1994 - Una terra dimenticata - Veziano Armandi
 

1994

Una terra dimenticata - Dicembre

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A Lichinga, capitale della provincia del Niassa, la più estesa e la meno popolata del Mozambico, il volo da Maputo giunge il lunedì mattina per ripartire nel primo pomeriggio. In questa giornata l’aeroporto è gremito di persone che arrivano, di altre che partono, di accompagnatori, di gente che attende un documento dalla capitale o di semplici curiosi.

L’arrivo e la partenza dell’unico volo settimanale delle Linee Aeree Mozambicane è un avvenimento che, per buona parte della giornata, mette in agitazione l’aeroporto. Poi tutto torna tranquillo sino alla settimana successiva.
Pur nella confusione riconosco subito padre João Coelho che mi accompagna nella sede dei missionari della Consolata e con cui, nei giorni seguenti, dovrò recarmi a Mandimba, dove si trova la sua missione, per valutare un intervento di sostegno ai rifugiati che stanno rientrando dal vicino Malawi.
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La città non è molto grande, le vie sono spaziose e alberate, il traffico quasi inesistente: calcolo che in tutta la città i veicoli in circolazione non superano il centinaio. Lichinga è una città recente ed è legata all’espansione coloniale portoghese nel nord del Mozambico.

Nel 1907 viene creato un comando militare per garantire sicurezza ai coloni che stanno iniziando a popolare il vasto territorio ancora sconosciuto che, nel 1930, viene inglobato nella nuova provincia del Niassa, di oltre 122.000 Kmq (superiore a quello dell’Italia settentrionale) e a cui occorre una capitale. La scelta del luogo cade su di un’esteso altopiano, interamente circondato da montagne, che i nativi chiamano lichinga, (cerchio in lingua locale).
Alla nuova città viene assegnato il nome di Vila Cabral, dal nome dell’allora governatore del Mozambico, Ricardo Cabral, ma dopo l’indipendenza viene cambiato con quello dell’altopiano in cui sorge, appunto Lichinga.
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Alcuni giorni più tardi partiamo per Mandimba: 160 chilometri lungo una strada impervia e piena di buche che fanno sobbalzare continuamente e che costringono il fuoristrada a mantenere un’andatura lenta.
Questa via è l’unica a mettere in comunicazione Lichinga con i distretti meridionali della provincia, ma negli ultimi anni non vi transitava nessuno per i continui attacchi della guerriglia, di cui anche padre João è stato vittima. Durante il percorso non incontriamo nessun veicolo, eccetto quelli incendiati ai lati della strada, muti testimoni della violenza della guerra.

Padre João è in Mozambico da molto tempo, ha vissuto sia gli ultimi anni del colonialismo che i primi difficili anni dell’indipendenza e durante il viaggio si lascia andare a qualche commento. «Durante il periodo coloniale noi portoghesi ci sentivamo i padroni. E anche i missionari avevano la convinzione di essere i salvatori del popolo, che doveva accettare le loro parole per migliorarsi. Poi l’indipendenza ha messo in discussione tutto, anche la nostra azione. È cambiato il potere politico, ma anche quello religioso: da un giorno all’altro non vi erano più vescovi portoghesi, sostituiti da africani con altre idee, e questo ha comportato un diverso atteggiamento rispetto al passato». 
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Circa a metà percorso, padre João si ferma per mostrarmi il punto in cui, nel 1989, è stato ferito in un’imboscata dei guerriglieri e portato alla loro base, mentre i quattro giovani che stava accompagnando alla missione sono stati uccisi.
La sua prigionia è durata poco più di un mese: grazie all’intervento del Vaticano è stato consegnato alla Croce Rossa.

«Questa è la provincia più grande e più disabitata del Mozambico» mi dice riprendendo il cammino. «Una terra quasi dimenticata di cui si parla poco. Forse perché non è molto popolata o forse perché sono state compiute azioni che ora si vogliono dimenticare. Qui, nei primi anni dopo l’indipendenza vi erano i “campi di rieducazione” dove venivano inviati gli oppositori politici. Poco tempo dopo è iniziata l’Operazione produzione: chi non era in grado di dimostrare di avere un lavoro veniva lasciato in mezzo alla foresta con dei semi, una zappa e un’ascia. Nient’altro. Quelli che non sono stati sbranati dai leoni o uccisi dalle malattie si sono uniti ai guerriglieri della Renamo. Poi, quando è iniziata la guerra sono arrivati i russi. Consiglieri militari e medici. A Mandimba vi erano due medici russi che amputavano senza anestesia. Bastava un’infezione alla mano o al piede e tagliavano subito. I negri per loro non valevano nulla. Questo è stato il socialismo in Mozambico”.
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Dei "campi di rieducazione", padre João ricorda qualche nome: “A Mtelele vi erano i politici, a Naisseco i testimoni di Jeova, Msauzi era destinato ai gruppi famigliari mentre a Ilumbo e Mswaize vi erano le donne e a Muembe i giovani”.

La stampa nazionale spiegava che i campi erano destinati ai corrotti, alle prostitute e ai delinquenti comuni, mentre la stampa estera preferiva ignorarne l’esistenza. “Migliaia di vittime sono scomparse in questi campi, gestiti da personale improvvisato, dove non esisteva la minima protezione legale e nessun diritto umano”.
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Mandimba, dove arriviamo dopo sette ore di viaggio, è una piccola località al confine con il Malawi. Non esiste energia elettrica e le comunicazioni avvengono tramite la radio della missione.
Anche qui la popolazione vive d’agricoltura: mais, fagioli e mandioca. Esiste una scuola primaria, un ospedale rurale e tre veicoli in tutto, uno dei quali è quello di padre João. La strada che conduce a sud è ancora interrotta dalle mine e si passa solo attraverso il Malawi, il cui confine è a poche centinaia di metri.
I contadini che vivono qui hanno dei terreni dall’altra parte e tutti i giorni attraversano il confine senza necessità di passaporto, semplicemente passando per i campi. Anche noi facciamo altrettanto per recarci a far visita ad una missione della Consolata, percorrendo con il fuoristrada un viottolo che entra direttamente in Malawi senza attraversare nessun posto di frontiera e senza necessità di passaporto.

La missione di Mandimba è piccola e in questo momento padre João è solo: l’altro confratello si è assentato per un periodo di riposo. Il progetto che stanno realizzando i due missionari ha lo scopo di sostenere il rientro dei rifugiati e prevede, oltre alla distribuzione di semi, zappe, coperte e materiale scolastico, la costruzione di una scuola primaria e di un centro medico.

 

In questa terra manca tutto: agricoltura, energia elettrica, strade, trasporti. Ma forse è proprio in queste foreste ancora incontaminate che si nasconde il futuro dei suoi abitanti, esclusi dai progetti di sviluppo di cui stanno beneficiando le altre province.
Oggi è ancora prematuro, ma qui il turismo, se sviluppato con intelligenza e nel rispetto dell’ambiente, potrebbe essere un’opportunità di sviluppo per questa terra dimenticata.