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1995
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Rinasce la speranza - Novembre
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«Non è stato possibile rimanere. Abbiamo dovuto abbandonare la missione per l’estendersi del conflitto. Non vi era più sicurezza» racconta padre José Martens mentre siamo in viaggio per Inhaminga, due anni dopo la prima visita che avevo effettuato nel 1993.
La strada ora si percorre senza difficoltà e la vita sta rinascendo: lungo il percorso vi sono gruppi di capanne che prima non esistevano, mentre in prossimità dei villaggi sono sorti dei mercatini.
Alcuni mezzi dell’esercito pattugliano la strada dopo che diverse vetture sono state assalite da guerriglieri che non sono riusciti ad adattarsi alla vita civile e sono divenuti dei fuorilegge. Un pericoloso e inquietante fenomeno che sta estendendosi in molte vie di grande comunicazione.
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Ma se i missionari della congregazione dei Sacri Cuori sono stati costretti ad abbandonare la missione, non hanno però lasciato le loro comunità, ma le hanno seguite nei centri di raccolta che il governo e le organizzazioni umanitarie avevano predisposto in zone più sicure dove, pur nel dolore e nelle privazioni, si è mantenuta viva la fiamma della speranza che accomuna oggi migliaia di donne riunite nell’associazione Amai Apa Banda, che in lingua locale significa “donna di casa”, la donna responsabile della propria famiglia e dell’educazione dei figli.
«Negli anni della guerra - dice padre Josè - abbiamo lavorato per far sorgere una coscienza civile e morale cercando di mantenere vivi i valori della solidarietà, in modo che i rifugiati potessero trasferirli nei loro villaggi al momento del rientro e facilitare la ricostruzione del tessuto sociale distrutto.»
Oggi l’associazione Amai Apa Banda, grazie al lavoro di padre Josè e dei missionari dei Sacri Cuori, è presente in molti distretti della provincia di Sofala con il compito di facilitare il rientro delle famiglie ai villaggi.
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È pomeriggio quando imbocchiamo il lungo rettilineo in fondo al quale si scorgono le prime abitazioni di Inhaminga. La differenza, rispetto alla volta scorsa, è sorprendente: un via vai di persone e di biciclette, un lusso non da poco.
La sorpresa continua nell’entrare nella cittadina di cui ricordavo i muri anneriti dagli incendi e crivellati di proiettili, le installazioni ferroviarie distrutte, i cartelli che avvertivano della presenza di ordigni inesplosi. I segni della guerra esistono ancora, ma diverse case sono state ricostruite e vi è addirittura la possibilità di bere una bibita fresca, come invita un manifesto pubblicitario appeso alla parete di un locale al cui interno si scorgono delle persone sedute a dei tavoli.
La vita, lentamente, sta riprendendo pur tra mille difficoltà, una delle quali è rappresentata dall’insidia delle mine che impediscono la coltivazione dei campi e rallentano la ripresa dell’attività agricola.
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«Non preoccuparti per le mine» mi dice padre José mentre il fuoristrada avanza lentamente in mezzo ad un mare d’erba che giunge quasi all’altezza dei finestrini. «Qui esiste la strada. È solo cresciuta un po’ d’erba, ma non c’è pericolo. L’ho già percorsa varie volte nelle ultime settimane.» Speriamo! Ho già avuto modo di constatare il sereno fatalismo dei missionari e il loro affidarsi alla divina Provvidenza...
Stiamo recandoci in visita alle famiglie giunte da poco tempo, alcune addirittura provenienti dal Malawi, e che non hanno diritto a nulla perché le operazioni di rientro sono ufficialmente concluse.
Come spesso accade, chi elabora i programmi d’emergenza e stabilisce date e scadenze stando seduto in un ufficio, difficilmente tiene conto della realtà e della cultura locale. Chi rientra riceve solo quel poco che i missionari riescono a dare e trova una situazione non facile: il raccolto dello scorso anno è andato male per la mancanza di pioggia e quello di quest’anno è già compromesso da un’invasione di cavallette.
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Trascorro quattro giorni muovendomi da una comunità all’altra, dormendo nelle capanne, mangiando xima, la polenta di mais, rassegnandomi al caldo e assistendo, senza capire una parola, ai dialoghi in lingua chissena di padre Josè.
Durante queste visite raccolgo i dati necessari per preparare un intervento in grado di favorire una permanenza stabile ai nuovi venuti, ai quali sarà necessario non solo distribuire semi e attrezzi agricoli, ma soprattutto favorire la riconciliazione e la solidarietà e, dopo anni di sofferenze, far rinascere la speranza di un futuro migliore, quella speranza mantenuta viva grazie al lungo e paziente lavoro di padre Josè e dei suoi missionari.
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