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1992
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Il primo progetto: Coalane - Agosto
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Durante il soggiorno a Quelimane ho avuto occasione di conoscere alcuni di coloro che, dall’Italia, periodicamente si recano in visita ai missionari: benefattori che hanno contribuito a realizzare iniziative a favore della popolazione, religiosi che ritornano a visitare i loro confratelli, responsabili della Procura delle Missioni che valutano quanto è stato realizzato con le risorse inviate. In uno di questi incontri era stata valutata l’ipotesi di un intervento formativo a beneficio degli sfollati presenti nel quartiere di Coalane i quali, in previsione dell’atteso termine delle ostilità, avrebbero in tal modo avuto la possibilità di tornare alle loro località d’origine dopo aver appreso una professione.
Nei giorni scorsi, assieme al Vescovo di Quelimane, a P.Simonini e P.Monticchio, sono state definite le particolarità dell’intervento della futura realizzazione: sarà un centro di formazione polivalente in cui troveranno spazio delle attività professionali a favore dei giovani mentre, nelle ore serali, si svolgeranno dei corsi di alfabetizzazione per gli adulti. In realtà questo intervento nasce anche da precise richieste della popolazione che nel corso degli anni si è stabilita nei pressi della Missione e che ha costituito un’associazione, attraverso la quale ha iniziato da tempo diverse attività in locali che la Diocesi ha messo a disposizione, ma che risultano impropri per lo spazio angusto rispetto all’elevato numero di coloro che chiedono di apprendere un lavoro. L’azione che abbiamo previsto sarà in grado di offrire uansede definitiva a tali attività, che verranno inoltre estese ad un elevato numero di beneficiari.
Il particolare periodo che il Mozambico sta vivendo richiede la necessità di interventi di formazione che consentano, oltre all’apprendimento di una professione, anche l’emancipazione sociale dei beneficiari, lo sviluppo e il riavvio delle attività economiche e produttive che la guerra ha interrotto da molti anni.
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Il centro di formazione verrà costruito nel quartiere di Coalane, in un terreno di proprietà della Diocesi situato a poca distanza dalla parrocchia e dall’edificio della missione. Coalane è uno dei quartieri più popolati della città e le condizioni di vita sono difficili. La popolazione, in gran parte costituita da sfollati giunti negli anni precedenti, si dedica all’agricoltura a livello familiare e alle consuete attività informali: sparse per tutto il quartiere esistono infatti bancarelle improvvisate in cui sono venduti alimenti, bibite, fascine di legna, frutta. Prima dell’arrivo dei rifugiati gli abitanti non superavano i 1.500 mentre ora sono stimati in oltre 12.000. Provenienti da tutti i distretti della Zambezia, spesso hanno impiegato settimane per giungere in città alla ricerca di sicurezza e di assistenza, soprattutto alimentare, a cui provvedono la Caritas, il Programma Mondiale per l’Alimentazione ed i religiosi. Molti degli abitanti hanno espresso il desiderio di imparare una professione, anche in previsione del ritorno alle loro località di origine quando il conflitto sarà terminato. In Italia sono in corso i colloqui tra Frelimo e Renamo e si spera che, tra breve, l’accordo di pace venga firmato anche se, nel frattempo, la guerra sta continuando con la consueta violenza.
La partecipazione della comunità è la migliore premessa per la riuscita dell’iniziativa e la comunità di Coalane ha da tempo raccolto del denaro con cui ha acquistato del materiale da costruzione: mattoni che saranno utilizzati per la realizzazione dell’edificio.
Occorre ora elaborare il dossier, presentarlo alla delegazione dell’Unione Europea di Maputo ed inviarlo anche alla sede di Bruxelles. Se sarà valutato positivamente, potrebbe essere approvato in breve tempo grazie alla linea di credito prevista per la ricostruzione del Mozambico.
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Da due mesi mi trovo a Beira, ospite di mio fratello che ha messo a disposizione del Centro Cooperazione Sviluppo una stanza che ho adibito ad ufficio, divenuto necessario per gestire le attività che stanno aumentando e richiedono uno spazio appropriato. In questo modo riesco a contenere i costi al minimo, mentre per gli spostamenti utilizzo i trasporti locali, i caratteristici minibus molto economici che in pochi minuti raggiungono il centro della città.
Beira è la capitale della provincia di Sofala, una delle più povere del Mozambico; possiede poco più di 450.000 abitanti, molti dei quali sono giunti gli scorsi anni dai distretti circostanti per sfuggire alla guerra, ed è situata vicino alla foce di due fiumi, il Pungue e il Bùzi. Su questo tratto di costa i portoghesi giunsero nel 1502 allestendo, in una località chiamata Sofala che in seguito avrebbe dato il nome all'omonima provincia, una base per il rifornimento delle navi dirette in India. In questa località, situata a circa 100 chilometri a sud di Beira ed oggi modesto villaggio di pescatori, è possibile osservare quanto resta dell’antica fortezza di San Gaetano risalente al 1520. Nei secoli seguenti Sofala divenne un vivace centro di scambi commerciali in cui giungevano le carovane cariche d'oro, avorio e spezie acquistate da commercianti arabi e portoghesi.
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La Beira di oggi è nata invece nel 1884 quando, alla foce del fiume Chiveve, si è formato il primo nucleo abitato da cui ha avuto origine la città attuale, divisa tra una zona residenziale ed una commerciale, quest’ultima vicina al parco ferroviario ed al porto, recentemente ampliato con un moderno terminal container realizzato da alcune imprese italiane.
Il processo di urbanizzazione della città è avvenuto in momenti distinti: il periodo coloniale caratterizzato dalla migrazione, dall’interno della provincia, di mano d’opera legata alla costruzione della città, del porto e della ferrovia ed il periodo successivo all’indipendenza, con l’appropriazione dello spazio precedentemente occupato dai coloni.
Dalla metà degli anni Ottanta un terzo periodo di migrazione causato dall’abbandono delle località rurali divenute insicure a causa della guerra e dal rapido peggioramento della situazione economica, ha causato un veloce deterioramento delle infrastrutture.
Beira rappresenta la sconfitta delle speranze nate all’indomani dell’indipendenza ed il fallimento del nuovo modello politico: oggi è una città le cui strade mettono a dura prova le sospensioni dei veicoli, quasi tutti in pessime condizioni. Molti i pick up ed i minibus che, pieni sino all’inverosimile di merci e di passeggeri, sfidano le leggi della fisica. Molti anche i carri a due ruote trainati a mano e carichi di ogni tipo di prodotti: banane, legna, carbone. Negli edifici gli ascensori non funzionano da anni e l’acqua corrente non arriva più: occorre prelevarla, in determinate ore, da rubinetti posti al livello dei marciapiedi.
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Manca spesso l’energia elettrica per gli attacchi della guerriglia alle linee d’alta tensione e per l’obsolescenza delle condutture. Il sistema di drenaggio delle acque piovane, presente solo nelle zone residenziali, è privo di manutenzione da molto tempo. Beira è stata costruita in un’area pantanosa, tanto che alcune zone della città sono situate sotto il livello del mare e, in occasione di maree elevate, l’acqua fuoriesce dai tombini fognari, mentre nei quartieri di caniço, abitati da migliaia di rifugiati, i canali di drenaggio sono utilizzati come raccolta di rifiuti ed il colera è endemico.
L'aumento della popolazione ha determinato, in pochi anni, la crescita di nuovi quartieri le cui case, prevalentemente in lamiera o bambù, sono sorte in modo disordinato e senza alcun piano regolatore. In questi quartieri vivono decine di migliaia di persone in condizioni d’assoluta povertà la cui unica possibilità è l’arte di arrangiarsi, definita dagli economisti “settore informale” e a cui si dedica la maggior parte della popolazione attiva.
Innumerevoli venditori ingombrano i marciapiedi con le loro bancarelle dove viene venduto di tutto, dalle bibite alla legna, dalle sigarette alla benzina, mentre il materiale di recupero serve per costruire gli oggetti più diversi: si ricavano scarpe dai pneumatici dei veicoli e utensili da rottami metallici. Quello che colpisce maggiormente è la presenza di bambini che circondano il visitatore quando cammina per le strade. La loro età non supera i dieci anni, non vanno a scuola, vivono di piccoli commerci, di elemosine e di furti. Ho visitato un centro di sostegno per i bambini di strada, realizzato da un’organizzazione religiosa americana, dove i bambini entrano ed escono a loro piacimento. In genere giungono alla sera, ricevono un pasto caldo ed hanno un locale per dormire. Al mattino, dopo la colazione, riprendono nuovamente a vagare per le vie della città.
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Vivere con meno di un dollaro al giorno - Ottobre
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Con la falce in mano, Jerita esce dalla sua capanna di fango e paglia nel tardo pomeriggio e, raggiunto un albero di mango al limite di un campo di granoturco i cui steli stentano a crescere, inizia a tagliare alcuni frutti, piccoli e rinsecchiti.
Qualche frutto di mango è tutto quello che la sua famiglia avrà da mangiare per cena, assieme ad un pò di fagioli che ha comperato al mercato. Quando non vi saranno più frutti da raccogliere, tenterà di far bollire la corteccia dell’albero e poi cercherà delle radici di qualche altra pianta nei dintorni.
Jerita vive in Mozambico, dove il 70% della popolazione, quasi dodici milioni di abitanti, sopravvive con meno di un dollaro al giorno. Ossia meno di mille lire. Queste le conseguenze della guerra, di scelte politiche errate e di una siccità che, da tempo, sta colpendo l’Africa Australe. Dietro alle statistiche vi è una realtà fatta di decessi per denutrizione, di malattie, di disperazione. La fame in Africa, nonostante gli aiuti internazionali, è alimentata da guerre, siccità, malattie e corruzione. La famiglia di Jerita, come la maggior parte delle famiglie rurali in Mozambico, sconta gli effetti della guerra e della siccità. Tuttavia, anche in una situazione di pace e di piogge regolari, raramente la popolazione ha il necessario per alimentarsi. Jerita non ha mai pensato ad allargare il proprio campo di granoturco per avere una quantità maggiore di polenta e per accumulare l’eccedenza in caso di carestia. Coltiva solo quello che ritiene necessario per lei e la sua famiglia e, allo stesso modo, si comportano le altre famiglie nelle località rurali. Quando non rimane nulla da mangiare, ci si rivolge al governo o alle organizzazioni umanitarie, certi che non rimarranno inerti. Ma, giunti a questo punto, spesso è tardi: le malattie legate alla denutrizione sono già sopraggiunte.
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La capanna che Jerita ha costruito con il marito Lazaro ha un pavimento di terra battuta dove, dentro ad un tegame, stanno bollendo i fagioli che, assieme ai frutti raccolti poco prima, costituiscono la cena per l’intera famiglia e l’unico pasto della giornata. Il primo a servirsi è il marito, perchè è necessario che abbia forza per sostenere la famiglia. La moglie ed i figli mangeranno quello che rimarrà.
Jerita ha tre figli, il più grande ha 15 anni ed è alto e snello. Gli altri due sono più piccoli e più magri. “Quando si mangia da un tegame, è il più forte che riesce a mangiare di più” osserva un funzionario di un’organizzazione umanitaria. Nessuno dei figli va a scuola e probabilmente non vi andrà mai. Lazaro dice che non ha la possibilità di pagare la retta di iscrizione e di comperare dei vestiti. Aggiunge anche che i figli devono aiutare a procurare del cibo e arare i campi. Nonostante le condizioni in cui vive, la famiglia di Jerita è tra le più privilegiate della comunità: possiede un bue che usa per arare la propria terra ed anche quella dei vicini. L’animale è tanto prezioso che, di notte, divide la capanna con la famiglia. Ma anche affittando il bue per arare, il guadagno è talmente basso che, entro pochi giorni, Jerita e il marito dovranno prendere una decisione importante. Dovranno decidere se vendere il bue ed avere abbastanza cibo per i prossimi mesi, evitando così che i figli più piccoli siano inseriti nel centro d’alimentazione che l’Onu sta allestendo per l’emergenza alimentare, ma si rendono anche conto che il ricavato servirà solo per un certo periodo di tempo e il problema si ripresenterà.
“Devo trovare il modo di dare da mangiare ai miei figli o queste persone li prenderanno” dice Jerita indicando i veicoli del Pogramma Mondiale dell'Alimentazione che passano vicino alla sua casa, il segnale che la situazione alimentare è divenuta un’emergenza.
Coloro che vivono nelle località rurali non sono proprietari della terra, che appartiene allo Stato. Qualcuno afferma che se esistesse la proprietà privata, i contadini sarebbero incentivati ad aumentare la produttività. Altri invece sostengono che molti agricoltori venderebbero la terra per avere un pò di denaro, annullando così la possibilità del proprio autosostegno.
“La popolazione sa che in caso di carestia arriverà l’aiuto d’emergenza. È solo una questione di tempo” afferma un funzionario dell’Onu. Per i donatori è più facile distribuire alimenti piuttosto che modificare le cause che producono la fame. “La gente preferisce che il denaro donato sia utilizzato per nutrire delle persone, invece che investito in progetti con meno visibilità immediata, ma che incidono sui fattori che causano la povertà”.
Tra pochi giorni il centro d’alimentazione dell’Onu sarà pronto ed allora vi saranno file di persone in attesa, vecchi e bambini, uomini e donne, corpi magri e vestiti stracciati. Jerita spera di poter evitare tutto ciò, ma deve decidere in fretta assieme al marito. Forse venderanno il bue, ma l’entrata nel centro d’alimentazione sarà solo questione di tempo.
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Una pace italiana - Novembre
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Il 4 ottobre è stato finalmente firmato l’accordo di pace, dopo anni di una lunga guerra civile che ha messo in ginocchio il Mozambico, ha costretto quattro milioni di profughi ad allontanarsi dai propri villaggi, ha provocato la morte di quasi un milione di persone ed è costata, secondo una valutazione dell’Onu, oltre 12 mila milioni di dollari (cinque volte il prodotto interno lordo). Si può affermare che ogni famiglia mozambicana abbia avuto un proprio componente che ha subito le conseguenze della guerra: ucciso, ferito, costretto a fuggire o rimasto mutilato.
La guerra si è ufficialmente conclusa il 4 ottobre a Roma, dopo oltre due anni di difficili e delicati negoziati tra il Frelimo (Fronte di Liberazione del Mozambico) e la Renamo (Resistenza Nazionale Mozambicana), gestiti dalla Comunità di S.Egidio che ha saputo promuovere e gestire il difficile dialogo tra le due parti.
La pioggia, caduta il mese successivo alla firma dell’accordo di pace dopo anni di siccità, è stata una vera e propria benedizione che ha consentito ai contadini, o per lo meno a coloro che hanno già ricevuto semi e attrezzi agricoli, di ricominciare a coltivare i campi. Purtroppo si segnalano anche atti di banditismo: in Zambezia, nel distretto di Nicoadala, è stato assalito un treno che trasportava grano per i rifugiati e in alcune località della provincia di Sofala sono stati sequestrati dei camion carichi di alimenti per la popolazione. Le strade riaperte e la conseguente possibilità di poter visitare località rimaste per anni inaccessibili, mostrano una realtà che va oltre l’immaginazione. I funzionari dell’Onu, i missionari ed i volontari delle organizzazioni umanitarie riferiscono di comunità che stanno letteralmente morendo di fame, prive di tutto, anche di abiti, che hanno dovuto ricavare dalla corteccia degli alberi. L’indice di mortalità è elevato sia tra gli adulti che tra i bambini. Nei centri di raccolta dei rifugiati gestiti dalla Croce Rossa vi è una media quotidiana di 40-50 persone che muoiono a causa delle malattie provocate dalla fame, dalla denutrizione e dalle epidemie di colera. Un’altra emergenza è legata all’aspetto sanitario a causa della distruzione di quasi tutte le unità sanitarie dove vi sono stati scontri armati.
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Oltre all’Onu, che ha avuto un ruolo importante nell’implementazione del processo di pace e che dovrà garantirne il mantenimento sino alle elezioni del 1994, l’Unicef ha iniziato un programma di vaccinazioni nei distretti più colpiti dalla guerra, mentre il Programma Mondiale per l’Alimentazione provvede alla distribuzione di alimenti ad oltre due milioni di persone: oggi una delle sfide più grandi è vincere la fame che attanaglia la maggior parte degli abitanti del Mozambico. Un grande problema che ostacola la libera circolazione è la presenza delle mine, il cui numero è calcolato in oltre un milione e mezzo, collocate sia dal Frelimo sia dalla Renamo: quasi quotidianamente si segnalano vittime ed occorreranno molti anni prima di potersi muovere con una certa tranquillità.
Di pari passo con l’apertura delle strade stanno tornando anche i rifugiati nei paesi vicini. Il giorno dopo l’inizio del cessate il fuoco, i mozambicani rifugiati nei campi profughi in Malawi si sono presentati spontaneamente alla frontiera di Tete, mentre molti stanno rientrando dalla Tanzania, dallo Zambia e dalla Swazilandia.
Coloro che ritornano non andranno subito nella località d’origine, ma saranno raccolti in appositi centri dove riceveranno i primi sostegni alimentari e cure mediche, oltre alla consegna di attrezzi agricoli e sementi. L’operazione è complessa e si prevede di completarla prima delle elezioni.
Il Mozambico, uscito da una guerra devastante, con un prodotto interno pro capite che a stento raggiunge i 120 dollari pro capite e totalmente privo di risorse finanziarie, deve affrontare la sfida di una ricostruzione difficile e gigantesca: è necessario rimettere in funzione le fabbriche, le centrali elettriche, le strade, le scuole, i centri sanitari. È necessario garantire il supporto alla produzione agricola e rimettere in moto l’economia che dovrà affrontare un processo di transizione da un’economia di guerra ad un’economia di mercato.
Il Mozambico avrà bisogno non solo dell’aiuto e della solidarietà della comunità internazionale ma anche, e soprattutto, di un processo di riconciliazione che aiuti a superare le ostilità e le divisioni di questi lunghi anni di guerra.
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