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1995
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Padre Prosperino - Settembre
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Ho conosciuto padre Prosperino a Quelimane, dove mi trovavo per seguire l’iniziativa delle adozioni a distanza. Era venuto per una rapida visita ai confratelli e il giorno seguente sarebbe ripartito per la capitale.
Sebbene avessi già udito parlare di lui e del suo impegno sociale, l’ho ascoltato con interesse mentre, nella casa dei missionari Cappuccini, mi narrava le sue attività, iniziate in Mozambico nel 1958, per alleviare la povertà attraverso il lavoro, l’autonomia e la dignità.
« Sono venuto in missione per due tipi di attività - mi spiega - l’apostolato e la promozione umana. Poi col tempo ho rovesciato l’approccio: è la promozione umana che porta all’apostolato e non il contrario, e su questo assunto ho fondato la mia opera. »
Padre Prosperino inizia quindi a creare le prime cooperative agricole affrontando difficoltà di ogni genere, ostacoli ambientali, sociali e politici.
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Poco tempo dopo l’indipendenza, le speranze nate con la fine del colonialismo si dissolvono nelle affermazioni ideologiche, nelle nazionalizzazioni, nelle accuse e nelle calunnie rivolte ai religiosi.
Il Mozambico sceglie la via del marxismo e padre Prosperino viene accusato di sovversione: la Chiesa non può più svolgere opere sociali e le cooperative interferiscono nelle scelte economiche del nuovo governo.
Nel gennaio del 1979, con l’accusa di essere un infiltrato del capitalismo, viene espulso dal Paese. Non va molto distante: prima in Sudafrica e poi in Tanzania dove incontra Joaquim Chissano, a quel tempo ministro degli Esteri, a cui racconta l’accaduto. Chissano riconosce che si è trattato di un errore di valutazione e gli consente di rientrare: alla fine del 1979 padre Prosperino giunge a Maputo. Ma durante l’anno di assenza la situazione è peggiorata: i negozi sono vuoti e la gente ha fame.
Anche trovare un lavoro è difficile: le poche industrie esistenti stanno fermandosi per la mancanza di materie prime. Decide di rimanere nella capitale e da quel momento inizia il suo instancabile impegno a favore delle cooperative agricole, riunendo attorno a sé la categoria più debole della società, le donne.
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Padre Prosperino mi aveva invitato ad andarlo a trovare nella sede di Maputo dell’Unione Generale delle Cooperative da lui creata, ed ora, mentre lo accompagno in visita ad alcune unità produttive alla periferia dalla città, osservo la sua imponente figura aggirarsi tra allevamenti di polli, orti e magazzini, ascoltando gli agricoltori e impartendo disposizioni. « Sono oltre duecento le cooperative create sino ad oggi – mi spiega - e coinvolgono oltre undicimila contadini, la maggior parte donne. Producono frutta, riso, polli, uova e verdure che distribuiamo nei mercati cittadini. Tutti prodotti che sino a poco tempo fa erano quasi introvabili. »
Ma come è stato possibile ottenere risultati così difficili da raggiungere in Africa?
« Ho condotto le cose alla mia maniera, partendo dalle fattorie collettive che il governo aveva creato subito dopo l’indipendenza e che, alcuni anni più tardi, erano fallite. Ho provveduto a riorganizzarle sulla base di tre semplici concetti: chi non lavora non mangia; chi lavora deve produrre; chi produce deve usufruire dei frutti del proprio lavoro. Il governo pensava di produrre di più imponendo a forza degli schemi marxisti su una struttura sociale che li rifiutava ed ha fallito. Non ho voluto nessun formatore politico nelle cooperative. Ho formato io stesso le persone: una formazione pratica sulle tecniche agricole, sui concetti di responsabilità e di solidarietà. »
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In tempo coloniale, attorno alla capitale esistevano numerose fattorie appartenenti alla comunità bianca e cinese che rifornivano mercati e negozi di animali da cortile, frutta e verdura.
Con l’indipendenza queste aziende agricole sono andate incontro ad una decadenza progressiva: terreni mal coltivati o abbandonati, pollai e stalle vuote. Mancavano iniziative capaci di valorizzare le risorse produttive e le conseguenze erano sotto gli occhi di tutti: pochi prodotti nei negozi e lunghe code per acquistarli.
Nel 1980 padre Prosperino fonda l’Unione Generale delle Cooperative e le installazioni di un tempo riprendono la produzione. « All’inizio è stato difficile. Non avevamo sementi, zappe, motopompe, mezzi di trasporto, fertilizzanti. Abbiamo chiesto aiuto a diverse organizzazioni umanitarie che hanno inviato i primi materiali necessari. Nel 1981 la produzione è stata di cento tonnellate, ma l’anno scorso abbiamo superato le tremila tonnellate fatturando sette milioni di dollari. »
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La maggior parte dei membri delle cooperative sono donne. Questa scelta, voluta da padre Prosperino, ha provocato sorpresa e perplessità perché la donna, relegata all’ultimo posto nella famiglia, qui acquisisce un ruolo rilevante occupandosi non solo della coltivazione del terreno, ma anche della contabilità, dell’amministrazione e della produzione. « Abbiamo insegnato a liberarsi dai complessi d’inferiorità nei confronti del marito e dall’oppressione della vita tribale. Abbiamo dato un lavoro e un guadagno ma, soprattutto, abbiamo insegnanto a risparmiare, una cosa difficile da ottenere in Africa. »
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