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1994
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Un contributo alla pace - Aprile
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È terminata la distribuzione di sementi e di attrezzi agricoli che, grazie ad un contributo dell'Unione Europea e con la collaborazione dei Missionari comboniani, abbiamo iniziato lo scorso mese. Sono quasi 5.000 i nuclei familiari a cui abbiamo dato la possibilità di rientrare alle località di origine e riprendere la coltivazione dei campi. La distribuzione di sementi ed attrezzi garantisce, infatti, la sicurezza alimentare ed impedisce alle popolazioni ritornate l’abbandono dei villaggi.
La distribuzione ha interessato quattro località del distretto di Bùzi: Guaraguara, Gruja, Estaquinha e Barada. Si tratta di località in cui i missionari hanno fatto ritorno all’indomani della fine delle ostilità pur se hanno incontrato le antiche missioni semidistrutte o saccheggiate. Due di queste, Estaquinha e Barada, sono addirittura state adibite a caserme dopo essere state nazionalizzate al momento dell’indipendenza.
I semi e le zappe, acquistati da grossisti locali, sono stati trasportati, con il camion della Diocesi, da Beira alla missione di Bùzi utilizzando il camion della Diocesi, dove sono stati accatastati per la successiva distribuzione, avvenuta tramite un trattore, l’unico mezzo in grado di percorrere le strade ancora in cattive condizioni.
La prima località della distribuzione è stata Barada e ne hanno beneficiato 1.450 famiglie. Eravamo accompagnati dai Padri della missione e, nonostante fossimo stati rassicurati, avevamo il timore di incontrare delle mine ancora inesplose. Si passava in mezzo alle sterpaglie cercando di individuare i fossi causati dalle bombe. Quel giorno il trattore ha percorso 33 chilometri giungendo sino all’abitato dove ci attendeva la popolazione a cui abbiamo distribuito venti chilogrammi di semi di mais, dieci di fagioli e due zappe ad ogni nucleo familiare. Al pomeriggio la distribuzione non era conclusa, ma siamo comunque ripartiti prima del buio per tornare il giorno seguente con un altro carico. A Barada abbiamo distribuito i prodotti a 1.450 famiglie.
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La settimana successiva è stata la volta di Guaraguara, a circa venti chilometri dalla località di Bùzi, dove ci attendevano 930 nuclei familiari che hanno ricevuto sementi e zappe. La distribuzione è proseguita nei giorni seguenti nella località di Estaquinha, anch’essa situata nel distretto di Bùzi e dove esiste una'altra missione. In questa località molti stanno tornando alle loro case, ma la strada non è ancora ufficialmente aperta: si teme vi siano mine, in particolare negli ultimi due chilometri prima di entrare nel villaggio, ma nonostante ciò tutti passano a piedi. Abbiamo seguito il trattore con il carico sino alla zona sicura, dove sono stati scaricati semi e zappe, consegnate a 1.650 nuclei familiari. L’ultima località è stata Gruja ed arrivare non è stato facile a causa di un ponte crollato che ha costretto ad una deviazione di oltre 22 chilometri percorrendo una pista in cui, da anni, non passava nessuno. Qui la distribuzione ha interessato oltre 1.100 famiglie.
Ora abbiamo finalmente concluso le distribuzioni e sto predisponendo la relazione contabile delle attività. Mi giunge notizia che coloro che hanno beneficiato delle distribuzioni, hanno coltivato con cura il loro campo ed attendono con impazienza il raccolto. In questi giorni altre persone stanno tornando alle loro terre ed altri campi iniziano ad essere coltivati: dopo 17 anni di guerra la vita lentamente riprende e tra qualche mese la prima fase del rientro dei profughi sarà conclusa, probabilmente con qualche ritardo rispetto al programma previsto dall’Onu.
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Oltre un milione e settecentomila mozambicani che risiedevano nei campi profughi in Swazilandia, Tanzania e Malawi sono ritornati in Mozambico. La previsione era di un milione e mezzo di persone, ma sono giunti anche coloro che si trovavano fuori dai campi profughi per utilizzare i mezzi di trasporto messi a disposizione dall’Onu, mentre si prevede che, nelle prossime settimane, altri duecentomila potranno ritornare spontaneamente.
La comunità internazionale ha stanziato 145 milioni di dollari per le operazioni di rientro, le quali includono anche interventi di reinserimento sociale e di formazione professionale. Tuttavia chi ritorna deve fare i conti con la siccità che da due anni sta colpendo l’Africa Australe e in tali condizioni non è certamente facile iniziare una nuova esistenza. La questione si è inoltre complicata per i mozambicani che sono in Tanzania: esistono coloro che sono espatriati ai tempi della guerra di liberazione, coloro che sono fuggiti all’inizio della guerra civile e coloro che sono emigrati addirittura negli anni Sessanta. Con la pace definitiva sono rientrati tutti in massa, cogliendo di sorpresa le strutture locali che non erano preparate ad una tale situazione e sono privi di tutto: dagli utensili domestici, al vestiario, ai prodotti igienici, alle medicine e al materiale scolastico per i figli. Sono giunte negli scorsi mesi molte organizzazioni umanitarie che promuovono programmi di inserimento e corsi di formazione. Molti di coloro che rimpatriano preferiscono lavorare come braccianti agricoli per avere un guadagno immediato, piuttosto che iniziare a coltivare un terreno ed attenderne i frutti.
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Le Nazioni Unite hanno calcolato che la guerra in Mozambico ha causato lo spostamento di quasi sette milioni di persone. Alla cessazione delle ostilità nell’ottobre del 1992, gli sfollati erano calcolati in 5,4 milioni. Questa cifra include 3,7 milioni di sfollati interni e 1,7 milioni di sfollati nei paesi vicini, quasi tutti rientrati. Tuttavia molti di loro non sono in grado di partecipare al processo di ricostruzione del proprio Paese tramite lo sviluppo agricolo: nonostante la distribuzione di attrezzi per la coltivazione del terreno, in molte località scuole e centri medici sono stati distrutti mentre gli spostamenti sono limitati per le mine. Parallelamente al rientro degli sfollati, continua la smobilitazione dei militari ai quali è stato rivolto l’appello di presentarsi ai centri di accantonamento dove, nell’attesa di avere nuovi documenti, vengono date spiegazioni circa le malattie più comuni, vengono insegnate le tecniche agricole, vengono organizzate attività ricreative e sportive. In particolare viene dato ampio spazio all’alfabetizzazione: oltre la metà degli smobilitati è analfabeta e conosce solo il proprio dialetto. Alcuni saranno inseriti nel nuovo esercito mozambicano, ma per la maggior parte di loro la reintegrazione è un processo lungo e complesso: occorre organizzare corsi di formazione o dare la possibilità di iniziare un’attività agricola. Tuttavia, entrambe le soluzioni previste presentano al momento difficoltà per l’esistenza di un’elevata percentuale di disoccupazione e per l'insufficiente produzione agricola dovuta alla mancanza di pioggia, alla presenza di vaste zone ancora minate e alla scarsità di mercati per i prodotti agricoli.
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Una nuova iniziativa: le adozioni a distanza - Settembre
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Mi trovo a Quelimane in visita al Villaggio della Pace, che stiamo sostenendo dal 1990, e per il quale abbiamo avviato in Italia diverse iniziative di solidarietà che, assieme a quelle di altre associazioni che sostengono questa realtà, garantiscono ai minori ospitati l’alimentazione, le spese sanitarie e il materiale scolastico. Il loro numero è aumentato ed ora hanno superato il centinaio, mentre il centro di accoglienza ha ormai raggiunto la massima capienza e non è possibile inserire altri bambini. Con Suor Albertina visito il nuovo centro in costruzione, finanziato dall’Unione Europea e da diversi altri benefattori. È quasi completato l’edificio principale che, al piano terra, comprende la mensa e la cucina mentre al piano superiore vi sono tre aule e una biblioteca. Le altre costruzioni, cinque in tutto, accoglieranno solo delle bambine. “È la nostra vocazione – mi spiega la suora – anche gli altri centri di accoglienza che abbiamo in Africa ospitano unicamente delle bambine. All’inizio vi era una situazione d’emergenza ed abbiamo accolto maschi e femmine ma quando terminerà la nuova costruzione i bambini saranno trasferiti nella Casa della Speranza, il centro d’accoglimento delle missionarie Domenicane”.
Suor Albertina mi parla dell’idea di integrare alcuni minori in famiglie adottive locali in modo da permettere una crescita che tenga conto anche dell’affetto di una famiglia, specialmente per i più piccoli. Parla poi dell’aumento dei costi che rendono difficoltoso l’inserimento di altri bambini e la continuazione del sostegno agli esterni, coloro cioè che vivono con le loro famiglie ma trascorrono l’intera giornata al centro dove ricevono i pasti e possono frequentare la scuola primaria.
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Quella sera, dopo cena, ho riflettuto sulle parole di Suor Berta: realisticamente un aumento dei bambini significa un aumento dei costi e, per quanto riguarda la nostra associazione, vi sono difficoltà a promuovere altre iniziative oltre a quelle che stiamo svolgendo. È necessario pertanto trovare una soluzione tale da garantire la continuità del sostegno ai minori ospitati nel Villaggio della Pace, sia interni che esterni, in previsione anche di un loro aumento.
È stato in quell’occasione che ho rammentato un incontro avuto, tempo addietro, con un missionario il quale mi aveva fatto partecipe della sua esperienza di sostegno ai bambini tramite le adozioni a distanza. Il giorno seguente ne ho parlato con suor Berta che ha accolto con entusiasmo l’idea e, una settimana più tardi, avevamo trascritto su delle schede i dati e le storie personali dei bambini da inserire nel programma, ma non senza difficoltà: di molti non si conosce la data di nascita ed anche i nomi, a volte, sono stati attribuiti da suor Albertina. “Molti bambini vivevano in strada - mi ha spiegato – e non ricordavano il nome del villaggio in cui abitavano e tantomeno il loro nome. Altri sono stati portati qui da qualche parente ed in questo caso abbiamo dei dati abbastanza attendibili”.
Tra qualche giorno andrò in Italia e porterò con me le fotografie e le schede che ho compilato: l’avvicinarsi del periodo natalizio è il più favorevole alle iniziative di solidarietà. Forse il futuro di questi bambini sarà un pò meno grigio.
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I centri sanitari di Manga e Chingussura - Ottobre
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Alcuni giorni fa ho visitato i centri sanitari di Manga e di Chingussura, invitato da due suore che in questi centri lavorano come infermiere: Suor Flor de Maria e suor Delfina. Il centro sanitario di Alto da Manga, dove lavora suor Flor de Maria, una missionaria peruviana, appartiene al ministero della Sanità ma è gestito dall’ordine delle Missionarie Francescane. Oltre a suor Flor, vi è Suor Antonia, mozambicana, che ha frequentato in Italia un corso di specializzazione, Suor Lisa e Suor Maria. Tutte infermiere e tutte estremamente dedicate alla loro missione. Vi sono alcuni “tecnici sanitari”, come sono chiamati gli infermieri specializzati ma non vi sono medici. In tutta la città di Beira, i medici mozambicani sono due e quelli stranieri si contano sulle dita di una mano. In compagnia di Suor Flor ho visitato il centro sanitario che la guerra, l’incuria e la mancanza di risorse finanziarie hanno deteriorato fisicamente. È composto da tre edifici distinti: nel primo si svolgono le visite e le medicazioni, nel secondo vi è la pediatria e nel terzo vengono effettuati gli esami più comuni. In un altro edificio, più piccolo, è situata la direzione e la farmacia. Entro nell’edificio in cui si svolgono le visite: nella sala d’aspetto, disadorna, attendono una decina di persone. Non esistono porte: una tenda divide la sala d’aspetto da quella delle visite. La suora mi fa cenno di entrare. In un lettino è adagiato un adulto a cui un infermiere sta medicando una ferita ad un piede. Mi guardo intorno: vecchi strumenti, una vetrina metallica scrostata, due sedie di legno, pochi medicinali, qualche cerotto, qualche garza. Ci dirigiamo verso la pediatria dove in è in atto il controllo del peso dei bambini per stabilire il loro stato di salute. Nella sala delle visite, ad un bambino disteso che mi fissa con occhi febbricitanti, è diagnosticata la malaria: alla madre è consegnata della clorochina, spiegando la modalità di somministrazione. Anche qui l’ambiente è disadorno, dalle pareti trasuda umidità, gli strumenti sono ridotti al minimo. Suor Flor mi conduce al laboratorio delle analisi spiegandomi che è possibile eseguire solo il test della malaria e altri pochi esami relativi ad alcune malattie infettive. “Da molti anni non viene eseguito nessun intervento di manutenzione e non viene acquistato nulla per la mancanza di risorse economiche. La situazione è precaria, non abbiamo attrezzi e non abbiamo medici”.
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“Non abbiamo attrezzi e non abbiamo medici” lo ripete Suor Delfina che mi riceve nel centro sanitario di Chingussura, un’altra località nella zona suburbana di Beira. Questo centro è più grande del precedente ed è costituito da una costruzione ad un piano con un dispensario per la tubercolosi, situato a poca distanza dall’edificio principale. Anche questo centro sanitario è di proprietà del Ministero della Sanità, ma è gestito direttamente dalla Diocesi di Beira. Per comprendere situazioni come queste occorre tornare indietro nel tempo. Nel 1976, l’anno successivo all’indipendenza del Mozambico, il nuovo governo espropriò tutti gli immobili di proprietà dei privati, incluse le scuole ed i centri medici gestiti dai religiosi, ai quali furono lasciate soltanto le missioni ma relativamente allo spazio necessario per abitarvi. Dal 1992, dopo l’accordo di pace, il governo iniziò a restituire alla Chiesa quanto era stato espropriato, ma purtroppo le strutture non erano più quelle di prima: molte distrutte, altre saccheggiate e qualcuna ancora funzionante, come appunto i centri sanitari di Manga e di Chingussura. Tuttavia la restituzione integrale non è stata possibile in quanto l’esercizio sanitario può essere gestito solamente dal Ministero della Sanità. È stato però possibile raggiungere un compromesso: proprietà del Ministero e gestione da parte delle congregazioni missionarie o, come in questo caso, della Diocesi.
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Al piano terra vi è la sala delle visite mediche, la pediatria e il laboratorio per gli esami. Anche qui la guerra e l’incuria hanno lasciato i segni sulla struttura, che presenta infiltrazioni d’acqua, e sulle poche suppellettili esistenti. Tra la gente che attende pazientemente di essere visitata vedo molte madri con i bambini al collo. Al piano superiore vi è la maternità, l’unica della zona. La sala parto e tre sale per i ricoveri sono arredate con vecchi letti di ferro ossidati dal tempo: in due di essi sono stese due donne con accanto il figlio appena nato mentre su altri letti siedono i parenti venuti in visita. Anche qui i muri sono umidi e scrostati. La terza sala è vuota ed il tetto è scoperchiato in alcuni punti. La cucina è nel cortile: una tettoia sotto la quale alcune inservienti stanno preparando il pranzo per il personale e per le pazienti della maternità: riso bollito e pesce secco. Suor Delfina cura i casi di denutrizione. Nel suo studio, al piano terra, visita i bambini, impartisce consigli alle madri ed ha realizzato, in un’area accanto al centro sanitario, uno spazio in cui giornalmente distribuisce un pasto a circa novanta bambini denutriti. La struttura è molto semplice: una tettoia sotto la quale, all’ora stabilita, si raccolgono le madri con i loro figli, per ricevere una refezione composta da una particolare dieta alimentare, ricca d’olio e di zuccheri. “Li teniamo qui circa due mesi – mi dice – poi li rimandiamo a casa quando si sono ristabiliti, ma dopo poco tempo ritornano nelle stesse condizioni di prima. La mortalità infantile è molto elevata e la causa è la povertà. Qui abitano molte vedove. Non hanno un lavoro in grado di garantire un rendimento sufficiente. Guadagnano qualcosa vendendo bibite, oppure legna o pesce”. Assisto alla distribuzione del pasto: i bambini sono seduti per terra e mangiano in silenzio, prendendo il cibo con le mani e portandoselo alla bocca. Per molti di loro è l’unico pasto che faranno durante la giornata. “I bambini denutriti sono ancora tanti – mi dice la suora – ci vorrebbe un aiuto, soprattutto economico”.
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Le prime elezioni - Novembre
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Mi trovo a Maputo da pochi giorni. Avrei voluto venire in ottobre per poter essere presente nel giorno delle prime elezioni del Mozambico indipendente, ma le attività in Italia legate alla mia carica di presidente e al sostengo a distanza, lo hanno impedito. All’aeroporto ho preso un taxi per raggiungere la casa in cui sono ospitato e durante il tragitto ho chiesto all’autista una sua impressione sull’attuale situazione del paese: “Prima esisteva la guerra e la fame, ora la guerra è finita ed è rimasta solo la fame. Ma almeno un problema è stato risolto”. In realtà la guerra è terminata da troppo poco tempo per vedere dei risultati apprezzabili sul piano economico. L’accordo di pace è stato firmato a Roma il 4 ottobre del 1992 dopo due anni di trattative tra la Renamo e il Frelimo e, da allora, le armi non sono più state toccate, un caso non comune in Africa. Le elezioni si sono svolte lo scorso ottobre in un clima tranquillo grazie anche alla presenza delle forze dell’Onu tra cui un contingente di alpini italiani la cui base è a Beira. Ha votato una percentuale elevata di aventi diritto, l’87,8%, grazie anche agli sforzi dell’Onu per far rientrare gli sfollati all’estero in tempo per il censimento elettorale. Al governo è andato il Frelimo, il partito costituitosi nel 1965 per liberare il Mozambico dal colonialismo, con il 44,3% dei voti. La Renamo tuttavia, con un inatteso 37,7% di consensi, ha dimostrato di non essere più un gruppo di “banditi armati” come gli anni scorsi era apostrofata dal Frelimo, ma un partito divenuto politicamente consistente e che il Frelimo accetta a fatica pur se tutti concordano nel fatto che il ritorno alle armi è escluso: l’accordo di pace prevedeva un’amnistia per i crimini di guerra commessi da ambo le parti nei confronti della popolazione civile e, di fatto, è avvenuta la riconciliazione nazionale.
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La Renamo prevale nelle province centro settentrionali, sue tradizionali roccaforti: Sofala, Manica, Tete, Zambezia e Nampula, ma è priva di risorse e di quadri e non riesce a differenziare il proprio programma politico da quello del governo. Sino a quando il Frelimo era marxista e la Renamo anticomunista, la situazione si presentava chiara. Tuttavia ora il Frelimo è diventato promulgatore del libero mercato e molti dei suoi quadri si sono imborghesiti. Il governo ha inoltre iniziato un programma di privatizzazioni, ha accettato le prescrizioni del Fondo Monetario Internazionale e Joaquim Chissano è stato confermato, in queste elezioni, presidente con il 53% dei voti contro il 33% del suo avversario Afonso Dhlakama.
Il nuovo governo eredita un paese semidistrutto da trent’anni di guerre, prima quella anticoloniale e poi quella civile. Le infrastrutture sono distrutte, le mine impediscono la coltivazione dei terreni ed il Mozambico rimane tra gli ultimi paesi negli indici di sviluppo umano, con un reddito che non supera i 120 dollari pro capite ed una popolazione tra le più povere del mondo che, dopo aver messo da parte l’ideologia marxista, tenta ora di dimenticare la guerra.
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Niassa: la provincia dimenticata - Dicembre
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A Lichinga, capitale della provincia del Niassa, la più grande e la meno popolata del Mozambico, il volo da Maputo giunge al lunedì mattino per ripartire il primo pomeriggio. In questa giornata l’aeroporto è gremito di persone che arrivano, di altre che partono, di accompagnatori, di gente che attende un documento, una lettera dalla capitale o di semplici curiosi. L’arrivo dell’unico volo settimanale delle Linee Aeree Mozambicane è un avvenimento che, per quasi una giornata, genera agitazione all’aeroporto. Poi tutto torna tranquillo, sino alla settimana successiva. Pur nell’affollamento riconosco subito suor Maria, inconfondibile nell’abito e nell’aspetto, che mi conduce alla casa dei missionari della Consolata situata in una tranquilla via di Lichinga, la capitale del Niassa, vicino alla Diocesi. Iquesto mio viaggio ha lo scopo di valutare un intervento di sviluppo che il Cipsi, un coordinamento italiano di Organizzazioni umanitarie, ha quasi ultimato. Prevedo di fermarmi qui circa una settimana: due giorni a Lichinga e gli altri giorni a Mandimba, dove è in corso la realizzazione del progetto di cui dovrò stendere una relazione.
Il giorno successivo visito la città: non è molto grande, le vie sono spaziose ed alberate e la maggior parte delle costruzioni ha un solo piano. É diversa dalle altre città mozambicane che conosco e che possiedono edifici elevati. Il traffico è quasi inesistente: forse in tutta la città i veicoli che circolano non superano il centinaio.
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La nascita della cittá di Lichinga é relativamente recente ed é legata all’espansione coloniale portoghese. Dopo la Conferenza di Berlino, in cui vengono tracciati i confini dei possedimenti coloniali dei paesi europei, al nord del Mozambico, in una regione ancora in gran parte sconosciuta, viene creato nel 1907 il comando militare di Metonia. Garantito un minimo di sicurezza, ai militari seguono i commercianti e i missionari. Negli anni seguenti la presenza portoghese si espande ed il numero dei coloni aumenta progressivamente. Nel 1930 viene rivisto l’assetto amministrativo e il territorio sviluppatosi attorno al primitivo comando militare di Metonia, viene inglobato nella nuova Provincia del Niassa, un territorio di oltre 122.000 Km² (equivalente a quello dell’Italia settentrionale), ancora privo della capitale. La scelta della costruzione della nuova cittá cade sull’altipiano di Lichinga, il cui significato in lingua locale significa “cerchio”. Infatti l’altipiano, circondato da montagne, garantisce visibilitá e protezione, fattore non secondario da un punto di vista strategico militare. Inizia cosí la costruzione della capitale della provincia del Niassa, a cui viene dato il nome di Vila Cabral in onore dell’allora governatore del Mozambico, Ricardo Pereira Cabral. Nel 1975, al momento dell’indipendenza, il nome verrá mutato in quello di Lichinga, dal nome dell’altipiano in cui é sorta la cittá.
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Al pomeriggio due missionari mi accompagnano a vedere il lago Niassa, uno dei più grandi laghi africani, che il Mozambico divide con il Malawi. Questo lago in epoca coloniale era soprannominato "Lago Calendario" a causa della sua lunghezza in miglia (365) che coincide con i giorni dell’anno e la sua larghezza in miglia (52) che coincide con le settimane dell’anno.
Durante il percorso non posso fare a meno di notare molte fattorie abbandonate. “È stata la guerra - mi dicono i missionari - a costringere gli agricoltori ad andarsene e la ricostruzione non è facile. Eppure questa provincia possiede elevate potenzialità agricole per la fertilità del suolo e la presenza d’acqua. Si potrebbero avere anche due raccolti all’anno. Ma le infrastrutture sono state distrutte, le strade secondarie sono ancora impraticabili e non è possibile il trasporto dei prodotti agricoli”. In realtà lo sviluppo del Mozambico è basato in gran parte sull’agricoltura che sostiene il 90% della popolazione ma che spesso viene svolta con metodi limitati ed ha la funzione di semplice sussistenza: si coltiva solo ciò che è necessario senza prevedere il commercio o lo stoccaggio dei prodotti.
Il giorno dopo, con Padre João Coelho, un missionario portoghese della Consolata mi reco alla missione di Mandimba, distante circa 160 chilometri. Percorriamo il tragitto in quasi sette ore per le pessime condizioni della strada. “Qui prima della guerra incontravo elefanti e bufali mentre ora sono rimaste solo delle scimmie” mi dice padre João. In effetti incontriamo dei gruppi di babbuini che, all’avvicinarsi del fuoristrada, si nascondono tra la vegetazione. Mandimba non ha grandi risorse: è una località situata al confine con il Malawi ma il traffico di persone e di veicoli è molto limitato. Non esiste energia elettrica né telefono e le comunicazioni avvengono mediante la radio della missione. È praticata, come in gran parte del Mozambico, l’agricoltura a livello familiare: mais, fagioli, manioca e mapira. Funziona una sola scuola primaria in muratura ed un’altra in paglia; esistono tre automobili in tutto ed un trattore (missione, amministrazione e centro sanitario). La strada con i distretti meridionali è impraticabile e si accede solo attraverso il Malawi.
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“Molte persone che vivono qui – mi spiega padre João – coltivano la terra dall’altra parte del confine che attraversano tutti i giorni a piedi in qualunque punto e di sera rientrano, senza nessun passaporto o documento”. La missione è piccola ed in questo momento padre João è solo; l’altro confratello è assente per un periodo di riposo. Con la fine della guerra, la sicurezza è migliorata e la popolazione ha iniziato a rientrare dal vicino Malawi. Il progetto affidato ai Padri della Consolata ha lo scopo di consentire l’autosufficienza alimentare della popolazione rientrata, la riabilitazione del centro sanitario e della scuola, oltre all’implementazione d’alcune attività di autosviluppo locale.
La missione ha provveduto all’acquisto di semi, zappe ed asce che ha distribuito alle famiglie rientrate. “Abbiamo coinvolto i responsabili delle comunità – mi dice Padre João – che hanno partecipato volontariamente nelle attività di distribuzione. Adesso stiamo verificando l’utilizzo degli strumenti per controllare che non vengano venduti e sia evitata una doppia distribuzione. Abbiamo consegnato anche delle coperte ad ogni famiglia per proteggere i componenti più deboli, specialmente i bambini piccoli”.
Il lavoro che i missionari svolgono è notevole; oltre ad occuparsi delle attività legate all’evangelizzazione, devono anche farsi carico di seguire i progetti di sviluppo, in particolare in questo dopoguerra di ricostruzione. Le difficoltà sono rappresentate dal limitato numero di religiosi presenti: Padre João in questo momento è da solo e deve occuparsi di una regione vasta come il Piemonte. Solo quando tornerà il confratello attualmente in ferie, potrà essere alleviato da alcune attività.
Ho rilevato in tutti i missionari che sino ad oggi ho avuto occasione di conoscere e seguire, l’intelligente sforzo nel cercare una mediazione culturale con i residenti per comunicare con più facilità, iniziando dall’apprendimento della lingua locale o inserendo i riti tradizionali nelle funzioni liturgiche, in modo da consentire una maggiore e più incisiva diffusione del messaggio cristiano.
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