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1998
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Il desiderio di una scuola vera - Giugno
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A trenta chilometri da Beira, appena superata la località di Dondo, la Strada Nazionale diventa una pista in terra battuta, percorribile solo con un fuoristrada. Duecentocinquanta chilometri dopo, attraversato lo Zambesi, ritorna l'asfalto.
Nella stagione delle piogge questo tratto a volte è impercorribile per intere settimane e il Mozambico rimane tagliato in due: chi deve raggiungere il nord non ha altra scelta che passare dal Malawi, allungando il viaggio di ottocento chilometri. Ma le mie mete non sono lontane: le località di Savane e Nhampuepue, dove sono diretto su invito del direttore provinciale dell’Educazione per valutare un intervento di sostegno alle scuole dei due villaggi, distano poco più di una trentina di chilometri.
Su questa strada, dove si possono percorrere lunghi tratti senza incontrare nessun veicolo, un tempo non era raro imbattersi in elefanti e qualche volta in leoni, che sconfinavano dal vicino parco di Gorongosa, e che la guerra non ha risparmiato. Da questo parco naturale, che per la sua bellezza aveva attirato visitatori da tutto il mondo, gli animali sono quasi totalmente scomparsi, uccisi dai soldati per nutrirsi o vendere avorio e pelli.
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Il rischio che ora si corre, forse più pericoloso, è quello di essere assaliti da gruppi di ex guerriglieri che non hanno accettato di ritornare alla condizione civile.
Ma anche qui la vita sta riprendendo: le capanne e i campi coltivati segnalano la presenza di piccole comunità di contadini che prima non esistevano. Parallela alla strada, i binari della ferrovia che giungeva alle miniere di carbone di Tete sono ancora disseminati di cartelli che avvertono della presenza di mine.
Al termine di un rettilineo appare un ampio spiazzo con alcune costruzioni in muratura e delle capanne: il villaggio di Savane. La scuola è una vecchia costruzione in cemento con quattro aule umide e scure. Le piccole finestre non fanno entrare abbastanza luce e il caldo è opprimente.
In ogni aula conto una sessantina di alunni, seduti sul pavimento con accanto i quaderni e qualche matita. Non deve essere facile studiare in queste condizioni.
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Per arrivare a Nhampuepue si prosegue ancora per una decina di chilometri, tra i profondi solchi lasciati da pesanti autocarri che trasportano tronchi d’albero. Nello spiazzo in cui vi era uno dei centri di accantonamento della Renamo, ora vi è un mercato che brulica di persone e da alcuni bar, piccoli fabbricati in argilla, esce della musica assordante.
La scuola è una piccola costruzione in paglia priva di finestre. Anche qui l’interno è scuro e gli alunni siedono sul pavimento, i più fortunati su delle pietre. Una rudimentale lavagna ricavata da una tavola di legno dipinta di nero, un piccolo tavolo e una sedia per l’insegnante completano l’arredo.
Al termine delle lezioni, lavagna, sedia e tavolo vengono tolti per non essere rubati.
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Chissà se gli alunni di queste scuole riescono a immaginare un ambiente diverso. Nella loro realtà una scuola può essere soltanto così: scura, con vecchi e stretti banchi dove ci si stringe l’un l’altro oppure con dei sedili di pietra e il quaderno sulle ginocchia. Un sacrificio da affrontare ogni giorno.
Chissà se riescono a immaginare che vi sono dei loro compagni che vanno a scuola in edifici moderni, illuminati e ventilati, che siedono su banchi puliti, scrivono su quaderni con le copertine plastificate che poi ripongono in zaini e astucci variopinti. Questa è la realtà non solo del Mozambico, ma di gran parte dell’Africa, un continente dimenticato.
Il direttore della scuola svolge il ruolo d’interprete e spiega ai genitori degli alunni gli obiettivi del programma di adozione a distanza che avvieremo: consentire al maggior numero possibile di alunni di seguire le lezioni stando seduti in un banco e di poter avere il materiale scolastico necessario. Non ho fatto promesse alle comunità di Savane e di Nhampuepue, ma ho garantito il mio impegno perché i loro figli abbiano una scuola vera.
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