1998 - Due realtà simili - Veziano Armandi
 

1998

Due realtà simili - Aprile

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Il fuoristrada avanza lentamente, sollevando nuvole di polvere rossa che penetra dai finestrini aperti e si insinua ovunque. Henrique, l’autista, socchiude gli occhi al riverbero del sole mentre allunga la mano accanto al sedile e, afferrata la bottiglia d’acqua, beve a lunghi sorsi. « Ancora pochi chilometri e siamo arrivati » commenta rivolto a noi che, incautamente, non abbiamo pensato a portarci dietro nulla da bere.
Dopo una decina di minuti, superati i binari della linea ferroviaria, appare la sede della Direzione Distrettuale Educativa di Moamba, una cittadina di circa tremila abitanti elevata da villaggio a sede amministrativa distrettuale nel 1975 e dove l'abbandono delle terre, causato dalla guerra, ha reso la zona circostante spopolata e povera.
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Questa visita era prevista da tempo: dopo le province della Zambesia e di Sofala, avevo deciso di ampliare la presenza del Centro Cooperazione Sviluppo anche in quella di Maputo. È stato perciò aperto un ufficio nella capitale, necessario per gestire il prevedibile sviluppo dei programmi di adozione a distanza e individuato nel distretto di Moamba il primo obiettivo da visitare.

La signora Otilia, la direttrice distrettuale dell’Educazione, ci attende nel suo ufficio per accompagnarci in visita ad alcune scuole selezionate tra quelle che hanno maggiori necessità di sostegno. Dopo le formalità e raccolti alcuni appunti sulla situazione scolastica, ci rimettiamo in viaggio percorrendo la strada secondaria, in terra battuta, che da Moamba fa ritorno a Maputo seguendo la ferrovia, rimandando ad un’altra occasione la visita a località più difficili da raggiungere per il cattivo stato delle strade, qualcuna ancora minata.
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Quella che stiamo percorrendo è sicura, ma deserta: un lungo nastro di sabbia rossa che si perde all’orizzonte, dove il calore della tarda mattinata fa tremolare l’aria. Ai lati, una bassa vegetazione con radi alberi e, di tanto in tanto, dei piccoli villaggi, in ognuno dei quali ci fermiamo a visitare le scuole. Alcune sono strutture in muratura che richiedono urgenti lavori di manutenzione, spesso prive d’infissi e senza banchi; altre sono state realizzate in argilla e pietre, costruite in fretta per far fronte al rapido incremento di alunni in seguito al rientro degli sfollati al termine della guerra.
Ad ogni visita, non si sfugge all’identico rituale: bambini che si alzano e salutano, reciproche presentazioni, insegnanti che elencano statistiche e problemi, commiato e passaggio ad altra località.
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È il primo pomeriggio quando lasciamo la via principale e seguiamo una pista sabbiosa lunga alcuni chilometri che conduce a Ngolhosa, un villaggio in cui vivono circa duecento famiglie.

Le abitazioni, delle capanne di paglia, hanno la caratteristica forma conica di questa zona del Mozambico e sono separate l’una dall’altra da una bassa siepe di rovi. Il terreno circostante è arido e si coltiva la mandioca, uno dei pochi cereali che resiste alla scarsità d’acqua.
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La scuola primaria è situata sotto un grande albero di anacardio e, quando giungiamo, gli insegnanti Adilio e Felicio stanno facendo lezione agli alunni seduti sulla sabbia. Entrambi vivono in città dove si recano il fine settimana e fanno ritorno la domenica sera o, a volte, il lunedì. La città non è lontana, ma in questo villaggio non arriva nessun mezzo. Occorre percorrere quattro chilometri a piedi per raggiungere un altro villaggio dove è possibile salire sul chapa, il piccolo autobus che raggiunge la strada principale, e quindi ancora un altro mezzo per arrivare in città.
Questa località non possiede molti abitanti, ma gli alunni che frequentano dovrebbero essere molti di più, afferma Adilio. Le pesanti condizioni in cui si è costretti a studiare, assieme alla difficoltà ad acquistare il materiale scolastico, tengono molti bambini lontano dalla scuola.
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La scuola di Machumbutane, dove arriviamo a pomeriggio inoltrato, è l’ultima che visitiamo.
Anche questa località ha caratteristiche simili alla precedente: capanne a cono e orti coltivati a mandioca. Il direttore ci mostra le “aule”: tre grandi alberi e due capanne di bambù. « Le capanne le abbiamo costruite all’inizio dell’anno scolastico con l'aiuto dei genitori degli alunni. »
Dentro, il sole al tramonto filtra tra le canne illuminando i rudimentali sedili e il pannello di legno scuro appeso alla parete che serve da lavagna. « Qui studiano circa 150 alunni – spiega - Dovrebbero essere di più, ma molte famiglie non possono permettersi di mandare a scuola i propri figli. »

Ngolhosa e Machumbutane, tra le scuole visitate oggi, sono quelle in cui è necessario intervenire. Favorire la frequenza scolastica significa offrire anche condizioni d’insegnamento dignitose che in queste località non esistono. Non è difficile immaginare i disagi degli alunni, costretti a star seduti su una pietra col quaderno sulle ginocchia e quelli dei maestri, costretti ad insegnare esposti al vento e alla polvere.