1993 - Inhaminga - Veziano Armandi
 

1993

Inhaminga - Settembre

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Il fuoristrada avanza seguendo i solchi che gli altri veicoli hanno lasciato nella stretta carreggiata, facendo attenzione a non uscire dal tracciato segnato: abbandonarlo significa rischiare di far esplodere una mina sfuggita alle operazioni di bonifica.
La stagione delle piogge non è ancora iniziata e la strada è percorribile senza grandi difficoltà, anche se le buche costringono a procedere lentamente. Tra poche settimane, quando inizierà a piovere, passare da qui sarà molto più difficile.
Si stenta a credere che questa strada larga appena pochi metri e rimasta chiusa al transito per anni, sia quella che unisce il Mozambico da un’estremità all’altra per quasi 2.700 chilometri.

Padre Martens non sembra darsi troppo pensiero per gli ordigni inesplosi, ma anzi appare allegro ora che la strada è nuovamente percorribile e può ritornare nella missione abbandonata quasi nove anni fa. «Abbiamo dovuto andarcene nel 1984, quando la Renamo aveva occupato i distretti di Muanza e Cheringoma» mi aveva spiegato il giorno prima mentre caricavamo il materiale da trasportare alla missione di Inhaminga, una località distante centosettanta chilometri da Beira e devastata dalla guerra, dove ora ci stiamo dirigendo.
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Padre Martens è un missionario olandese che appartiene alla congregazione dei Sacri Cuori, fondata nel 1793 a Poitiers e dedita alla devozione del Sacro Cuore di Gesù e Maria. Nel 1805 i padri e le suore dei Sacri Cuori fissarono la loro sede in rue de Pic Pus a Parigi, e da allora è conosciuta anche come congregazione del Picpus.

Dopo una ventina di chilometri senza incrociare nessun veicolo, attraversiamo il villaggio di Nhampuepue dove è stato predisposto un centro di accantonamento per i militari della Renamo, seguiti dagli sguardi di centinaia di ex guerriglieri, divenuti ora inoffensivi. I centri di accantonamento sono previsti dall’accordo di pace e ospitano gli ex appartenenti ai movimenti armati in attesa della smobilitazione: alcuni di loro entreranno a far parte del nuovo esercito mentre altri, la maggior parte, riceveranno un’indennità e faranno ritorno ai loro villaggi.
Il processo di smobilitazione dovrebbe iniziare tra poche settimane, non appena il governo riceverà i finanziamenti della comunità internazionale.

Qualche centinaio di metri oltre l’abitato un elicottero con le insegne dell' Onumoz, l'operazione delle Nazioni Unite che ha il compito di verificare l'attuazione del processo di pace, sta posandosi sul terreno. Proviene da Beira e da il cambio agli alpini italiani che stanno sorvegliando con discrezione il centro di accantonamento. Gli alpini, circa un migliaio, appartenenti alle Brigate Taurinense e Julia, fanno parte del contingente di 6.500 caschi blu che garantiscono
la sicurezza dei trasporti nelle maggiori vie di comunicazione.
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Lasciato il villaggio, la strada corre ora parallela alla linea ferroviaria che un tempo era utilizzata per trasportare il carbone di Moatize e lo zucchero della Sena Sugar sino al mare: oltre seicento chilometri di rotaie ancora disseminate di mine, come avvertono i minacciosi cartelli che si intravedono ogni tanto.

A Muanza, ottanta chilometri da Beira, le costruzioni lungo la strada sono semidistrutte: muri crivellati di pallottole, porte, finestre e travi del tetto divelte. Ma la vita sta lentamente riprendendo il suo corso: a lato della strada è sorto un piccolo mercato, forse in attesa che il traffico aumenti, dove sono esposti abiti usati, pesce secco, delle frittelle e l’onnipresente coca cola.

Mancano ancora novanta chilometri per giungere a destinazione, non molti se percorsi su una strada normale, ma impegnativi su questa, dove ora i solchi sono divenuti più profondi e la guida difficoltosa. Ma più la meta si avvicina, più padre Martens si carica di vitalità, nonostante la sua età non più giovane e i quarant’anni di vita missionaria alle spalle.
Ogni tanto, ai margini della carreggiata, si incontrano i resti di una violenza ormai finita: veicoli militari e carri armati abbandonati e ridotti ad ammassi di ruggine.
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È quasi sera quando giungiamo a Inhaminga, una cittadina quasi totalmente distrutta. Occupata e riconquistata più volte sia dalla Renamo che dal Frelimo, conserva i segni degli scontri: muri delle abitazioni anneriti dagli incendi e crivellati di proiettili, pali dell’illuminazione divelti, la stazione e le officine ferroviarie bombardate.
L’ultimo treno è partito nel giugno del 1985, ma non è mai giunto a destinazione: dopo alcuni chilometri è stato fatto saltare in aria.

Ci fermiamo al centro sanitario, una piccola costruzione riabilitata da poco, dove consegniamo i medicinali che abbiamo portato con noi: antibiotici, collirio, disinfettanti, confezioni di latte in polvere e liofilizzati per bambini.
Prima che sia del tutto buio, finalmente varchiamo il cancello della missione: una costruzione non molto grande ad un piano, circondata da un alto muro e, assieme alla chiesa, rimasta miracolosamente indenne dalla distruzione, come se vi fosse stato un tacito accordo tra i due contendenti.
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Oltre ai missionari del Sacro Cuore, due irlandesi e un olandese, incontro anche le responsabili dell'associazione Amai Apa Banda, composta prevalentemente da donne, che i missionari hanno contribuito a realizzare con l'obiettivo di ricostruire il tessuto sociale lacerato dalla guerra.

Dopo cena mi attardo ad osservare il cielo stellato, mentre una lieve brezza mitiga la stanchezza del viaggio e del caldo di oggi. Anche stanotte l’Africa regala la splendida visione del suo firmamento: un cielo trapuntato di stelle, dove la scia della via lattea è talmente luminosa da rendere l’oscurità meno intensa.