2000 - La Fenice non รจ risorta - Veziano Armandi
 

2000

La Fenice non è risorta - Novembre

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Le tende si scorgono all’improvviso, subito dopo la grande curva che segna il limite della località di Kongolote.

Disposte in file ordinate sul lato sinistro della strada, ospitano quasi tremila persone, tutte provenienti dai quartieri della capitale sommersi dall’alluvione di febbraio.
Prima di allora qui non viveva quasi nessuno: senza mezzi di trasporto, la città era troppo lontana da raggiungere.

Il panorama di Kongolote da alcuni mesi è però cambiato: dove prima vi erano solo campi incolti, vi sono ora le tende con i simboli della Croce Rossa e dell’Unicef, abitate da chi era giunto nella grande città in attesa della fine della guerra e aveva costruito in tutta fretta la propria abitazione, spazzata in pochi istanti dalle piogge torrenziali di febbraio.
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Uniti all’inizio dalla ricerca di sicurezza, oggi gli abitanti di questa tendopoli sono uniti dalla perdita di quel poco che erano riusciti a conquistare. Ogni tenda ospita una famiglia che non sa se e quando potrà riprendere una vita normale. Anche la situazione sanitaria è preoccupante: la malaria sta diffondendosi per la presenza di acqua stagnante ed è comparso il colera. « Molti hanno perso anche la loro identità: l’alluvione ha portato via i documenti personali e sono andati distrutti gli archivi dove si conservano i registri delle nascite » spiega un funzionario della Croce Rossa.
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Una donna mi rimprovera di fotografare, ma poi conversando spiega che nella tenda in cui vive vi sono altre due famiglie. « È difficile vivere in queste condizioni. Siamo in otto e abbiamo solo un piccolo spazio, dove stendiamo la stuoia per dormire. Anche il cibo distribuito è insufficiente. Riceviamo olio, zucchero, riso e vitamine per i bambini. È una dieta povera e molti di noi si stanno ammalando ».

Altri, che si erano tenuti in disparte, si avvicinano e raccontano storie di privazioni e di disagi per il cambiamento di vita e di dolore per chi è scomparso. Il futuro di queste persone è ancora incerto: non è stato ancora deciso se dovranno tornare alle località d’origine o se saranno trasferiti in un’altra zona. In ambedue i casi, dovranno ricominciare tutto da capo.
Qui la vita è divisa tra i ricordi di un passato recente e la speranza di poter avere un pezzo di terra e riprendere a vivere.
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Chiedo di poter visitare la scuola e mi accompagnano presso una fila di tende dove gli alunni, seduti per terra, seguono le lezioni.
« Una parte è stata inserita nelle scuole vicine - mi spiega un’insegnante – Per gli altri abbiamo dovuto allestire queste tende ».

Il Mozambico sembra quasi rassegnato ai disastri che lo colpiscono: una guerra civile durata quindici anni, carestie, cicloni e, negli scorsi mesi, un’alluvione disastrosa. Con la fine della guerra, l’avvenuta riconciliazione nazionale e un assetto politico stabile, questo Paese rappresentava l’esempio di una nazione risorta dalle proprie ceneri, tanto da essere chiamato la Fenice africana.

Ma il sogno di uno sviluppo che stava forse per giungere è stato sommerso dalle acque, e occorreranno anni prima che il Mozambico possa tornare nelle condizioni precedenti l’alluvione.
La Fenice africana non è risorta.