didattico. Nello scorso mese di febbraio abbiamo lanciato un appello ai nostri sostenitori per consentire la ripresa dell’attività didattica ed abbiamo impiegato le risorse pervenute nella distribuzione di materiale scolastico e nella riabilitazione della scuola secondaria, ora totalmente restaurata. Abbiamo provveduto anche a dotare i due edifici di nuovi banchi e cattedre in sostituzione di quelli andati distrutti nell’alluvione mentre le attività di riabilitazione si sono svolte senza interrompere le lezioni che sono continuate all’aria aperta, sotto alcuni alberi.
Un ringraziamento particolare va rivolto ai sostenitori che hanno reso possibile tutto questo: il loro contributo e la loro generosità hanno consentito il ritorno ad una vita normale ma, soprattutto, hanno sottolineato un valore fondamentale: quello della solidarietà.


Un impegno mantenuto
- Ottobre

Abbiamo mantenuto l’impegno con le comunità di Savane e Nhampuepue. Due anni fa, infatti, avevamo iniziato un programma di sostegno rivolto agli alunni delle scuole di questi due villaggi, promettendo di migliorare la loro situazione scolastica. Nella visita allora effettuata, avevamo osservato come le condizioni di studio e d’insegnamento fossero difficoltose: la scuola di Savane, oltre ad essere una costruzione obsoleta, non era in grado di accogliere un numero maggiore d’alunni. Spesso l’elevata percentuale di mancate iscrizioni scolastiche deriva, oltre che da motivazioni culturali ed economiche, anche dalla mancanza di scuole. Peggiore si presentava la situazione a Nhampuepue dove quasi un centinaio d’alunni, la maggior parte dei quali maschi, erano costretti a studiare in una costruzione in paglia, semibuia e priva di banchi. Purtroppo la cultura locale non dà all’educazione delle femmine lo stesso valore che dà a quella dei maschi. Avevamo iniziato, poco tempo dopo la visita, il programma di sostegno che prevedeva la distribuzione di materiale scolastico e d’altri beni agli alunni, oltre al materiale didattico per gli insegnanti, proponendoci di valutare, successivamente, la realizzazione di altri interventi. All’inizio di quest’anno, durante il periodico incontro con la comunità locale per stabilire le attività da svolgere, è stata decisa la realizzazione di tre nuove scuole: una a Savane, una a Nhampuepue e la terza nella località di Milhadoze, un villaggio situato a metà strada tra i primi due e dove non esisteva nessuna struttura scolastica. Questa nuova scuola avrebbe consentito a molti bambini di poter iniziare per la prima volta a studiare.

Abbiamo anche programmato alcune azioni rivolte alle famiglie per  incentivare l’iscrizione delle bambine. Nelle località rurali accade spesso che i genitori siano restii a mandare le figlie femmine a scuola: sostituiscono le madri in diverse attività, curano i fratelli più piccoli, lavano i panni, procurano acqua e legna, anticipando in pratica le condizioni d’emarginazione in cui vivranno da adulte. In realtà la mancanza d’istruzione delle bambine rende inutili i programmi di lotta alla povertà. Esiste uno stretto legame tra istruzione e sviluppo: chi è più istruito avrà la possibilità di migliorare la propria vita e quella dei propri figli. Il Mozambico ha recentemente promosso un programma per favorire l’accesso alla scuola alle femmine tramite la distribuzione di materiale scolastico e iniziative di sensibilizzazione rivolte alle famiglie. La nostra associazione ha da tempo anticipato queste azioni: nei nostri programmi di sostegno a distanza diamo la prevalenza alle bambine. Favorire il loro accesso alla scuola significa formare donne più istruite i cui figli avranno un indice di sopravvivenza più elevato e migliori condizioni generali di vita.

La prima scuola ad essere completata è stata quella di Savane, nel mese di luglio. Subito dopo è iniziata la costruzione delle altre due, terminate lo scorso ottobre prima della stagione delle piogge. I lavori tuttavia sono stati resi difficoltosi dalle cattive condizioni delle strade d’accesso. A volte è stato arduo far giungere il materiale sino al punto in cui le scuole si stavano costruendo a causa del fondo sabbioso della strada che, sovente, impediva ai camion di avanzare e, in diverse occasioni, è stato necessario trasportare a braccia il materiale. Abbiamo inoltre provveduto a dotare le scuole di banchi, lavagne e cattedre per gli insegnanti ad eccezione di quella di Nhampuepue i cui banchi, per la sua particolare architettura, sono stati realizzati in cemento.
Alla fine di gennaio, quando inizierà il nuovo anno scolastico, le scuole saranno pronte ad accogliere gli alunni che potranno finalmente entrare in una vera scuola. Certamente vi è ancora molto da fare per migliorare il settore scolastico in questo distretto ma la realizzazione di queste tre nuove scuole rappresenta un notevole passo avanti.


Manga: una scuola per crescere
- Novembre

La guerra ha lasciato molti segni a Manga, la località alla periferia di Beira in cui la nostra associazione è presente da tempo. Non vi sono stati attacchi pesanti da parte della guerriglia, se non qualche occasionale scorribanda notturna, ma la caduta dell’economia, l’arrivo di rifugiati provenienti dalle campagne e la povertà hanno causato il degrado delle strutture esistenti. Scuole, centri sanitari, edifici pubblici e abitazioni hanno ridotto, con gli anni, la loro funzione mentre la mancanza di manutenzione ed i furti hanno fatto il resto. Oggi molte scuole sono prive d’infissi oppure di tegole mentre arredi, conduttore elettriche, interruttori e rubinetti sono stati asportati. I centri sanitari hanno la rete di smaltimento delle acque che non funziona più e le condutture guaste costringono a  trasportare l’acqua in pesanti recipienti. Socialmente questo quartiere presenta in maniera accentuata tutte le caratteristiche delle periferie suburbane del Mozambico: elevata densità abitativa, infanzia abbandonata e soprattutto molte vedove, i cui mariti o compagni sono deceduti a causa della guerra o dell’Aids, che vivono in case di bambù con figli da mantenere. Per vivere vendono ortaggi, pesce, bibite, legna, esponendo i prodotti davanti alle loro abitazioni o in mercati improvvisati e rimanendo tutto il giorno in paziente attesa dei clienti, sovente con un bambino di pochi mesi sospeso alla schiena avvolto nella caratteristica capulana. È quella che viene chiamata “economia informale” e che, in tutta l’Africa, contribuisce alla sopravvivenza di milioni di persone. Molti dei loro figli soffrono di malnutrizione o di malattie come la malaria, il morbillo, le affezioni respiratorie e arrivano al centro sanitario quando la situazione è divenuta grave, dopo aver visitato, spesso senza alcun esito, il curandeiro. Anche la situazione scolastica presenta degli aspetti negativi: il numero dei minori iscritti a scuola non supera la metà degli aventi diritto a causa della difficoltà delle famiglie a pagare la tassa d’iscrizione e ad acquistare il materiale didattico. Un’altro motivo che contribuisce a mantenere bassa la percentuale d’iscritti, è la mancanza di edifici scolastici. La grande emigrazione degli anni scorsi dalle campagne alle città, ha determinato un aumento della domanda di scolarizzazione che le autorità didattiche hanno difficoltà a soddisfare, proprio per la mancanza di scuole.

In questa località, nel 1997, abbiamo iniziato il sostegno alla scuola primaria di Mascarenha estendendolo, nei mesi successivi, alle due filiali  situate entrambe a poca distanza dalla sede (le scuole dei quartieri Aeroporto e Lo Forte) con caratteristiche simili: edifici fatiscenti e assenza d’arredi. In particolare l'edificio della scuola nel quartiere di Lo Forte, un vecchio edificio commerciale adattato in seguito a scuola, presentava delle vistose incrinature alle pareti tali da non garantire una perfetta stabilità, mettendo a rischio l’incolumità degli alunni e degli insegnanti. Abbiamo pertanto deciso, in accordo con le autorità locali, di realizzare un nuovo edificio scolastico e di ristrutturare quello esistente.

In soli cinque mesi il nostro collaboratore Enrico Ruttico è riuscito a portare a termine le attività. I due edifici, quello nuovo e quello ristrutturato, sono stati consegnati alla Direzione Educativa completi d’arredi ed in tempo per l’inizio di un nuovo anno scolastico. Grazie al sostegno a distanza gli alunni troveranno ora una scuola dove poter finalmente scrivere senza essere seduti sul pavimento.
Solo attraverso l’educazione è possibile ottenere dei futuri cittadini in grado di promuovere lo sviluppo del loro Paese e certamente con questo nuovo intervento abbiamo contribuito perché ciò divenga realtà.


La fenice non è risorta
- Novembre

Le tende si scorgono subito dopo la curva, appena lasciate le ultime case di Kongolote. Sono situate a sinistra e collocate in file regolari. Qui vivono quasi 2.500 persone, tutte provenienti dai quartieri di Maputo che sono stati sommersi dall’alluvione dello scorso mese di febbraio. Kongolote è una località situata poco distante dalla capitale mozambicana dove, prima dell'alluvione, vivevano le famiglie giunte a seguito delle grandi migrazioni causate dalla guerra civile negli anni Ottanta. La località tuttavia non era molto popolata: raggiungere la città, e quindi la possibilità di poter trovare una qualsiasi occupazione, non era semplice per la mancanza di mezzi di trasporto. Qui dallo scorso anno stiamo sostenendo, tramite le adozioni a distanza, gli alunni della locale scuola primaria a cui, come di consueto, garantiamo materiale scolastico, vestiario e prodotti per l’igiene personale.
Il panorama di Kongolote da alcuni mesi è però cambiato: dove prima vi erano solo campi incolti, vi sono adesso centinaia di tende allestite lo scorso marzo dalla Croce Rossa Internazionale e da altre agenzie umanitarie. La maggior parte di coloro che ora vivono qui abitavano nei quartieri di Languene, Chamankulo, Xipamanine, in case di paglia e fango che le piogge torrenziali di febbraio hanno spazzato via. Ora, grazie all’elevato numero di persone che forzatamente vi risiedono, giungono i caratteristici minibus  da dodici posti ma che riescono a trasportare anche venti passeggeri.
Quello che unisce gli abitanti è la perdita di tutto quello che avevano. Ogni tenda ospita un nucleo familiare che non sa se e quando potrà riprendere una vita normale. Tutti possedevano una casa che, seppur semplice, ora non esiste più. Un funzionario della Croce Rossa mi spiega che la situazione sanitaria è preoccupante per la congiuntivite e la malaria mentre stanno diffondendosi anche delle alterazioni psicologiche per il diverso ritmo di vita che non tutti riescono ad accettare. “Molti di loro hanno perso anche la loro identità: l’alluvione ha portato via i documenti personali e sono andati distrutti anche gli archivi dove si conservano i registri delle nascite”.
Una donna, che si era tenuta in disparte, si avvicina: “È difficile vivere in queste condizioni. Siamo in sei nella tenda ed abbiamo solo un piccolo spazio dove stendiamo la stuoia per dormire. Anche il cibo che distribuiscono è insufficiente”. Un’altra signora con un bambino legato con la capulana dietro alla schiena interviene: “Riceviamo olio, zucchero, granoturco e delle vitamine per i bambini. È una dieta povera e molti di noi si stanno ammalando”.

Altre persone si avvicinano e raccontano storie di privazioni, di disagi, di dolore per le persone scomparse. “Non abbiamo avuto neppure il tempo di contare i morti – dice un anziano – Bisognava seppellirli e pensare ai sopravvissuti. Ora questo è il nostro futuro” conclude indicando le tende. Chiedo di poter visitare la scuola e vengo accompagnato presso una fila di tende dove gli alunni, seduti per terra, seguono le lezioni. “Una parte degli alunni - mi spiega la Direttrice - sono stati inseriti nella scuola primaria che voi state sostenendo. Per gli altri abbiamo dovuto allestire le aule nelle tende”. Se giungeranno i finanziamenti necessari, verranno costruite delle piccole case che sostituiranno le tende. Putroppo questa non è l’unica tendopoli esistente: ve ne sono altre, ben più grandi, a Xai Xai e a Chòkwe, due cittadine travolte dalle acque. Sono passati diversi mesi dalle alluvioni cha hanno sconvolto il Mozambico, ma i centri d’accoglienza sono ancora pieni di persone in attesa di rifarsi una vita.

Il Mozambico sembra quasi rassegnato ai disastri che lo colpiscono: una guerra civile durata quindici anni, carestie, cicloni e, a febbraio, un’alluvione disastrosa, proprio quando sembrava che il sogno dello sviluppo potesse concretizzarsi. Con la fine della guerra, la riconciliazione nazionale ed un assetto politico stabile, il Mozambico rappresentava, nel panorama dell’Africa Australe, l’esempio di come una nazione potesse risorgere dalle proprie ceneri, tanto da essere chiamato Fenice africana. Ma il sogno di uno sviluppo che stava finalmente per giungere, è naufragato nelle inondazioni di febbraio ed ora occorreranno anni prima che il Mozambico possa tornare nelle stesse condizioni precedenti. La Fenice africana non è risorta.