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1992
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Lo scrittore mozambicano Adelino Timóteo afferma che Beira ha quattro porte che la collegano al mondo: quella del fiume che la sfiora, il Pungue; quella del mare che la bagna, l’oceano Indiano; quella terrestre e quella del cielo.
Ed è proprio da quest’ultima porta che questa città si mostra dal finestrino dell’aereo e appare subito troppo estesa per i suoi trecentomila abitanti. Poi, visitandola, se ne scopre il motivo: Beira possiede ampie piazze e strade, larghi viali e grandi giardini. Ma non è incantatrice come sostiene lo scrittore: probabilmente lo è stata, e conserva ancora qualche resto dell’antico fascino coloniale nei viali di acacie e nelle palazzine in stile inglese ormai scolorite dal tempo, mentre del presente mantiene la malia esotica del profumo di spezie dei negozi dei commercianti indiani, che hanno conservato non solo i tratti somatici, ma anche la lingua, le tradizioni e i costumi.
La multietnicità di Beira si manifesta anche con la presenza, oltre che di neri e meticci che rappresentano la maggioranza della popolazione, di russi e cubani, inviati qui come consiglieri militari e di europei, italiani inclusi, impegnati nei progetti di cooperazione.
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Alcuni chilometri più a sud di Beira, alla fine del Quattrocento, era approdato Vasco da Gama durante il suo viaggio alla ricerca del passaggio per l’India intorno alla punta meridionale dell’Africa, per poter fare a meno dei commercianti arabi, turchi e veneziani le cui intermediazioni gravavano sul prezzo delle spezie, il cui valore commerciale in Europa era elevato poiché non servivano solo per insaporire i cibi, ma erano utilizzate anche come conservanti o per la produzione di farmaci.
La località dove si fermarono le navi di Vasco da Gama per rifornirsi di ciò che occorreva per proseguire il viaggio, divenne dapprima uno scalo per le navi dirette in India e, con il trascorrere degli anni, uno dei uno più attivi porti dell’oceano Indiano dove si commerciava in avorio, oro e schiavi, difeso dall’imponente fortezza di San Gaetano.
Oggi, dell’antico centro commerciale portoghese non è rimasto più nulla e della fortezza è visibile, nei periodi di bassa marea, qualche pietra che emerge dalla sabbia e che il mare non ha ancora inghiottito.
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L’attuale città di Beira risale invece al 1887, quando il governo portoghese iniziò a popolare la vasta colonia del Mozambico, ancora in gran parte disabitata, di contadini che fuggivano dalla fame delle terre del Minho e dell'Alentejo, per tenere lontane le mire di tedeschi e inglesi che, proprio sul Mozambico, stavano puntando gli occhi. Qui, alla foce del Chiveve, il piccolo fiume che attraversava la città e oggi prosciugato, venne creato un comando militare attorno a cui si formò un nucleo abitato che prese il nome di una delle province del Portogallo, quella di Beira.
La città è divisa tra una zona residenziale e una commerciale, quest’ultima adiacente al parco ferroviario e al porto. Il processo di urbanizzazione è avvenuto in momenti distinti: il periodo coloniale, caratterizzato dall’arrivo di mano d’opera legata alla costruzione della città, del porto e della ferrovia, e il periodo successivo all’indipendenza, con l’appropriazione dello spazio occupato dai coloni che ha causato un prematuro deterioramento delle infrastrutture urbane.
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La guerra e l’incuria stanno mettendo a dura prova Beira, spesso priva di energia elettrica anche per molti giorni. La mancanza di manutenzione del sistema idrico causa, nei periodi di alta marea, l’uscita dei liquami dai tombini fognari mentre nei quartieri di caniço, dove i canali di drenaggio delle acque sono utilizzati come discarica per i rifiuti, il colera è endemico.
L'aumento della popolazione ha portato alla crescita caotica e incontrollata di nuovi quartieri in cui vivono decine di migliaia di persone in condizioni di povertà, la cui unica possibilità di sopravvivenza è l’arte di arrangiarsi.
Innumerevoli venditori ingombrano i marciapiedi con bancarelle dove viene venduto di tutto, dalle bibite alla legna, dalle sigarette alla benzina mentre con il materiale di recupero si costruiscono gli oggetti più diversi: si ricavano scarpe dai pneumatici dei veicoli e utensili dai rottami metallici.
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Forse, quando giungerà la pace e tutto tornerà lentamente alla normalità, sarà possibile scoprire in questa città un po’ del suo antico fascino. Per ora, Beira rappresenta la sconfitta delle speranze nate con l’indipendenza e il fallimento del nuovo modello politico.
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