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1994
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Iniziano le adozioni a distanza - Settembre
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Zelia non ricorda nulla dei suoi genitori. Quando sono morti era piccola, ma invece dei nonni ha dei ricordi chiari: della nonna Leonilde non ha dimenticato la cura con cui teneva in ordine la casa, una semplice capanna delimitata da una siepe d’arbusti. Ricorda quando l’accompagnava al pozzo ad attingere l’acqua, oppure quando l’aiutava a seminare il mais, mentre del nonno Jacobe rammenta l’imponente figura e il sorriso affettuoso che le rivolgeva quando scherzava con lei. Era minatore in Sudafrica, come tanti altri mozambicani, e Zelia ricorda ancora l’allegria della nonna quando, nei brevi periodi in cui tornava a casa, estraeva dalla borsa da viaggio delle capulane dai disegni vivaci. “Queste non le ha nessuno. Vedrai come t’invidieranno le amiche” diceva offrendole alla nonna che le prendeva con gli occhi che brillavano dalla gioia, sforzandosi di rimanere indifferente come le avevano insegnato le anziane del villaggio quando era bambina. Ma anche per lei il nonno aveva sempre qualcosa: una bambola, dei braccialetti, oppure uno zainetto per la scuola che non vedeva l’ora di mostrare alle compagne. Poi, le sere seguenti, seduto fuori dalla capanna, descriveva agli amici le città piene di luci, i negozi in cui si vendeva ogni cosa, le grandi macchine della miniera, il duro lavoro a centinaia di metri sottoterra.
Zelia rammenta la tristezza della nonna quando ripartiva senza sapere quando sarebbe ritornato. E non si è mai dimenticata dell’automobile che un giorno si era fermata vicino alla loro capanna e dei volti gravi delle due persone che erano scese. La nonna non si era più ripresa da allora. Non si perdonava di averlo lasciato andare a lavorare nella miniera e diceva che era morto per colpa sua. Quando il villaggio era stato attaccato dai bandidos armados, così allora si chiamavano i guerriglieri, non era fuggita come gli altri. Non voleva lasciare quella capanna e i ricordi che vi erano rinchiusi. Era troppo vecchia e stanca. Aveva affidato la nipotina a un gruppo di persone che stavano scappando, pregando in cuor suo che riuscissero ad arrivare sino alla città, ed era rimasta ad attendere la fine.
Solo alcuni anni più tardi, quando la guerra era finita, Zelia era tornata al villaggio, ma la capanna dove aveva vissuto da bambina non esisteva più.
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Mentre suor Berta mi sta raccontando la sua storia, osservo Zelia impegnata alla macchina da cucire nel Villaggio della Pace e mi pare d’intravedere un’ombra di malinconia sul suo volto di adolescente, la stessa ombra che s’indovina negli occhi delle altre bambine come lei, unite da storie di violenze, abusi, fughe, malattie.
Storie drammatiche il cui numero, lungi dal diminuire, aumenta: non passa giorno senza che qualcuno non si presenti chiedendo di ospitare una bambina orfana o abbandonata, ma manca lo spazio e l’unica soluzione è quella di realizzare una nuova struttura più capiente e funzionale. Dopo aver bussato a molte porte la Provvidenza le è venuta incontro, e suor Berta è riuscita a trovare le risorse necessarie per costruire il nuovo Villaggio della Pace che sostituirà quello in argilla e pietre.
Sarà costituito da un edificio principale a due piani con il refettorio, le aule, la biblioteca, l’amministrazione e sei piccole costruzioni a un solo piano che ospiteranno un centinaio di bambine. I maschi andranno invece alla Casa della Speranza, il centro d’accoglienza creato delle missionarie Domenicane.
Ma uno degli aspetti più importanti da risolvere è quello economico: un aumento del numero dei beneficiari porterà a un aumento dei costi, mentre le iniziative che promuoviamo in Italia sono occasionali e non assicurano la necessaria continuità per garantire le esigenze di base: nutrizione e istruzione.
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La soluzione l’abbiamo trovata. Mi sono rammentato di un missionario che mi aveva reso partecipe della sua esperienza di adozioni a distanza in India e ne ho parlato con suor Berta che ha accolto positivamente l’idea. Ho quindi inviato in Italia le fotografie e i dati dei bambini da sostenere, dando così inizio al primo programma di adozioni a distanza del Centro Cooperazione Sviluppo.
Forse il futuro di queste bambine sarà meno grigio e chissà che anche Zelia non trovi un padrino o una madrina con cui percorrere, almeno idealmente, un po’ di strada insieme per iniziare a dimenticare il suo passato.
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