1993 - Veziano Armandi
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1993


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Inhaminga - Agosto

Assieme a Padre Josè, un missionario olandese della Congregazione del Sacro Cuore, sono diretto ad Inhaminga, una località situata a 170 chilometri da Beira e dove i Padri del Sacro Cuore possiedono una missione a cui la guerra non ha miracolosamente arrecato molti danni. Questa strada era impercorribile dalla fine del 1985, quando la Renamo aveva occupato i distretti di Muanza e Cheringoma sino al fiume Zambezi. Ora la strada è nuovamente percorribile, bonificata dalle mine e livellata dalle numerose buche che gli anni di abbandono e l’acqua avevano scavato pur se occorre fare attenzione a non uscire dalla carreggiata, perché ai lati, specie nei tratti in cui la strada corre parallela alla ferrovia, vi sono ancora degli ordigni inesplosi. Questa strada, o meglio, questa pista di terra battuta, impraticabile nel periodo delle piogge, larga pochi metri e rimasta chiusa al transito dei veicoli per anni, è la Strada Nazionale N° 1, quella che unisce il Mozambico da un capo all'altro per oltre 2.600 chilometri.

Nel corso del viaggio la mia attenzione è attirata dai resti di automezzi assaltati nel corso degli anni e circondati dalle sterpaglie cresciute ai lati della strada sino ai binari della linea ferroviaria che da Beira giungeva alle miniere di carbone di Moatize e agli zuccherifici della Sena Sugar, ed ora totalmente distrutta, con i binari divelti e il materiale ferroviario fatto saltare in aria: diversi carri merce, fatti esplodere, ostruiscono in parte la carreggiata. Lungo il tragitto incontriamo gruppi di persone, adulti e bambini. Gente che viene dal nulla e va verso il nulla, quasi tutti con i vestiti a brandelli e con evidenti segni di denutrizione, affamati e sfiniti.
È il primo pomeriggio quando giungiamo ad Inhaminga, una cittadina quasi totalmente distrutta: i muri delle abitazioni sono anneriti dagli incendi, i pali dell’illuminazione sono divelti, i resti di veicoli arrugginiti sono disseminati lungo le strade, le officine ferroviarie sono state bombardate e l’erba ricopre le rotaie. L’ultimo treno è partito nel giugno del 1985 ma ha fatto poca strada: dopo alcuni chilometri è stato fatto saltare in aria dai guerriglieri. Raggiungiamo la missione: una casa ad un piano non molto grande circondata da un muro di cinta. È rimasta per anni disabitata, ma non ha sofferto molti danni. I mesi scorsi, quando i missionari sono ritornati, hanno provveduto a collocare le porte e le finestre che erano state asportate. Vi è addirittura un generatore elettrico che garantisce la luce nelle ore serali. 

La chiesa, situata a poche centinaia di metri, è semplice e graziosa ed è stata imbiancata da poco. Vicino alla chiesa vi è la scuola di formazione professionale recentemente restituita dal governo alla missione ma di cui sono rimaste in pratica sole le pareti e qualche trave sul soffitto. “È stata nazionalizzata dopo l’indipendenza” mi spiega Padre Josè “quando ai religiosi era stato proibito di svolgere le loro funzioni e la guerra l’ha ridotta in questo stato” conclude rattristato. Più tardi incontro gli altri missionari, due olandesi ed un irlandese. La cena è frugale: uova sode, patate bollite, fagioli e tonno in scatola ma è allietata da alcune lattine di birra portate da noi e lasciate in fresco nella ghiacciaia portatile. Dopo cena, stanco per il viaggio, mi ritiro a dormire nella stanza che mi è stata assegnata. Vi è un tavolo di legno con una sedia, un piccolo armadio ed il letto con la zanzariera. Da fuori, in lontananza, giunge un suono di tamburi. 
Il mattino dopo consegniamo al centro sanitario, una piccola costruzione riabilitata da poco, i medicinali che abbiamo portato con noi: antibiotici, collirio, disinfettanti oltre a confezioni di latte in polvere e liofilizzati per bambini. Fuori dal centro sanitario una ventina di persone attendono di essere visitate.
Poco dopo ci raggiunge l’amministratore della località con cui visitiamo alcune comunità. Chiedo notizie sulle condizioni della popolazione: “Giornalmente giungono centinaia di persone in cerca di cibo, ridotte allo stremo da anni di privazioni e di stenti”. In una delle comunità è stata organizzata la scuola: dei semplici tronchi d’albero e delle tavole, sistemate all’aperto. 
L’entità della tragedia mozambicana si è rivelata solo con il cessare delle ostilità e con l’apertura delle strade: ancora pochi mesi di guerra e in Mozambico si sarebbe verificato un eccidio.


L'inizio di un sogno
- Novembre

Il quartiere di Manga è situato a pochi chilometri dalla città di Beira. Scarsamente abitato in epoca coloniale oggi possiede, secondo le stime, oltre venti  mila abitanti giunti qui gli scorsi anni per sfuggire alle violenze della guerra. Sino allo scorso anno, all'avvicinarsi del tramonto, molti si recavano in città dormendo in casa di conoscenti o in locali di fortuna per evitare di essere sorpresi dalle incursioni notturne delle guerriglia.
Accanto alla missione dei padri comboniani vi è la chiesa di Santa Maria di Manga la cui originale architettura ricorda la “emme” di Maria. In questa chiesa, il mese scorso, ho incontrato un missionario comboniano, Padre Arnaldo Baritussio assieme al quale ho visitato diverse comunità constatando i danni, non solo materiali, che la guerra ha provocato. 
Oltre a Padre Arnaldo ho incontrato Suor Delfina, una religiosa diocesana che svolge l’attività di infermiera nel centro sanitario di Chingussura, situato a poca distanza da Manga, e  Padre Julio, un missionario gesuita. Entrambi hanno un sogno: realizzare una struttura in cui sia possibile ospitare i bambini che la guerra ha reso orfani ed ha costretto a vivere per le strade. La città di Beira ne conta diverse centinaia: non si conosce il loro nome, non si sa da dove vengano né chi siano i loro genitori. Una situazione comune a molte città africane.
Nei giorni successivi, fra valutazioni e scambi di idee, il sogno inizia ad assumere contorni sempre più definiti: la struttura d’accoglienza, che abbiamo chiamato provvisoriamente il “Centro di Manga”, dovrà ospitare almeno un centinaio di bambini, dovrà garantire educazione scolastica e formazione professionale e dovrà avere anche la funzione di sviluppo per attività comunitarie dirette in particolare alla componente femminile.

È già stato individuato il terreno: si tratta di un’area di 20.000 mq. appartenente alla Diocesi di Beira con palme da cocco ed alberi di mango, alcuni dei quali dovranno essere abbattuti per fare spazio alle costruzioni.
Dalla delegazione locale dell’Unione Europea, alla quale ho presentato l’iniziativa, è giunta una valutazione positiva e questo mi ha indotto ad andare avanti nell’elaborazione del dossier. Uno studio d’architettura sta realizzando il progetto esecutivo: sono previsti due dormitori, il refettorio, l’amministrazione, la scuola professionale, quella primaria, una lavanderia e probabilmente vi sarà anche lo spazio per un piccolo campo di calcio. Sarà forse possibile avere anche un orto con cui integrare l’alimentazione dei bambini che saranno ospitati.
Tuttavia la questione da risolvere è quella dell’autosufficienza economica per poter garantire la continuità dell’iniziativa nel tempo. I costi di funzionamento saranno sicuramente elevati: a quelli dell'alimentazione per i bambini e di tutte le altre loro necessità, come il vestiario, il materiale scolastico, le spese mediche, vanno aggiunte le spese per il personale che vi lavorerà; inoltre occorre aggiungere le spese dell’acqua, dell’elettricità, della manutenzione, senza contare eventuali imprevisti. Occorrerà pertanto formulare un piano di sostenibilità economica all’interno del progetto che prevedo di presentare al più presto alla Comunità Europea per chiederne il finanziamento.


Una speranza divenuta realtà
- Dicembre

11 dicembre: oggi è stato inaugurato il Centro polifunzionale di Coalane. Voluto dalla comunità locale, progettato con la Diocesi di Quelimane, finanziato dall’Unione Europea nel gennaio di quest’anno e realizzato dalla nostra associazione, ora è stato finalmente portato a termine.
Mentre mi dirigo verso Coalane, ripercorro mentalmente le tappe di questo primo progetto. L’idea di realizzare una struttura polivalente a beneficio dei rifugiati che si erano installati nel quartiere era nata lo scorso anno. Ricordo l’incontro alla Procura delle Missioni dei Cappuccini di Trento in cui erano state poste le basi di questa realizzazione e la mia successiva permanenza in Mozambico per raccogliere i dati necessari all’elaborazione del progetto. Nel febbraio di quest’anno avevo incontrato a Bruxelles il responsabile dei programmi di ricostruzione per il Mozambico il quale mi aveva confermato l’approvazione del finanziamento ed in aprile era iniziata la costruzione, affidata ad un’impresa locale. Non sono mancate le difficoltà durante la realizzazione: il poco cemento che arrivava era conteso da molti ed il costo, di conseguenza, aumentava. A volte riuscivo ad ottenerlo in prestito da chi stava realizzando altre opere, come suor Victoria e suor Albertina le quali ne possedevano una certa quantità che avevano acquistato in precedenza. Era necessario terminare i lavori entro dicembre e, nel mese di ottobre, mi ero trasferito a Quelimane dove seguivo le attività, cercando di risolvere i problemi che puntualmente si presentavano.
Ora tutto è pronto o quasi. Manca ancora la corrente elettrica: ho presentato la domanda d’allacciamento alcuni mesi fa ma i tempi di attesa sono lunghi, anche un anno.

Giungo nel locale dell’inaugurazione e, nonostante il caldo, molte persone sono già in attesa. Sono gli abitanti di Coalane, beneficiari di questo progetto; riconosco alcuni di coloro che hanno aiutato a trasportare il materiale ed e tenere pulita l’area circostante. Hanno abiti indossati per l’occasione: gli uomini pantaloni e camicie perfettamente stirati e le donne capulane a tinte vivaci. Sono presenti anche le autorità del quartiere ed il regolo locale. Per la comunità è un giorno importante. Giunge il parroco per celebrare la messa a cui segue la visita e la benedizione dei locali.  È presente anche un funzionario dell'Unione Europea, giunto appositamente dalla capitale per assistere all’inaugurazione ed a cui, al termine della funzione religiosa, illustro le attività formative che saranno realizzate. La costruzione si compone di dieci locali. Quattro di questi sono destinati alla scuola primaria che sarà frequentata da quasi 200 alunni divisi in due turni: il primo dalle sette alle undici ed il secondo dalle undici alle quindici. Due locali saranno utilizzati per i corsi di formazione destinati alle giovani che potranno apprendere nozioni di contabilità e di dattilografia. In due locali troverà sede definitiva una cooperativa di taglio e cucito ed un locale sarà destinato a riunioni ed incontri comunitari. L’ultimo locale sarà infine adibito a centro di supporto alimentare per bambini malnutriti.

Quando verrà allacciata la corrente inizieranno anche i corsi serali di alfabetizzazione per adulti.  Oltre alla struttura muraria e alla relativa attrezzatura, il progetto include un trattore che sarà messo a disposizione della comunità per i trasporti e per l’aratura dei campi.
I presenti si dilungano attorno alla costruzione e ne visitano l’interno. La maggior parte di loro sono rifugiati provenienti dai distretti della provincia giunti qui per sfuggire alla guerra. Una parte è ritornata alle località d’origine, ma molti sono rimasti: nei loro villaggi non esistono più scuole e centri sanitari mentre molte strade sono ancora minate. Non tutti torneranno, certamente non coloro che, giunti qui da tempo, hanno costruito un’abitazione, possiedono un pezzo di terra da coltivare ed ora possono finalmente mandare i loro figli a scuola, mentre i giovani hanno la possibilità di apprendere un lavoro. Una speranza che l’associazione che ho costituito è riuscita a concretizzare, un sogno che è divenuto realtà e che ci spinge verso altri traguardi da realizzare.


Verso il reinserimento sociale  
- Dicembre

Nello scorso mese di maggio il Ministero degli Esteri del Mozambico, a seguito della domanda che avevo presentato, ha ufficialmente riconosciuto il Centro Cooperazione Sviluppo idoneo allo svolgimento di progetti di cooperazione e d’emergenza ed ora come rappresentante del CCS in Mozambico partecipo agli incontri periodici che si svolgono presso la sede dell’Onumoz di Beira, la struttura delle Nazioni Unite che coordina le attività previste dall’accordo di pace, tra cui l’aiuto umanitario, il reinserimento dei rifugiati, la sicurezza alimentare e la smobilitazione degli appartenenti ai movimenti armati. Questi incontri consentono sia di avere un quadro sempre aggiornato della situazione, in particolare quella relativa al ritorno degli sfollati nelle loro località d’origine, sia di ricevere notizie di quanto le varie organizzazioni qui presenti realizzano, in modo da favorire sinergie ed evitare il rischio di duplicare uno stesso intervento nella medesima zona. Nell’ultimo incontro è stato affermato che quasi un milione e centomila rifugiati sono già rientrati alle loro località d’origine. Può apparire una cifra elevata, ma l’emigrazione è sempre stata uno dei fattori su cui ha ruotato l’economia e la storia del Mozambico. In epoca coloniale i portoghesi vendevano la forza lavoro indigena ai sudafricani, che la utilizzavano nelle miniere. Dopo l’indipendenza, con la creazione delle fattorie collettive, il governo ha imposto lo spostamento obbligato di migliaia di persone mentre la guerra civile, a partire dai primi anni Ottanta, ha costretto milioni di contadini a fuggire dalla violenza e dalle distruzioni per cercare rifugio in zone ritenute più sicure. Queste masse in fuga hanno occupato le periferie delle città oppure sono state concentrate in centri di raccolta ed ora, giunta la pace, fanno ritorno alle loro località d’origine.
Non vi sono molti esempi nella storia di movimenti migratori “contrari”, ossia dalla città alla campagna. In genere i governi hanno sempre dovuto intervenire per frenare l’esodo opposto. Oltre al rientro degli sfollati è iniziata anche la smobilitazione dei militari appartenenti ai due schieramenti, come prevede l’Accordo di pace firmato a Roma dopo una lunga mediazione della Comunità di S.Egidio.

Da alcune settimane molti militari della Renamo si sono diretti nei centri d’accantonamento in attesa della smobilitazione: dopo anni passati a combattere, inizieranno ora una vita diversa. Ogni soldato riceverà un documento identificativo, un pacco di semi, una zappa, un’ascia, una coperta, scarpe, abiti civili ed un salario garantito per due anni, il periodo previsto per l’integrazione nella società civile. Questo processo però non sarà facile: tra coloro che appartenevano alla Renamo è diffuso un sentimento d’incertezza circa la capacità di adattamento ad una vita normale dopo anni trascorsi nelle basi militari in foresta.
Anche noi del Centro Cooperazione Sviluppo intendiamo apportare il nostro contributo a questo processo di reinserimento sociale. Assieme ai missionari comboniani sto elaborando un intervento che prevede la distribuzione di attrezzi agricoli e di semi per le famiglie che stanno ritornando in alcune località del distretto di Bùzi. Lo sviluppo di questo Paese dipende da tutti, ma soprattutto dalle organizzazioni della società civile che devono ora impegnarsi nel favorire la reintegrazione e che hanno la responsabilità, avendo scelto di lavorare a fianco di questo popolo, di contribuire alla graduale ricostituzione del tessuto sociale che la guerra ha distrutto.