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1991
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Si attende la pace - Luglio
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Eccomi ancora una volta in Mozambico dove prevedo di fermarmi sino a settembre. Il Centro Cooperazione Sviluppo sta crescendo e, in Italia, abbiamo sviluppato diverse iniziative a favore dei bambini del Villaggio della Pace. È stato un anno di grande lavoro e di sacrificio per far crescere l’associazione e farla diventare una realtà dispensatrice di concreta solidarietà per i bambini del Mozambico. Dopo aver trascorso alcuni giorni a Maputo visitando le maggiori agenzie di sviluppo, tra cui l’Unicef, la delegazione dell’Unione Europea, l’Onu, la Caritas e l’Ambasciata italiana per raccogliere informazioni e dati sulla situazione attuale, ho raggiunto Quelimane ospite, come le volte precedenti, dei Cappuccini. L’ambiente mi è ormai familiare e durante il pranzo i missionari mi chiedono notizie dell’Italia. Vi è un’atmosfera di serenità e quasi d’allegria. Ma i visi si rattristano quando domando a mia volta notizie sulla situazione locale. Mi viene detto che non si intravedono segnali di pace: la guerra sta continuando e non si conosce nulla della sorte di coloro che vivono nelle zone occupate dalla guerriglia. Qualcuno riferisce recenti notizie di attacchi con morti e feriti di cui la radio ed i giornali non parlano. Si sa che molte persone sono costrette a lavorare forzatamente per i guerriglieri e giungono voci di abusi e violenze, di minori costretti a combattere, di persone che muoiono di fame. Vengono inviati degli aiuti alimentari ma spesso rimangono nella mani della guerriglia e al popolo arriva poco. Solo alla fine della guerra si potrà conoscere l’entità di questa tragedia. I profughi continuano incessantemente a giungere in città alla ricerca di sicurezza e di alimenti. P.Lodovico interviene: “Due nostri confratelli si trovavano a Derre quando è entrato un gruppo di guerriglieri. Il comandante ha detto loro che potevano andarsene. Hanno rifiutato, affermando che il loro posto era con la gente con cui avevano fatto voto di condivisione. Alcune settimane dopo l’esercito ha rioccupato la località, ha arrestato i nostri due missionari accusandoli di complicità con i guerriglieri e, più tardi, li ha espulsi dal Paese”.
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Il mese scorso P.Francesco è arrivato a Mopeia con un piccolo velivolo, trovando il villaggio distrutto e la missione crollata. Poco tempo dopo, quando l’esercito ha ripreso il controllo della strada, sono iniziate ad arrivare le prime colonne cariche di rifornimenti. P.Fortunato ha ripreso i contatti con la località di Morrumbala ed ha potuto rendersi conto della situazione in cui si trovava il villaggio: senza viveri, senza vestiario, con la minaccia costante di attacchi della guerriglia e dell’esercito. La gente ha perso tutto quello che aveva. Chi è fuggito ha dovuto lasciare la propria casa e, spesso, anche i propri familiari. Grazie a queste visite è stato possibile fare pervenire degli aiuti alimentari e dei vestiti: molte persone si cibavano di radici, a volte velenose, e si vestivano con corteccia d’albero. Si spera che in queste località non avvengano più scontri. Gli aiuti distribuiti hanno alleviato un poco la situazione che comunque rimane drammatica: non esistono più le scuole ed i centri sanitari. Molte persone sono denutrite, in particolare i bambini e vi è il rischio di malattie infettive. Degli edifici in muratura sono rimaste solo le pareti mentre gli infissi sono stati divelti assieme alle travi che sorreggevano il tetto. Si spera di portare, nei prossimi giorni, dei semi e delle zappe anche se una grande difficoltà è rappresentata dalle mine, disseminate un pò dovunque attorno ai villaggi.
Un dato significativo diffuso dall'Unicef dà l’idea della drammaticità della situazione: sono oltre cento mila i bambini che hanno perso i genitori e vagano per le città alla ricerca di cibo e aiuto. Per molti la guerra è un incubo che sembra non finire più: il popolo mozambicano attende il miracolo della pace.
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Prima della guerra la provincia della Zambezia era una delle più fertili del Mozambico: produceva riso, mais, patate, fagioli mentre oggi la guerra e le mine impediscono alle popolazioni di coltivare il terreno. Le organizzazioni internazionali inviano aiuti alimentari che giungono a Quelimane via nave e sono consegnati a chi può garantirne la distribuzione ai villaggi, a cui in genere provvedono le congregazioni religiose e le Ong locali.
Nicoadala, il villaggio in cui ci stiamo recando per distribuire il mais alla popolazione, dista circa trenta chilometri da Quelimane ed è ubicato al bivio con la strada che conduce allo Zambezi, uno dei più grandi fiumi africani, e quella che prosegue per il nord del Mozambico. Parallela alla strada corre la ferrovia: il treno funziona una o due volte la settimana ed impiega circa due ore a percorrere i trenta chilometri che dividono Quelimane da Nicoadala per le cattive condizioni dei binari.
Noi non viaggiamo lenti come il treno, ma forse la strada che percorriamo non è in condizioni molto migliori della linea ferroviaria ed impieghiamo oltre un’ora per raggiungere la nostra destinazione. La popolazione, già avvertita, ci attende pazientemente dal primo mattino e, quando arriviamo con il camion carico di riso, ci accoglie festante con canti e danze. Molti i bambini che sbucano da ogni parte e che, felici, ridono e scherzano. Dopo i saluti, il carico viene trasportato dal camion ad una costruzione che serve da magazzino per essere distribuito alle persone che, frattanto, si sono messe pazientemente in fila. Ogni nucleo familiare riceve un sacco ed il responsabile del villaggio pone un segno in un elenco. Conosce perfettamente i componenti di ogni nucleo familiare e non vi è il rischio che qualcuno riceva più di un altro.
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Noto la presenza di molte donne che sollevano il pesante sacco sulla testa e si dirigono a passi veloci verso le proprie abitazioni. Su di loro pesa la responsabilità della famiglia: provvedono a coltivare la terra, ad allevare i figli, a preparare il cibo… La tradizionale e rigida suddivisione dei ruoli assegnati alle donne riduce la loro partecipazione alle decisioni, all’istruzione ed alle risorse produttive e fa ben capire come le donne siano in una condizione di grave svantaggio nella società africana.
Al momento del commiato, la popolazione mi offre del riso ed una gallina. Sto per respingere l’offerta ma Padre Monticchio mi fa cenno di accettare. Mi spiega poi che la popolazione che vive in questa comunità è d’etnia makonde, la cui caratteristica è l'elevato senso di ospitalità, tanto che il mio rifiuto apparirebbe poco cortese nei loro confronti.
Durante il ritorno rifletto sul fatto che questo popolo, ancora una volta, mi ha donato delle sensazioni esaltanti. Non potrò dimenticare la dimostrazione d’amicizia che ho ricevuto, nonostante il poco che possiede.
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La forza delle donne - Settembre
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È un sabato, quando Suor Albertina mi accompagna a visitare un progetto realizzato da una sua consorella, la spagnola Suor Maria Victoria Ruiz, missionaria Dominicana, che collabora con lei al Villaggio della Pace. L'iniziativa è stata realizzata nel quartiere di San Garivera, un quartiere di Quelimane con grandi problemi sociali, ed ha per obiettivo lo sviluppo della donna. Prima dell’arrivo dei rifugiati la popolazione di questo quartiere non superava il migliaio d’abitanti mentre ora il loro numero supera i diecimila, giunti da tutti i distretti della Zambezia.
Una delle esigenze era quella di offrire alla componente femminile la possibilità di apprendere delle attività: è nato così il Centro polivalente per la promozione della donna, una struttura in cui si svolgono corsi di sartoria e maglieria oltre ad incontri per sensibilizzare le partecipanti sulla cura dei bambini e l’igiene alimentare, in modo da evitare la mortalità infantile, assai elevata. La costruzione è terminata da poco ed è ben realizzata. Delle quattro sale, due sono occupate da giovani donne che stanno seguendo il corso di sartoria, ognuna dotata di una macchina da cucire, mentre una sala è riservata a magazzino: vi sono pezze di tessuto, gomitoli di filo e di lana, macchine per maglieria. Nell'ultima sala è ricavata un'esposizione - mercato dei prodotti realizzati con il cui ricavo si provvede alle spese di gestione del Centro. I lavori sono ben fatti e vedo le giovani intente nel loro lavoro di ricamo che, quando ci avviciniamo ad osservare la loro attività, alzano lo sguardo e ci salutano sorridendo. Il mio pensiero corre alle loro situazioni familiari: molte avranno dei figli oppure dei fratelli o dei genitori a cui dover provvedere; tutte, o quasi, sono rifugiate ed hanno alle spalle storie di dolori e violenze.
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Stanno apprendendo a svolgere un’attività che probabilmente non le aiuterà a risolvere i loro problemi, ma, nei momenti in cui sono qui sedute a cucire o a ricamare, riescono almeno a dimenticare le avversità quotidiane. Le immagino nei campi ad iniziare una dura giornata di lavoro, chine a zappare e, al ritorno a casa, preparare il cibo per tutta la famiglia. Le vedo uscire dalla loro capanna al mattino presto, percorrere chilometri e ritornare a casa con un bidone d’acqua in equilibrio sulla testa. Le vedo sedute nei mercati, a vendere delle semplice cose per sfamare i figli o coltivare i campi.
Ringrazio tra me le missionarie che sono riuscite a compiere il miracolo di far dimenticare per qualche ora privazioni e sofferenze a queste donne e farle sorridere, sia pure per un breve istante, per riscoprire la propria dignità ed i propri valori.
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La cooperativa ceramica - Settembre
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Non finisco mai di sorprendermi per l’intraprendenza dei missionari, per la loro dedizione e la loro serenità di fronte ai problemi che quotidianamente devono affrontare in una realtà spesso priva di punti di riferimento e in un clima che non è certo dei migliori: caldo, umidità, malaria. Mai un lamento, mai un brontolio. La missione si sveglia alle cinque del mattino con la messa e poi tutti a svolgere le proprie attività. All’ora di cena ci si ritrova a raccontare i fatti accaduti durante la giornata e, dopo cena, qualcuno tira fuori le carte per una partita ma senza fare tardi: alle nove si spengono le luci ed a spegnerle, quasi sempre, è Frà Antonio Triggiante, un pugliese tenace ed instancabile che ha fondato, nel 1987, la Cooperativa Ceramica di Quelimane che oggi ho visitato.
Gli chiedo come sia gli sia venuta questa idea. “La guerra ha costretto le persone a rifugiarsi qui in città - mi risponde - È gente che ha perso tutto ed è arrivata qui senza nulla. Abbiamo avvertito la necessità di produrre del vasellame per venire incontro alle loro esigenze più immediate e anche per offrire lavoro a diversi di loro. Abbiamo pensato che potevamo produrre piatti, bicchieri, vasi, tegami e venderli ad un prezzo molto basso”. Visito il laboratorio, un grande capannone che possiede otto torni per ceramisti, due forni elettrici ed uno a legna, oltre ad altri attrezzi. Fra Antonio mi mostra i torni, alcuni elettrici ed altri manuali, spiegandomi che quelli manuali sono stati realizzati dal personale della cooperativa mentre quelli elettrici sono stati acquistati tramite contributi provenienti dai benefattori. Osservo gli operai al lavoro e rimango ammirato nel vedere la massa informe di argilla ruotare sul tornio e venire modellata con le mani sino a trasformarsi, in pochi minuti, in un piatto o un vaso che, quando sarà seccato, verrà introdotto nel forno per la cottura.
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“La cooperativa ha quaranta operai - mi spiega Frà Antonio mentre estrae dei vasi dal forno a legna - distribuiti in diversi settori. Chi è incaricato al trasporto dell’argilla, chi lavora al tornio, chi al forno e chi provvede a vendere”. All’esterno del laboratorio vi è infatti un locale in cui viene effettuata la vendita dei prodotti realizzati: piatti, vasi, recipienti e bicchieri sono esposti ordinatamente sugli scaffali. Ma per giungere a questo risultato si è lavorato molto. “Prima abbiamo dovuto attendere mesi per avere l’energia elettrica. Poi vi è stato un periodo di esperienza. Inizialmente non riuscivamo a trovare il giusto equilibrio tra la sabbia e la creta e in fase di cottura i pezzi si rompevano. Ma ora le difficoltà sono superate e oggi, grazie a questa cooperativa, decine di persone hanno trovato un lavoro e riescono a mantenere le loro famiglie e in un paese come questo, non è certo poco".
Sono ammirato dalla sua volontà e curioso di sapere come ha maturato la vocazione alla vita missionaria. “Non è stato nulla di straordinario” risponde con la sua semplicità. “La mia famiglia era povera e da bambino ho fatto il pastore. A volte le pecore si perdevano e, non sapendo come fare, recitavo le preghiere che avevo imparato alla chiesa dei Cappuccini. Poi un giorno, stanco di fare il pastore, ho raccolto tutto quello che avevo in una scatola di cartone e mi sono presentato alla porta del convento dei Cappuccini. Ed ora, eccomi qui…”.
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