|
|
 |
|
1996
|
 |
 |
|
|
|
Un contributo allo sviluppo - Maggio
|
|
|
Non mi era rimasto un buon ricordo della strada che porta a Búzi e che avevo percorso due anni fa per distribuire attrezzi agricoli e semi alle famiglie che rientravano nel distretto. Ricordavo la polvere e le buche, alcune talmente piene d’acqua e di fango che ogni volta superarle era una scommessa ed è con sollievo che ora, guidando sul tratto più dissestato, gli ottanta chilometri che iniziano dal bivio di Tica, mi accorgo che la strada è stata livellata e le grandi buche di un tempo sono quasi del tutto scomparse.
Il territorio che sto attraversando, una vasta pianura alluvionale, un tempo apparteneva all’impero di Monomatapa, il grande regno africano che si estendeva dal fiume Zambesi al deserto del Kalahari ed i cui resti archeologici sono testimoni di una civiltà che basava la sua ricchezza sulle miniere di ferro e d’oro. La decadenza iniziò al principio del XVI secolo quando i portoghesi, alla ricerca delle leggendarie miniere di Re Salomone, giunsero nel cuore del regno sostituendosi ai commercianti arabi e convertendo al cattolicesimo il re e i notabili Monomatapa.
|
 |
|
|
Situata in un’ansa del fiume che possiede lo stesso nome, Búzi si può raggiungere anche via mare con due ore di barca a motore da Beira e, negli anni in cui la strada era esposta agli attacchi della guerriglia, questa è stata l’unica via d’accesso. Nel 1984 la Renamo era entrata nella località, ma alcune settimane più tardi l’esercito l’aveva rioccupata, e i segni dello scontro sono ancora visibili: edifici abbattuti, macerie e mezzi militari distrutti rimasti a testimoniare un passato sempre più lontano.
Sino all’indipendenza l’economia di questa regione è stata prevalentemente agricola: si coltivava cotone, banane, ananas e, con la costruzione dello zuccherificio avvenuta negli anni Quaranta, canna da zucchero. Giunta la pace, il ritorno alle località d’origine è stato solo parziale. Chi rientra vuole trovare le condizioni per fermarsi stabilmente: un terreno da coltivare, degli attrezzi agricoli, un centro sanitario e una scuola per i figli, ma molte località sono ancora inaccessibili per le mine.
Nonostante l’impegno della comunità internazionale e il processo di ricostruzione in atto, i danni alle infrastrutture sociali sono stati ingenti e occorreranno ancora diversi anni prima che si possa tornare a una situazione di normalità.
|
 |
|
|
Nella sede della Direzione Didattica, una piccola costruzione ad un piano, il direttore mi riceve nel suo ufficio, una piccola stanza il cui arredamento risale al periodo coloniale: una scrivania in legno, alcune sedie, uno scaffale, una vecchia macchina da scrivere. La sola innovazione è il ritratto del presidente della Repubblica, appeso alla parete.
Spiego che il Centro Cooperazione Sviluppo ha intenzione di intervenire a sostegno dell’istruzione nelle località più pesantemente colpite dalla guerra. Spiego anche la nostra “filosofia” di sostegno, ossia l’adozione a distanza, chiarendone le modalità che al mio interlocutore appaiono insolite, ma che poi comprende, invitandomi a visitare la scuola primaria, un edificio in muratura costruito per i figli dei coloni che lavoravano nello zuccherificio.
L’interno è disadorno: sono stati divelti vari infissi, asportati i banchi e gli arredi mentre i servizi igienici non funzionano da anni. « Qui abbiamo 650 alunni - spiega il direttore - ma dovrebbero essere di più. Invece molte famiglie mandano i figli a lavorare nei campi o, se sono femmine, aiutano i genitori nei lavori domestici. Nella nostra cultura un figlio che va a scuola è una fonte di reddito che viene meno. Quando poi la scuola diventa un costo per l’iscrizione e le spese dei libri, una famiglia deve scegliere chi far studiare ed è assai probabile che le scarse risorse disponibili siano destinate ai maschi, lasciando alle femmine le incombenze familiari. »
|
 |
|
L’interno è disadorno: sono stati divelti vari infissi, asportati i banchi e gli arredi mentre i servizi igienici non funzionano da anni. « Qui abbiamo 650 alunni - spiega il direttore - ma dovrebbero essere di più. Invece molte famiglie mandano i figli a lavorare nei campi o, se sono femmine, aiutano i genitori nei lavori domestici. Nella nostra cultura un figlio che va a scuola è una fonte di reddito che viene meno. Quando poi la scuola diventa un costo per l’iscrizione e le spese dei libri, una famiglia deve scegliere chi far studiare ed è assai probabile che le scarse risorse disponibili siano destinate ai maschi, lasciando alle femmine le incombenze familiari. »
|
 |
|
|
|
Nei prossimi giorni incontreremo i genitori degli alunni per illustrare le finalità del programma di adozione a distanza che inizierà tra breve e che, quando le strade secondarie saranno nuovamente percorribili, estenderemo anche alle scuole di altre località del distretto.
Avremo allora fatto un passo avanti verso il nostro obiettivo: contribuire alla riduzione dell’analfabetismo e allo sviluppo del Paese.
|
|
 |
|
|
 |