1997 - Veziano Armandi
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1997

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Una nuova realtà: Mascarenha - Marzo

La periferia di Beira possiede caratteristiche comuni alle altre periferie urbane del Mozambico e certamente comuni a quelle di molte città africane. La densità abitativa è elevata così come la povertà: migliaia di persone, provenienti dalle campagne divenute invivibili a causa della guerra civile, si sono sovrapposte negli scorsi anni agli abitanti originari. Dopo l’accordo di pace una parte è ritornata alle località d’origine ma molti sono rimasti: la vicinanza di una grande città offre, infatti, maggior sicurezza rispetto alle incognite di un ritorno al proprio villaggio, dove probabilmente le condizioni di vita sono divenute difficili per le distruzioni causate dalla guerra. 

Mascarenha è una delle località che formano la zona suburbana di Beira dove molte persone, soprattutto donne e bambini, sopravvivono grazie all’economia informale vendendo i prodotti più vari: frutta, pesce secco, bibite, biscotti, carbone, ortaggi, dolciumi... Un’attività che consente a malapena di sfamarsi ma non di soddisfare altre esigenze.
Sono poche le famiglie che hanno la possibilità di mandare i propri figli a scuola e tantomeno di curarli. Conseguenza di questa situazione è un elevato numero di bambini che soffre di denutrizione, si ammala di malaria o di malattie respiratorie e non frequenta la scuola per l'impossibilità ad acquistare il materiale didattico.
Il CCS ha sempre considerato l’educazione come mezzo per raggiungere l’autosviluppo e porre fine a situazioni di povertà e di degrado sociale ed è proprio su questa linea ispiratrice che ho voluto incontrato la comunità di Mascarenha per avere informazioni sia  sulla condizione dei minori che su quella scolastica in particolare.

L’incontro è avvenuto in un’aula della scuola primaria ed i partecipanti, tutti residenti nella località, superavano il centinaio: un numero elevato che dimostra come l’esigenza di un’educazione scolastica sia profondamente avvertita. Oltre a diversi insegnanti, era presente il Direttore della scuola che ha incoraggiato i presenti ad intervenire.Sono stati molti coloro che hanno preso la parola, spesso esprimendosi in dialetto, sottolineando le difficoltà quotidiane incontrate, il cui un denominatore comune è la povertà.

Con gli adulti vi erano anche diversi bambini che osservano in silenzio. Guardandoli non ho potuto fare a meno di riflettere sul fatto che l’istruzione è uno dei diritti più importanti. Quanti di questi bambini che stavo osservando, che ho incontrato ieri e che incontrerò in futuro sono privati di questo diritto? E quanti di loro cresceranno senza avere coscienza di questo? Un bambino che non sa leggere è destinato a diventare un adulto che difficilmente sarà in grado di migliorare la propria condizione sociale. Guardavo le persone vicino a me, insegnanti e genitori, e percepivo la loro attesa, la speranza che dall’ incontro potesse nascere un’idea o un programma per aiutare i loro figli a studiare. Ho riflettuto sul fatto che le adozioni a distanza possono apportare un notevole contributo all’educazione scolastica di un bambino e lo dimostrano i benefici concreti che giungono ai minori che stiamo sostenendo a distanza.
Se il programma di sostegno venisse esteso anche alle scuole delle località in cui maggiore risulta il livello di povertà, certamente sarebbe possibile aumentare le iscrizioni scolastiche e diminuire così l’analfabetismo: sostenere un bambino a distanza allora non significa solo consentirgli la possibilità di studiare, ma significa anche contribuire allo sviluppo economico e sociale del Paese in cui vive.


Un nuovo centro di sostegno: Buzi
- Maggio

Inizieremo tra breve il sostegno scolastico anche nella località di Búzi, da cui sono appena tornato dopo aver incontrato i funzionari della Direzione Didattica locale.
Búzi (il cui nome in epoca coloniale era Vila Andrade) è la sede amministrativa dell'omonimo distretto. Situata lungo il fiume che sfocia nella baia di fronte alla città di Beira, si può raggiungere via mare in due ore di barca a motore oppure via terra. In questo caso occorre giungere a Tica, circa 80 chilometri da Beira, dove inizia la strada di terra battuta, di circa 70 chilometri, che conduce alla località. Quest’ultimo tratto è rimasto chiuso dal 1983 al 1992 perché esposto agli attacchi della guerriglia. Nel 1984 la Renamo aveva occupato la località, ma dopo alcune settimane l’esercito l’aveva rioccupata ed i segni sono ancora visibili: edifici distrutti o abbandonati, macerie, resti di mezzi militari. Prima di lasciare il villaggio i guerriglieri hanno distrutto lo zuccherificio, uno dei più grandi del Mozambico, su cui ruotava tutta l’economia della zona. Durante gli anni della guerra civile molte persone hanno abbandonato il distretto ma non tutti sono tornati alla fine delle ostilità: chi rientra deve avere terreno da coltivare, semi, attrezzi agricoli, scuola per i figli, centri sanitari mentre nei villaggi più interni le strade sono ancora minate e le scuole ed i centri sanitari non sono ancora ricostruiti. Nel 1994 abbiamo effettuato una distribuzione di semi ed attrezzi agricoli in alcuni villaggi di questo distretto, favorendo il rientro di migliaia di famiglie. Questa regione faceva parte, sino al XV secolo, del grande Impero di Monomatapa che si estendeva sino all’attuale Zimbabwe.

Sino all’indipendenza, il distretto di Búzi ha avuto un’economia prevalentemente agricola: vi erano piantagioni di cotone, banane e ananas mentre, negli anni Quaranta, fu costruito lo zuccherificio, rimodernato nel 1962. Con l'abbandono delle terre da parte dei coloni dopo l'indipendenza e la successiva guerra civile, l’economia di tutto il distretto è crollata. Oggi la popolazione coltiva, per il proprio autosostegno, riso, mais e fagioli in piccoli appezzamenti di terreno, in genere poco distanti dalle proprie abitazioni, la maggior parte delle quali di forma circolare, costruite in paglia e fango. Le costruzioni in cemento sono presenti solo nella sede del distretto e l’energia elettrica è fornita nelle ore serali per mezzo di un generatore.

Questa località è stata suggerita dalla Direzione Distrettuale dell’Educazione di Beira a cui mi sono rivolto nell’intento di estendere il sostegno a distanza anche alle scuole dei villaggi colpiti dalla guerra. La sede della Direzione Didattica è una piccola costruzione ad un piano realizzata in epoca coloniale che necessita di manutenzione. Il Direttore mi riceve nel suo ufficio, una stretta stanza il cui l’arredamento risale probabilmente all’epoca coloniale: una scrivania, qualche sedia, uno scaffale, una vecchia macchina per scrivere. La sola innovazione è forse il ritratto del presidente della Repubblica, appesa ad una parete. “La guerra ha distrutto oltre la metà delle infrastrutture scolastiche del distretto – mi spiega – soprattutto nelle località più interne. Molte scuole non esistono più: gli alunni studiano sotto gli alberi. Abbiamo calcolato che oltre il 60% dei bambini non frequenta. I motivi? Le scuole sono troppo lontane dalle abitazioni e le famiglie non hanno la possibilità di pagare le tasse d’iscrizione e il materiale scolastico”.

Visito le due scuole del villaggio: una primaria con una succursale ed una secondaria. La scuola primaria è un edificio in muratura che porta ancora i segni delle pallottole sui muri. Sono stati divelti diversi infissi, asportati i banchi e altri arredi. I servizi igienici non funzionano da anni. Qui studiano 650 alunni in due turni. La succursale, situata a circa cinquecento metri dalla sede, è un edificio composto da tre aule e privo della parte frontale, crollata diversi anni fa. A poche decine di metri un carro armato semidistrutto testimonia la violenza degli scontri avvenuti.  La scuola secondaria si presenta in migliori condizioni. Gli alunni iscritti sono circa 250, ma dovrebbero essere di più: le condizioni di molti nuclei familiari costringono a mandare i figli a lavorare nei campi per contribuire al sostegno dell’economia familiare non appena terminati i cinque anni del ciclo primario.
Con il Direttore abbiamo concordato l’inizio del programma di sostegno a distanza: inizieremo con gli alunni della scuola primaria a cui verrà distribuito materiale scolastico, prodotti per l’igiene personale e vestiario. In seguito valuteremo la possibilità di estendere il sostegno ad altre scuole e realizzare interventi nel settore dell’educazione. Tra breve tempo, trecento alunni avranno la frequenza scolastica garantita ed altrettante famiglie saranno alleviate da un peso economico per loro eccessivo.


Una scuola comunitaria
- Giugno

Lo spostamento della popolazione dalle zone rurali alle città, causato dalla guerra, ha determinato l’esigenza di realizzare, in particolare nelle periferie urbane dove maggiore è stato il fenomeno migratorio, dei nuovi edifici scolastici. Tuttavia non sempre ciò è stato possibile a causa di difficoltà economiche con il conseguente sovraffollamento delle scuole esistenti e l’esclusione di un notevole numero di alunni per mancanza di aule disponibili. Sono sorte così le “scuole comunitarie”, ossia scuole riconosciute dal Ministero dell’Educazione: le famiglie degli alunni versano un contributo mensile con il quale viene pagato lo stipendio agli insegnanti, contattati privatamente. Queste scuole affrontano però molte difficoltà: il contributo versato dalle famiglie è modesto ed a stento riesce a garantire la copertura delle spese; gli edifici sono molto semplici, a volte delle capanne in paglia prive di arredi e senza energia elettrica, mentre gli insegnanti hanno una preparazione insufficiente e mancano dei sussidi didattici.
La scuola comunitaria di Chingussura, una delle località periferiche di Beira, non fa eccezione e possiede gran parte di queste caratteristiche. Di questa scuola, situata vicino alla missione dei Padri Bianchi, me ne aveva parlato suor Delfina che, avendo avuto occasione di visitarla diverse volte, aveva sottolineato la necessità di un intervento di sostegno.  É frequentata da circa 150 alunni divisi in cinque classi e si compone di due edifici in muratura: il primo comprende tre aule mentre il secondo, molto piccolo, è adibito ad amministrazione.
Visito la scuola durante l’orario delle lezioni, accompagnato dalla Direttrice, la signora Isildra. Non vi sono banchi e nelle aule i bambini sono seduti sul pavimento con accanto il quaderno e la penna. Ogni aula ha una piccola finestra da cui entra poca luce e sul muro vi è un pannello di legno scuro utilizzato come lavagna.

L’amministrazione è molto piccola: vi è spazio solo per una scrivania ed uno scaffale, oltre ad alcune sedie. I due edifici sono in cattive condizioni: piove dal tetto ed i muri presentano vistose incrinature. Non esistono servizi igienici e neppure acqua corrente. Chiedo quando sono iniziate le attività scolastiche: “Abbiamo iniziato cinque anni fa - mi spiega la Direttrice - quando l’amministrazione del quartiere ha messo a disposizione questo locale. Gli alunni abitano tutti qui vicino, appartengono a famiglie povere e non tutte hanno la possibilità di pagare il contributo mensile. Abbiamo chiesto alla Direzione Educativa del materiale didattico ma non abbiamo mai ricevuto nulla”. Domando quanto riceve un insegnante. “Una media di venti dollari ma vi sono mesi in cui non si riesce a raggiungere questa cifra. Non sempre le famiglie degli alunni sono in grado di pagare: molte di loro sono giunte negli anni della guerra e sopravvivono con piccole attività informali”. 
Credo che questa scuola meriti di essere sostenuta: lo meritano gli insegnanti che dimostrano volontà e tenacia pur lavorando in condizioni avverse e lo meritano soprattutto gli alunni: la scuola e l’istruzione sono un diritto fondamentale per fare crescere un paese.
Tra pochi giorni partirò per l’Italia e porterò con me le schede di circa un centinaio di alunni che presto potranno disporre di materiale scolastico. Più avanti potremo forse fornire la scuola di banchi e, se le risorse lo consentiranno, la scuola potrà essere rinnovata e dotata di servizi igienici che ora mancano totalmente.


Santi Innocenti: quasi al traguardo
- Agosto

Il centro dei Santi Innocenti è quasi terminato e, tra circa un mese, dovrebbe essere pronto per accogliere i primi ospiti. Vi è stato del ritardo per ottenere l’allacciamento all’energia elettrica, ma ora è quasi tutto pronto. A vederlo è veramente grande: osservare di sera gli edifici illuminati fa pensare ad una piccola città.
Sono stati oltre due anni d’intensa attività e, pur tra le molte difficoltà e gli imprevisti sorti durante la realizzazione, si è trattato di un’esperienza unica. Ora che volge al termine provo sentimenti contrastanti: di soddisfazione per quello che è stato realizzato e quasi di colpa per i lavoratori che tra poche settimane concluderanno i lavori e con i quali, nei molti mesi trascorsi con loro, si è stabilito un rapporto di rispetto e stima reciproca. Sanno che tra poco verrà il momento di ricevere l’ultimo stipendio ed una credenziale da utilizzare per cercare un altro lavoro. Ma sanno anche che trovarlo non è assolutamente facile in un paese dove la disoccupazione supera il 55 per cento.
È quasi tutto pronto: l’impianto elettrico ed idraulico sono stati collaudati; nei due dormitori sono stati sistemati i letti a castello; la mensa è stata completata con i tavoli e le sedie ed anche la cucina è pronta, ma si cucinerà fuori all’aperto: abbiamo predisposto una tettoia tra i due container che servono da magazzino.

Nelle aule sono stati sistemati i banchi e, nei prossimi giorni, verranno collaudate le macchine della falegnameria ed il forno per il panificio, acquistato in Italia assieme alle impastatrici e alle altre attrezzature. Non è nuovo perché sarebbe costato troppo ma è in ottime condizioni. Due giovani, segnalati da Suor Delfina, stanno già facendo pratica in un panificio in città. 
La produzione e la vendita del pane, così come la vendita dei manufatti che verranno realizzati dai laboratori di carpenteria e falegnameria, fa parte delle attività previste per raggiungere l'autonomia gestionale. Prevediamo infatti che le spese siano elevate in particolare per quanto riguarda l’alimentazione dei bambini ospitati e non sarà facile per Suor Delfina, che gestirà il centro di sostegno per conto della Diocesi, fare equilibrare i costi di una struttura così grande. L’esperienza infatti insegna che i conteggi fatti sulla carta trovano spesso scarsa rispondenza nella realtà pratica. Strutture del genere funzionano solo se chi le gestisce appartiene ad una congregazione religiosa con la sede all’estero da cui riceve, con regolarità, degli aiuti economici mentre se il religioso è locale, ha difficoltà a ricevere le risorse necessarie ed è per questo che abbiamo previsto il sostegno a distanza per i bambini che vi saranno ospitati.
Ma non abbiamo pensato solo ai bambini: anche le donne troveranno qui uno spazio tutto per loro dove potranno seguire i corsi di sartoria e di ricamo od apprendere altre attività per divenire autonome ed indipendenti.


Ciclone
- Settembre

Sono le sette di domenica mattina ed ha smesso da poco di piovere. La sera precedente vi era stata una violenta tempesta, la coda di un ciclone che ha colpito marginalmente la città di Beira e per tutta la notte il vento e la pioggia hanno imperversato. Per questo, quando sento battere alla porta di casa e, aprendo, vedo uno dei guardiani del Centro dei Santi Innocenti intuisco quello che può essere accaduto. Durante il tragitto in automobile il guardiano mi informa che la tromba d’aria ha danneggiato i tetti di alcuni edifici. La strada è piena di detriti portati dal vento, diversi alberi sono stati sradicati e, oltre ad aver  ostruito parzialmente la carreggiata, hanno tranciato i cavi elettrici, che ora penzolano pericolosamente. Penso ai quartieri di caniço, attorno alla città, così chiamati perché la case sono costruite in canne di bambù. Senza dubbia molte sono state distrutte.
Ad attendermi vi sono diverse persone, tra cui suor Delfina, qualche operaio che vive nei pressi del centro, i guardiani. I tetti di tre edifici sono stati scoperchiati dalla tromba d’aria: il refettorio e i due dormitori.  Per il resto della mattina rimango nel centro scambiando impressioni con suor Delfina e Padre Julio, che nel frattempo ci ha raggiunti. Dobbiamo decidere velocemente il da farsi. I danni sono ingenti e la situazione non si presenta facile: i lavori sono terminati e sono terminate anche le risorse finanziarie.

Il giorno successivo, con due tecnici, valutiamo il danno: circa 18.000 dollari. Informo l’associazione a Genova ma con poche speranze di ricevere in breve tempo la cifra necessaria alle riparazioni. Nel frattempo decido di muovermi in un’altra direzione: scatto delle fotografie e, il giorno seguente, mi reco a Maputo. Ho deciso di visitare tutti i possibili finanziatori mostrando quello che è successo e sperando di ottenere almeno una parte dell’importo necessario a riparare i danni, alleggerendo così il Centro Cooperazione Sviluppo da una spesa notevole e non prevista. Per una settimana intera busso alle porte di consolati ed ambasciate, mostrando le immagini fotografiche, lasciando biglietti da visita e chiedendo appuntamenti. La maggior parte delle risposte sono tutte molto diplomatiche: grande comprensione ma impossibilità ad intervenire per mancanza di liquidità. Rimango deluso di fronte al “no” dell’ambasciata italiana, ma ricevo un sostegno economico dall’Alto Commissariato Britannico. Tra pochi giorni inizieranno i lavori di riparazione e, tra circa un mese, dovrebbe finalmente essere tutto pronto per l’inaugurazione.
A novembre nel Centro dei Santi Innocenti entreranno i primi bambini, ma non potrò assistere a questo momento: devo tornare in Italia per seguire le attività del Centro Cooperazione Sviluppo in previsione del Natale.


Chingussura: la forza della solidarietà
- Settembre

Alle dieci del mattino le donne che devono preparare il pasto sono già al lavoro. Sono tutte volontarie e si alternano quotidianamente. I loro “clienti”, man mano che arrivano, si siedono ed attendono pazientemente l’ora della distribuzione del cibo.
Mi trovo in visita al centro di supporto nutrizionale che da alcuni mesi abbiamo organizzato con Suor Delfina all’interno del Centro sanitario di Chingussura, una località alla periferia di Beira dove, a causa della guerra civile, sono giunti nel passato migliaia di sfollati dalle zone rurali che vivono in abitazioni di paglia e materiale precario, prive d’acqua, di servizi igienici e di illuminazione. La densità abitativa, la povertà e le privazioni in cui versano sono causa di un’elevata mortalità che colpisce soprattutto tra i bambini, vittime della malaria e della denutrizione. 

Suor Delfina da tempo distribuiva, ai minori più vulnerabili, prodotti alimentari donati da un’organizzazione umanitaria internazionale: riso, olio, zucchero e farina di miglio. Alcuni mesi fa le era stato però comunicato che tale sostegno non avrebbe potuto continuare e mi aveva espresso la sua preoccupazione: occorreva trovare un’alternativa per poter proseguire a garantire l’alimentazione. La soluzione che intravedevo era l’adozione a distanza: se ciascun bambino avesse avuto un sostenitore, le necessità legate non solo al cibo ma anche all’istruzione, al vestiario e al supporto sanitario sarebbero state in gran parte risolte. Ed è stato così che, alcuni mesi fa, ho portato con me in Italia le schede dei bambini da sostenere ed ora ne sto osservavo i risultati: la distribuzione giornaliera di un pasto caldo e, per i più grandi, anche il materiale scolastico. Il centro di supporto nutrizionale è stato ricavato in un locale messo a disposizione dal Centro sanitario. La cucina, poco distante, è una semplice tettoia riparata lateralmente in cui viene preparata una minestra di miglio arricchita con olio e sostanze nutrienti.  Quando le grandi pentole sono trasportate dalla cucina alla sala in cui attendono i bambini, cala il silenzio. Anche i più piccoli, che stavano piangendo, ora tacciono e tutti seguono le varie azioni: i piatti vengono riempiti ed il personale li consegna ad ogni bambino assieme ad un cucchiaio. Piccole mani si tendono, prendono il piatto, lo posano sulle ginocchia o sul pavimento ed iniziano a mangiare. I più piccoli sono aiutati dagli adulti che li accompagnano o dai fratelli più grandi che li assistono.

Mentre osservo la distribuzione del pasto, Suor Delfina mi spiega che i bambini in condizioni fisiche più critiche hanno beneficiato di un controllo sanitario ed è stata loro somministrata vitamina A e vermifughi, secondo le disposizioni dell’OMS. 
Mi mostra anche un particolare braccialetto utilizzato per valutare lo stato nutrizionale di un bambino, colorato diversamente a seconda della circonferenza del braccio: verde, giallo, arancione e rosso. Se la misura del braccio cade nella zona di colore rosso, il bambino soffre di malnutrizione grave. “Quando il rapporto tra peso e altezza dei bambini che osserviamo è inferiore alla normalità, li inseriamo nel programma nutrizionale”. Superata la prima soglia di recupero si passa a somministrare una particolare qualità di latte e, gradualmente, un pasto con farine arricchite di minerali e vitamine. In media, dopo circa venti giorni, il bambino ha recuperato un peso soddisfacente pur se questo tipo di alimentazione deve proseguire almeno per due mesi. “In realtà – mi spiega suor Delfina – i bambini a cui distribuiamo un pasto quotidiano sono in numero maggiore di quelli adottati a distanza. È difficile dire di no a chi chiede di poter mangiare”.
Rifletto sul fatto che l’adozione a distanza garantisce le esigenze fondamentali a chi si trova in condizioni di bisogno. Certamente quello che riusciamo a fare è la classica goccia in un mare di necessità, ma almeno questi bambini possono mangiare, andare a scuola, essere curati, avere la possibilità di una vita migliore.  Sono sempre più convinto dell’iniziativa delle adozioni a distanza come possibilità che viene offerta non solo per aiutare un bambino a crescere, ma anche come occasione per esprimere, per noi abitanti dei paesi del benessere, un’occasione di reale solidarietà.


Nhatua Za Mala
- Ottobre

Ho visitato Tica, una località situata lungo il Corridoio di Beira, la strada che dal capoluogo della provincia di Sofala giunge sino al confine con lo Zimbabwe. È il punto più stretto del Mozambico: 240 chilometri in cui, parallelamente alla strada, vi è la ferrovia e l’oleodotto che assicura il rifornimento di carburante allo Zimbabwe. Per non rischiare azioni di sabotaggio in questa importante via di comunicazione e l’interruzione del flusso dei prodotti provenienti e diretti negli altri Paesi africani, la difesa e la sorveglianza durante gli anni di guerra civile sono state costanti e le località situate lungo questa via di comunicazione, per la relativa sicurezza che offrivano, hanno ospitato migliaia di profughi in fuga dalle zone rurali.

Tica è una di queste località: situata ad 80 chilometri da Beira, è abitata da circa 3.200 nuclei familiari, la maggior parte dei quali sono sfollati a cui le organizzazioni umanitarie garantiscono l’alimentazione. La coltivazione dei campi non è ancora possibile per la presenza di mine. Dietro la stazione ferroviaria, in una casa costruita in fango e pietre, ha sede un’associazione femminile il cui nome è sinonimo di speranza. Si chiama “Nhatua Za Mala” che in lingua locale significa “la sofferenza è finita”, alludendo alla fine della guerra e alla fiducia di un futuro migliore. L’associazione è guidata da donna Berta, com’è chiamata dalle sue coetanee, una vedova determinata e sensibile ai problemi dei bambini. Assieme ad un gruppo di donne, quasi tutte vedove, ha raccolto venti orfani e lotta ogni giorno per dare loro da mangiare. Impresa non facile in un paese dove la povertà supera il 55 per cento. Donna Berta è riuscita ad avere un terreno dall’amministrazione locale e a piantarvi degli ortaggi che sono utilizzati per l’alimentazione dei bambini. Questa dieta è integrata con manghi e papaie che forniscono importanti vitamine. Tuttavia l’alimentazione rimane povera ed i bambini hanno altre necessità: devono andare a scuola, devono vestirsi, devono essere curati, tutte cose a cui, mi racconta donna Berta, non è possibile provvedere. Il mese scorso, in occasione di una riunione tenuta presso il Ministero dell’Azione Sociale, donna Berta mi aveva raccontato la sua esperienza ed aveva chiesto un sostegno per gli orfani che aveva raccolto.
Ammirato dalla sua determinazione e da quello che era riuscita ad ottenere con pochi mezzi, ho promesso che mi sarei recato a visitarla.

Ho trascorso una giornata con i bambini di donna Berta e con le donne di Tica ed ho scoperto che il loro numero è più elevato: non vi sono solo i venti bambini orfani, ma anche altri, circa una trentina, che le donne di Tica avevano raccolto in casa loro, in pratica adottandoli. 
Ho assistito alla preparazione del pasto, polenta bianca con pezzi di patate bollite che le donne distribuivano ai piccoli orfani i quali, seduti per terra in circolo, mangiavano in silenzio, assorti, afferrando con le mani la polenta e portandosela alla bocca. Il più grande aveva forse dodici anni. Ho cercato di comunicare con loro ma senza alcun risultato: un pò perchè la vista di un bianco li rendeva perplessi, un pò perchè parlavano solo il dialetto locale. Diversi di loro presentavano evidenti segni di denutrizione che, senza un intervento tempestivo, avrebbe causato serie conseguenze sulle loro capacità d’apprendimento e sul loro sviluppo: una denutrizione insufficiente nei primi anni di vita può alterare il sistema nervoso e impedire il progresso di crescita fisica e psicologica.
 
Ritengo che vi siano tutte le condizioni per iniziare un programma di sostegno a distanza perché realtà come queste vanno incoraggiate e sostenute. Sono le persone come donna Berta e le sue compagne che, pur essendo loro stesse in una situazione non facile, rappresentano una speranza per questo Paese il quale, uscito da lunghi anni di guerra civile, ha di fronte a sé un difficile cammino.
Mentre rientravo in città rivedevo i bambini seduti in circolo intenti a mangiare ed ho provato un sentimento d’impotenza, ma mi ha consolato il pensiero di avere dato, ai bambini di Tica, un inizio di speranza.


Kulima
- Novembre

Ho incontrato Domenico, il fondatore e l’animatore di Kulima per uno scambio di esperienze e per valutare la possibilità di iniziare una collaborazione tra l’associazione da lui fondata, Kulima, e quella fondata da me, il Centro Cooperazione Sviluppo. Kulima significa, nella lingua locale “lavorare la terra” ed il termine riflette pienamente la tipologia delle azioni che vengono svolte a favore delle comunità locali.  “Kulima è un'associazione mozambicana nata nel 1987- mi spiega Domenico -  con l'obiettivo di sostenere lo sviluppo delle fasce più vulnerabili della popolazione. Da allora abbiamo realizzato centinaia di azioni in diverse province del Mozambico. Ci siamo sempre rivolti alle persone più povere con programmi diversificati secondo le necessità. Non può esistere un vero sviluppo sociale ed economico senza formare degli educatori e dei tecnici animati da un profondo spirito di servizio per il loro Paese. Un vero progetto di sviluppo – continua Domenico – deve nascere all’interno delle comunità beneficiarie e deve garantire la partecipazione delle persone interessate, altrimenti sarà destinato a fallire. Abbiamo costituito le Case della Comunità che, oltre a vendere sementi, attrezzi agricoli e prodotti alimentari, sono anche luoghi di incontro, di discussione e di confronto tra gli abitanti della zona, veri e propri centri di sviluppo locale”. 
Oggi Kulima è una delle più grandi associazioni mozambicane e collabora con il Programma Mondiale della Sanità, l’Unione Europea e altre agenzie internazionali non solo in interventi rurali ma anche in interventi a favore dei minori: il Progetto Ntwanano, termine che in lingua locale significa comprensione, si svolge nel quartiere Polana, uno dei più degradati di Maputo. Il termine Ntwanano è stato scelto dalla comunità del quartiere per indicare che è possibile porre fine alla povertà attraverso una maggior comprensione della realtà e del mondo che ci circonda.
Nella sede del progetto, situata al centro del quartiere, incontro gli animatori di Kulima che mi spiegano la filosofia d’intervento. “Studiamo l’area in cui intervenire e parliamo con le persone valutando carenze e strutture esistenti. Se riteniamo necessario un intervento, informiamo le autorità locali della nostra iniziativa a favore dei bambini in modo da avere il loro assenso. Quindi visitiamo le singole case per censire i bambini orfani o coloro che si trovano in una situazione di vulnerabilità. Chi entra nel programma riceve assistenza scolastica e sanitaria a seconda delle singole situazioni. Ogni bambino è seguito da un nostro operatore che segue e verifica la sua evoluzione”.
I bambini oggi sostenuti sono oltre un centinaio ed appartengono a famiglie molto povere. Ricevono assistenza medica, supporto scolastico e integrazione alimentare. Sono seguiti nel doposcuola e nelle attività ricreative. “Periodicamente visitiamo anche le loro famiglie e sensibilizziamo circa le principali norme igieniche. Qui molte malattie sono dovute all’utilizzo d’acqua non potabile che dovrebbe essere bollita o a cibi fermentati per il caldo che provocano intossicazioni alimentari ed infezioni, specie tra i bambini”.

Nella sede del progetto, situata al centro del quartiere, incontro gli animatori di Kulima che mi spiegano la filosofia d’intervento. “Studiamo l’area in cui intervenire e parliamo con le persone valutando carenze e strutture esistenti. Se riteniamo necessario un intervento, informiamo le autorità locali della nostra iniziativa a favore dei bambini in modo da avere il loro assenso. Quindi visitiamo le singole case per censire i bambini orfani o coloro che si trovano in una situazione di vulnerabilità. Chi entra nel programma riceve assistenza scolastica e sanitaria a seconda delle singole situazioni. Ogni bambino è seguito da un nostro operatore che segue e verifica la sua evoluzione”. I bambini oggi sostenuti sono oltre un centinaio ed appartengono a famiglie molto povere. Ricevono assistenza medica, supporto scolastico e integrazione alimentare. Sono seguiti nel doposcuola e nelle attività ricreative. “Periodicamente visitiamo anche le loro famiglie e sensibilizziamo circa le principali norme igieniche. Qui molte malattie sono dovute all’utilizzo d’acqua non potabile che dovrebbe essere bollita o a cibi fermentati per il caldo che provocano intossicazioni alimentari ed infezioni, specie tra i bambini”.

Il quartiere Polana, come tutti gli altri attorno alla città, è cresciuto a dismisura negli scorsi anni, quando i rifugiati giungevano dalle campagne rese insicure dalla guerriglia o invivibili per la siccità, costruendo le loro case in maniera disordinata e casuale: di legno o di zinco, prive d’acqua e di servizi igienici, composte da due o tre piccoli locali di pochi metri quadrati in cui vivono tutti i componenti della famiglia. Malaria, infezioni intestinali, colera e malattie infettive sono le principali cause di mortalità. Nella sede del progetto Ntwanano ogni pomeriggio si tengono incontri con gli abitanti del quartiere per confrontarsi sui problemi più comuni: l’igiene ambientale, le malattie, il corretto utilizzo dell’acqua, la necessità della frequenza scolastica. “Oltre a questi problemi – mi spiega Joana, la responsabile del gruppo di animatori - vi è la povertà di chi possiede poco e la miseria di chi non possiede nulla”.
Spiego agli animatori in cosa consiste l’adozione a distanza ed i benefici apportati ai bambini inseriti nel programma, a cui sarà possibile garantire alcuni diritti fondamentali come l’istruzione, l’assistenza sanitaria o l’alimentazione, secondo le diverse situazioni. Spiego anche che realizzare queste iniziative spetterà a loro, mentre il compito di non abbandonarli sarà nostro e di coloro che sosteranno questa futura iniziativa.