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1998
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Una visita: Casa Madre Clara - Aprile
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Sono tornato alla Casa Madre Clara per ritirare le lettere che le bambine hanno scritto ai loro padrini e che spedirò in Italia nei prossimi giorni.
Il sostegno a questa istituzione è iniziato nel 1996 quando, in occasione di una visita al Villaggio della Pace di Quelimane, suor Berta mi aveva informato che le sue consorelle di Maputo avevano terminato da poco la realizzazione di un centro d’accoglimento per bambine orfane: la Casa Madre Clara, costruita nel quartiere di Llanguene, uno dei più degradati della capitale, abitato da migliaia di sfollati giunti dalle zone rurali durante gli anni della guerra civile. Poco tempo dopo avevo visitato la Casa Madre Clara e avevo incontrato la Direttrice, Suor Pascoa, la quale mi aveva parlato delle bambine ospitate, delle loro tristi storie e della necessità di offrire a tutte loro, anche a quelle che, pur vivendo nel quartiere, passavano la giornata nel centro d’accoglienza per poi tornare alla sera presso le loro abitazioni, educazione e alimentazione. Mi aveva anche chiesto di poter avviare un programma di sostegno a distanza simile a quello che avevamo già in atto nella provincia della Zambezia. Dopo poche settimane, oltre un centinaio di bambine potevano contare sul sostegno d’altrettante famiglie italiane, un sostegno che prosegue tutt’ora.
Ogni volta che giungo qui, Suor Pascoa mi conduce in visita alla Casa e mi descrive le attività realizzate. Così, ancora una volta, saliamo al primo piano dove sono situate le stanze in cui dormono le giovani: ogni stanza possiede dieci letti a castello con accanto un piccolo armadio in legno. Noto che diversi armadi hanno delle cartoline e delle fotografie attaccate con puntine da disegno o nastro adesivo: panorami di montagna, vedute di città, fotografie di gruppi familiari. È la corrispondenza che i sostenitori inviano alle bambine. “Sono molto contente quando ricevono una cartolina o una fotografia che mostrano con orgoglio alle altre amiche” mi spiega Suor Pascoa. In effetti abbiamo sempre consigliato ai sostenitori di inviare delle cartoline o delle fotografie al posto delle lettere, nelle quali a volte alcuni raccontano avvenimenti o descrivono aspetti della propria vita che qui non sempre sono compresi.
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Scendiamo al piano terra soffermandoci nella sala adibita a laboratorio di taglio e cucito, frequentato di pomeriggio dalle giovani più grandi. Noto che vi sono nuove macchine per cucire: “Le abbiamo acquistate grazie ai contributi che pervengono tramite il sostegno a distanza” spiega Suor Pascoa mostrando i lavori realizzati: vestiti per bambini, tovaglie ricamati, centrini per la tavola. “Una volta al mese organizziamo una mostra e riusciamo a vendere quasi sempre tutto. Il ricavato non è molto, ma ci aiuta a sostenere le spese. È importante far capire alle giovani il senso del lavoro e renderle responsabili”. Nel pomeriggio, mentre attendo di ritirare le lettere che le bambine stanno terminando di scrivere ai sostenitori, ho occasione di assistere al corso di taglio e cucito e alle attività del dopo scuola.
È il crepuscolo quando mi congedo da Suor Pascoa, lieto della visita e del corretto svolgimento delle attività realizzate con i contributi di coloro che in Italia aiutano le bambine ospitate nella Casa Madre Maria Clara.
Mentre mi allontano nella sera imminente, rifletto sugli effetti delle adozioni a distanza grazie alle quali è possibile restituire ai piccoli beneficiari la fiducia in loro stessi ed offrire la possibilità di un futuro. Sostenere un bambino a distanza significa diventare anche operatori di pace e difendere i diritti fondamentali dei più deboli: una scelta in grado di donare, per chi la compie, una grande ricchezza interiore.
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Nhamatanda non è molto lontana da Beira: circa 120 chilometri che però si percorrono con difficoltà per le cattive condizioni del percorso. È una delle località situata lungo il cosiddetto Corridoio di Beira, la strada che mette in comunicazione il porto di Beira con lo Zimbabwe e teatro, negli anni della guerra civile, di scontri armati. Oggi la guerra è terminata, il Mozambico ha iniziato il cammino della ricostruzione ed anche le località situate lungo il Corridoio di Beira stanno riacquistando vita e dinamicità. Non però quella di un tempo: dopo l’indipendenza tutto è cambiato. È cambiato anche il nome della località ma il vecchio nome si riesce ancora ad indovinare sul muro della stazione ferroviaria: Vila Machado, un tempo vivace centro agricolo come testimoniano i numerosi binari del parco merci, seminascosti dall’erba, e alcuni magazzini abbandonati. I treni passano ancora, due o tre al giorno al giorno, per trasportare le merci dal porto di Beira in Zimbabwe e viceversa, ma non si fermano più per caricare il cotone che, sino all’indipendenza, era una delle risorse più importanti della zona, assieme al mais, agli anacardi e alla frutta. La guerra civile ha distrutto le piantagioni di cotone, i campi di mais, le fattorie, le scuole, i centri sanitari. Ha fatto fuggire migliaia di persone dalle campagne circostanti e molte di loro si sono stabilite qui a Nhamatanda. Ne parlo con il mio accompagnatore, il Direttore della scuola primaria di Nhamatanda: “La gente bene o male qui ha costruito una nuova casa e qualcuno ha trovato un lavoro. Esiste una scuola e l’ospedale. Tornare nella località da cui si è fuggiti significa dover ricominciare da capo. I prodotti agricoli non si possono coltivare e neppure commerciare perché le strade sono distrutte o sono ancora minate”.
La sede della Direzione Educativa è un vecchio edificio di stile coloniale, non molto grande, ridipinto da poco e con la scritta sul muro ben visibile: Direcção Distrital da Educação. Il Direttore mi riceve nel suo ufficio, una piccola stanza occupata da una scrivania e da alcune seggiole. In un angolo una vecchia macchina da scrivere, uno scaffale e un armadio in legno. Il caldo è opprimente e il ventilatore sul soffitto gira troppo lentamente per poterlo attenuare.
Il Direttore illustra la situazione educativa del suo distretto, che potrebbe essere la stessa di ogni località del Mozambico: situazioni di degrado e di povertà di un Paese che è tra gli ultimi posti nell’indice di sviluppo umano. “Oltre la metà delle scuole in muratura sono state distrutte. Qualcuna è già stata ricostruita ma tutte le altre sono ancora ridotte a macerie. In molte località si studia sotto un albero, all’aperto. Meno della metà dei minori in età scolare non inizia la scuola primaria”.
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Uno dei più grandi problemi che il Mozambico deve risolvere, è quello legato al livello e alla qualità dell’istruzione: i dati Unicef affermano che il 74 per cento delle donne e il 66 per cento degli uomini sono analfabeti. Un gran numero d’alunni non termina il ciclo primario, in particolare le bambine. Le cause sono diverse: i testi scolastici sono scritti in portoghese, che oltre otto milioni di persone non conoscono e spesso sono slegati dalla realtà quotidiana. I costi scolastici sono elevati per la maggior parte della popolazione, il lavoro minorile e i matrimoni prematuri favoriscono l’abbandono della scuola. Gli insegnanti sono poco preparati e mal pagati. “Le necessità qui sono molte e il vostro intervento è il benvenuto. Vogliamo vivere in pace, vogliamo che il nostro Paese progredisca e che i nostri figli abbiano il diritto di studiare” afferma il Direttore Distrettuale.
La scuola primaria 24 de Julho non è molto lontana dalla Direzione Didattica e si raggiunge a piedi in pochi minuti. È un edificio abbastanza ben conservato che da poco tempo ha beneficiato di alcuni restauri. Possiede quattro aule e una segreteria. Le lezioni avvengono in tre turni: dalle 7 alle 10,30, dalle 10,30 alle 14 e dalle 14 alle 17,30: in questa scuola studiano quasi 600 alunni. Le aule sono ridotte all’essenziale: dei banchi di legno logori con tre posti ognuno, una lavagna, un tavolo e una sedia per l’insegnante. Visito le classi ad una ad una e, com’è consuetudine quando entra un ospite, i bambini si alzano in piedi e danno in coro il benvenuto. Osservo gli oggetti posati davanti a loro: uno o due quaderni, qualche penna biro, qualche mozzicone di matita. Solo alcuni possiedono i libri e si vede che sono libri usati, passati da un alunno all’altro nel corso degli anni. Quasi nessuno ha una cartella, ma molti hanno un sacchetto di plastica per riporre quaderno e matita alla fine della lezione. Penso ai nostri bambini in Italia, ai loro zaini firmati, al loro corredo scolastico: un altro mondo.
Molti genitori attendono fuori sotto gli alberi. Sono stati avvertiti del mio arrivo e del programma di sostegno a distanza che inizierà in questa scuola. Mi rivolgo a loro e spiego gli obiettivi che si propone questa forma di intervento mentre accanto a me il Direttore della scuola traduce in lingua locale quello che sto dicendo. Al termine della spiegazione vi è l’intervento di alcuni genitori che valutano positivamente l’iniziativa proposta.
Anche qui dunque inizieremo, tra breve, un programma di adozione a distanza in collaborazione con le autorità scolastiche della località. Favoriremo la frequenza scolastica degli alunni già iscritti fornendo loro il materiale didattico e consentiremo l’iscrizione per la prima volta di coloro che non hanno avuto sino ad oggi la possibilità di poterlo fare. Certamente il nostro intervento non sarà la soluzione a tutti i problemi educativi della località, ma potrà contribuire alla diminuzione dell’analfabetismo ed offrirà a molti bambini, futuri uomini, la possibilità di cambiare la propria situazione ed aiutare a far crescere il loro Paese.
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Savane e Nhampuepue: il desiderio di una scuola vera - Agosto
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A trenta chilometri da Beira, appena superata la località di Dondo, la strada Nazionale n° 1 diviene una pista in terra battuta, percorribile solo con un fuoristrada. Dopo duecentocinquanta chilometri, attraversato lo Zambezi con una zattera, ritorna l'asfalto.
Nella stagione delle piogge questo tratto spesso non è percorribile ed il Mozambico è tagliato in due: chi deve raggiungere il nord deve passare per il Malawi, uno stato confinante, allungando il viaggio di una giornata e di ottocento chilometri. La situazione è in pratica rimasta immutata dal periodo coloniale: i portoghesi non avevano sviluppato un’adeguata viabilità, limitandosi ad asfaltare le strade più importanti ed effettuando la manutenzione di quelle in terra battuta al termine della stagione delle piogge. Tuttavia questo tratto della principale via di comunicazione è rimasto inspiegabilmente senza asfalto per duecentocinquanta chilometri.
Sto meditando su tutto questo mentre il fuoristrada sobbalza tra un avvallamento e l’altro. Sono diretto nelle località di Savane e di Nhampuepue invitato dal Direttore Provinciale dell’Educazione per valutare un intervento di sostegno alle scuole. Tutte le volte che percorro questa strada rimango ammirato dalla splendida natura che si incontra. Prima della guerra civile, per la vicinanza del parco di Gorongosa, uno dei più grandi parchi naturali africani, non era raro incontrare elefanti e leoni, oggi scomparsi. Il traffico è scarso e, sino a non molto tempo fa, poteva accadere di essere fermati da persone armate che esigevano denaro: in queste zone, infatti, vi erano diverse basi della Renamo dove erano addestrati i guerriglieri. Dopo l’accordo di pace non tutti hanno accettato l’inserimento nella vita civile e diversi continuano ancora a vivere alla macchia, rapinando i veicoli o le persone.
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Da alcuni mesi vi sono mezzi militari che pattugliano la strada e rendono il percorso meno insicuro. Osservo che anche qui la vita sta riprendendo. Ai bordi della strada vivono comunità che prima non esistevano: alcune capanne, delle capre, dei campi coltivati. La gente sta lentamente ritornando anche se la vita non è facile: le mine sono ancora molte e non consentono di coltivare il terreno con sicurezza. Parallela alla strada vi è la linee ferroviaria in cui, dal 1985, non passano più treni. I binari sono divelti in più punti e, in mezzo alla folta vegetazione, si vedono dei carri merce distrutti mentre vistosi cartelli avvertono di non avvicinarsi ai binari non ancora bonificati dalle mine. Questa ferrovia partiva da Beira e raggiungeva, dopo ottocento chilometri, le miniere di carbone di Moatize, chiuse anch’esse da molti anni.
Al termine di un rettilineo, appare un ampio spazio con delle costruzioni in muratura e, più oltre, delle capanne: la località di Savane. La scuola è una vecchia costruzione in cemento composta da quattro aule ognuna delle quali arriva ad avere anche 40 o 50 alunni con le difficoltà d’insegnamento che ne derivano. Vi sono vecchi banchi in legno in cui siedono tre alunni per volta e sopra i banchi pochi quaderni, qualche matita, alcune penne biro. Il Direttore mi spiega che "molte bambine non frequentano la scuola perché devono aiutare i genitori nei campi o devono badare ai fratelli più piccoli ”.
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Per arrivare a Nhampuepue si prosegue ancora per dieci chilometri, tra avvallamenti e grandi solchi lasciati dai camion che trasportano tronchi d’albero. Non è difficile, mi dicono, farsi rilasciare una concessione per il taglio degli alberi. Basta una domanda, una conoscenza giusta, oppure una cifra adeguata e la concessione per il taglio d’alberi viene attribuita. In teoria il taglio dovrebbe seguire determinate regole, ma in pratica non viene esercitato nessun controllo. Nhampuepue è un minuscolo villaggio di capanne dove la gente è ritornata da poco ed ha ripreso la coltivazione dei campi. Le capanne in questa zona hanno la forma circolare e sono costruite su un’intelaiatura in legno, rinforzata da canne di bambù e paglia. Basse siepi di rovi delimitano lo spazio tra una capanna e l’altra mentre l’acqua, come in tutte le località rurali, è prelevata da pozzi. Anche la scuola è costruita in paglia: una costruzione rettangolare priva di finestre. L’interno è scuro, alcuni bambini siedono sulla terra battuta, altri su delle pietre e, per scrivere, tengono il quaderno sulle ginocchia. La scuola possiede una rudimentale lavagna, un piccolo tavolo e una sedia per l’insegnante. Al termine delle lezioni, lavagna, sedia, tavolo e gesso vengono portati via per non essere rubati. Chissà se questi bambini riescono ad immaginare una scuola diversa? Nella loro realtà una scuola può essere soltanto così: di paglia, scura, con il pavimento di terra ed il quaderno sulle ginocchia. Un sacrificio da affrontare quotidianamente. Chissà se riescono ad immaginare che vi sono bambini che vanno a scuola in edifici moderni, bene illuminati e ventilati, che siedono su banchi puliti, scrivono in quaderni con le copertine plastificate utilizzando le penne o le matite pubblicizzate dalla televisione riponendole poi in tutto in zaini variopinti? Questa è la realtà non solo del Mozambico, ma di gran parte dell’Africa, un continente dimenticato.
Il Direttore della scuola svolge il ruolo d’interprete per spiegare alla comunità locale gli obiettivi legati al programma di adozione a distanza che vorremmo iniziare: consentire al maggior numero possibile di bambini di avere una scuola vera, di poter scrivere appoggiati ad un banco e di riporre, al termine delle lezioni, i quaderni in una cartella e non in una busta di plastica.
Non ho promesso alle comunità di Savane e di Nhampuepue che i loro figli potranno avere delle scuole nuove, ma ho garantito loro che mi adopererò perché le loro richieste si realizzino.
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Leontina ha incontrato la sua mamma - Agosto
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L’aereo è atterrato in orario ed i passeggeri stanno uscendo dall’aeroporto. Sto attendendo Ivana Comoli, inviata dal periodico Donna Moderna per realizzare un servizio giornalistico sul nostro programma di adozioni a distanza, e di altre tre persone: Cristina, un'amica di Ivana e due sostenitori, Luca e Carmen, scelti casualmente da Donna Moderna tra coloro che hanno un bambino sostenuto attraverso il CCS. Li avevo incontrati in Italia lo scorso mese per definire la data della visita ed ora finalmente sono tutti qui davanti a me, lieti dell’esperienza che vivranno nei giorni in cui rimarranno in Mozambico ed emozionati al pensiero di incontrare Leontina, la bambina che Luca e Carmen hanno adottato a distanza. Il giorno successivo ci rechiamo, accompagnati da Joana, animatrice dell’associazione Kulima con la quale collaboriamo, presso la casa di Leontina dove ci attende l’intera famiglia: il padre, la madre e i due fratellini. La casa è una semplice costruzione composta da due locali con i muri di mattoni, il tetto di lamiera ed uno stretto cortile delimitato da una bassa siepe d’arbusti.
Momenti d’emozione e di gioia tra abbracci e fotografie mentre Leontina, dapprima intimorita nel vedere tanti estranei dalla pelle chiara, ora finalmente sorride nel ricevere i doni che Luca e Carmen le consegnano.
Il quartiere Polana è uno dei molti quartieri poveri che fanno parte della città di Maputo, la capitale del Mozambico. Realizzato in epoca coloniale per i lavoratori indigeni che trovavano impiego in città, possedeva inizialmente una configurazione geometrica, con spazi identici per le case ed un minimo di servizi per gli abitanti. Man mano che la guerra civile, iniziata dopo l’indipendenza, si estendeva, gli sfollati cercavano rifugio in città: chi aveva parenti era ospitato da loro,mentre chi non poteva contare sul sostegno altrui, costruiva una semplice capanna. Le abitazioni precarie sono sorte, in modo confuso e disordinato, in tutti i quartieri di Maputo tra cui il quartiere Polana, cancellandone l’originale uniformità geometrica. L’affollamento e la mancanza d’igiene sono attualmente causa di malaria, colera, epatiti, infezioni respiratorie e i bambini sono tra i più colpiti. Ero venuto qui lo scorso anno, avevo visitato il quartiere e avevo seguito per diversi giorni le attività dell’associazione Kulima, rimanendone favorevolmente impressionato. A Joana, l’instancabile animatrice di Kulima e a Domenico, il Direttore dell’associazione, avevo assicurato che il Centro Cooperazione Sviluppo avrebbe collaborato con loro nel sostegno dei bambini più carenti. La promessa è stata mantenuta ed oggi sono oltre 300 i minori che abbiamo inserito nel programma di adozione a distanza, tra cui Leontina.
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Salutiamo la famiglia di Leontina e c’inoltriamo tra le strette vie e le piccole case mentre Joana spiega che il quartiere si chiama Polana Caniço (il cui termine richiama il materiale con cui sono costruite la maggior parte delle case, appunto canne di bambù) per distinguerlo dal quartiere Polana Cimento, dove le case invece sono in cemento. Joana ci porta a visitare alcuni dei bambini sostenuti tra l’emozione ed il turbamento di Ivana, Cristina, Carmen e Luca, giunti solo ieri dall’Italia e catapultati in una realtà che non immaginavano, spiegando che il programma di sostegno a distanza che Kulima realizza con la collaborazione della nostra associazione prevede il supporto scolastico, alimentare e sanitario per i bambini, corsi di formazione per i giovani e momenti di sensibilizzazione per le famiglie circa le regole igieniche ed alimentari. Mentre percorriamo le strette stradine di sabbia tra una casa e l’altra, qualche bambino ci segue da vicino incuriosito, mentre altri, perplessi, guardano a distanza: non capita tutti i giorni di vedere così tanti bianchi dentro il quartiere! Ma poco dopo i bambini sono diventati una decina e quando ci vedono scattare delle fotografie, fanno il possibile per farsi ritrarre, sorridenti e felici, nonostante la povertà in cui vivono.
Il giorno seguente lo dedichiamo alla visita della Casa Madre Maria Clara e del Centro di Mahotas mentre il giorno successivo partiamo per Beira con un pulmino che Kulima ci ha messo a disposizione. Impieghiamo due giorni a percorrere i 1200 chilometri che separano Maputo da Beira, fermandoci a visitare Inhambane, una bella e tranquilla città e Vilankulo, una delle poche località turistiche esistenti in Mozambico. A Beira visitiamo tutti i centri e le scuole che stiamo sostenendo. A Tica le donne di Nhatua Za Mala, l’associazione con cui collaboriamo dallo scorso anno in un progetto di sostegno a distanza, ci ricevono con danze e canti mentre i bambini, intimoriti nel vedere tanti bianchi, rimangono in disparte a guardarci. A Bùzi gli alunni della scuola primaria 25 de Setembro ci accolgono con una rappresentazione teatrale facendo poi a gara per farsi fotografare. Purtroppo non vi è il tempo per recarsi a Quelimane a visitare gli altri centri di sostegno: i miei ospiti devono rientrare in Italia, ma sono certo che Ivana, Cristina, Carmen e Luca non dimenticheranno i giorni trascorsi in Mozambico, l’ospitalità delle persone e l’allegria dei bambini. Hanno vissuto un’esperienza che ha fatto loro comprendere una realtà diversa.
Ad ottobre è uscito l’articolo di Ivana Comoli su Donna Moderna: Leontina ha incontrato la sua mamma e, grazie a questo articolo, sono stati centinaia i bambini che hanno trovato qualcuno che li prenderà per mano in un tratto del loro lungo e difficile cammino.
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Quelimane: tra vecchi e nuovi impegni - Settembre
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È trascorso quasi un mese dal mio arrivo a Quelimane, dove ho visitato tutti: i bambini sostenuti, i giovani della cooperativa Ceramica, i padri Cappuccini, il Vescovo. Ho seguito le attività legate al sostegno a distanza della Casa della Speranza rendendomi conto di quanto viene realizzato con il contributo dei sostenitori italiani. I bambini crescono e qualcuno inizia già ad essere autonomo, come Aduner Figueira, a cui ho consegnato un pacco che la sua sostenitrice mi aveva dato in Italia. Aduner è ormai grande e suor Lidia sta pensando di costruire una casa tutta per lui. Una casa modesta, certo, ma dove possa svolgere una piccola attività: Aduner infatti ha una malattia che lo costringe su una sedia a rotelle e recentemente ha seguito un corso di sartoria. L’acquisto di una macchina da cucire potrebbe renderlo economicamente autonomo.
Anche al Villaggio della Pace le attività proseguono bene; quest’anno suor Berta e le sue consorelle hanno organizzato dei corsi di sartoria sia per le giovani più grandi ospitate nel centro che per quelle esterne. Qui ho consegnato della corrispondenza ad Aninha da parte di un sostenitore. Non poteva poi mancare una visita al Centro polifunzionale di Coalane di cui avevo seguito, anni addietro, la realizzazione. Ho constatato che le attività proseguono bene e la scuola primaria include ora un terzo turno per le molte richieste d’iscrizione. Sta proseguendo bene anche la cooperativa ceramica di Frà Antonio, che si è trasferita in un ampio terreno vicino all’aeroporto. Lo spazio a disposizione è molto grande, ma manca ancora la corrente elettrica e il forno per la ceramica è alimentato a legna.
Sono, come di consueto, ospitato nella Diocesi, una costruzione realizzata alla fine degli anni Cinquanta, situata nei pressi della cattedrale. Non vi è più Padre Simonini, che avrei voluto incontrare e al quale sono legato da profonda stima: ora è provinciale alla missione di Morrumbala, nel nord della Zambezia. Terminato l’incarico di Vicario, è ritornato tra la “sua” gente che aveva temporaneamente lasciato alcuni anni fa. Il nuovo Vicario mi riferisce delle difficoltà in cui versa la scuola diocesana: è una scuola primaria frequentata da oltre 500 alunni, molti dei quali appartengono a famiglie con modeste possibilità economiche che, sovente, hanno difficoltà a pagare la retta mensile, peraltro bassa. Il giorno seguente, assieme al Vicario e alla Direttrice, visito la scuola, costruita pochi anni fa a lato della Cattedrale. Al piano terra vi sono le aule e l’ufficio della direzione; al piano superiore vi sono altre aule, gli uffici della Caritas ed è prevista, a breve, una scuola di informatica. “Molte famiglie iscrivono i loro figli qui da noi. Le scuole statali sono insufficienti, gli insegnanti poco preparati e mal retribuiti tanto che se trovano un lavoro meglio remunerato, lasciano l’impiego” m’informa la Direttrice.
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L’attuale situazione scolastica è uno dei grandi problemi che deve affrontare oggi il Mozambico, specialmente nei distretti dove gli sfollati sono rientrati ma non sempre hanno trovato la scuola o il centro sanitario ricostruito. In molte scuole si studia all’aperto oppure sotto un albero seduti su di una pietra mentre una tavola dipinta di nero funziona da lavagna. Gli alunni non hanno materiale didattico, mancano i manuali per gli insegnanti ed è abbastanza frequente il caso che questi ultimi utilizzino gli alunni per i servizi domestici o per lavorare nei campi. Sono necessarie nuove scuole, incentivi economici per gli insegnanti, abolizione delle tasse scolastiche e distribuzione gratuita dei libri.
La scuola della Diocesi è organizzata in due turni, mattino e pomeriggio. Assisto alle lezioni ed ho modo di constatare una corretta metodologia d’insegnamento, pur se alcuni aspetti possono essere migliorati. La retta mensile non è elevata ed è circa l’equivalente a cinque dollari mensili, oltre ai libri e al materiale scolastico.
“Ma molte famiglie ritardano nei pagamenti e, alla fine, finiscono per lasciare il loro figlio a casa perché hanno accumulato un debito che non riescono a pagare” precisa la Direttrice mentre osserviamo l’entrata degli alunni del turno pomeridiano, tutti con l’uniforme bianca e blu. “Vorremmo poter avere un fondo per intervenire in questi casi e vorremmo anche poter garantire una merenda al mattino e al pomeriggio. Molti di loro non fanno colazione e, in queste condizioni, hanno difficoltà a concentrarsi nello studio”.
Nei prossimi giorni, dopo che la Direttrice avrà preparato un elenco degli alunni più carenti, tornerò per la compilazione delle schede da inviare in Italia ed inserire nel nostro programma di sostegno a distanza. È importante evitare che vi siano alunni costretti ad abbandonare lo studio perché privi di quaderni e libri, privando così il Paese di forze ed energie indispensabili allo sviluppo.
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Ero già entrato varie volte nel quartiere di Chipangara, ma senza andare oltre le prime file di case. Ogni volta che pensavo di farlo mi venivano in mente le parole di un amico mozambicano: “Non è prudente che tu vada da solo”. Ma ora finalmente il momento era venuto. Gli interventi di adozione a distanza che abbiamo iniziato in diverse scuole, grazie ai quali molti bambini hanno la possibilità di poter studiare, stanno suscitato l’interesse delle comunità locali che intravedono in questa forma di sostegno un’opportunità di sviluppo per i loro figli. Per questo sono stato invitato a visitare il quartiere di Chipangara, uno dei tanti che fanno parte della città di Beira e simile a molti altri di tante città africane: baraccopoli che rappresentano un drammatico esempio della situazione in cui si trova oggi l’Africa, un continente impoverito e dimenticato.
Le persone che vivono a Chipangara sono circa 18.000; le case sono costruite con i materiali più diversi: paglia, cemento, lamiera, legno. La maggior parte degli abitanti sono giunti negli anni della guerra, vivono d’espedienti o praticano attività informali come la vendita di pesce, di bibite o di qualunque cosa si possa vendere. Stradine strette e ai lati misere abitazioni con davanti un minuscolo cortile circondato da pezzi di lamiera che delimitano uno spazio minuscolo, dove siedono adulti e bambini. Fuori si cucina, si lava la biancheria, si conversa, si mangia. Dentro si dorme, spesso sopra una stuoia distesa sulla terra battuta. Non esiste corrente elettrica e non vi sono le condutture dell’acqua che deve essere trasportata giornalmente dal pozzo all’abitazione. Penso alla stagione delle piogge ed ai disagi che queste persone devono sostenere quando le strade si trasformano in rivoli di fango e l’acqua invade i minuscoli cortili ed entra in casa. L’acqua, tante volte invocata da coloro che abitano nelle campagne, qui produce problemi tra cui la diffusione della malaria, una delle principali cause di mortalità infantile. Le persone vivono semplicemente facendo passare le giornate, una dopo l’altra, senza dei progetti, senza un futuro. Da alcuni bar, basse costruzioni dai colori vivaci da cui esce musica assordante, dei giovani mi guardano scambiando commenti tra loro mentre dei bambini seguono meravigliati il “bianco” che sta aggirandosi tra le loro case, un evento insolito di cui riferiranno più tardi in casa.
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I miei accompagnatori, tra cui alcuni insegnanti, mi elencano dati e statistiche sul quartiere, numeri freddi che confermano ciò che è evidente: le malattie più diffuse sono la malaria, la tubercolosi, il colera; la criminalità è un’emergenza e la maggior parte dei bambini non va a scuola perché non ne ha la possibilità. Molti genitori non riescono a sostenere le spese scolastiche e spesso spingono i figli a chiedere denaro ai passanti. Vi è una sola scuola primaria, costruita nel 1985, quando l’esodo dalle campagne per sfuggire alla guerra aveva iniziato a riempire il quartiere di nuove famiglie e si poneva la questione della frequenza scolastica per i bambini. In quel periodo il governo aveva costruito, nei quartieri più popolati, delle scuole a basso costo che, dopo pochi anni, mostravano i segni dell’incuria e del vandalismo. La scuola di Chipangara è una di queste: è composta da quattro padiglioni con una struttura a pianta rettangolare, i muri perimetrali privi di porte ed il tetto in lamiera.
Non vi sono banchi e gli alunni siedono sul pavimento. “Sono stati rubati nel corso degli anni così come i pochi arredi che esistevano. Manca anche la corrente elettrica e questo c’impedisce di organizzare corsi serali per gli adulti” spiega un’insegnante che mi accompagna nella visita. Entro nella sede dell’amministrazione del quartiere. In Mozambico esiste un’articolazione urbana che ricalca il modello socialista: ogni quartiere è diviso in sezioni con un responsabile ed ogni sezione fa capo ad un segretario che risponde alla municipalità. In questo modo è possibile avere sempre i dati aggiornati circa il numero di persone ed i loro spostamenti. Sino ad alcuni anni fa per poter spostarsi da una città all’altra occorreva essere in possesso della guia de marcha, l’autorizzazione rilasciata dal segretario del quartiere. Con la fine del marxismo questa regola è venuta meno e, fortunatamente, la guia de marcha è stata abolita ma è rimasta la stessa struttura amministrativa di allora. La sede dell’amministrazione è una costruzione segnata dal tempo e le minuscole finestre, chiuse da una grata, impediscono all’aria di circolare. Il calore è soffocante e reso ancora più insopportabile dalle numerose persone che partecipano all’incontro. Ascolto il segretario mentre elenca i problemi del quartiere e gli interventi dei rappresentanti dei genitori che hanno tutti un dato in comune: la necessità di garantire ai bambini di Chipangara la frequenza scolastica per cambiare il loro futuro e le sorti del loro Paese e questo può avvenire solo con l’istruzione, motore dello sviluppo.
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Natale in Italia - Dicembre
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È il tardo pomeriggio della vigilia di Natale. I collaboratori del Centro Cooperazione Sviluppo hanno già lasciato la sede dell’associazione dopo avere volto le loro attività che, come sempre nel periodo natalizio, sono numerose: le lettere dei bambini da spedire, le fotografie da sviluppare, le richieste di adesioni dei nuovi sostenitori da preparare... Il rumore del traffico giunge ovattato ed anche il corridoio, dove si affacciano gli altri uffici, è silenzioso. La maggior parte delle persone hanno già lasciato il lavoro. Penso di rimanere ancora un poco: vi è sempre qualche telefonata che giunge, qualche sostenitore che chiede informazioni, qualcuno che potrebbe venire a consegnare una cartolina per il minore adottato. Sfoglio l’elenco aggiornato dei bambini: sono quasi tremila mentre lo scorso dicembre erano poco più di un migliaio. Quasi tremila bambini che possono frequentare la scuola ed avere qualche piccola sicurezza in più: un risultato non da poco, considerate le difficoltà ed i problemi che, nell’anno trascorso, abbiamo dovuto affrontare.
Il ricordo corre indietro agli scorsi anni, all’epoca in cui abbiamo iniziato il programma di adozioni a distanza. Per alcune delle iniziative che stavamo seguendo si era infatti posto il problema della continuità del sostegno ai piccoli beneficiari. Un problema non da poco, perché i centri d’accoglimento non erano in grado, nel lungo periodo, di provvedere alle spese che aumentavano con il numero dei minori accolti, mentre la continuità dell’aiuto era necessaria per garantire istruzione e alimentazione. Nasceva così l’idea dell’adozione a distanza.
Avevo raccolto i dati di alcune decine di bambini nel Villaggio della Pace di Quelimane e li avevo inviati in Italia. Nel dicembre del 1994 giungevano le prime adesioni al programma di sostegno. Oggi, quattro anni dopo, abbiamo quattordici centri di sostegno in tre province del Mozambico e, nei prossimi mesi, prevediamo di estendere il programma alle scuole delle località più pesantemente colpite dalla guerra che ci sono state segnalate dalle varie Direzioni Distrettuali del Ministero dell’Educazione.
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Accanto quindi al sostegno dei centri di accoglimento per bambini orfani o con particolari situazioni familiari gestiti da missionari, abbiamo iniziato il sostegno alle scuole primarie, divenuto obiettivo prioritario della nostra associazione. Provvediamo a visitare le scuole, incontriamo insegnanti e genitori, valutiamo la situazione economica della località. Se riteniamo vi siano le condizioni favorevoli per un programma di sostegno, riuniamo la comunità e, dopo aver spiegato gli obiettivi ed i benefici del programma, iniziamo successivamente a compilare le schede individuali dei bambini. L’istruzione è uno strumento in grado di modificare delle situazioni che apparentemente sembrano immutabili: un minore che non è in grado di leggere e scrivere diventerà un adulto che non potrà migliorare la propria condizione, difficilmente avrà un impiego e sarà escluso dalla vita sociale del suo Paese.
Guardo dalla finestra. È ormai buio, inizia a cadere qualche goccia di pioggia e fuori fa freddo. Improvvisamente penso alla mia Africa, ne rivedo i colori, i volti, i profumi. Un mondo lontano anni luce dalla fretta e dall’impazienza che esiste qui da noi. Sento le grida gioiose dei miei bambini (non posso fare a meno di chiamarli così) che si rincorrono, li vedo seduti sul pavimento della scuola o all’ombra di un albero intenti a scrivere con i quaderni sulle ginocchia. Li vedo tornare a casa a piedi, percorrendo spesso lunghe distanze tra i campi, a volte scalzi, con un sacchettino di plastica che contiene il quaderno e la penna. La maggior parte di quelli che termineranno la scuola primaria non frequenterà le scuole superiori e quasi nessuno l’università. Non sanno cosa li aspetterà quando saranno grandi ma sanno che la loro vita non sarà facile, eppure sono sempre pronti, nonostante le condizioni in cui vivono, a regalare un sorriso che ci fa capire come la felicità risieda spesso in cose semplici ma che a noi sono sconosciute.
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