1999 - Veziano Armandi
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1999

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Due realtà simili: Ngolhosa e Machumbutane - Aprile

Da questo mese abbiamo una sede anche a Maputo.  L’associazione Kulima ha messo a nostra disposizione uno spazio nei suoi locali. Non è uno spazio molto grande, ma è sufficiente per le nostre attività legate al sostegno a distanza ed è importante per tenere i contatti con le istituzioni presenti nella capitale e per estendere la nostra presenza nei distretti circostanti. Pur se a Maputo stiamo sostenendo il centro di accoglienza delle Missionarie Francescane e collaboriamo con Kulima nel quartiere Polana, abbiamo stabilito di estendere il nostro programma di adozioni a distanza anche in altre località, in particolare nel distretto di Moamba dove le conseguenze della guerra sono stati particolarmente pesanti. L’origine di questo nome è incerta. La versione più attendibile afferma che, dopo una guerra tra tribù differenti, l’accordo per porre termine alle ostilità avvenne all’ombra di un grande albero chiamato Muamba, da cui appunto Moamba. All’arrivo dei portoghesi la località era abitata da tribù di etnia ronga e shangana dedite all’agricoltura e all’allevamento. Alla fine del 1800 fu costruita la linea ferroviaria tra Maputo (all’epoca Lourenço Marques) e Pretoria. Durante la guerra civile questa ferrovia, pur subendo diversi attacchi, ha consentito il transito di persone e merci tra il Mozambico e il Sudafrica. L’intero distretto possiede oggi circa 59.000 abitanti di cui 15.000 vivono nella sede amministrativa. L’economia è agricola: si coltiva mandioca, mais, patata dolce e si pratica la pesca artigianale nel fiume Incomati che attraversa il distretto. L’abbandono delle terre da parte dei coloni dopo l’indipendenza e l’inizio della guerra civile hanno provocato un’intensa migrazione verso la capitale, rendendo il distretto uno dei meno abitati della provincia. La percentuale di povertà (e d’analfabetismo) raggiunge il 65 per cento e solo il 55 per cento dei bambini in età scolare frequenta la scuola primaria.

Dopo un incontro con la signora Otilia, la Direttrice Distrettuale dell’Educazione per presentare l’associazione e le attività svolte, effettuiamo una visita ad alcune scuole iniziando dall'itinerario che da Moamba si dirige a Maputo, lasciando ad un’altro momento la visita ad altre località del distretto più difficili da raggiungere per il cattivo stato delle strade, alcune delle quali ancora minate. La strada, percorribile senza grandi difficoltà, corre a lato della linea ferroviaria che da Maputo raggiunge la frontiera sudafricana. Visitiamo le scuole che incontriamo lungo il percorso: alcune sono strutture in muratura che richiedono urgenti lavori di manutenzione, spesso prive di infissi e senza banchi; altre sono realizzate in paglia, costruite  rapidamente per far fronte all’elevato numero di alunni causato dal rientro degli sfollati dopo la guerra. Ogni visita è caratterizzata dall’identico rituale: i bambini che si alzano e salutano, le reciproche presentazioni, gli insegnanti che enumerano cifre e problemi della loro scuola, il commiato e la visita ad un’altra località.

È il primo pomeriggio quando giungiamo a Ngolhosa. Per arrivarci dobbiamo lasciare la strada principale e deviare a sinistra seguendo una pista sabbiosa per alcuni chilometri. Ngolhosa è un piccolo villaggio in cui vivono alcune centinaia di famiglie. Le abitazioni hanno la forma conica caratteristica di quest’area del Mozambico, separate l’una dall’altra da una bassa siepe di rovi. Il terreno circostante è arido e si coltiva la mandioca, uno dei pochi cereali che resiste alla scarsità d’acqua. La scuola primaria di Ngolhosa esiste solo virtualmente: è situata sotto due grandi alberi di anacardio e, quando giungiamo, gli unici due funzionari della scuola, il direttore ed un insegnante, stanno facendo lezione a due gruppi di bambini seduti sul terreno. Entrambi, direttore ed insegnante, vivono in due capanne poco lontano. Il direttore però non rimane sempre qui. “La mia famiglia abita a Maputo – mi dice – dove mi reco durante il fine settimana. Parto al sabato e ritorno la domenica sera”. La città non è lontana da qui. Ma la difficoltà maggiore è percorrere gli otto chilometri a piedi per raggiungere il chapa, il piccolo autobus che giunge sino alla strada principale dove occorre prendere un altro mezzo per giungere in città. Chiediamo quanti alunni sono iscritti. “Circa un centinaio, un numero inferiore a quello previsto per l’impossibilità di molte famiglie ad acquistare il materiale scolastico”.

Le stesse parole le ripete il Direttore della scuola di Machumbutane, l’ultima che visitiamo e dove arriviamo a pomeriggio inoltrato. Anche questa località ha caratteristiche simili alla precedente: il terreno è sabbioso ed è difficoltosa la coltivazione. La strada termina proprio in prossimità della scuola. Il Direttore ci mostra le “aule”, tre grandi alberi e due capanne di bambù. “Le capanne le abbiamo costruite all’inizio dell’anno scolastico con l'aiuto dei genitori degli alunni”. Dentro l’aula, il sole al tramonto filtra tra le canne di bambù e illumina le rudimentali panche in legno ed il pannello scuro appoggiato sulla parete che serve da lavagna. All’ombra della casa del direttore ci ristoriamo dal calore ancora forte. “Qui studiano circa 150 alunni”  spiega.  “Dovrebbero essere di più, ma molte famiglie non mandano a scuola i figli. Non hanno la possibilità di pagare la tassa di iscrizione e non riescono a comperare quaderni e penne”.

Ngolhosa e Machumbutane: certamente, tra le scuole visitate oggi, sono quelle in cui è necessario intervenire. Favorire la frequenza scolastica significa infatti offrire anche condizioni di insegnamento adeguate che in queste località non esistono. Non è difficile immaginare le difficoltà degli alunni a studiare seduti su di una pietra con il quaderno sulle ginocchia e le difficoltà dei maestri, costretti ad insegnare a leggere e scrivere tra il vento e la polvere.


Estaquinha
- Maggio

Padre Ottorino sembra possedere il dono dell’ubiquità tanto è veloce ed instancabile nei suoi spostamenti. Sovente giunge alla casa missionaria dei comboniani dopo aver percorso centinaia di chilometri, si riposa alcune ore e riparte per visitare un’altra missione distante altre centinaia di chilometri. Celebra la messa e via ancora per un’altra missione. Il Vescovo di Beira ha affidato a Padre Ottorino la ricostruzione di quattro missioni, situate tutte nella provincia di Sofala e gravemente danneggiate dalla guerra: Estaquinha, Machanga, Barada e Mangunde. Prima del conflitto queste missioni erano dei veri e propri punti di riferimento per le popolazioni circostanti: ognuna di esse possedeva una scuola primaria, una scuola d’arte e uffici, un piccolo centro medico ed un convitto per ospitare gli studenti che vivevano lontano. Nel 1975, al momento dell’indipendenza, tutte le missioni e le infrastrutture che appartenevano ai religiosi, escluse le chiese, sono state nazionalizzate ed adibite a magazzini, uffici o caserme. Solo a partire dal 1992, dopo l’accordo di pace e il progressivo abbandono dell’ideologia socialista, le missioni sono state restituite alla Chiesa, in gran parte semidistrutte: l’incuria, la guerra e il vandalismo avevano causato grandi danni tanto che di alcune ne rimanevano solo le mura. 
Per agevolate la ricostruzione delle missioni a lui affidate, Padre Ottorino ha costituito l’associazione Esmabama, il cui nome deriva dall’unione delle prime lettere dei loro nomi. Uno dei principali obiettivi di Esmabama è la ricostruzione delle scuole, dei centri sanitari e dei collegi oltre alla realizzazione di corsi di formazione per giovani e di riqualificazione per gli insegnanti. Un lavoro di ricostruzione notevole ed impegnativo che sta dando i suoi frutti ma che impone a Padre Ottorino di dover spostarsi continuamente da una missione all’altra tra una funzione religiosa, la verifica del lavoro dei muratori, un battesimo, il trasporto dei materiali.
Quando è venuto a trovarmi esprimendo la necessità di un aiuto agli alunni delle scuole che, lentamente, riprendevano il loro regolare funzionamento, non ho esitato a garantire il sostegno dell’associazione che dirigo e mi sono subito attivato per consentire l’avvio del programma di sostegno a distanza in tutte le quattro missioni iniziando da quella di Estaquinha per poi, gradualmente, estendere il programma alle rimanenti.

La missione di Estaquinha è la più piccola delle quattro, restituita ai religiosi nel 1993. Dista da Beira circa 200 chilometri di cui 80 percorribili su una strada asfaltata. Raggiunta Tica, occorre deviare a sinistra e, al villaggio di Guara Guara,  proseguire sino al fiume Bùzi che si attraversa su di una zattera a motore guidata da funi tese tra le rive opposte. Dall’altra sponda la distanza per giungere alla missione è di circa quaranta chilometri che si percorrono in oltre un’ora a causa delle cattive condizioni della strada. Il terreno è pianeggiante ed un tempo era coltivata la canna da zucchero: a tratti emergono dalla vegetazione, ai margini della strada, le rotaie della piccola ferrovia a scartamento ridotto utilizzata per il trasporto della canna. Qua e là s’intravedono capanne da cui escono, correndo, dei bambini che osservano incuriositi il nostro passaggio. Le persone vivono quasi esclusivamente di agricoltura e coltivano il necessario per poter alimentarsi: miglio, fagioli e mandioca, prodotti poveri e privi di proteine. La tradizione ha il sopravvento e non vi sono iniziative per produrre in misura maggiore e conservare l’eccedenza in caso di siccità. Il cibo quotidiano è quasi sempre lo stesso: una polenta bianca con fagioli. L’oscurità della sera è interrotta dai fuochi accesi fuori dalle capanne e dal tremolante chiarore dei lumi a petrolio, mentre in lontananza si scorgono le luci della missione: da pochi mesi è infatti in funzione un generatore che consente l’illuminazione per alcune ore dopo il tramonto.
Ci attende Padre Ottorino, giunto in mattinata. Mentre ceniamo lo informiamo delle attività che svolgeremo il giorno seguente: fotografie e schede dei bambini da inserire nel programma di adozione a distanza. Ma Padre Ottorino non sarà con noi: all’alba ripartirà per la missione di Mangunde.
Il mattino seguente, prima di iniziare le attività previste, visito la missione in compagnia di un insegnante, George, iniziando dalla scuola primaria. L’edificio è stato riabilitato da poco tempo e possiede sei aule, oltre alla segreteria. Gli alunni sono fuori in attesa, divisi a gruppi. La scuola è riconosciuta dallo stato e pertanto deve seguire determinate regole, una delle quali prevede, prima dell’inizio delle lezioni, il canto dell’inno nazionale. Chiedo a George quanti alunni sono iscritti. “Sono oltre 300, divisi in cinque classi. Gli alunni vivono tutti nei pressi della missione e la nostra scuola, è l’unica nel villaggio”. George negli anni della guerra civile ha preferito trasferirsi a Beira, in casa di parenti, per non rischiare di essere coinvolto in scontri armati od essere costretto ad unirsi ai guerriglieri. “Venivano di notte, circondavano le case e costringevano le persone ad andare con loro per trasportare quello che razziavano. A volte incendiavano le case ed i raccolti”.
Di fronte alla scuola vi è il convitto, in fase di riabilitazione, la casa dei religiosi, il piccolo centro sanitario e l’ufficio in cui funziona la radio, unico mezzo per ricevere e trasmettere, in ore stabilite, le comunicazioni dalla sede di Esmabama a Beira.
Terminata la visita iniziamo, con la collaborazione di George, le attività di registrazione dei bambini che saranno inseriti nel programma di sostegno a distanza. Gli insegnanti ne hanno selezionato oltre un centinaio, tra i più carenti, di cui compiliamo le schede individuali che saranno poi inviate in Italia. È pomeriggio quando rientriamo a Beira attraversando un terreno, di proprietà della missione, in cui un gruppo di alunni, assistiti da un insegnante, sta piantando degli alberi da frutta. Al nostro passaggio ci salutano sorridendo: i segni lasciati dalla guerra stanno dissolvendosi ed una nuova speranza si sta aprendo per questi giovani.


Nhanconjo: la povertà da vicino
- Giugno

La chiesa di S. Maria di Manga ha un’architettura che ricorda la “emme” di Maria. È stata costruita all’inizio degli anni Sessanta, quando in questa in località non vi era il sovraffollamento che esiste oggi. A quell’epoca qui abitavano i coloni portoghesi e, nella zona che viene ancora oggi chiamata “bairro indigeno”, a poca distanza dalla chiesa, vivevano gli “assimilados” ossia i mozambicani che, accettando di integrarsi nella cultura portoghese, erano destinati ad esercitare il ruolo di funzionari nell’apparato amministrativo coloniale. Oggi questa figura è scomparsa, ma gli errori politici causati nei primi anni dal nuovo governo hanno trasformato il Mozambico in uno dei paesi più poveri del mondo, con un reddito pro capite che non supera i 120 dollari l’anno. La guerra civile, oltre ad avere distrutto le strutture, ha distrutto anche i valori che la chiesa sta oggi cercando di recuperare grazie alla sua funzione sociale ed educativa. Sono molte le madri che, giornalmente, battono alla porta della parrocchia di Manga a chiedere un sostegno per i figli: un quaderno, del cibo, un medicinale. Ma la parrocchia non può soddisfare queste richieste. Non ne ha la possibilità economica e sta impoverendosi anche di presenze. I missionari comboniani sono andati via, destinati ad altre località, eccetto P. Filomeno, con cui sto visitando le comunità della zona.

Ci addentriamo tra le piccole e basse case fatte di fango e di paglia, tra le persone che si fermano a conversare con il missionario chiedendogli consigli, tra bambini seminudi che ci seguono sorpresi nel vedere un bianco ed altri che si allontanano intimoriti, tra donne che macinano il grano che servirà per la cena e giovani seduti davanti alle loro abitazioni in perenne attesa di qualcosa che non accade. Ci fermiamo davanti ad una casa dove vivono tre fratelli, il più grande dei quali ha 14 anni e deve mantenere gli altri due. Del padre non hanno notizie da anni e la madre è morta pochi mesi fa. Vivono con il contributo dei vicini mentre Padre Filomeno offre qualcosa quando può. Il fratello più grande è assente ed in casa troviamo gli altri: Luis di 4 anni e Francisco di 10 anni.

Casi come questo sono sempre più frequenti in Mozambico, dove l’Aids sta mietendo numerose vittime. Padre Filomeno mi chiede se il Centro Cooperazione Sviluppo può intervenire. Non so cosa rispondere. Cerco di spiegare che un aiuto immediato forse è possibile, ma nel tempo deve essere integrato in un preciso programma. In un’altra abitazione vive una donna cieca e malata con una figlia di circa vent’anni. La ragazza non ha un lavoro e la madre necessita di cure continue. Penso che situazioni così siano eccezioni ma mi sbaglio. “Ti posso far visitare decine di situazioni simili a queste” dice Padre Filomeno. “Esiste la povertà in cui vive la maggior parte delle persone ed esiste una povertà ancora più disperata che spesso non riusciamo a vedere o forse non vogliamo vedere. Drammi di cui nessuno parla vissuti in silenzio e con dignità”.
Mi chiedo cosa posso fare. Certamente è possibile intervenire isolatamente nei casi più difficili, ma ciò non deve essere una regola, bensì un’eccezione. Parlo al missionario del nostro progetto di adozione a distanza che potrebbe  risolvere situazioni che, apparentemente, non sembrano avere soluzione. Spiego anche che deve essere integrato in un contesto tale da coinvolgere non solo il beneficiario ma tutta la comunità in modo da intervenire sulle cause che producono la povertà.
Oggi, assieme a Padre Filomeno, ho presentato al Comitato parrocchiale il programma di adozione a distanza che inizieremo qui a Manga. La parrocchia sarà la “base operativa” per le distribuzioni di materiale ai beneficiari ed il parroco sarà uno dei garanti. Prevediamo di costituire un centro d’alimentazione per bambini denutriti cercando anche di assicurare un controllo medico periodico. Di questo potranno occuparsene le Missionarie Francescane che gestiscono il centro sanitario di Alto da Manga, a poche centinaia di metri dalla parrocchia e che hanno dato la loro adesione.


Manga: un nuovo centro nutrizionale
- Agosto

Alcuni mesi fa con Suor Delfina e Padre Julio avevamo considerato la possibilità di potenziare il laboratorio di falegnameria all’interno del Centro dei Santi Innocenti. La dotazione di nuove e maggiori attrezzature ne avrebbe aumentato la capacità produttiva. La falegnameria infatti, oltre a svolgere i corsi di formazione, realizza dei manufatti che vengono venduti e con il cui ricavato si provvede al pagamento dei costi di gestione. Consigliato da un missionario comboniano ho presentato nello scorso mese di luglio, mentre mi trovavo in Italia, la proposta di finanziamento alla Conferenza Episcopale Italiana. Oggi è giunta la comunicazione con la quale è stato approvato il contributo che il Centro dei Santi Innocenti riceverà a breve e con cui sarà possibile, oltre alle attrezzature per la falegnameria, acquistare anche delle macchine da ricamo per allargare la scuola di sartoria e delle ulteriori attrezzature per la scuola di carpenteria.

Le attività frattanto proseguono senza particolari difficoltà, a parte le spese di gestione il cui costo maggiore è rappresentato dal vitto: tutti i giorni occorre provvedere alla colazione, al pranzo e alla cena non solo dei 120 bambini ospitati nel centro, ma anche di quelli assistiti esternamente e che vivono con le loro famiglie, tutte molto povere. Quasi quotidianamente giungono richieste di inserimento di minori, alcune provenienti dalle parrocchie circostanti mentre in altri casi sono gli stessi parenti che chiedono di ospitare nel Centro un figlio o un nipote perché impossibilitati a sostenerlo. Suor Delfina, dopo aver respinto diversi di loro per la mancanza di spazio, ha stabilito che non poteva più continuare così ed ha deciso di intervenire, almeno per l’alimentazione, chiedendo la nostra collaborazione per realizzare un centro di supporto nutrizionale, entrato in funzione da pochi giorni.

Abbiamo così realizzato una costruzione semplice, vicino all’abitazione di un’educatrice che lavora al Centro dei Santi Innocenti. Nel cortile della sua abitazione è stata allestita la cucina: una tettoia sotto la quale, in grandi pentole, alcuni volontari, preparano quotidianamente i pasti. All’ora del pranzo è un brulicare di bimbi che, al segnale convenuto, entrano nella loro “mensa”, si siedono attorno a lunghi tavoli e, dopo una breve preghiera, ricevono dalle assistenti un piatto di riso con pollo o carne e un bicchiere di succo di frutta. La dieta è variabile ed è stata calcolata per apportare le calorie necessarie a dei bambini malnutriti, tenendo anche conto che per molti di loro è questo l’unico pasto che faranno durante la giornata. In silenzio attendono il piatto ed in silenzio mangiano, portandosi lentamente alla bocca il cibo con le mani. Dopo aver mangiato ed essersi puliti le mani dentro un grande recipiente d’acqua, ritornano alle loro case.
Questo è il secondo centro nutrizionale sostenuto dal Centro Cooperazione Sviluppo nella località di Manga: l’altro, attivo da oltre due anni, è situato presso il centro sanitario di Chingussura, dove suor Delfina lavora come infermiera e dove viene distribuito quotidianamente un pasto caldo a 130 bambini, tutti affetti da gravi problemi di denutrizione.
In totale quasi trecento bambini ricevono giornalmente un pasto ed usufruiscono di controlli medici periodici grazie ai contributi dei sostenitori e all’entusiasmo di Suor Delfina.


Tica: una nuova scuola
- Settembre

Pochi giorni fa è stato inaugurato un nuovo edificio scolastico a Tica, la località dove nel 1997 abbiamo iniziato un programma di adozione a distanza assieme all’associazione Nhatua Za Mala, diretta da donna Berta, una signora rimasta vedova durante la guerra civile e che, assieme ad altre vedove, negli scorsi anni aveva raccolto un gruppo di bambini orfani. Il loro numero era però ben presto aumentato e “zia” Berta, come viene affettuosamente chiamata, trovandosi in difficoltà con le spese alimentari e scolastiche, aveva chiesto la nostra collaborazione. Da quel momento abbiamo iniziato un percorso insieme: noi del Centro Cooperazione Sviluppo e l’associazione delle donne di Tica.
Oggi il numero dei bambini che stiamo sostenendo supera i 300, molti dei quali orfani di uno o di entrambi i genitori. Quasi tutti vivono con i familiari (un genitore o un loro parente) mentre il gruppo originario, quello accolto inizialmente da donna Berta, vive in una piccola costruzione realizzata davanti alla sua abitazione.
Tutti i bambini sostenuti ricevono un pasto giornaliero mentre i più grandi frequentano la scuola: alimentazione ed istruzione rappresentano infatti le priorità sulle quali si basano i nostri interventi. In particolare, assieme all’associazione Nhatua Za Mala, ci siamo preoccupati da subito della frequenza scolastica, chiedendo l’inserimento presso la scuola locale dei bambini che venivano inseriti nel programma di sostegno. Tuttavia, questo è stato possibile solo per alcuni: le piccole ed anguste aule del vecchio edificio scolastico di Tica non possedevano lo spazio per accogliere numerosi alunni.

Avevamo quindi optato per una soluzione provvisoria: una scuola all’aperto ricavata sotto tre grandi alberi nei pressi della casa di donna Berta, in attesa di realizzare una nuova costruzione. Quest’anno, con i contributi pervenuti attraverso le adozioni a distanza, è stata iniziata la nuova scuola, portata a termine in pochi mesi grazie al nostro collaboratore Enrico Ruttico che ha seguito contemporaneamente anche la costruzione di due abitazioni per gli insegnanti a Nhamatanda.
Alla cerimonia dell’inaugurazione della nuova scuola 25 de Junho (in memoria del 25 giugno 1975 giorno dell'Indipendenza) che si è svolta alla presenza del Governatore della provincia, dell’Amministratore della località, degli insegnanti e dalla comunità, ha fatto seguito uno spettacolo teatrale organizzato dagli alunni mentre, dopo il pranzo comune, la popolazione ha manifestato la sua allegria con canti e danze che si sono protratti sino al tramonto.
Tuttavia i momenti più belli li abbiamo vissuti nei giorni seguenti vedendo gli alunni scrivere finalmente appoggiati sui banchi e gli insegnanti svolgere il loro lavoro in condizioni dignitose senza essere più costretti a spiegare la grammatica o l’aritmetica tra le nuvole di polvere sollevate dal vento.


Nhamatanda: due case per gli insegnanti
- Settembre

Alcuni giorni dopo l’inaugurazione della scuola di Tica, abbiamo inaugurato le due case per gli insegnanti che abbiamo costruito a Nhamatanda dove, dallo scorso anno, stiamo sostenendo gli alunni più vulnerabili della scuola primaria 24 de Julho. Nhamatanda, un tempo attivo centro agricolo, secondo le statistiche ufficiali possiede oggi un indice di povertà  assoluta che supera il 65 per cento. Per povertà assoluta si considera una capacità di spesa di mezzo dollaro al giorno. In epoca coloniale era diffusa la produzione di cotone la cui esportazione raggiungeva livelli elevati. La guerra civile, iniziata poco dopo l’indipendenza, ne ha  provocato la progressiva riduzione sino alla cessazione totale per l’abbandono delle campagne da parte dei contadini causata dall’estendersi della guerra. Anche il settore scolastico ha sofferto gravi danni e, ancora oggi, diverse scuole non sono state ancora ricostruite, soprattutto quelle situate all’interno del distretto.
Il nostro sostegno alla scuola 24 de Julho è iniziato nell’autunno dello scorso anno quando, dopo aver valutato assieme alle autorità scolastiche e alla comunità locale la situazione educativa, abbiamo deciso di estendere anche in questa località il nostro programma di adozione a distanza. Come prevedono i nostri programmi, vengono effettuate due distribuzioni nel corso dell’anno: la prima coincide con l’inizio dell’anno scolastico ed ha per oggetto il  materiale didattico (quaderni, matite, penne, zaino ed altri oggetti necessari per lo studio).
La seconda distribuzione include vestiario, prodotti per l’igiene personale e altri oggetti utili all’intera famiglia, come coperte, reti zanzariere ed altro. Una parte del contributo erogato dai sostenitori viene invece utilizzata per interventi sociali suggeriti dalla nostra controparte rappresentata, in questo caso, dalla locale Direzione Didattica la quale, nell’incontro avuto all’inizio dell’anno per la programmazione delle attività, ha manifestato la necessità di realizzare due abitazioni per gli insegnanti, in modo da garantire loro un alloggio dignitoso oltre che facilitare la loro attività.

Il ruolo di un’insegnante è molto delicato. L’insegnante deve avere una buona preparazione pedagogica e culturale, deve essere un buon educatore ed avere a cuore il destino degli alunni a lui affidati. Spesso, nei paesi in via si sviluppo, la situazione è assai differente: gli insegnanti sono insufficienti, mal pagati, privi della necessaria formazione. Attualmente il Governo mozambicano sta facendo uno sforzo notevole per migliorare la loro condizione, ma occorrerà molto tempo prima di ottenere risultati apprezzabili.
Una difficoltà che spesso gli insegnanti devono affrontare è la mancanza di una dignitosa abitazione: spesso sono costretti a percorrere quotidianamente lunghe distanze per giungere alla scuola in cui insegnano o ad abitare in case affittate spendendo gran parte del loro stipendio che non supera i quaranta dollari al mese. Avere la possibilità di risiedere vicino alla scuola garantisce la loro presenza costante ed è di stimolo per gli alunni. Per questo, quando la Direzione Didattica locale ha manifestato la necessità di realizzare due abitazioni per gli insegnanti, abbiamo acconsentito. Le due costruzioni, portate a termine dal nostro collaboratore Enrico Ruttico che, simultaneamente, ha seguito anche la costruzione della scuola di Tica, è avvenuta in tempi rapidi, nonostante le difficoltà legate al reperimento del materiale da costruzione, ed a costi contenuti. La cerimonia dell'inaugurazione delle due abitazioni è avvenuta alla presenza del Direttore Distrettuale dell’Educazione e delle autorità locali che hanno espresso il loro apprezzamento per il contributo che abbiamo apportato al settore educativo che riteniamo fondamentale per lo sviluppo.
Avere accesso alla scuola primaria è più che imparare a leggere o a scrivere. In un paese a basso reddito e con alti tassi di incremento demografico, le nuove generazioni rappresentano la ricchezza più importante e la migliore speranza di spezzare la catena che collega ignoranza, povertà, sfruttamento e sottosviluppo.


Una visita: Tazaronda e Machiço
- Ottobre

Ascoltavo il Direttore della scuola primaria di Tazaronda, una piccola località vicino al villaggio di Gorongosa, mentre descriveva una situazione che non trovavo molto dissimile da molte altre che già conoscevo.
Tuttavia vi era qualcosa in lui che mi colpiva: forse la convinzione con cui parlava o l’intensità del suo sguardo nel descrivere quella realtà. Forse i disagi che aveva dovuto affrontare per giungere presso la sede del CCS di Beira, pagando di tasca propria i costi del viaggio, nonostante il suo modesto stipendio: alcuni chilometri a piedi, una giornata intera passata su un vecchio autobus stipato all’inverosimile, una notte trascorsa in un alloggio di fortuna e tra poco sarebbe tornato indietro affrontando nuovamente gli stessi disagi dell’andata. Potevo andare a visitare la scuola e valutare la possibilità di un sostegno agli alunni? Non ero in grado di promettergli nulla: la località non era vicina e avevamo già diversi impegni con altre scuole. Ma i giorni seguenti ripensavo a quella visita immaginando le difficoltà degli alunni e degli insegnanti che mi erano state descritte. Così, una settimana più tardi, decidevo di andare a trovarlo.
Per arrivare nel villaggio di Tazaronda occorre giungere a Gorongosa, il capoluogo amministrativo del distretto, distante circa 250 chilometri da Beira, che avevo già visitato nel 1993, un anno dopo la fine della guerra. Un tempo qui vi era il più grande parco naturale del Mozambico e uno tra i maggiori dell’Africa Australe che la recente guerra aveva distrutto.
A quell’epoca avevo impiegato tutta la mattina e parte del pomeriggio per giungere a Gorongosa. Lungo la strada, piena di buche, erano visibili i segni del conflitto: relitti di vetture, autocarri e mezzi militari saccheggiati ed incendiati. Anche il ponte sul Pungue era stato colpito e una bomba aveva distrutto, proprio al centro, diversi metri di campata: occorreva passare, con cautela, sopra due grandi travi d’acciaio. Anche l'abitato presentava i segni della guerra appena terminata: era lo stesso triste spettacolo che avevo visto in altre località in cui erano avvenuti scontri tra le due fazioni opposte: desolazione e rovine.
Ora, a distanza di alcuni anni, la realtà è diversa: i mercatini affollati, le case ricostruite, le strade risistemate e i campi coltivati infondono un senso di ottimismo e di fiducia nel futuro. Il Mozambico è stato un caso forse unico tra i paesi africani per il modo con cui si sono deposte le armi e si è raggiunta la riconciliazione nazionale.

Per raggiungere la scuola occorre passare nei pressi della pista d’atterraggio in terra battuta che veniva utilizzata durante la guerra per i rifornimenti alla popolazione, proseguendo ancora per alcuni chilometri in leggera salita sino ad incontrare, al culmine, uno spazio piano con alcuni alberi di anacardio: la scuola di Tazaronda, composta da cinque “aule”, ossia cinque alberi alla cui ombra siedono gli alunni. Il Direttore mi viene incontro sorpreso e, quasi certamente, contento di vedermi. Vi è lezione e gli alunni sono seduti su delle pietre con i quaderni sulle ginocchia intenti a scrivere e ad ascoltare le spiegazioni degli insegnanti in piedi vicino alle lavagne, dei rudimentali pannelli di legno appoggiati ai tronchi degli alberi. Il vento caldo solleva della polvere che si posa sugli alunni e sui loro quaderni.
 “Quando il vento è molto forte e quando piove – spiega il Direttore – non vi sono lezioni. Abbiamo due turni: dalle 8 alle 12  e dalle 12 alle 16. In totale sono quasi 240 gli alunni che studiano qui, ma potrebbero essere di più se vi fossero delle condizioni di studio adeguate”.

Il Direttore mi chiede di visitare anche Machiço, una località situata a quindici chilometri di distanza. “È una zona rimasta a lungo isolata per la guerra. Solo da pochi mesi abbiamo organizzato una scuola. Sono poche le famiglie che hanno la possibilità di far studiare i loro figli”. La località non è molto lontana ma per percorrere i quindici chilometri occorre quasi un’ora. La strada, poco più di una pista, è in pessime condizioni e da molti anni non riceve nessuna manutenzione. Lungo il tragitto si incontrano piccoli gruppi di capanne. L’ultimo tratto di strada è il più difficile: occorre passare su dei traballanti ponti in legno sotto cui scorrono dei ruscelli e procedere lentamente su una ripida strada rocciosa che termina in una grande radura dove il panorama ripaga l’impegno della guida: montagne illuminate dai riflessi del sole del tardo pomeriggio si stagliano nell’azzurro del cielo. L’arrivo di una vettura è oggetto di curiosità e dopo pochi minuti siamo circondati da adulti e bambini. Una donna si rivolge a me ma non conosco il dialetto locale. “Pochi  parlano il portoghese” mi informa il mio accompagnatore. “Anche molti bambini non conoscono la lingua nazionale. Quando iniziano la scuola è come se dovessero imparare una lingua straniera”. Gli chiedo se conosce la percentuale di bambini che si iscrivono a scuola: “Sono circa la metà quelli che si iscrivono ma non tutti concludono l’insegnamento primario”.
In effetti, uno dei più grandi problemi che deve affrontare oggi il Mozambico è l’istruzione: dai dati ufficiali forniti dall'Unicef risulta che il 62 per cento delle donne ed il 53 per cento degli uomini sono analfabeti, mentre solo il 55 per cento dei bambini inizia la scuola ma un gran numero di loro non porta a termine il ciclo primario. I motivi sono diversi e sono legati ai costi scolastici che molte famiglie non sono in grado di affrontare, al lavoro minorile nei campi, ai matrimoni prematuri che causano annualmente l’abbandono degli studi a migliaia di alunne e al fatto che i programmi scolastici sono svolti nella lingua ufficiale che molti non parlano, specie nelle zone rurali. L’istruzione è uno dei pilastri dello sviluppo e della lotta alla povertà ed è uno degli obiettivi che il CCS ha sempre posto in primo piano nei programmi di adozione a distanza.
Prima di andarmene ho promesso che mi sarei adoperato per consentire agli alunni di queste due scuole delle migliori condizioni di studio.