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1996
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Destinazione Angola - 26 Ottobre
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L’Airbus della Tap che da Maputo viaggia verso Luanda, la capitale dell’Angola, è quasi vuoto. In tutto, circa venti persone, ma si riempirà a Luanda di passeggeri diretti a Lisbona. Umberto, il mio compagno di viaggio, può permettersi di allungare su un’intera fila di sedili la sua alta figura ed il silenzio dell’aereo mi consente di iniziare a scrivere gli appunti di questo viaggio in Angola che sto svolgendo per verificare se l’associazione che ho fondato, il Centro Cooperazione Sviluppo, è in grado di intervenire a favore dei bambini angolani ora che è stato firmato l’accordo di pace. Ho chiesto ad Umberto di accompagnarmi: ha una notevole esperienza nel settore della cooperazione, ha condotto diversi interventi di sostegno in Africa, è un acuto osservatore, possiede la capacità di individuare la reale portata delle problematiche legate allo sviluppo e, particolare non da poco, è un buon compagno di viaggio.
Siamo partiti al pomeriggio inoltrato ed arriviamo all’aeroporto di Luanda con il buio, dopo quattro ore di volo. Noto subito la differenza: mentre nell’aeroporto di Maputo il traffico aereo è quasi inesistente, qui vi è un gran numero di velivoli molti dei quali sovietici. È il traffico creato dalla guerra, dal commercio di diamanti, dal petrolio e dagli interessi che ruotano in questo Paese ricco ma dove la maggior parte della popolazione vive in condizioni di povertà.
Dopo aver compilato alcuni moduli, dichiarato la valuta, mostrato il certificato di vaccinazione e ritirato i bagagli, ci dirigiamo all’uscita dove ci attende Padre Danilo, il missionario cappuccino che rimarrà con noi durante l'intera permenenza in Angola. Noto che indossa il saio, mentre in genere i missionari vestono abiti semplici e pratici per lavorare e spostarsi. In seguito scoprirò che qui la tonaca è indossata per questioni di sicurezza: in una realtà ancora agitata come quella angolana è prudente farsi riconoscere, soprattutto nelle località dell’interno. In pochi minuti giungiamo alla missione dei Padri Cappuccini situata nel quartiere di Malanga, dove siamo ospitati e, nonostante l’ora tarda, troviamo la tavola pronta e incontriamo alcuni missionari, tutti veneti.
Il mattino dopo con Padre Danilo visitiamo Luanda, una città che da molto tempo ha perso l’antica bellezza. Gli edifici sono privi di manutenzione e sui tetti le insegne pubblicitarie di imprese che non esistono più minacciano di cadere, i marciapiedi e le vie sono dissestate, i negozi vuoti, le donne con la cesta sulla testa piena di oggetti da vendere, i mendicanti ed i bambini di strada che rovistano tra i cumuli di rifiuti esposti al sole vicino a muri i cui ritratti scoloriti di Marx e di Engels rappresentano la testimonianza del fallimento del socialismo africano che in Angola, come in Mozambico, è stato inghiottito dalla guerra. Il traffico è caotico e l’aria irrespirabile per il caldo afoso.
Visitiamo l’Ilha, una lingua di terra unita alla città da un ponte dove, dei locali di intrattenimento di un tempo, è rimasto l’hotel Panorama, ancora segnato dai colpi dei mortai durante gli incidenti avvenuti nel 1992 oltre a qualche ristorante frequentato da bianchi e dall’esigua elite locale.
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“Luanda era stata progettata per 600.000 abitanti - ci spiega Padre Danilo - mentre ora la popolazione è stimata in oltre tre milioni”.
Nei quartieri periferici, simili a gironi danteschi, le abitazioni sono sorte a caso e senza nessuna regola: in mattoni, in lamiera arrugginita, in legno, in cartone, separate le une dalle altre da piccole vie percorribili solo a piedi, prive di servizi igienici e di energia elettrica. Sono state costruite su ogni pezzo di terra libero, su cumuli di rifiuti, su rilievi di terra che, quando piove, franano. Frotte di bambini giocano in mezzo a rivoli di liquami e ci guardano incuriositi, qualcuno mutilato dalle mine. Un’umanità di disperati fuggiti dalle zone di guerra che vivono di espedienti ed a consentire la loro sopravvivenza è il commercio informale. Davanti alle porte delle case le donne vendono ogni cosa: pane, biscotti, sigarette, bibite, carbone, pile oppure friggono frittelle o pesce il cui odore si mescola a quello dei rifiuti che si estendono anche nelle vie, tanto che si finisce per camminarvi sopra. Visitiamo l'immenso mercato informale di Roque Santeiro, il cui nome deriva da una telenovela brasiliana molto popolare in Angola, il cui protagonista ruba ai ricchi per donare ai poveri. Stime attendibili indicano che questo mercato è visitato giornalmente da oltre 400.000 persone ed è il più grande dell’Africa Australe. Inizia dalla strada che conduce a Cacuaco e si estende sino al mare in un dedalo indescrivibile e inestricabile di bancarelle in cui si vende letteralmente di tutto: dalle bibite alle armi. Sono gli esclusi dello sviluppo che realizzano il miracolo della loro sopravvivenza con le attività più impensate: un mondo incredibile che consente la vita a milioni di persone.
Nei giorni seguenti, mentre attendiamo l’autorizzazione per recarci nelle zone controllate dall’Unita, io ed Umberto visitiamo alcune organizzazioni internazionali per avere un quadro della realtà angolana e delle possibilità di intervento. All’Unicef una funzionaria ci illustra la drammatica situazione dei bambini angolani, informandoci sulla tipologia di interventi che possono essere realizzati, mentre presso la delegazione dell’Unione Europea raccogliamo notizie sulle aree di intervento e le priorità geografiche. L’Unione Europea sembra privilegiare le zone occupate dall’Unita, certamente per favorire il processo di pace e di riconciliazione nazionale. Ricordo che la stessa strategia era stata adottata anche per il Mozambico.
Alla sede dell’Unavem, la struttura dell’Onu che coordina le attività previste dall’accordo di pace, ci informano che il processo di smobilitazione dei militari dell’Unita procede lentamente. L’accordo prevede la reintegrazione dei guerriglieri nella vita civile ma sono ancora pochi i coloro che giungono ai centri di raccolta per ricevere una formazione professionale ed un’indennità mensile per alcuni mesi.
Visitiamo anche il PAM, il Programma Mondiale per l’Alimentazione, che distribuisce alimenti nelle regioni che il conflitto aveva isolato. “Abbiamo difficoltà con il governo – spiega un funzionario – A volte le autorità angolane ci creano impedimenti per raggiungere le aree controllate dall’Unita, anche se questo è contrario a quanto stabilito nell’accordo di pace".
Incontriamo l’Ambasciatore italiano a cui io e Umberto presentiamo il Centro Cooperazione Sviluppo e le attività realizzate sino ad oggi in Mozambico a favore dei minori, spiegando i motivi della visita in Angola. Un funzionario ci fornisce l’elenco delle Ong italiane presenti e ne visitiamo alcune per verificare la possibilità di un possibile supporto logistico per ridurre i costi operativi.
Visitiamo anche diverse realtà laiche e cattoliche: i Padri Salesiani, la Fondazione Don Calabria, la Diocesi di Luanda e diverse associazioni angolane.
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È arrivato anche Marco, un volontario del Cesvitem (Centro Sviluppo Terzo Mondo), un’ong italiana di Venezia con la quale prevediamo in futuro di collaborare e che verrà con noi nel viaggio che inizieremo non appena Padre Danilo avrà terminato i preparativi. Prevediamo di visitare diverse località nella provincia di Uige, alcune delle quali si trovano nelle zone attualmente occupate dall’Unita.
Padre Danilo ci ha spiegato che, alcune settimane fa, non appena firmato l’accordo di pace ed avuto la certezza della fine delle operazioni militari e della possibilità di spostarsi, si è recato in visita alle missioni situate in località rimaste isolate dalla guerra. Per fortuna i missionari stavano tutti bene ma descrivevano situazioni di estrema povertà e sofferenza per la popolazione. Il viaggio che ci apprestiamo a compiere è dunque il secondo dalla firma dell’accordo di pace e comporta una certa dose di rischio a causa della situazione non ancora del tutto chiara tra i due contendenti e, per poterlo effettuare, abbiamo bisogno di una particolare autorizzazione che la Diocesi di Luanda ha richiesto alla Commissione Congiunta, composta da rappresentanti del MPLA e dell’Unita.
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Anche in Angola, come in Mozambico, dopo l’indipendenza è iniziata la guerra civile che ha visto contrapporsi al MPLA (Movimento Popolare Liberazione Angola), l’UNITA (Unione Nazionale Indipendenza Totale Angola).
Nel maggio del 1991 è stato firmato un accordo di pace che prevedeva nuove elezioni. Queste, avvenute nel settembre del 1992, hanno confermato la vittoria del MPLA, il partito attualmente al governo. L’Unita si è rifiutata di riconoscere il risultato elettorale ed ha continuato la guerra. Recentemente è stato firmato un secondo accordo di pace che prevede la smilitarizzazione dell’Unita, la formazione di un unico esercito e l’estensione dell’amministrazione governativa su tutto il territorio angolano. Tuttavia la situazione è ancora difficile per il ritardo con cui vengono attuati gli accordi di pace, vi è un’insicurezza generalizzata dovuta alla presenza di formazioni militari ancora attive da entrambe le parti nonché a forme di criminalità che rendono insicure le strade dell’interno e le grandi città, in particolare Luanda, dove occorre spostarsi con attenzione.
Si stima che la guerra civile abbia causato tre milioni di rifugiati, la maggior parte dei quali vivono oggi nella capitale mentre un terzo della popolazione è stato direttamente coinvolto nella guerra. La maggior parte dei bambini non ha accesso alla scuola e si stima che siano state poste oltre 10 milioni di mine, quasi una per ogni abitante, che impediscono la circolazione, la ripresa delle coltivazioni e delle attività economiche.
Gran parte delle infrastrutture sono danneggiate, le linee ferroviarie non funzionano più, l’approvvigionamento di beni e servizi avviene solo per via aerea mentre le linee elettriche e i sistemi di rifornimento d’acqua sono continuamente sabotati. Oltre la metà delle scuole e dei centri sanitari sono stati distrutti, in particolare nelle zone in cui la guerra è stata più intensa.
Tutti i settori produttivi hanno subito elevate riduzioni della produzione ad eccezione del petrolio e dei diamanti grazie a cui l’Angola riesce a sopravvivere.
Eppure l’Angola è uno dei paesi africani più ricchi in risorse naturali, sfruttate però in minima parte a causa della guerra e dell’elevata percentuale di bilancio destinata alle spese militari (oltre il 50%) che limita gli investimenti.
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Verso Negage - 30 Ottobre
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La sveglia è alle 4,30. Ci aspetta un viaggio abbastanza impegnativo e, per certi aspetti, anche rischioso. Ci recheremo a Negage, una località a circa 300 chilometri a nord est di Luanda, situata nella provincia di Uige, una delle più martoriate dalla guerra. Negage sarà il punto di partenza per visitare altre località, alcune delle quali situate nelle zone controllata dall’Unita. Siamo in quattro: io, Umberto, Marco e padre Danilo. Caricato il Land Cruiser di materiale destinato alle varie missioni che visiteremo, partiamo prima che inizi il caotico traffico che all’alba si forma in entrata ed in uscita dalla città. Superata la località di Viana, ultimo sobborgo di Luanda, il traffico diminuisce e dopo Catete cessa quasi totalmente. Incrociamo di quando in quando qualche camion caricato all’inverosimile di persone e merci. Alle 7,30 giungiamo a Dondo, dove ci fermiamo per ammirare il Cuanza, un grande fiume che nasce nell’altipiano centrale angolano e sfocia nell’Atlantico. Sulla riva vediamo molte donne che lavano i panni, alcune con i figli appesi alla schiena avvolti in capulane a tinte vivaci. Dopo Dondo la strada si fa ancora più deserta. Ogni tanto incontriamo qualche agglomerato di capanne, dei relitti di vetture e di mezzi militari abbandonati. La strada è asfaltata ma le buche costringono ad una velocità ridotta. Sono passate da poco le 13 quando ci fermiamo alla missione delle suore Salesie, a Ndalatando, dove suor Teresa ci offre dei panini ed un caffè. Originaria di Padova, è giunta qui subito dopo l’indipendenza ed ha vissuto tutto il periodo della guerra civile. E’ rimasta a Ndalatando anche quando la cittadina era occupata dall’UNITA ed ha assistito alla riconquista della località da parte delle forze governative. “Quando è entrato l’esercito – racconta – ci hanno accusato di avere aiutato i guerriglieri ed hanno minacciato di incarcerarci. Sono stati giorni veramente difficili. Siamo rimaste chiuse nella missione mentre fuori sparavano da tutte le parti. Vi erano morti dappertutto”. Nell’uscire dalla cittadina osserviamo i muri delle case colpiti dai mortai e diversi edifici bombardati mentre dei negozi sono rimaste le insegne scolorite: chiusi o abbandonati, dentro non esiste più nulla.
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Dopo Ndalatando attraversiamo un ponte vigilato dall’esercito con postazioni di mitragliatrici e, percorsi pochi chilometri, un altro posto di blocco indica la fine della zona controllata dal governo. L’ispezione è meticolosa: viene verificato il permesso al transito, vengono trascritti i nostri nomi e controllati i bagagli. Ancora qualche chilometro ed eccoci al posto di controllo dell’UNITA. Vi sono circa una dozzina di guerriglieri che si distinguono da quelli che avevo incontrato a suo tempo in Mozambico per le armi: a differenza dei guerriglieri della Renamo, questi possiedono infatti armi moderne pur se anche qui diversi di loro vestono abiti civili dimessi e logori. Il saio di Padre Danilo e due battute scherzose ci permettono di passare senza perdere troppo tempo. La strada attraversa ora una fitta foresta tropicale con alti alberi. Ogni tanto notiamo qualche capanna i cui abitanti accorrono sorpresi al vedere transitare un veicolo. Siamo entrati in una zona dove sino a pochi mesi fa era in corso una guerra feroce e lo dimostrano i relitti di veicoli incendiati ai lati della strada. Verso le 16 giungiamo nella missione dei padri Cappuccini di Samba Cajù dove ci ristoriamo con caffè e biscotti ma non possiamo fermarci molto: la strada da percorrere è ancora lunga, si avvicina il tramonto ed è rischioso viaggiare di notte in un contesto simile. Il tempo di fare qualche fotografia e ci rimettiamo in viaggio. Quando giungiamo alla missione di Camabatela è ormai buio. Consegniamo ai padri del materiale che attendevano e ripartiamo subito ripromettendoci di sostare più calma al ritorno. Con il fiato sospeso percorriamo gli ultimi cento chilometri ed arriviamo a Negage alle 20,30 senza avere incrociato neppure un veicolo, ma solo resti abbandonati di mezzi militari. Finalmente possiamo riposarci: siamo in viaggio da 15 ore e sentiamo adesso tutta la stanchezza per il terreno sconnesso e per la tensione del viaggio.
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“Migliaia di persone sono già morte in questa provincia e senza un immediato intervento per aiutare la popolazione altre migliaia moriranno. Il governo di Luanda a parole afferma che vi è la libera circolazione di merci ma in pratica impedisce che giungano a noi gli aiuti umanitari. Nelle province più a nord, verso lo Zaire, la gente riesce a sopravvive coltivando caffè e rivendendolo oltre confine, ma la situazione qui è veramente tragica”. Ascoltiamo le parole di Dinis Cambamba, l’amministratore della località, un uomo di circa 40 anni vestito dimessamente. Ci riceve in un locale al piano terra della via principale di Negage che probabilmente un tempo era una banca o un ufficio commerciale. Disadorno, i muri anneriti dalle fiamme, qualche vecchia scrivania, alcune seggiole di metallo, uno scaffale di legno con alcuni raccoglitori consunti dal tempo, una vecchia macchina da scrivere, qualche foglio di carta, alcuni timbri.
Alle spalle del nostro interlocutore ci fissa il ritratto di Jonas Savimbi, il lider dell’UNITA che conosce sei lingue, si è laureato in economia a Ginevra ed ha studiato medicina.
Dinis parla con voce bassa, ringraziando della visita ed augurandosi che possa dare risultati positivi. “Abbiamo molte necessità: dall’alimentazione, ai medicinali, alla scuola. Il vostro aiuto è importante per noi”. Padre Danilo si affretta a chiarire la situazione, spiegando che, al momento, la nostra è solo una visita per cercare di valutare eventuali possibilità di intervento. Se vi saranno dei risultati, non saranno certamente immediati. L’amministratore ascolta con una punta di delusione, poi ci assegna un accompagnatore assieme al quale visiteremo la cittadina. Nel congedarci ci chiede delle penne biro e della carta per scrivere.
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La città di Negage è sempre stata considerata strategica per il fatto di possedere una base aerea utilizzata prima per le offensive militari mosse dall’esercito portoghese contro il movimento di liberazione per l’indipendenza e, successivamente, dal nuovo governo per sconfiggere l’UNITA la quale tuttavia, grazie ai massicci aiuti in armi ricevuti gli anni scorsi, è riuscita ad occupare la cittadina e la zona circostante. Il confronto militare è stato pesante e lo dimostrano le condizioni in cui versano gli edifici: macerie per le strade, veicoli incendiati, pali dell’illuminazione divelti, negozi vuoti privi di porte e vetrine. Circolano alcuni fuoristrada che facevano parte di una colonna di veicoli assalita due anni prima.
“Abbiamo in tutto 350 alunni divisi in cinque classi che studiano in due turni” spiega il direttore della scuola primaria mentre sfoglia un quaderno in cui sono riportati tutti i nomi degli alunni. “Non abbiamo quaderni, né libri, né penne per scrivere” conclude fissandoci speranzoso. La scuola è ricavata in due locali che un tempo erano dei negozi situati in una strada laterale. Guardo i bambini seduti per terra che ci osservano sorpresi al vedere dei bianchi di cui hanno forse solo sentito parlare. Guardo l’insegnante, il vestito consunto e senza scarpe. I bambini non hanno nulla: ascoltano semplicemente l’insegnante che non ha neppure il gesso per scrivere ma, se anche l’avesse, non potrebbe farlo perché manca la lavagna. Anche loro sono scalzi, molti con gli abiti brandelli. Qualcuno ha il viso sofferente, forse a causa della malaria mentre in altri il ventre gonfio testimonia il loro stato di denutrizione. Anche in Mozambico ho visto realtà simili ma qui è diverso: si percepisce la dimensione della tragedia che ha colpito questo popolo ed il livello di distruzione raggiunto, un chiaro segno sui notevoli mezzi che possiedono i due contendenti.
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Suor Sofia ci accompagna nella visita all’ospedale, una costruzione bassa con un’ala distrutta da un’esplosione. “È stato un proiettile d’artiglieria – spiega – è successo un anno fa, quando l’esercito ha tentato di entrare in città. Hanno sparato da quelle colline ed hanno colpito una parte dell’ospedale. Per fortuna quando è iniziata la battaglia abbiamo trasferito i malati nella nostra missione e nessuno è rimasto coinvolto, a parte i danni gravi”. Diverse persone sono sdraiate su letti metallici che la ruggine sta divorando. Qualcuno ha il materasso, altri sono adagiati su delle coperte. Volti scavati e sofferenti che guardano in silenzio gli stranieri, anche loro silenziosi. Due mondi che stanno osservandosi: quello della povertà e della rassegnazione e quello del benessere.
Nessuno di noi ha il coraggio di fotografare coloro che giacciono distesi aspettando cure che forse non arriveranno mai. “Non abbiamo quasi nulla, solo dell’aspirina, qualche antibiotico e degli antimalarici che i missionari riescono a portare” ci informa suor Sofia, appartenente alla congregazione delle missionarie del Buon Pastore. Non è più giovane, ha una figura minuscola eppure ha scelto di condividere le difficoltà di questa gente. È chinata su di una bambina, piccola e magra, visibilmente denutrita, che si stringe a lei come fosse la madre. Le chiedo perchè abbia scelto di rimanere, nonostante i rischi.
“È questa la risposta” ci dice accennando alla bambina accanto a lei. “Rimaniamo per loro, per i bambini che non hanno più nulla ma anche per gli adulti a cui nessuno pensa”.
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Siamo in viaggio per Uige, capoluogo di una delle province più colpite dalla guerra. Durante la notte ha piovuto ma la comunicazione radio con la missione, avvenuta all’alba, ci ha assicurato sulla transitabilità della strada. Ieri sera abbiamo caricato il materiale che, oltre alla missione di Uige, porteremo anche alla missione di Songo, una delle più isolate della provincia. Abbiamo con noi anche degli attrezzi che potrebbero essere utili se la pioggia dovesse rendere difficoltoso il percorso. Dopo pochi chilometri inizia un violento acquazzone che, per fortuna, passa quasi subito. Il terreno è ondulato e lussureggiante e sulle colline intorno a noi un tempo vi erano coltivazioni di caffè. Al posto di controllo che stabilisce il confine tra la zona controllata dall’Unita e quella controllata dal governo, la vista di una macchina fotografica sul sedile della nostra vettura allarma i militari ma qualcuno di loro riconosce Padre Danilo e qualche pacchetto di sigarette, come spesso accade, risolve la situazione e possiamo proseguire.
Alcuni chilometri prima di Uige incontriamo i resti di una colonna di veicoli incendiati: sono decine e decine di autobus e autocarri che l’Unita ha attaccato tre anni fa nel tentativo di riconquistare la località. Uige infatti è rimasta in mano alla guerriglia sino al 1992, quando è stata occupata dalle forze governative. Tuttavia gli accessi alla città sono ancora controllati dall’Unita che non permette alla popolazione locale di entrare o di uscire. L’unica possibilità è l’aereo: esiste un volo settimanale che giunge da Luanda ma è destinato prevalentemente al personale militare. Tra lo squallore, l’abbandono e la distruzione si indovina un’antica eleganza: aiuole, giardini, viali, graziose palazzine, edifici commerciali. Qualche insegna, consumata dagli anni e dalle intemperie, è rimasta a testimoniare attività ormai estinte: Hotel Boa Vista, Bar Rosa, Banco de Angola… locali ridotti a tristi spazi vuoti, pieni di rifiuti e con i muri anneriti dagli incendi. Per le strade vi sono militari, donne con fardelli di mercanzia tenuti in equilibrio sopra la testa, bambini seminudi. Pochi giovani: la maggior parte sono stati costretti ad arruolarsi in uno dei due eserciti, quasi sempre contro la loro volontà. Passiamo davanti al mercato, situato al centro della cittadina dove sono esposti, sul terreno o in piccoli banchi di legno, prodotti alimentari: farina di manioca già triturata, carne e pesce essiccati.
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La missione dei cappuccini è situata ai margini della cittadina. Non è molto grande ma possiede un grazioso giardino. Questa è la missione che Padre Danilo ha lasciato alcuni giorni fa per venire a Luanda ed accompagnarci in questo viaggio. Oltre a lui vi sono altri due missionari italiani: Padre Bruno e Padre Leone. “Qui la guerra ha lasciato distruzioni immense – dice Padre Bruno – e le necessità sono tante. Abbiamo necessità di altri missionari ma non abbiamo strutture disponibili e quelle esistenti sono state distrutte. La fine della guerra ci ha permesso perlomeno di riprendere l’attività pastorale; ora possiamo spingerci anche fuori città e giungere nelle missioni che sino a poco tempo fa erano rimaste isolate”. Al pomeriggio visitiamo un quartiere in cui vivono migliaia di persone fuggite dalle campagne. Hanno costruito delle piccole case in mattoni rossi, ricavati dall’argilla seccata al sole, in cui vivono intere famiglie. Vediamo donne triturare la manioca che poi essiccano al sole, bambini che fuggono al nostro arrivo, uomini che siedono rassegnati sulle porte delle abitazioni e ancora donne che vendono, in mercatini improvvisati, pannocchie di granoturco, foglie di tabacco, pane cotto in piccoli forni a legna.
Visitiamo una scuola nei pressi della missione. L’interno è disadorno, non esistono banchi ed anche qui i bambini siedono sul pavimento. Pochi possiedono un quaderno: la maggior parte ascolta l’insegnante o condivide il quaderno con il compagno. Ai muri vi sono dei manifesti che illustrano il pericolo delle mine, ordigni che possono essere scambiati dai bambini per giocattoli. L’Angola è disseminato di mine: quelle collocate al tempo della guerra per l’indipendenza e quelle più recenti, collocate durante gli anni della guerra civile. Le mine sono progettate per mutilare una persona e creare degli invalidi. In Angola il 40% delle vittime per la guerra muore a causa delle mine mentre il numero dei bambini rimasti vittime di una mina sono oltre 10.000. In Angola le strade, i campi intorno alle città ed ai villaggi, le ferrovie, l’accesso ai ponti sono cosparsi di mine. Attualmente è iniziata la bonifica ma solo in alcuni distretti e non sarà mai possibile eliminarle tutte: sono milioni e sono state collocate a caso, senza alcuna mappa che consenta di localizzarle.
Quando ripartiamo per Negage inizia nuovamente a piovere. Appena dopo il posto di controllo del governo una donna ci chiede un passaggio: vuole raggiungere la sua famiglia. Non crediamo che la facciano passare, insiste e la facciamo salire ma al posto di controllo dell’Unita non le viene consentito di proseguire ed ogni insistenza è inutile.
Nonostante l’accordo di pace e nonostante la dichiarata libera circolazione, la popolazione non può uscire dal territorio in cui risiede. Siamo stranieri e non possiamo intervenire ma ci chiediamo quale sarà la sua sorte. Non le resta altro che tentare di ritornare indietro anche se non sarà facile.
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Sanza Pombo e Cangola - 2 Novembre
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Oggi andremo a Sanza Pombo e Cangola, circa 120 chilometri da Negage. Durante la notte ha smesso di piovere ed il sole illumina la strada color ocra che si snoda lungo un terreno collinoso e ricco di vegetazione. Ci accompagnano le tracce lasciate dalle guerra: resti di vetture e addirittura un elicottero abbattuto. Ogni tanto dalle capanne lungo la strada dei bambini seminudi e scalzi accorrono al rumore del nostro veicolo mentre delle donne mettono a seccare al sole la manioca, una delle principali risorse alimentari: possiede poco potere nutritivo ma in compenso apporta un senso di sazietà. Il bel tempo non dura molto ed a metà percorso inizia a cadere una pioggia sottile. Anche oggi il nostro è l’unico veicolo che circola in queste strade, dove solo in corrispondenza di gruppi di capanne si incontrano delle persone. Per il resto assolutamente nessuno. L’Angola non è un paese molto popolato se si considera che è grande tre volte l’Italia e possiede meno di 10 milioni di abitanti, la maggior parte dei quali sono vivono nelle città.
Sanza Pombo è situata sulla strada che conduce nel vicino Zaire, utilizzata dall’Unita per commerciare i diamanti e ricevere armi e non è differente dalle altre località che abbiamo visitato: anche qui segni di proiettili sui muri delle case, pali dell’illuminazione divelti, negozi vuoti. Nella missione dei Cappuccini ci accoglie padre Giorgio a cui consegniamo dei pezzi di ricambio per la sua vettura mentre all’ospedale lasciamo dei medicinali portati da Luanda. L’ospedale non è molto grande ed è composto da alcuni edifici che necessitano di un’urgente manutenzione. Gli ammalati sono stesi su letti deteriorati dagli anni e su stuoie di paglia poste sul pavimento mentre i servizi igienici in pratica sono inesistenti. La corrente elettrica viene fornita per alcune ore al giorno da un generatore.
Davanti all’infermeria sono in attesa molte donne con i figli seduti accanto o avvolti nella solita capulana appesa alla schiena. È la giornata in cui viene effettuato il controllo del peso dei bambini che, registrato in una scheda, permetterà di valutare nel tempo lo stato di salute. “Abbiamo iniziato questo programma da alcuni mesi – spiega suor Damiana, una religiosa del Buon Pastore – ma mancano molti farmaci essenziali. Abbiamo qualche antibiotico, degli antimalarici e del collirio. Muoiono soprattutto i bambini per denutrizione e infezioni intestinali”. In uno degli edifici che fanno parte dell’ospedale le suore hanno organizzato un centro di alimentazione per i bambini denutriti dove, tutti i giorni, distribuiscono un pasto ad oltre 250 di loro. “Purtroppo non possiamo accoglierli tutti – continua suor Damiana – ma solo quelli che presentano un evidente stato di denutrizione. Riceviamo dall’ Unicef zucchero, latte in polvere, biscotti e farina ed il pasto che distribuiamo è studiato per una dieta ad alto valore proteico. Appena il bambino raggiunge il peso corretto, esce dal programma e ne entra un altro”. Suor Damiana è qui da diversi anni e la guerra è arrivata sino al cortile della missione. “È successo tre anni fa durante un attacco dell’Unita. Una granata è esplosa nel nostro cortile ed ha ucciso quattro persone che avevano trovato rifugio da noi. Per diverse ore vi è stata una battaglia per riprendere il controllo della città. Abbiamo contato almeno una quarantina di civili morti”.
Valutiamo la possibilità di sostenere a distanza i bambini del centro di alimentazione ma intravediamo difficoltà per far giungere sino qui gli aiuti dei benefattori: in tutta questa regione le comunicazioni non sono facili e il servizio postale e le banche non esistono più da anni.
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Al pomeriggio partiamo per Cangola, settanta chilometri di strada asfaltata e sessanta di pista disseminata di villaggi con capanne di paglia, dove la gente accorre sorpresa al passaggio di un veicoli e quache bambino fugge spaventato. Anche qui ci accompagnano i segni della guerra: mezzi militari distrutti ai bordi della strada e campi minati segnalati da paletti verticali dipinti in rosso. La mancanza di manutenzione ha fatto crescere l’erba ai margini della carreggiata mentre la pioggia ha scavato solchi che rendono difficoltosa la nostra marcia ed è solo a pomeriggio inoltrato, dopo esserci fermati in due posti di controllo, che giungiamo alla missione di Cangola, una piccola cittadina la cui economia era basata un tempo sulla coltivazione del caffè che da qui, tramite autocarri, raggiungeva il porto di Luanda e l’Europa.
Nella missione ci attendono padre Mariano e padre Gabriele, avvertiti del nostro arrivo via radio: sono due fratelli e sono padovani. Dimostrano entrambi circa 70 anni e provvedono a tutte le incombenze: sono meccanici, infermieri, falegnami, muratori, elettricisti e trovano anche il tempo per celebrare la messa. Nonostante le difficoltà, la mancanza di mezzi, l’età avanzata ed i pochi aiuti che giungono, la loro volontà è notevole. La nostra visita li rallegra: la guerra impediva di raggiungere questa missione e la nostra è la prima visita che ricevono dopo molto tempo. Sono rimasti a lungo isolati in una zona di guerra e ci chiedono notizie dell’Italia.
Ceniamo alla luce prodotta dai pannelli solari ma vi è però un piccolo generatore elettrico che non viene utilizzato per la difficoltà a reperire il combustibile; quel poco che i missionari riescono ad avere dai militari, lo utilizzano per il loro Land Rover con cui si recano a visitare le comunità. Chiediamo se le visite presentano difficoltà. “Adesso che la pace è arrivata riusciamo a visitarle abbastanza regolarmente - spiega padre Mariano - ma prima non era possibile per il rischio di rimanere coinvolti in un’azione militare”. Chiediamo notizie circa la situazione sociale. “È uno dei problemi più gravi – risponde padre Gabriele – perché lo sviluppo non è solo economico ma deve essere anche umano, mentre la guerra ha disgregato i nuclei familiari ed ha alterato valori e tradizioni. Un problema che conosce solo chi è presente qui da molto tempo e con la nostra presenza cerchiamo di fare rinascere la solidarietà ed il rispetto reciproco”.
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Il comandante Tito - 3 Novembre
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Il giorno seguente ritorniamo a Negage. Durante la notte ha continuato a piovere e temiamo di incontrare difficoltà lungo il percorso. Per un tratto ci accompagna Padre Mariano mostrandoci il punto in cui, due anni prima, il suo Land Rover è saltata sopra una mina ed i resti della vettura sono rimasti a testimoniare l’episodio dal quale è uscito illeso. La pioggia aumenta di intensità e la strada si riempie ben presto di acqua che nasconde la profondità delle buche, in una delle quali rimaniamo impantanati tanto da temere di non riuscire a proseguire. Attraversiamo con il fiato sospeso un ponte di tronchi d’albero che l’acqua ha quasi del tutto sommerso e, superato un’ ultimo ostacolo rappresentato da una ripida salita scivolosa, giungiamo finalmente sul tratto asfaltato. È quasi mezzogiorno quando arriviamo a Negage. Passiamo dalla sede dell’Unita a ritirare l’autorizzazione per il viaggio di ritorno, pranziamo velocemente e, salutati i padri cappuccini, iniziamo il rientro a Luanda fermandoci nel tardo pomeriggio nella missione di Samba Cajù, dove avevamo sostato velocemente all’andata. La pioggia, che ci ha accompagnato durante tutto il tragitto è cessata ed il caldo ha sostituito l’aria fresca dell’altopiano di Uige.
Stiamo cenando quando due uomini si presentano alla missione. “Il nostro comandante vorrebbe parlare con le persone che sono giunte oggi”. I due uomini attendono che finisca la cena e ci accompagnano nell’abitazione del brigadeiro Tito un grado che corrisponde, nel sistema militare angolano, a quello di ufficiale superiore. Percorriamo le strade buie della cittadina incrociando gruppi di persone armate mentre dalle finestre delle case si intravede la luce fioca dei lumi a petrolio.
La casa del brigadeiro Tito, il responsabile dell’Unita in questo distretto, è una palazzina segnata dall’incuria e dai colpi dei proiettili. Due lampade a petrolio illuminano una figura energica, con la tuta mimetica, seduta in una poltrona con una pistola posata su un vicino tavolino. Per qualche istante ci fissa in silenzio poi prende dei fogli posati accanto a lui e ce li consegna. “Ho saputo che state visitando le nostre aree per offrire degli aiuti. Abbiamo bisogno di tutto. Non abbiamo più scuole e strutture sanitarie. I nostri bambini non studiano e non possono essere curati. Muoiono per la mancanza di cibo e per le malattie. Quando tornate nelle vostre città raccontate quello che avete visto e cercate di aiutarci. Su questi fogli vi sono le nostre richieste di aiuto”.
Ha sopravvalutato le nostre funzioni e ci ritiene in grado di intervenire rapidamente. Spieghiamo che gli interventi di ricostruzione sono legati a procedure a volte non semplici e che la loro approvazione dipende da priorità stabilite dagli organismi finanziatori. Solo al termine della nostra missione sarà possibile conoscere le possibilità reali di intervento.
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Gli chiediamo se giungono aiuti alimentari. “Arrivano irregolarmente. L’accordo di pace prevede la libera circolazione di merci e persone ma in realtà il governo impedisce che qui giungano aiuti. Le nostre popolazioni coltivano la terra e riescono a sopravvivere ma l’alimentazione è povera e sono i bambini quelli che ne risentono maggiormente. Visitate il nostro ospedale e vedrete quanti ne stanno morendo tutti i giorni. Quel poco che riceviamo ci viene dato dai missionari”. Osserviamo che l’Angola è un paese ricco e possiede molte risorse minerarie e, certamente, l’accordo di pace e le future elezioni potranno portare lo sviluppo al Paese.
“Non è facile - ribatte il comandante Tito dopo una pausa di riflessione - L’Angola è governata da poche decine di persone che hanno ridotto alla povertà il popolo e distrutto un paese e noi non scenderemo a patti con loro. I proventi del petrolio non vengono indicati nel bilancio dello Stato e servono per acquistare armi e mercenari da utilizzarci contro. La maggioranza della popolazione vuole l’Unita e vuole Savimbi a cui gli americani hanno offerto milioni di dollari per mettersi da parte. Il nostro sogno è vivere in pace, essere liberi nel nostro paese, avere una famiglia ed un lavoro. La nostra lotta è iniziata nel 1966 senza mai aver effettuato azioni contro i civili, le donne od i bambini. Avremmo potuto fare attentati a Luanda e nelle altre città ma l’abbiamo sempre evitato”.
Forse la affermazioni del comandante Tito mancano di obiettività. È vero che Savimbi ha rifiutato somme ingenti per mettersi da parte ma è comune l’idea che quest’uomo, indubbiamente un lider carismatico, non cerchi tanto la democrazia quanto il potere ed i fatti accaduti tre anni fa sono significativi. Il 31 maggio del 1992 il presidente dell’Angola, Eduardo Dos Santos, e il presidente dell’Unita, Jonas Savimbi, avevano firmato il primo accordo di pace che prevedeva la sospensione delle ostilità, la formazione di un unico esercito e libere elezioni che sono avvenute, grazie al contributo della comunità internazionale, il 20 settembre del 1992. Tuttavia, durante lo spoglio delle schede, l’Unita denuncia dei brogli elettorali e dichiara che, se i risultati verranno resi ufficiali, riprenderanno i disordini. Lo spoglio viene sospeso ed il Consiglio di Sicurezza dell’Onu invia una commissione d’inchiesta che non riscontra nessuna irregolarità. Il 17 ottobre i risultati elettorali vengono resi pubblici: Edoardo Dos Santos, il presidente angolano, ottiene il 49,5% e Jonas Savimbi il 41%.
Il 24 ottobre l’Unita inizia a creare disordini a Luanda provocando la violenta reazione del governo. Viene imposto il coprifuoco, chiuso l’aeroporto, distrutte le sedi che l’Unita aveva aperto e uccisi i suoi militanti tra le vie di Luanda. La guerra riprende sino all’attuale accordo di pace che tuttavia Savimbi, ancora una volta, ha rifiutato di firmare personalmente, un segnale minaccioso circa le sue reali intenzioni. Oggi la guerra civile in Angola può ricominciare da un momento all’altro continuando ad affliggere un popolo che ormai è allo stremo.
Lasciamo il comandante Tito alle sue convinzioni e, con in mano le sue richieste di aiuto, rientriamo alla missione. Domattina si parte all'alba per tornare a Luanda.
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Padre Horacio - 6 Novembre
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Oggi abbiamo visitato il centro di sostegno dei bambini di strada che Padre Horacio, un missionario sudamericano appartenente alla congregazione dei Verbiti, ha realizzato a Luanda. Lo scorso anno avevo avuto occasione di assistere ad un documentario sulla situazione dei bambini angolani trasmesso da Rai 3, che mi aveva particolarmente colpito e che mostrava anche il centro di sostegno di Padre Horacio.
Lo incontriamo mentre si sta intrattenendo con alcuni dei suoi collaboratori e gli chiediamo come è nata questa iniziativa.
“La guerra ha riempito Luanda di migliaia di bambini fuggiti dalle zone del conflitto e la maggior parte di loro sono rimasti senza genitori o li hanno persi. Nel 1992, quando la guerra civile è ricominciata, il loro numero è aumentato. Li vedevamo per le strade, sulla spiaggia o nelle auto abbandonate. Erano denutriti, malati e vivevano rubando o prostituendosi. Non potevamo restare indifferenti. Due anni fa abbiamo iniziato a raccoglierli in questa struttura ed ora ne abbiamo oltre 400”. Mentre parla visitiamo la mensa ed i dormitori, costruiti da poco. “Inizialmente avevamo solo delle tende e qualche costruzione in legno, ma ora, grazie al sostegno di diverse organizzazioni internazionali, abbiamo costruito questa sede su di un terreno che appartiene alla Diocesi”.
È facile incontrare padre Horacio di notte mentre assieme ai suoi collaboratori avvicina i minori abbandonati per le strade della città. “È di notte che i bambini si uniscono tra di loro – spiega – e noi cerchiamo di incontrarli per curarli, dare loro un pasto, ricercare le loro famiglie disperse. Sembra strano ma non è facile convincerli ad entrare nel Centro. Le sofferenze li hanno resi diffidenti e timorosi. Quelli che decidono vengono accolti, possono studiare e ricevere una formazione professionale grazie ai laboratori di falegnameria, carpenteria ed elettrotecnica da poco realizzati. Un altro importante obiettivo è quello di cercare le loro famiglie originarie oppure di inserirli in famiglie adottive a cui, in questo caso, offriamo un sostegno economico”.
In Angola la sopravvivenza e lo sviluppo dell’infanzia rappresentano una questione drammatica e riflettono il livello di povertà in cui versa la popolazione. Vent’anni di guerra quasi ininterrotta, prima quella per l’indipendenza e poi quella civile, hanno devastato le infrastrutture sociali in un paese dove oltre la metà della popolazione è costituita da minori.
Su circa dieci milioni di abitanti, oltre la metà ha infatti meno di 18 anni e due milioni e mezzo di bambini hanno meno di 5 anni. L’Angola è il terzo paese al mondo per mortalità da 0 a 5 anni (ogni 1000 nati vivi, 270 non raggiungono i 5 anni d’età). Le carenze nutrizionali costituiscono la principale causa di mortalità infantile, in particolare nelle aree inaccessibili per la guerra. Il 73% dei bambini non riceve il ciclo completo di vaccinazioni e il 47% soffre di malnutrizione mentre la malaria causa il 76% dei decessi. Quasi due milioni di bambini non hanno accesso alla scuola; oltre 300.000 bambini sono stati separati dalle famiglie; il 14% della popolazione infantile è rimasta orfana di uno o entrambi i genitori e la registrazione dei bambini alla nascita non raggiunge il 25%.
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Ritorno a casa - 8 Novembre
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Sono quasi le cinque del pomeriggio quando l’aereo si posa sulla pista dell’aeroporto di Maputo. I raggi del sole diffondono tonalità calde di arancione e di rosso sul fabbricato dell’aerostazione ed il cielo è azzurro vivo, come può esserlo solo il cielo africano. La fila al controllo passaporti scorre rapida ed in poco tempo mi trovo all’uscita dove scorgo quasi subito la figura familiare del mio collaboratore mozambicano venuto ad attendermi e che mi accompagna verso casa. I colori ora sono divenuti più vivi e sottolineano le vesti colorate delle donne, si accendono sui volti delle persone, luccicano nel metallo delle vetture, colorano i volti dei bambini che si rincorrono per le strade. Eccomi nuovamente a Maputo. Chiudo gli occhi e penso a poche ore fa, ai miei due compagni che hanno preso il volo per l'Europa, alle persone che ho salutato dall’altra parte dell’Africa, ai giorni che ho trascorso in Angola. Nella mente si affollano le immagini di disperazione e di povertà, di distruzione, di sofferenza, di rassegnazione ma anche di speranza.
Provo quasi una sensazione di sollievo per essere tornato in Mozambico, in un ambiente familiare e in una realtà che, nonostante tutto, è differente da quella angolana. In Angola non ho visto i bambini rincorrersi giocando per le strade come sto vedendo ora dal finestrini dell’automobile. Forse al massimo li ho visti sorridere, un sorriso rassegnato. In Angola sono proprio i bambini che mi hanno colpito più di ogni altra cosa, ancora prima della povertà e della miseria. Rivedo per le strade di Luanda cumuli di spazzatura e bambini che rovistavano in cerca di qualcosa da mangiare a gara con i cani che facevano altrettanto.
Succedeva anche qui in Mozambico nei difficili anni della guerra ma queste immagini le avevo rimosse da tempo dalla mente, mentre in Angola sono ritornate. Non potrò dimenticare facilmente la loro povertà, i loro abiti a brandelli, le scarpe logore, le loro timide richieste di cibo o di una moneta.
Chissà se riusciremo a fare qualcosa per loro. Le difficoltà non sono poche e non sarà facile fare giungere gli aiuti in zone ancora scarsamente accessibili e per di più in un contesto di generale insicurezza, in cui la guerra può ricominciare da un momento all’altro. Nei giorni scorsi abbiamo nuovamente avuto incontri con i responsabili dell’Unicef e dell’Unione Europea per informarli del viaggio che abbiamo effettuato al nord dell’Angola e per scambiare qualche idea circa alcuni interventi a cui stiamo pensando.
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