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1996
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Mahotas: un nuovo impegno - Gennaio
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A Mahotas, una località suburbana di Maputo, vi si giunge percorrendo strade polverose ai cui lati sono sorte, negli scorsi anni, numerose abitazioni in bambù e argilla in cui risiedono le famiglie fuggite dai distretti vicini durante gli anni della guerra civile. Qui le suore Domenicane hanno costruito, alla metà degli anni Ottanta, una missione per offrire alle numerose famiglie sradicate dai loro villaggi d’origine non solo conforto, ma anche concrete azioni di sostegno rivolte in particolare alle donne ed ai bambini. Durante le mie visite a Quelimane, suor Victoria mi aveva invitato a visitare la località e la missione per valutare la possibilità di realizzare un programma d’aiuto per i figli degli sfollati, molti dei quali presentavano seri problemi nutrizionali o erano affetti da serie malattie. Ora, giunto il momento di mantenere la promessa, mi sto recando a visitare suor Victoria che, lasciata Quelimane, è ora divenuta la responsabile e l’animatrice di numerose attività a favore dei minori e della donne di Mahotas.
Giungendo in mattinata, ho la possibilità di assistere alla distribuzione della colazione ai bambini denutriti che le loro madri accompagnano alla missione al mattino e passano a riprendere al pomeriggio, dopo il pranzo. Sono circa una trentina, tutti molto piccoli, seduti per terra in circolo con una ciotola tra le mani che suor Victoria riempie di latte e biscotti. Dopo la colazione potranno giocare sino all’ora di pranzo quando, nuovamente seduti in circolo, riceveranno un pasto caldo composto da una dieta studiata per i casi di sottalimentazione.
Attraversato un giardino ben curato giungo all’estremità opposta della missione dove un gruppo di donne sta lavorando. “Molte di loro sono vedove mentre altre sono state abbandonate dai loro compagni" spiega suor Victoria. "Stanno costruendo dei blocchetti di cemento che vendono a diverse imprese edili per migliorare la loro condizione economica”. Guardo il gruppo di donne al lavoro: alcune trasportano la sabbia, altre il cemento, altre versano nello stampo l’impasto, altre ancora prelevano i blocchetti dallo stampo e li collocano al sole ad essiccare. La costruzione dei blocchetti di cemento non è l’unica attività svolta: poco più oltre altre donne stanno realizzando del vasellame d’argilla che sarà poi venduto nei mercati della città. “Cerchiamo di promuovere l’emancipazione femminile – prosegue suor Victoria – attraverso delle piccole attività generatrici di reddito. La maggior parte di loro sono rimaste prive di un sostegno materiale. Qui hanno la possibilità di lavorare e quindi essere autonome ed accudire i loro figli”.
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Durante il pranzo ho modo di conoscere le altre missionarie: suor Teresa, spagnola, suor Helena, mozambicana ed una giovane coppia di volontari portoghesi giunti pochi giorni fa. Al pomeriggio assisto alle lezioni che suor Helena, assieme ai due volontari, impartisce ad una ventina di bambini in una sala arredata con lunghi tavoli. Sono alunni che frequentano la vicina scuola primaria e che hanno qualche difficoltà ad apprendere. Suor Victoria vorrebbe inserire un numero maggiore di bambini nel centro di alimentazione ma le spese sono molte. “Tutti i giorni si presentano da noi persone con situazioni di estrema povertà: madri abbandonate dai mariti con tre o quattro figli da sfamare oppure malati. Ma non riusciamo ad aiutare tutti. I costi sono elevati e le nostre risorse limitate. Molte volte dobbiamo purtroppo dire di no a queste persone. Poco tempo fa vi era un grossista che provvedeva, una volta la settimana, a rifornire la missione di alcuni generi alimentari, ma questo aiuto è venuto meno ed i problemi economici sono aumentati”.
Noto che diversi bambini presentano evidenti segni di denutrizione, macchie sulla pelle, piccole escoriazioni e qualcuno probabilmente ha la febbre. “Certamente un controllo medico periodico sarebbe necessario. In questo momento noi interveniamo per i casi più gravi ma quello che stiamo facendo è sensibilizzare le madri circa la salute dei loro figli. Qui il colera è endemico e nasce dalla mancanza di igiene. Anche la malaria colpisce molti bambini perché le famiglie non hanno soldi per acquistare una rete zanzariera”.
Una soluzione per intervenire concretamente nell'immediato è certamente rappresentata dall'adozione a distanza. A Quelimane, grazie a questa modalità d’intervento, garantiamo le spese scolastiche ed alimentari ai bambini ospitati nel Villaggio della Pace e nella Casa della Speranza. Con il sostegno a distanza sarà possibile garantire, anche in questo caso, non solo l’alimentazione ma anche i costi scolastici, provvedere ai controlli medici e all’acquisto dei medicinali.
È il tardo pomeriggio quando lascio la missione: ho assicurato a suor Victoria che cercherò di fare il possibile perché, in breve tempo, questa iniziativa possa concretizzarsi. Tornerò i prossimi giorni per compilare le schede personali dei bambini da inserire nel progetto di adozione ed inviarle in Italia.
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La casa Madre Maria Clara - Maggio
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La Casa Madre Maria Clara è situata nel quartiere di Languene, uno dei più poveri di Maputo. Non è difficile arrivarci seguendo la strada che conduce fuori città sino ad incontrare la chiesa di S. Francesco e il centro Don Bosco. Poco più oltre vi è la missione delle suore Francescane dove mi attende suor Pasqua, una suora mozambicana. A lato della casa delle suore, che comprende anche il noviziato, vi è il centro di sostegno realizzato da pochi mesi grazie al contributo della Comunità Europea. Si chiama Casa Madre Maria Clara e segue lo stesso modello del Villaggio della Pace di Quelimane. Entrambi i due centri d’accoglienza hanno caratteristiche comuni: sono gestiti dalla stessa congregazione religiosa ed ospitano prevalentemente bambine orfane o con situazioni familiari difficili. Diverse di loro sono state traumatizzate da avvenimenti vissuti durante gli anni della guerra, altre ancora vivevano nelle strade, esposte a violenze ed abusi. “In questo momento ne sono ospitate 65 - mi informa suor Pasqua - ciascuna con una storia comune: i segni della miseria nei suoi vari aspetti. I problemi da risolvere quotidianamente sono molti, ma riusciamo a superarli”. Lo stile di vita ricorda una grande famiglia e le educatrici, tutte suore, si sforzano di creare legami solidi e di armonia tra le bambine.
Suor Pasqua mi accompagna in visita al centro. Al piano terreno vi è la cucina, il refettorio e le aule in cui al mattino si svolgono le lezioni per le bambine che frequentano l'insegnamento primario, mentre quelle che frequentano la scuola secondaria si recano in un istituto esterno. La maggior parte delle bambine ha un buon profitto scolastico e solo alcune hanno riportato voti insufficienti. La loro età varia da 4 anni a 17 anni e tutte, eccetto quelle più piccole, sono coinvolte a rotazione nella diverse attività: preparazione dei pasti, cura dell’orto e del pollame, pulizia dei locali. Suor Pasqua mi presenta alcune di loro e mi racconta le loro storie, tutte dolorose.
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L’idea di questo centro di sostegno è nata pochi anni fa, nel 1992, al termine della guerra civile che ha causato l’esodo di molte persone dalle campagne alla città in cerca di maggiore sicurezza. Una delle conseguenze di tale situazione è stata la presenza di centinaia di minori che, privi di punti di riferimento e legami familiari, vivevano chiedendo elemosine o rubando, spesso vittime di abusi e violenze. “Pervenivano continue richieste di aiuto tanto che decidemmo di intervenire" spiega suor Pasqua. Nel terreno della missione vi era una vecchia casa adibita a magazzino che, dopo qualche intervento di ripristino, abbiamo utilizzato per ospitare le prime bambine. Nel frattempo trovammo degli aiuti economici che ci consentirono di costruire la Casa Madre Clara e di aumentare il numero delle bambine ospitate”. Mentre parla ci avviciniamo ad una costruzione piccola e bassa: la casa dove sono state accolte le prime quindici bambine e che ora è ritornata ad essere un magazzino.
Alcune bambine sono intente a pulire l’orto, altre ad accudire il pollaio, altre ancora stanno studiando. Non è facile trasmettere l’emozione suscitata nello stare insieme a queste bambine abbandonate dai genitori oppure fuggite da situazioni drammatiche. Quasi giornalmente si presentano adulti che chiedono di ospitare la loro figlia o la loro nipote ma non vi sono più posti disponibili. In questo caso le bambine passano l’intera giornata al centro e tornano a casa la sera, dopo aver usufruito di due pasti e svolto attività didattiche e ricreative. Ma le necessità economiche sono sempre più elevate ed è difficile fare fronte a tutte le esigenze. Ho ritenuto doveroso impegnarmi, a nome del Centro Cooperazione Sviluppo, ad inserire queste bambine nel programma di adozioni a distanza ed ho lasciato la Casa Madre Clara promettendo di tornare i prossimi giorni per compilare le schede da mandare in Italia. Anche queste le bambine avranno presto qualcuno che si occuperà di loro.
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A maggio, durante la mia precedente visita in Zambezia, avevo avuto degli incontri con il governatore ed altri funzionari provinciali per valutare la possibilità di estendere anche in questa provincia del Mozambico la presenza del Centro Cooperazione Sviluppo in aree diverse dal sostegno a distanza. La Zambezia è, infatti, una delle province considerate prioritarie nell’attuale processo di ricostruzione in atto, per i grandi danni che la guerra ha causato. Dagli incontri erano emerse due aree d’intervento: educazione e sviluppo comunitario. Si trattava ora di definire la località di intervento e individuare un partner locale affidabile. Chi poteva essere se non Frà Antonio Triggiante che aveva recentemente creato a Mopeia, una località poco lontana da Quelimane, un’associazione dedicata proprio allo sviluppo comunitario?
Frà Antonio, instancabile come sempre, continuava a seguire la cooperativa Ceramica che aveva creato nel 1987 e che ora aveva trasferito in un terreno più spazioso ai margini della città. Aveva realizzato anche una scuola primaria in un quartiere della periferia di Quelimane, totalmente privo di strutture educative: la scuola dei Martiri di Inhassunge, in memoria dei Missionari Cappuccini rimasti vittime di un attacco dei guerriglieri in quella località. Aveva organizzato anche una mensa per gli anziani poveri, la mensa di San Francesco, in un terreno in cui prevedeva di costruire in seguito delle strutture per i giovani. “Vedi – mi aveva detto – qui vorrei realizzare una casa d’accoglienza per i giovani che vivono lontano e che frequentano i corsi formativi nella nostra cooperativa. Ma potrà servire anche per le persone di passaggio che non hanno grandi cifre da spendere per pernottare”. Oltre a tutto ciò, stava seguendo anche l’associazione che aveva creato lo scorso anno a Mopeia, una località duramente colpita dalla guerra, dove Frà Antonio si recava due volte la settimana e che, sino a quel momento, non aveva beneficiato di alcun intervento di sviluppo, a parte le distribuzioni di alimenti organizzate dalle agenzie umanitarie e dagli stessi missionari.
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Dovendo tuttavia rendermi conto personalmente, mi ero recato a Mopeia. La distanza da Quelimane non è elevata, ma per le condizioni della strada sono state necessarie quasi quattro ore per percorrere poco più di 150 chilometri. La località non è grande: una via principale e ai lati varie costruzioni in muratura, molte delle quali danneggiate dalla guerra. Non vi è corrente elettrica perché il generatore che era utilizzato nelle ore serali è stato distrutto da tempo. Mopeia ha risentito molto gli effetti della guerra ed è stata occupata alternativamente dalla Renamo e dall’esercito rimanendo isolata per molto tempo. Solo alla fine delle ostilità è stato possibile raggiungere questa località dove la popolazione era ormai allo stremo.
Ora molti degli abitanti erano ritornati, vi erano due bar che servivano bibite e pollo arrosto e nel mercato si trovavano diversi generi alimentari. La vita, anche qui, stava lentamente riprendendo. La scuola però era ancora distrutta ed il centro sanitario riabilitato solo in parte. La Renamo infatti, quando occupava una località, distruggeva le infrastrutture sociali come la scuola, il centro sanitario, l’edificio dell’amministrazione locale e spesso bruciava le case ed i raccolti.
L’associazione promossa da Frà Antonio ha sede in una costruzione in bambù e fango, situata in un terreno donato dall’amministrazione locale. “Stiamo formando dei giovani in grado di realizzare oggetti d’argilla, come stiamo facendo nella Cooperativa Ceramica di Quelimane – mi aveva spiegato Frà Antonio – e tra poco il primo corso sarà terminato. Questi giovani potranno produrre dei manufatti e venderli od insegnare ad altri la tecnica di lavorazione. In queste zone vi è molta argilla con cui è possibile produrre piatti, bicchieri, vasellame, tutti oggetti di cui la popolazione ha necessità”. Da quella visita, durata alcuni giorni, è stato elaborato un progetto che, se non vi saranno impedimenti, dovrebbe iniziare tra alcuni mesi. Il progetto consiste nel realizzare una sede definitiva per l’associazione di Mopeia, in modo da permettere il potenziamento delle attività produttive, una scuola comunitaria, diversi interventi formativi rivolti alle donne e corsi d’alfabetizzazione rivolti agli adulti.
“È importante – mi aveva raccomandato Frà Antonio – rispondere alla necessità formative ed educative in questo periodo di ricostruzione. Le persone, ma soprattutto i giovani, devono avere la possibilità di apprendere una professione ed emanciparsi socialmente. Solo così sarà possibile favorire lo sviluppo di tutta la comunità”.
Se l’intervento sarà approvato, i giovani e le donne di Mopeia potranno guardare al futuro con più speranza.
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Santi Innocenti: tra difficoltà e progressi - Settembre
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Abbiamo terminato, con Padre Julio e Suor Delfina, di elaborare il programma del futuro corso di formazione di falegnameria che sarà presentato alla Direzione Provinciale del Lavoro. In caso di accettazione, il Ministero del Lavoro si incaricherà del pagamento degli stipendi degli insegnanti. Il corso di falegnameria prevede due momenti formativi di quattro ore ciascuno: uno al mattino e uno al pomeriggio, con venti partecipanti in totale. Vi sarà un insegnante ed un assistente per ogni momento formativo ed il programma sarà simile a quello adottato per i corsi realizzati dall’Istituto per la Formazione Professionale. Oltre al corso per falegnami, abbiamo previsto il corso per muratori e per carpentieri in ferro di cui definiremo i moduli partecipativi nei prossimi giorni. Il settore formativo, come quello educativo, ha risentito gli effetti dei cambiamenti economici e sociali. Nel periodo coloniale in molte missioni vi erano le scuole di “Arti e Uffici” dove veniva insegnata una professione. La chiusura delle missioni dopo l’indipendenza, la facoltà di esercitare le attività educative riconosciuta solo allo stato e la guerra civile, hanno causato il crollo del sistema educativo e formativo. Oggi in Mozambico il livello di formazione di un falegname, un muratore, un meccanico o un elettricista è modesto, a meno che la formazione non sia avvenuta in epoca coloniale. Inoltre, molti di coloro che hanno appreso una professione e sanno svolgerla bene, preferiscono cercare lavoro altrove e difficilmente ritorneranno in Mozambico, sia per la difficoltà di trovare un impiego che per i bassi salari che riceverebbero.
Il centro formativo che stiamo realizzando si propone di invertire questa tendenza e formare dei buoni artigiani. Stiamo riflettendo sulla possibilità di fare venire dall’Italia dei tecnici qualificati in grado di preparare i futuri insegnanti e stiamo valutando anche la possibilità di realizzare corsi dedicati all’area femminile: sono molte le donne capofamiglia, abbandonate dai mariti oppure vedove che devono provvedere ai figli, alle sorelle o ai fratelli minori. Tuttavia molte di loro non sanno leggere e scrivere e sarà quindi necessario pensare anche a dei corsi di alfabetizzazione.
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Alcuni giorni fa Simango, il capomastro che vive poco lontano dal cantiere, mi ha invitato a visitare la sua casa, una capanna di bambù di pochi metri quadrati dove vive con la moglie ed i figli. La casa non è sua e paga l’affitto, circa 5 dollari al mese. Il pavimento è di terra battuta e l’interno è diviso in tre locali: un ingresso e due stanze in cui dorme la famiglia. Non vi sono mobili, ma due cassepanche di legno con alcune seggiole, non esiste energia elettrica ma solo un lume a petrolio simile a quelli che si usavano da noi molti anni fa. Ha insistito perché mi fermassi a pranzo: riso e fagioli cucinati in una pentola posta sopra un focolare a carbone. I piatti sono di latta ed i bicchieri di plastica. L’acqua è prelevata in un pozzo poco lontano, ma ho comperato della coca cola che ha reso felici i bambini, tanto che sono arrivati anche quelli delle case vicine. Mangiamo fuori, all’aperto, seduti sopra dei bassi sgabelli di legno. Il terreno che appartiene alla capanna, pochi metri quadrati, è delimitato da arbusti. In un’altra capanna più piccola e situata poco distante, vi è il servizio igienico: un foro scavato nel terreno. Simango e la sua famiglia provengono da un’altra provincia e per questo non comunicano molto con i vicini. In Mozambico le rivalità tribali ufficialmente non esistono ma in realtà tra appartenenti ad etnie diverse non vi sono molti legami. Simango ha imparato a fare il muratore durante il periodo coloniale in una missione cattolica e possiede una notevole esperienza.
Recentemente abbiamo realizzato alcune modifiche al progetto: la scuola è stata dotata di un locale che sarà adibito ad infermeria e al forno per il pane è stata apportata una modifica in modo che funzioni, oltre che con energia elettrica, anche a gasolio. Le piogge degli scorsi mesi hanno rallentato l’attività di costruzione, ma siamo comunque riusciti a completare i due dormitori ed il refettorio mentre l’officina, l’edificio amministrativo ed il muro di cinta sono quasi terminati. Le ultime due settimane le ho dedicate a preparare la rendicontazione che ho inviato all’Unione Europea ed ora sono in attesa di ricevere la seconda parte del finanziamento.
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Quelimane: un progetto educativo - Ottobre
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Ancora una volta in Zambezia. Ancora una volta in visita ai bambini del Villaggio della Pace e della Casa Speranza, che ormai conosco uno per uno. Torno sempre volentieri in questa regione costellata da palme da cocco e da piantagioni di banane. Torno sempre volentieri perché qui sono iniziate le attività del Centro Cooperazione Sviluppo, qui sono iniziati i primi progetti di sostegno a distanza. Qui trovo sempre la fraterna accoglienza di Padre Giuseppe, Frà Antonio, Suor Albertina, Suor Lidia e di molti altri amici. Sono ritornato per verificare l’andamento dei progetti di sostegno a distanza e per individuare interventi collegati al processo di ricostruzione in atto in Mozambico. La Zambezia, assieme alle province di Sofala, Manica e Maputo, è considerata una provincia prioritaria nel processo di ricostruzione in corso, per i pesanti confronti militari avvenuti in passato e che lasceranno il segno ancora per molti anni. In questa provincia la guerra ha causato l’esclusione della frequenza scolastica di oltre 124.000 alunni (tra scuola primaria e secondaria) e di 4.820 insegnanti, molti dei quali possiedono poca professionalità e risultano numericamente insufficienti rispetto alle future esigenze previste.
Ho iniziato con la visita alla Direzione Provinciale dell’Educazione per raccogliere le informazioni da utilizzare nell’intervento; ho continuato nei giorni successivi con la visita ad alcune scuole della città e di alcuni distretti, in modo da avere un quadro abbastanza reale della situazione scolastica della provincia. Sono stato a Mocuba, Milange, Morrumbala e Nicoadala, località dove le strade sconnesse e le case distrutte non hanno cancellato il ricordo della guerra civile.
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La parte redazionale del dossier è ora conclusa ed una copia è stata consegnata alla Direzione Educativa, in attesa dell’approvazione. Il progetto è stato formulato tenendo conto della necessità di garantire, al maggior numero possibile di insegnanti, il necessario aggiornamento didattico per migliorare la qualità dell’insegnamento ed essere preparati ad istruire classi con numerosi alunni.
Il ridotto numero di scuole causerà, nei prossimi mesi, un affollamento di quelle funzionanti: sono molti coloro che, a causa della guerra, sono rimasti esclusi dall’insegnamento per la distruzione delle infrastrutture o per l’abbandono delle località dove maggiore era il pericolo di operazioni militari. Le statistiche di questa provincia indicano che il 60 per cento dei minori in età scolastica non frequentano la scuola primaria e l’esclusione risulta maggiore per le bambine. La principale causa di questa situazione dipende dalla guerra e dalle condizioni sociali, pur se le motivazioni culturali hanno il loro peso: molti nuclei familiari considerano l’istruzione in modo semplicistico e non come un diritto riconosciuto. Spesso, specie nelle zone rurali, i figli devono aiutare i genitori nella coltivazione dei campi oppure devono badare ai fratelli più piccoli. Inoltre le condizioni economiche non permettono di far fronte alle spese scolastiche dei propri figli e molti genitori non sanno che, per un governo, è un obbligo rendere l’istruzione non solo accessibile ma anche adeguata, mediante la formazione degli insegnanti, i quali hanno diritto di avere una preparazione idonea al loro ruolo.
Questo è l’obiettivo che si propone il progetto che, se portato a termine, contribuirà alla realizzazione di un mondo più giusto.
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Centri sanitari: finalmente si comincia - Novembre
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Meglio tardi che mai. Solo lo scorso settembre l'Unione Europea ha approvato il progetto sanitario che riguarda la zona semiurbana di Beira dopo oltre un anno dalla sua presentazione. Purtroppo le necessità dei Paesi in via di sviluppo mal si conciliano con i tempi burocratici delle istituzioni.
Dopo le formalità per la licenza edilizia necessaria alla realizzazione del reparto pediatria nel centro sanitaria di Manga, abbiamo iniziato le attività. Le attrezzature per il laboratorio e gli arredi saranno acquistati in Italia ed inviati tramite un container. Anche nel centro di Chingussura le attività sono iniziate e stiamo valutando la possibilità di acquistare anche un’autoambulanza.
Tuttavia la realizzazione del Centro dei Santi Innocenti mi impegna molto e non sono in grado di seguire anche quest’opera. Il Cesvitem, l’associazione che coopera con la nostra in questo progetto, provvederà ad inviare un proprio collaboratore a cui passerò le consegne. Tra qualche mese, quando le attività saranno concluse, gli abitanti delle località di Manga e Chingussura, soprattutto le donne ed i bambini, potranno finalmente disporre di cure sanitarie adeguate e dimenticare le sofferenze provocate dalla guerra.
Durante il periodo coloniale la popolazione indigena era in pratica esclusa dalle cure mediche. Solo negli ultimi anni del regime coloniale fu promulgata una legge che consentiva, a chi deteneva il certificato di povertà, di accedere al servizio sanitario di base. Dopo l’indipendenza furono nazionalizzati gli ospedali e create delle nuove unità sanitarie, in particolare nelle zone rurali. Nel 1975 vi erano 326 centri sanitari in tutto il Mozambico mentre nel 1985 il loro numero era salito a 1.350. L’espansione della rete sanitaria si interruppe per l’estendersi del conflitto civile e nel 1992, alla cessazione delle ostilità, i centri sanitari funzionanti erano meno della metà.
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Il sistema sanitario in Mozambico prevede tre livelli di prestazioni: il primo livello comprende i Centri ed i Posti sanitari ed è configurato per risolvere prestazioni mediche semplici, mentre per prestazioni di un certo impegno od esami particolari provvede il secondo livello. Al terzo livello vi sono gli ospedali provinciali che includono specialità più complesse come medicina interna, chirurgia e pediatria. La rete sanitaria è rimasta invariata nelle città ma si è ridotta nelle aree rurali, quelle colpite dalla guerra. Attualmente la disponibilità di letti è molto bassa: nel 1993 vi erano 0,9 letti ogni mille abitanti con un tasso di occupazione del 95 per cento. I medici sono presenti solo negli ospedali provinciali (un medico ogni 38.500 abitanti) mentre nei centri e posti sanitari vi sono infermieri specializzati. Le malattie predominanti sono la malaria, che incide notevolmente nella percentuale di mortalità infantile e nella capacità lavorativa degli adulti, le infezioni intestinali e respiratorie oltre alle malattie infettive. Iniziano ad esservi anche diversi casi di Aids ma attualmente non esistono statistiche relative a questo aspetto. Dal 1992, anno in cui terminava la guerra civile e veniva avviato il programma di Ricostruzione e Riabilitazione Economica, è stato introdotto il pagamento delle prestazioni mediche (ad esclusione dei bambini e degli anziani) per consentire un minimo d’entrate economiche necessarie alla gestione delle unità sanitarie, ma penalizzante per la maggior parte della popolazione, non in grado di provvedere al pagamento delle visite e delle degenze. Anche a causa di ciò gran parte delle persone, come succede in tutti i paesi africani, si rivolgono alla medicina tradizionale.
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