1991 - Nicoadala - Veziano Armandi
 

1991

Nicoadala - Agosto

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La strada dissestata e il pesante carico costringono a procedere lentamente e, nella cabina del camion, i sobbalzi e le vibrazioni del motore rendono il caldo ancor più opprimente.
Osservo il panorama: una distesa piatta e monotona con radi alberi e gruppi di capanne; parallela alla strada corre la ferrovia, ma non è facile incontrare un treno: circola solo quando si trova abbastanza legna per mettere in funzione la locomotiva. Sul pianale del camion, due aiutanti vigilano affinché la lenta andatura non induca i passanti ad afferrare parte del carico: il riso che stiamo trasportando è una tentazione, e chi sta percorrendo questo tratto di strada posa lo sguardo sui sacchi con malcelato interesse.

Superata la località di Nicoadala, situata al crocevia della strada che conduce allo Zambesi con quella che prosegue per il nord del Mozambico, la nostra meta è un villaggio rimasto isolato sino a pochi giorni fa, quando l’esercito ha liberato la via d’accesso dalle mine, consentendo il transito.
Poco prima di arrivarvi, incontriamo i resti di una colonna di veicoli dati alle fiamme dai guerriglieri alcuni mesi prima. In questo tratto, mi spiega l’autista, gli attacchi non sono frequenti e non sono mai avvenuti di giorno. Probabilmente la colonna era in ritardo e stava viaggiando con l’oscurità.
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Le colonne sono spesso l’unica possibilità per spostarsi da una sede distrettuale all’altra. Quando si sparge la voce che ne verrà organizzata una, i passeggeri si accampano nelle vicinanze dei veicoli con i bagagli e una scorta adeguata di viveri, non sapendo quanto durerà l’attesa.
Giunto il momento della partenza ci si arrampica sui camion, sistemandosi alla meglio sopra il carico. A decidere l’ordine di marcia è il comandante della pattuglia che scorta la colonna e che assegna a ciascun veicolo un soldato con un armamento diverso: in un certo punto i bazooka, in un altro le mitragliatrici, in un’altro ancora le armi leggere. La partenza è decisa in base alle informazioni ricevute sulla sicurezza del percorso.
Se i guerriglieri sono stati segnalati nelle vicinanze della strada da percorrere, la colonna rimanda la partenza mentre nei punti in cui è elevato il rischio di attacco, i passeggeri devono scendere e percorrere il tratto a piedi, in mezzo ai veicoli che marciano su due file parallele e con i parabrezza e le fiancate protetti da scudi metallici.
Non sempre il viaggio si svolge con tranquillità: a volte i guerriglieri attaccano e, se sono messi in fuga, la colonna riprende il cammino. Ma se sono i guerriglieri ad avere la meglio, i veicoli vengono dati alle fiamme, il carico portato via e chi non riesce a fuggire viene ucciso o rapito.
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Dopo oltre un’ora giungiamo a destinazione: nel villaggio tutta la popolazione, raccolta all’ombra di grandi alberi, ci sta aspettando: per loro rappresentiamo la sopravvivenza.
Ho sempre immaginato l’Africa ricca di misteri, di riti sconosciuti, di danze propiziatorie per poi scoprire che la realtà è un’altra: necessità di cibo, di acqua, di medicine, di tutto ciò che per noi è normale ma che qui diventa essenziale per continuare a vivere.
Il camion si ferma davanti ad un’edificio di cui sono rimaste solo le mura: era una scuola ed è stato tolto tutto quello che era possibile, incluse porte, finestre e tegole. La maggior parte delle persone in attesa sono donne che, pur se vestite poveramente, conservano intatta la loro dignità. La loro vita è un lavoro quotidiano senza sosta: raccogliere l’acqua, badare ai figli, coltivare il terreno, cercare frutti o radici da mangiare, accendere il fuoco, obbedire al marito.
La distribuzione inizia e ognuno si avvicina con un sacco o un recipiente che viene riempito con il riso, mentre il responsabile del villaggio pone un segno in un elenco. Conosce i componenti di ogni nucleo familiare e non vi è il rischio che qualcuno riceva più di un altro. Un bambino di circa una dozzina d’anni, in attesa con la madre, attira la mia attenzione. Una sottile cordicella, annodata ad intervalli regolari, gli cinge la vita. L’autista del camion mi spiega che si tratta di un segno distintivo: tra pochi giorni quel bambino, assieme ad altri, parteciperà al rito d’iniziazione, il passaggio dal mondo dell’infanzia a quello dell’età adulta.

 

Nelle numerose etnie presenti in Mozambico, pur se esiste una marcata differenza tra le culture delle regioni meridionali, dove la penetrazione coloniale è stata profonda, e quelle delle regioni settentrionali che hanno mantenuto quasi intatte le tradizioni, le cerimonie di iniziazione hanno la stessa funzione: accettare e rispettare le leggi tramandate dagli anziani, riconoscersi nella tribù di appartenenza, affrontare la vita sociale.
L’età prevista per il rito d’iniziazione varia dai dieci ai dodici anni e in genere viene data una grande importanza all’unione matrimoniale, intesa come legame tra i clan: non è infrequente che ad una bambina, al termine del rito, venga mostrato il futuro marito con cui dovrà unirsi in matrimonio. I due non s’incontreranno più sino al giorno delle nozze, stabilito dalle rispettive famiglie.

Le tradizioni cominciano invece ad incrinarsi nei centri urbani, dove l’influenza coloniale, le migrazioni, le disgregazioni familiari e gli influssi della cultura occidentale stanno cambiando il modo di pensare e di vivere delle persone. Soprattutto giovani e studenti, più sensibili agli schemi culturali occidentali, pongono in discussione alcuni aspetti della tradizione: non unirsi in matrimonio in età giovanile non viene più considerato un atteggiamento irrispettoso verso la propria cultura.
Ma nei villaggi la tradizione è ancora viva, mi spiega sempre il nostro autista. Quando nasce un bambino lo si espone alla luce della luna perché sia preservato dalle malattie. Sino all’età di tre anni rimarrà con la madre, poi saranno i nonni ad occuparsi della sua educazione. Giocherà, pascolerà le capre, imparerà a cacciare e a conoscere i segreti della foresta, rispetterà gli anziani e apprenderà le formule segrete per rendere omaggio agli antenati perché allontanino da lui ogni pericolo.
Si allontanerà dal villaggio per il rito d’iniziazione e, quando tornerà, dovrà assumere il ruolo di adulto nella società. Da allora potrà sposarsi, metterà al mondo dei figli, si ammalerà regolarmente di malaria e picchierà la moglie, che sarà stata educata a servire il marito e insegnerà a sua volta alle figlie che accettare le botte va bene. Ma sarà la donna che, negli anni di siccità, riuscirà ad inventare una forma di sopravvivenza per tutta la famiglia.
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A metà pomeriggio terminiamo e ci apprestiamo al ritorno prima che scenda il buio. Al momento del commiato, uno dei presenti mi si avvicina offrendomi una gallina. Sono perplesso, perché intuisco che per lui quella gallina possiede un grande valore, ma l’autista mi fa cenno di accettare spiegandomi che l’usanza locale impone all’ospite di ricevere il dono.

Gli aiuti alimentari raggiungono solo poche località, quelle in cui è possibile accedere senza grande rischio. Nonostante si parli d’incontri avvenuti tra i rappresentanti delle due fazioni, la guerra sta continuando: molte strade sono intransitabili per le mine, le linee ferroviarie sono interrotte, i tralicci dell’alta tensione abbattuti, i villaggi dati alle fiamme, le persone uccise o rapite e i giovani costretti a combattere, mentre non si conosce nulla sulla sorte di chi vive nelle zone occupate dai guerriglieri.
Solo quando la guerra sarà finita, si potrà conoscere l'entità di questa tragedia.