1999 - Estaquinha - Veziano Armandi
 

1999

Estaquinha - Maggio

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Padre Ottorino sembra possedere il dono dell’ubiquità, tanto è veloce e instancabile nei suoi spostamenti. Giunge alla casa missionaria dopo aver percorso centinaia di chilometri, si riposa alcune ore e poi riparte per visitare un’altra missione distante altre centinaia di chilometri.

La Diocesi di Beira gli ha affidato la ricostruzione delle quattro missioni che possiede nella provincia di Sofala: Estaquinha, Machanga, Barada e Mangunde, veri e propri punti di riferimento per le popolazioni circostanti. Prima del conflitto ognuna di esse possedeva una scuola primaria, una scuola di formazione professionale, un centro sanitario e un collegio per ospitare gli studenti che risiedevano lontano.
Nel 1975, al momento dell’indipendenza, tutte le missioni e le strutture appartenenti alla Chiesa sono state nazionalizzate e adibite a magazzini, uffici o caserme.
Con la firma dell’accordo di pace e il progressivo abbandono dell’ideologia marxista, le missioni sono state restituite, ma in gran parte semidistrutte: l’incuria, la guerra e il vandalismo avevano causato danni tanto gravi che di alcune di esse non rimanevano che le mura. 
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Per agevolarne la ricostruzione, padre Ottorino ha fondato l’associazione Esmabama, che è l’acronimo delle prime due lettere dei loro nomi, con l’obiettivo di riportarle alla loro originaria funzione, sistemando le scuole, i centri sanitari e i collegi.

Un lavoro impegnativo che sta dando i suoi frutti ma che impone a padre Ottorino lo spostamento incessante da una missione all’altra, alternando una funzione religiosa alla verifica delle attività in corso, un battesimo al trasporto dei materiali da costruzione e così via.
Quando è venuto a trovarmi per chiedere il sostegno delle scuole che, gradualmente, riprendevano a funzionare non ho esitato, e mi sono subito dato da fare per avviare il programma di adozione a distanza, iniziando dalla missione di Estaquinha per poi estenderlo alle altre.

La missione di Estaquinha è la più piccola delle quattro. Dista da Beira quasi duecento chilometri di cui ottanta percorribili su strada asfaltata. Per raggiungerla, giunti a Tica occorre deviare a sinistra e proseguire sino al fiume Búzi.
Raggiunta la sponda opposta con una zattera, rimangono ancora una quarantina di chilometri di strada in terra battuta che si snoda su un terreno pianeggiante, dove un tempo si coltivava la canna da zucchero e a tratti sono ancora visibili le rotaie della piccola ferrovia a scartamento ridotto utilizzata per il trasporto della canna.
Quando giungo sta scendendo la sera, e l’oscurità è interrotta dal bagliore dei fuochi accesi fuori dalle capanne, mentre in lontananza si scorgono le luci della missione.
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Il mattino seguente con la guida di Jorge, l’insegnante che seguirà il programma di sostegno, visito la scuola, un edificio ristrutturato da poco tempo.
Jorge, negli anni della guerra, si era trasferito in casa di parenti in città per non rischiare di essere coinvolto in scontri armati od obbligato ad unirsi ai guerriglieri. « Venivano di notte, circondavano le case e costringevano le persone ad andare con loro per trasportare quello che razziavano - racconta - A volte incendiavano le case e i raccolti. »

A lato della scuola vi è il convitto, quasi ultimato, la casa dei religiosi, il piccolo centro sanitario, l’ufficio in cui funziona la radio, unico mezzo per comunicare, ed il pozzo utilizzato anche dagli abitanti della località.

Terminata la visita alla scuola, iniziamo la registrazione dei dati personali dei bambini, circa un centinaio e quasi tutti orfani, che Jorge ha selezionato e, insieme a lui, trascrivo i loro dati sulle schede che invierò in Italia.
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È il tardo pomeriggio quando inizio il viaggio di ritorno. Nel breve viale che conduce alla via principale, alcuni alunni assistiti da un’insegnante stanno piantando degli alberi da frutta e, al mio passaggio, mi salutano sorridendo con un cenno della mano.
I segni lasciati dalla guerra si stanno dissolvendo e per i giovani forse si apre una stagione di speranza.