1999 - La povertà da vicino - Veziano Armandi
 

1999

La povertà da vicino - Giugno

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Il frontale della chiesa di Santa Maria di Manga ha un aspetto che ricorda la lettera emme di Maria.
È stata costruita all’inizio degli anni Sessanta, quando i coloni convivevano qui con gli assimilados, i mozambicani che, avendo accettato di integrarsi con la cultura portoghese, ricoprivano il ruolo di funzionari nell’apparato amministrativo coloniale e i loro figli potevano accedere alle stesse scuole dei bianchi.
Oggi questa figura è scomparsa, così come sono scomparsi i coloni, sostituiti dai rifugiati della guerra, vittime di disegni ed errori politici che hanno impedito la realizzazione dei sogni nati con l’indipendenza.
Venuta la pace, ora è l’Aids a rendere vani gli sforzi per sconfiggere la povertà di questo sfortunato paese.
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Sono molti coloro che si rivolgono alla parrocchia di Manga chiedendo un aiuto per nutrirsi, curarsi, vestirsi o mandare i figli a scuola. Richieste che aumentano giorno dopo giorno e che la parrocchia non è in grado di esaudire: non possiede risorse economiche e vi è un solo missionario ad occuparsi di tutto: padre Filomeno.

Ed è con lui che percorro le strade polverose di questa località, tra persone che lo salutano o chiedono un consiglio, tra bambini che ci seguono incuriositi e altri che si tengono in disparte intimiditi, tra donne che macinano il grano e giovani seduti davanti alle loro abitazioni in perenne attesa di qualcosa che non accade.
Padre Filomeno dedica una parte del suo tempo a visitare gli ammalati, portando loro medicinali o, più semplicemente, donando il conforto di una parola e di un sorriso. Qui non arrivano ambulanze e non passa nessun medico: tra questa gente c’è solo lui.
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Ci fermiamo davanti ad una casa più piccola delle altre: una fragile costruzione con le pareti di argilla, il tetto di lamiera e una finestra da cui s’intravede un’unica stanza totalmente spoglia, eccetto alcune stuoie di paglia distese sul pavimento di terra.

Qui vivono tre fratelli. Filipe, il più grande, ha quattordici anni e lavora per mantenere gli altri due, Luis di otto e Francisco di quattro che, seduto nel minuscolo cortile, attende il suo ritorno. « Del padre non si hanno notizie da tempo e la madre è morta due mesi fa di Aids » mi spiega padre Filomeno. « Nessuno di loro è stato registrato all’anagrafe. È come se non esistessero. »
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Percorriamo un’altra strada parallela alla precedente con ai lati abitazioni di fango intervallate da pozzanghere.
Una donna sta trasportando una pesante tanica d’acqua tenendola in equilibrio sul capo con le mani. « Ogni strada ha le sue storie e le sue tragedie » commenta padre Filomeno mentre racconta di aver accompagnato all’ospedale, pochi giorni prima, una donna quasi incapace di reggersi in piedi. « Non riusciva neppure più a cucinare e il suo pasto era una tazza di tè. Abbiamo poi saputo che aveva l’Aids. »

Poco più in là, davanti ad un'abitazione siedono una madre con il figlio. La donna è divenuta cieca per una malattia agli occhi. Padre Filomeno si ferma a conversare con lei alcuni minuti. « Il marito è morto.
L'aiutano i vicini e ogni tanto offro anch'io qualcosa. Non si parla mai di Aids per non venire isolati da vicini e parenti - mi spiega mentre ci allontaniamo - ma di malaria e tubercolosi. »
Penso che di situazioni così ve ne siano poche, ma mi sbaglio. « Ti posso far visitare decine di casi simili » dice padre Filomeno. « Esiste la povertà in cui vive la maggior parte delle persone, ma esiste una povertà ancor più disperata, che spesso non riusciamo a vedere o non vogliamo vedere. Drammi di cui nessuno parla, vissuti nel silenzio e con dignità, che l’Aids sta moltiplicando. »
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Continuo a seguire la mia guida nei dedali di questo angolo di mondo africano: un mondo fatto di case di paglia e argilla, senza acqua potabile, senza energia elettrica, senza assistenza sanitaria.
Un mondo che non compare in nessun documento ufficiale, destinato a rimanere invisibile per chissà quanto tempo e che, rassegnato alla povertà, alla fame e alle malattie, viene ora colpito da un nuovo e inesorabile flagello.