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1998
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Ero già entrato altre volte nel quartiere di Chipangara, ma senza andare mai oltre le prime file di case. Ogni volta che mi accingevo a proseguire, mi tornavano alla mente le parole di un amico mozambicano: “Non è prudente che tu vada da solo”.
Ma oggi finalmente il momento è arrivato. Il successo degli interventi di adozione a distanza che abbiamo avviato in alcune scuole della provincia, hanno suscitato l’interesse delle autorità didattiche che intravedono in questo tipo di azione una concreta opportunità per sostenere il settore educativo, in particolare nelle zone rurali e nelle periferie urbane come Chipangara, uno dei quartieri più degradati di Beira e simile a tanti altri quartieri di molte città africane.
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Gli abitanti di questo quartiere, concentrati in pochi chilometri quadrati, sono quasi novemila, affermano i miei accompagnatori, un funzionario della Direzione Educativa e un rappresentante del Municipio.
Ma qui in Mozambico nessuno sa esattamente quanti abitanti abbia una città o un villaggio e, meno che mai, un quartiere. Le cifre ufficiali sono solo delle stime.
Le abitazioni sono costruite con i materiali più diversi: cemento, lamiera, legno, argilla, paglia e anche cartone, circondate da minuscoli cortili in cui siedono gli anziani, il volto impassibile, ad osservare la vita che si svolge intorno a loro o dove si rincorrono i bambini, fermandosi all’improvviso al passaggio di qualcuno.
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In Mozambico esiste una capillare organizzazione urbana, ereditata dal periodo socialista con lo scopo di tenere sotto controllo i movimenti degli abitanti.
Ogni quartiere è diviso in sezioni di dieci abitazioni con a capo un responsabile, il chef das casas, che risponde al segretario del quartiere, il chef de quartierão, che a sua volta risponde, o almeno così accadeva sino ad alcuni anni fa, al segretario del partito che autorizzava gli spostamenti dei residenti con la guia de marcha, senza la quale non ci si poteva allontanare.
In questo modo era possibile essere al corrente di tutto ciò che accadeva nel quartiere. Oggi, con la fine del regime socialista, queste regole sono venute meno e la guia de marcha è stata abolita, ma è rimasta inalterata la struttura amministrativa di allora.
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Nei cortili si cucina, si lava la biancheria, si conversa, si mangia e, in un angolo, quattro pareti di canne rappresentano i servizi igienici. Non vi è corrente elettrica, si dorme per terra sopra una stuoia e l’acqua deve essere trasportata tutti i giorni dalla fontana all’abitazione. Penso alla stagione delle piogge e ai disagi che gli abitanti devono sostenere quando le strade, che non possiedono un sistema di smaltimento delle acque, si trasformano in torrenti di fango che invade i cortili ed entra nelle case. L’acqua, tante volte invocata da chi che abita nelle campagne, qui causa grossi problemi, tra cui la diffusione della malaria, uno dei principali motivi di mortalità infantile.
Da alcuni bar, basse costruzioni dai colori vivaci da cui esce musica assordante, dei giovani mi osservano scambiandosi dei commenti, mentre alcuni bambini seguono con lo sguardo il muzungo che si sta aggirando tra le vie del loro quartiere, un evento insolito di cui riferiranno più tardi a casa.
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I miei accompagnatori mi elencano dati e statistiche, numeri freddi che confermano ciò che risulta già evidente: le malattie più diffuse sono la malaria, la tubercolosi, il colera.
La criminalità è una quotidiana emergenza e la maggior parte dei bambini non va a scuola perché non ne ha la possibilità. Molti genitori non riescono a sostenere le spese scolastiche e spingono i figli a chiedere l’elemosina ai passanti.
Vi è una sola scuola primaria costruita nel 1985, quando l’esodo dalle località rurali aveva riempito il quartiere di rifugiati e una delle necessità, tra le molte, era quella di garantire l’istruzione ai nuovi venuti. In quel periodo il governo aveva frettolosamente costruito, nei quartieri più affollati, delle scuole a basso costo che oggi mostrano i segni dell’incuria e del tempo.
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La scuola primaria di Chipangara è una di queste: composta da quattro padiglioni a pianta rettangolare, è in cattivo stato di conservazione. Non vi sono banchi e gli alunni siedono sul pavimento. « Sono stati rubati nel corso degli anni, così come i pochi arredi che esistevano. Manca anche la corrente elettrica e questo impedisce di organizzare corsi serali per gli adulti » spiega il segretario del quartiere che mi accompagna.
La visita si conclude nella sede dell’amministrazione locale dove, davanti ai numerosi genitori intervenuti, spiego il programma che prevediamo di avviare nelle prossime settimane non solo per aiutare un bambino a crescere, ma anche per esprimere un gesto di concreta solidarietà da parte di noi abitanti dei paesi del benessere.
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