1992 - Una pace italiana - Veziano Armandi
 

1992

Una pace italiana - Novembre

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Dopo quasi diciassette anni di guerra civile che ha causato quasi un milione di vittime tra feriti e mutilati, quattro milioni di sfollati e oltre la metà delle infrastrutture sociali distrutte, in Mozambico è arrivata la pace.
Quasi ogni famiglia mozambicana ha subito le conseguenze, dirette o indirette, della guerra: almeno un componente è stato ucciso, ferito, costretto a fuggire o rimasto mutilato.
Una pace italiana, firmata dopo oltre due anni di negoziati condotti nella sede romana della Comunità di S. Egidio, che ha mediato nella difficile e delicata trattativa tra le due parti in conflitto.
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Una trattativa iniziata nel 1984, quando il vescovo di Beira, Jaime Gonçalves, si rivolge alla Comunità chiedendo d’intervenire per porre fine alla tragedia che si sta consumando in Mozambico.

La Comunità si rivolge a sua volta al Partito Comunista Italiano per gli ottimi rapporti che quest’ultimo intrattiene con il partito Frelimo: il vescovo di Beira avrebbe spiegato ai dirigenti comunisti che la Chiesa lavorava per il dialogo, e questi si sarebbero fatti interpreti di ciò presso il Frelimo. All'inizio vi è cautela ma, nel 1985, l’incontro di un gruppo di dirigenti politici mozambicani con alcuni prelati della Segreteria di Stato vaticana pone fine alla diffidenza nei confronti della Chiesa, accusata in passato di identificarsi con i colonizzatori.

Un altro passo avviene nel 1986: la Comunità di S. Egidio riesce ad organizzare, in poche ore, un’incontro tra Samora Machel, in volo da New York a Roma, e il Papa. In seguito si saprà che Samora opponeva resistenza alla visita: «Non voleva andare per una questione di orgoglio» ricorda don Matteo Zuppi. «Diceva: io sono un capo e non posso inginocchiarmi di fronte al Papa. E noi: non s’inginocchi, presidente
È solo alla morte di Samora Machel, avvenuta lo stesso anno per un incidente aereo, che il successore Joaquim Chissano cerca di stabilire un dialogo con la Renamo, mentre il vescovo di Beira ne incontra i responsabili, spiegando loro che la Chiesa cattolica è disposta ad offrirsi come mediatrice, ma il tempo trascorre e non succede nulla.
Intanto, sul piano internazionale, Kenya e Zimbabwe avviano un’iniziativa di pace ma il tentativo fallisce per la diffidenza della Renamo. A questo punto il vescovo di Beira e don Matteo Zuppi si rimettono in corsa e nel Natale del 1989 riescono ad organizzare segretamente a Roma un incontro tra i dirigenti del Frelimo e della Renamo a cui fa seguito, nel luglio del 1990, l’inizio dei dialoghi diretti tra le due parti, durati ventisette mesi che si svolgono nella sede della Comunità di S.Egidio.
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La trattativa prende l’avvio con cautela per non rischiare che il negoziato assuma la caratteristica di un vicendevole tribunale.
Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità, rivolge alle due delegazioni un discorso che pone le basi del “metodo” dei colloqui: “Questo antico monastero si apre in questi giorni come una casa mozambicana per i mozambicani... Abbiamo la consapevolezza di avere qui dei patrioti mozambicani con radici profonde nel Paese. La vostra storia si chiama Mozambico. Il vostro futuro si chiama Mozambico. Noi stessi siamo qui come ospitanti di un evento e di un incontro che sentiamo totalmente mozambicano. La nostra presenza intende essere forte per quel che riguarda l’amicizia ma discreta e rispettosa.”
Ad osservare e sostenere il processo di pace vengono invitati rappresentanti di governi occidentali e africani, oltre ad un delegato delle Nazioni Unite e un rappresentante informale del governo italiano.

L’Accordo di pace, firmato il 4 ottobre 1992, è uno dei pochi esempi di un conflitto africano concluso attraverso dei colloqui. «È stata una mediazione lunga, faticosa e difficile - afferma don Matteo Zuppi. Noi e la Chiesa mozambicana siamo riusciti a tenere aperta la porta del dialogo anche quando i diplomatici di professione ritenevano che non vi fossero margini per trattare
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La pioggia, caduta il mese successivo alla firma dopo anni di siccità, è stata una vera e propria benedizione che ha consentito ai contadini che hanno ricevuto semi e attrezzi agricoli, di ricominciare a coltivare i campi.
Le strade riaperte e la possibilità di poter giungere in località rimaste per anni inaccessibili, hanno mostrato una realtà che va oltre l’immaginazione: i funzionari dell’Onu, i missionari e i volontari delle organizzazioni umanitarie riferiscono di villaggi in cui si stava letteralmente morendo di fame.
Oltre all’Onu, che ha sostenuto un ruolo importante nell’implementazione del processo di pace e dovrà garantirne il mantenimento sino alle elezioni, l’Unicef ha iniziato un programma di vaccinazioni nei territori colpiti dalla guerra, mentre il Programma Mondiale per l’Alimentazione sta provvedendo alla distribuzione di alimenti a oltre tre milioni di persone.
Con l’apertura delle strade, è iniziato il rientro dei rifugiati dai campi profughi del Malawi, Tanzania, Zambia e Swaziland: un’operazione complessa, ma che è essenziale completare prima delle elezioni.
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Il Mozambico, uscito distrutto da una guerra devastante, con un prodotto interno lordo che a stento raggiunge i centoventi dollari pro capite e totalmente privo di risorse finanziarie, deve affrontare la sfida di una ricostruzione difficile e gigantesca: è necessario rimettere in funzione le fabbriche, le centrali elettriche, le strade, le scuole, i centri sanitari.

È necessario garantire il sostegno alla produzione agricola e rimettere in moto l’economia che deve affrontare il processo di transizione da economia di guerra a economia di mercato.

Sarà indispensabile non solo l’aiuto e la solidarietà della comunità internazionale, ma soprattutto un processo di riconciliazione che aiuti a superare le ostilità e le divisioni causate dai lunghi anni di guerra per consentire al Mozambico di scrivere da solo la sua storia e costruire il suo futuro.