Non è una struttura molto grande, ma il terreno in cui è stata costruita consente un futuro ampliamento. Possiede un refettorio, delle stanze con letti a castello, un grande salone e, nel cortile sul retro, la cucina, i servizi e un pozzo.
Tutto intorno vivono migliaia di persone, la maggior parte profughi che non sono ritornati ai loro villaggi, contrariamente a tutte le previsioni del Governo e delle agenzie umanitarie. «Non torneranno - afferma suor Lidia - Questa gente ha un tetto, i loro figli vanno a scuola, qualcuno ha un lavoro e molti temono che la guerra riprenda.»
La Casa della Speranza ospita una trentina di bambini con un passato doloroso alle spalle: alcuni hanno perso i contatti con la famiglia, altri hanno avuto i genitori uccisi o rapiti negli scontri armati.
Ne riconosco diversi che provengono dal Villaggio della Pace e di cui ricordo le storie: Nelson, di circa dieci anni, raccolto dalla strada; Mateus, i cui genitori sono rimasti uccisi durante un’incursione dei guerriglieri; João, allevato dai nonni per alcuni anni sino a quando, alla loro morte, ha dovuto scegliere la strada come ambiente di vita.
Parabole disperate, vite di bambini derubati della loro infanzia e sradicati dal loro ambiente che hanno trovato qui un sostegno per riprendere il cammino. «Innanzi tutto cerco le loro famiglie d’origine – mi spiega suor Lidia - Se non è possibile rintracciarle, individuo delle famiglie adottive disposte ad accoglierli. Nei limiti del possibile evito di creare il modello dell’orfanotrofio. Ogni bambino dovrebbe avere una famiglia di riferimento perché solo questa può garantire il suo benessere psico-fisico.»