1995 - Veziano Armandi
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1995


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Il sogno diviene realtà - Marzo

È stato finalmente approvato il finanziamento per la realizzazione del Centro dei Santi Innocenti: questo è il nome che Suor Delfina e Padre Julio, che ne cureranno la futura gestione per conto della Diocesi, hanno voluto dare a questa importante opera, la prima del genere in tutta la provincia di Sofala. È trascorso oltre un anno tra la presentazione del progetto e la sua approvazione da parte dell’Unione Europea ed ora sono iniziate le attività preliminari: la pulizia del terreno, la richiesta della licenza edilizia e quant’altro è necessario per iniziare questa realizzazione che seguirò personalmente.
L’impegno non è da poco: il centro comprende un edificio amministrativo, due dormitori, un refettorio, la scuola, il laboratorio, il magazzino. In totale sette edifici distribuiti su un’area di 20.000 mq² che ospiteranno oltre 120 bambini. Una grande scommessa nata alla fine del 1993, in seguito alla necessità di creare una struttura in grado di garantire sostegno ai numerosi bambini e giovani che si trovano in condizioni di difficoltà nell’area suburbana della città di Beira.
La guerra, terminata l’anno precedente, aveva causato, per molti di loro, il decesso dei genitori, l’abbandono o la separazione dalla famiglia. Centinaia di minori che conducevano, e conducono tuttora, un’esistenza caratterizzata da grandi difficoltà: senza istruzione, senza assistenza sanitaria, senza alimentazione privi di alternative. Un’esistenza aggravata dal fatto che una lunga permanenza in tali condizioni rende difficile un loro successivo reinserimento sociale.
Con questo progetto, le cui finalità sono duplici, ossia il recupero dei minori abbandonati e la formazione professionale, sarà possibile offrire una possibilità di impiego ai giovani e, al contempo, ridurre il numero dei minori che vivono per le strade con tutte le conseguenze negative che ne derivano. La morte dei genitori o la separazione dalla propria famiglia è uno dei motivi che hanno costretto molti minori alla vita sulla strada in condizioni di disagio e difficoltà d’ogni genere.
 

La formazione professione sarà rivolta sia ai minori ospitati nel centro, che naturalmente possiedono l’età adeguata, e sia a quelli che vivono nella località circostante. La tipologia formativa seguirà modelli semplici e adeguati alla realtà locale nei settori della falegnameria, della carpenteria metallica e delle costruzioni civili: tutte figure professionali che saranno necessarie in Mozambico nei prossimi anni. Per coloro che troveranno ospitalità dentro il centro, verrà garantita l’istruzione, l’alimentazione e il supporto sanitario. Con la collaborazione dell’Azione Sociale, si cercherà anche di rintracciare le famiglie d’origine di coloro che sono stati costretti a separarsi dalla loro famiglia. In alternativa si valuterà la possibilità dell’inserimento in famiglie adottive locali, disposte ad accoglierli.
La nostra più grande preoccupazione è tuttavia la futura autosufficienza economica. Le attività previste saranno in grado di assicurare la copertura dei costi che avrà una struttura come questa? Abbiamo previsto di vendere i manufatti realizzati dalla falegnameria e di coltivare un terreno agricolo di 17 ettari messo a disposizione dalla Diocesi, situato ad alcuni chilometri dal Centro e attraversato da un piccolo corso d’acqua. Abbiamo calcolato che, coltivando mais, sorgo ed altri ortaggi, prodotti che si commercializzano con facilità, si dovrebbe riuscire a far fronte alle spese. 
Ma solo la futura esperienza quotidiana consentirà di verificare tutto questo. Per ora le questioni da affrontare riguardano la realizzazione delle opere murarie, poi si vedrà.


Una nuova sfida
- Aprile

Ho terminato l’elaborazione del progetto che prevede la prevenzione sanitaria e la riabilitazione dei centri sanitari di Manga e Chingussura che avevo visitato alcuni mesi fa. L’elaborazione è stata impegnativa per la raccolta dei dati necessari ed ho dovuto inoltre attendere il consenso del Ministero, necessario per ottenere il contributo finanziario da parte dell’Unione Europea a cui l’intervento sarà presentato.
Se non sorgono problemi particolari, ritengo che tra alcuni mesi le attività potranno iniziare. Il progetto, che verrà realizzato assieme al Cesvitem, un’Ong veneta con cui abbiamo stabilito un accordo di collaborazione per svolgere interventi in Mozambico, consiste nella riabilitazione fisica dei due edifici e nel miglioramento del servizio sanitario nell’area suburbana di Beira oltre ad iniziative di prevenzione concordate con la Direzione Sanitaria Provinciale.
Nelle località in cui il progetto sarà implementato, la popolazione in questi anni è aumentata a dismisura: dai distretti circostanti migliaia di gruppi familiari si sono riversati alla periferia della città alla ricerca di una maggiore sicurezza, costruendo le abitazioni in qualunque spazio libero, vivendo in condizioni estremamente disagiate, aggravate dalla mancanza di un’occupazione, d’igiene e da un’insufficiente alimentazione. In queste condizioni è aumentata la mortalità infantile ed il colera è divenuto endemico.
Visitando le famiglie, in occasione della raccolta di dati statistici, si ha quasi la sensazione che la morte di un bambino per malattia sia accettata come un evento quasi inevitabile a cui non vi è rimedio. A volte leggiamo nei giornali i dati sulla mortalità infantile nel Sud del mondo, cifre che rappresentano solo dei numeri che si scorrono velocemente mentre qui i numeri diventano realtà: migliaia di bambini muoiono per malattie che da noi sono scomparse da molto tempo. Le statistiche parlano da sole: il tasso di mortalità infantile è del 150 per mille, il numero dei decessi con meno di cinque anni è del 40 per cento del totale ed anche la mortalità materna risulta elevata con 400 decessi per ogni 100.000 nati vivi.

Questa situazione dipende dalle carenti condizioni nutrizionali ed igieniche e dalle conseguenti malattie che ne derivano, la cui incidenza varia durante i periodi dell’anno: la malaria colpisce maggiormente durante la stagione delle piogge e le malattie infettive aumentano nella stagione calda per la fermentazione del cibo.
Il progetto è stato pensato dando ad ogni centro sanitario una particolare caratteristica: quello di Manga disporrà della pediatria e di un laboratorio per le analisi mentre in quello di Chingussura, oltre alla dotazione di nuove attrezzature e arredamenti, verrà riabilitata la maternità, verranno sostituite parti del tetto e riparato il sistema di raccolta delle acque. Entrambi gli edifici, dalla loro costruzione ad oggi, non hanno mai beneficiato di manutenzione e, per il passare del tempo e per l’incuria, oggi non sono più in grado di rispondere alle necessità di un numero di abitanti triplicato.
I due centri sanitari sono gestiti da personale religioso. Entrambe le strutture in passato appartenevano alla Chiesa e, dopo essere state nazionalizzate a seguito dell’indipendenza, solo recentemente sono state restituite ai precedenti proprietari: il centro sanitario di Manga alle Missionarie Francescane e il centro sanitario di Chingussura alla Diocesi. Questo certamente favorirà un maggior impegno delle attività previste, in particolare quelle di prevenzione e quelle rivolte all’infanzia, entrambe inserite nell’intervento che ho elaborato ed inviato all’Unione Europea.


Amai Apa Banda
- Aprile

Ho consegnato alla delegazione dell'Unione Europea di Maputo il progetto che prevede lo sviluppo di diverse attività comunitarie in alcune aree del distretto di Cheringoma da realizzarsi con i missionari olandesi del Sacro Cuore, presenti da molti anni nella provincia di Sofala ed impegnati in iniziative di sviluppo comunitario. L’infittirsi della guerra li aveva costretti ad abbandonare tutte le località in cui erano presenti. “Abbiamo cercato di rimanere – mi dice padre Josè, in Mozambico dal 1965 – ma non è stato possibile. Abbiamo dovuto abbandonare tutte le nostre missioni man mano che la guerra si estendeva. L’ultima è stata la missione di Inhaminga che abbiamo lasciato nel 1985, quando la località è stata attaccata dalla Renamo. Si combatteva casa per casa. Non vi era sicurezza per nessuno”. Mentre mi raccontava questo episodio, ricordavo la mia visita in quella località, avvenuta nell’agosto del 1993, pochi mesi dopo la fine delle ostilità. Ricordavo una cittadina distrutta in cui solo alcune abitazioni avevano ancora il tetto ed una di quelle era la missione. Ricordavo la distruzione delle installazioni ferroviarie, i cartelli che avvertivano della presenza di mine e di ordigni inesplosi, le prime persone che rientravano…
Sono tornato ad Inhaminga con Padre Josè (in realtà si chiama John Martens, ma Josè  è il nome con cui è conosciuto nella sua comunità) per valutare la possibilità di un intervento di sviluppo. Durante il tragitto mi racconta la storia dell’associazione che lui e gli altri suoi confratelli hanno creato negli scorsi anni: una storia di speranza che accomuna oggi centinaia di persone, quasi tutte donne. Questa storia inizia alla metà degli anni Ottanta quando, dopo l’abbandono delle missioni, i Padri olandesi organizzano dei centri di raccolta per i rifugiati in alcune località lungo il “corridoio di Beira”, la strada che assicura allo Zimbabwe l’accesso al porto e creano l’associazione Amai Apa Banda che in lingua chissena, la lingua parlata in questa zona, significa “donna di casa” ossia la donna responsabile della propria famiglia, dell’educazione dei figli, cosciente dei doveri e dei compiti che la società le chiede.

L’obiettivo – mi aveva spiegato padre Josè – oltre alla formazione di una coscienza civile e morale, è stato anche quello di creare una base di solidarietà e d’aiuto nei centri d’accoglienza,  per fare in modo che questi valori si potessero estendere nelle località di residenza al momento del rientro, contribuendo alla ricostruzione del tessuto sociale lacerato dalla guerra”.Oggi l’associazione comprende oltre 1.700 donne divise in 34 gruppi sparsi nei distretti di Muanza, Marromeu, Sena e Cheringoma che realizzano attività di formazione e di produzione per l’autosostegno. 
Ho trascorso una decina di giorni ad Inhaminga con padre Josè ed altri missionari suoi confratelli. La località è cambiata rispetto alla mia prima visita. I segni della guerra sono ancora evidenti ma diverse case sono state ricostruite, si vedono i primi mercatini lungo le strade, qualcuno possiede una bicicletta. La vita, lentamente, sta riprendendo pur tra molte difficoltà, una delle quali è rappresentata dalla presenza di molte mine che impediscono la coltivazione dei campi. 
Il progetto elaborato assieme ai missionari del Sacro Cuore e all’associazione Amai Apa Banda, intende favorire il rientro dei rifugiati mediante la distribuzione di attrezzi agricoli, l'organizzazione di corsi di formazione per estensori rurali, i quali dovranno successivamente diffondere le conoscenze acquisite sulle tecniche di coltivazione nelle loro comunità,  e la costruzione di magazzini per conservare i prodotti agricoli. Ma questo progetto dovrà soprattutto favorire la riconciliazione e la solidarietà, valori che i lunghi anni di guerra hanno soffocato. 
Certamente il grande lavoro fatto dai missionari del Sacro Cuore, quello di avere puntato sullo sviluppo della condizione della donna, è la carta vincente: tutte le iniziative di riduzione della povertà passano attraverso il ruolo femminile.


La Casa della Speranza
- Luglio

La campagna di adozioni a distanza in Italia, iniziata al termine dello scorso anno, sta procedendo bene e tutte le schede dei bambini ospitati nel Villaggio della Pace sono state inviate ad altrettanti sostenitori.
A Quelimane, dove mi trovo attualmente, sto predisponendo le schede di nuovi bambini che invierò in Italia nei prossimi giorni e che appartengono ad una nuova realtà: la Casa della Speranza. Realtà che, in effetti, non è nuova del tutto. Inizialmente il Villaggio della Pace accoglieva maschi e femmine in una struttura di fortuna, in attesa di costruire due strutture separate e funzionali, nei pressi della strada che conduce all’aeroporto.
L’iniziativa era nata da due missionarie: Suor Berta, francescana e Suor Lidia, dominicana. Oggi le due strutture sono quasi completate: il Villaggio della Pace è stato terminato da poco con un contributo dell’Unione Europea ed ospita esclusivamente bambine. La Casa della Speranza accoglie invece maschi e anch’essa è stata realizzata da poco tempo grazie a finanziamenti privati. Le due missionarie, Suor Berta e Suor Lidia, gestiscono ora due strutture indipendenti ma con la stessa funzione: il benessere di bambini e bambine che la guerra ha messo a repentaglio. Non era naturalmente possibile escludere la Casa della Speranza dal programma di adozione a distanza, ed ora eccomi qui, in compagnia di Suor Lidia che mi assiste nella compilazione delle schede con i dati dei piccoli ospiti.
Tra una scheda e l’altra ripenso allo scorso anno, quando mi era stato mostrato questo terreno e mi era stato detto che, a breve, sarebbe stata realizzata una struttura per ospitare bambini orfani o in situazioni familiari difficili. Ora la struttura è completata nelle sue parti essenziali. Si tratta di un unico edificio che comprende il refettorio, utilizzato anche per le attività di doposcuola, un locale adibito ad amministrazione e tre stanze, ognuna delle quali arredata con letti a castello. La cucina ed i servizi sono situati in fondo al terreno, dietro l’edificio principale. “Abbiamo una trentina di bambini” spiega suor Lidia “la maggior parte dei quali provengono dal Villaggio della Pace. Quasi tutti sono orfani; alcuni invece hanno una famiglia che non siamo ancora riusciti a rintracciare. Più avanti pensiamo di inserire anche minori che vivono qui nel quartiere e che necessitano di sostegno. In questo caso trascorreranno qui l’intera giornata per poi tornare alle loro abitazioni”. Le attività prevedono la frequenza della scuola primaria al mattino, il doposcuola al pomeriggio oltre ad attività ricreative. A turno tutti si dedicano a mansioni quali la pulizia della casa e la cura dell’orto.

I bambini che suor Lidia ha raccolto hanno tutti alle spalle storie comuni di dolore e di emarginazione. Nel periodo trascorso alla Casa della Speranza ho conosciuto le storie di alcuni di loro. Ricordo il piccolo Celino, dall’apparente età di dieci anni, abbandonato dalla madre di cui non ricorda il nome e costretto a vivere per la strada; Mateus, i cui genitori sono rimasti uccisi durante un’incursione dei guerriglieri a Mugeba; Artur, rapito e addestrato per combattere sino a quando è riuscito a fuggire e raggiungere la città; João, orfano dei genitori, ha vissuto con i nonni per alcuni anni e, alla loro morte, ha dovuto scegliere la strada come casa.
Parabole disperate, storie di bambini derubati della loro infanzia e sradicati dal loro ambiente familiare.
Suor Lidia mi ha parlato dei suoi progetti per il futuro: inserire altri bambini, ingrandire la struttura, organizzare dei corsi di formazione… Ritengo possibile realizzare qui la stessa iniziativa di sostegno a distanza in corso con il Villaggio della Pace. I prossimi giorni, terminata la compilazione delle schede, le invierò in Italia: anche questi bambini potranno avere un futuro migliore.


Lavori in corso
- Agosto

Le attività di costruzione del Centro dei Santi Innocenti stanno proseguendo. Abbiamo già iniziato i due dormitori ed il refettorio. Tra poco inizieremo la scuola e l’officina e, per ultimo, il muro di cinta. Abbiamo demolito una vecchia costruzione di cui in un primo tempo ne avevamo previsto il restauro per adibirla ad amministrazione, ma successivamente abbiamo constatato la difficoltà nel conciliare la volumetria interna con le esigenze di praticità a cui aspiravamo.
L’impegno è notevole e le giornate sono un andirivieni continuo: devo seguire l’andamento dei lavori, acquistare il materiale, risolvere i piccoli e grandi problemi che giornalmente si presentano, uno dei quali, la necessità di avere acqua senza dover ricorrere al trasporto mediante le autobotti, è stato risolto scavando alcuni pozzi. La richiesta alla municipalità per l’allacciamento alla rete idrica è stata inoltrata da due mesi ma sino ad oggi, e nonostante i solleciti, non è accaduto nulla.
Stiamo inoltre predisponendo, con Suor Delfina e Padre Julio, una serie di principi per regolare le future attività, le quali saranno seguite da un comitato di gestione composto da soggetti religiosi e laici. Verranno formati degli educatori che avranno il compito di stabilire i rapporti con i minori cercando di capire le cause che li hanno indotti a vivere per la strada in modo da identificare le forme di intervento più appropriate e stabilire con loro dei rapporti di fiducia, per superare le carenze affettive che la guerra e la mancanza di legami familiari hanno causato.

Dopo il loro inserimento nel Centro, si tenterà di ricercare le famiglie originarie per i bambini o si provvederà all’integrazione presso famiglie adottive con la collaborazione dell’Azione Sociale. La struttura che stiamo realizzando è prevista per ospitare circa 120 minori.
La scuola primaria sarà interna e inoltreremo la domanda per il riconoscimento presso il Ministero dell’Educazione mentre lo stesso verrà fatto per il riconoscimento dei corsi professionali che si terranno dentro il Centro. Ho già avuto alcuni incontri con la Direzione Provinciale del Lavoro, l’entità che autorizza lo svolgimento di tali corsi. Credo che la possibilità di trovare un impiego per i giovani che completeranno il ciclo formativo non sia difficile. Attorno alla città di Beira, e nella città stessa, vi sono diverse imprese che potrebbero essere in grado, in futuro, di assorbire mano d’opera, compatibilmente con la crescita economica che tutti attendono in questo dopoguerra.


Padre Prosperino
- Ottobre

Ho incontrato Padre Prosperino nella missione dei cappuccini di Quelimane, dove mi trovavo lo scorso mese di luglio. Era venuto per una rapida visita ai confratelli ed il giorno seguente sarebbe ripartito per Maputo. Avevo già sentito parlare di lui, del suo impegno sociale e delle sue vicissitudini, iniziate proprio nella missione in cui mi trovavo quel giorno. Diversi anni prima dell’indipendenza, Padre Prosperino ed altri missionari avevano creato diverse cooperative di agricoltori che funzionavano perfettamente.
Dopo l’indipendenza però le cose cambiano: il Mozambico abbraccia il marxismo ed i nuovi amministratori accusano Prosperino di sovversione. Il nuovo governo non può permettere che la Chiesa svolga opere sociali le quali avrebbero dimostrato il fallimento della gestione economica del nuovo governo. Le autorità gli danno 24 ore di tempo per lasciare il Mozambico. Per diversi mesi Prosperino viaggia per l’Africa sino a quando incontra in Tanzania l’allora ministro degli esteri ed attuale presidente del Mozambico, Joaquim Chissano, a cui racconta l’accaduto e spiega la filosofia della sua attività comunitaria. Poche settimane più tardi è autorizzato a rientrare nel Paese e, da quel momento, inizia il suo instancabile impegno a favore delle cooperative agricole.
Padre Prosperino mi aveva invitato ad andarlo a trovare a Maputo nella sede dell’Unione Generale delle Cooperative ed ora mi trovavo nel suo ufficio per conoscere alcuni aspetti della sua attività. “Sono oltre duecento le cooperative che ho creato – mi informa – e coinvolgono oltre novemila contadini, la maggior parte donne, nelle zone periferiche di Maputo. Producono frutta, riso, polli, uova e verdura che tutti i giorni vengono immessi sul mercato. Abbiamo dei centri di formazione, mezzi di trasporto, incubatrici per i pulcini, asili per i figli dei dipendenti”. La giornata la trascorro visitando diverse cooperative, parlando con gli agricoltori, osservandoli al lavoro.

Chiedo a Padre Prosperino come ha fatto ad ottenere simili risultati. “Ho condotto le cose alla mia maniera – mi spiega – partendo dalle fattorie collettive che il governo aveva creato subito dopo l’indipendenza e che, alcuni anni dopo, erano fallite. Ho provveduto a riorganizzarle sulla base di tre concetti molto semplici: chi non lavora non mangia; chi lavora deve produrre; chi produce deve usufruire dei frutti del proprio lavoro. Il governo pensava di produrre di più imponendo il socialismo sovietico che dopo alcuni anni si è rivelato un fallimento: il Mozambico era sempre più povero e dipendeva dagli aiuti esterni. Non ho voluto nessun formatore politico nelle cooperative che ho creato. Ho formato io stesso le persone: una formazione pratica sulle tecniche agricole, sui concetti di responsabilità e di solidarietà”.
L’Unione Generale delle Cooperative è stata costituita nel 1990 per promuovere lo sviluppo socio-economico degli aderenti; inizialmente l’attività principale era la produzione di ortaggi e l’allevamento di pollame. Lo scorso anno le cooperative di Padre Prosperino hanno fatturato sette milioni di dollari e hanno dato lavoro a sei mila persone, in maggior parte donne. La donna in Africa è il pilastro della famiglia, è lei che lavora e che educa i figli.
Molte donne erano oppresse dai mariti. Abbiamo dato loro un lavoro, hanno un guadagno e, soprattutto, hanno imparato a risparmiare, una cosa difficile da ottenere in Africa”. Prosperino, pur se è il fondatore dell’Unione delle Cooperative, non appare nell’organigramma. “Non sono solito parlare di quello che faccio. Sono riuscito ad educare al risparmio, ho insegnato la strada dell’emancipazione alle donne, ho dato a molte persone un lavoro ed una speranza”.