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1991
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La cooperativa Ceramica - Ottobre
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È notevole l’operosità e la serenità dei missionari, nonostante i problemi che quotidianamente devono affrontare, in una realtà spesso priva di punti di riferimento e in un clima che non è certo dei migliori: caldo, umidità, malaria. Mai un lamento, mai un brontolio.
La missione si sveglia alle cinque del mattino con la messa, alle sei la colazione e poi tutti a svolgere le proprie attività. All’ora di cena ci si ritrova a raccontare i fatti accaduti durante la giornata e, dopo il pasto, qualcuno mette in tavola le carte per una partita, ma senza fare tardi: alle nove si spengono le luci e a spegnerle è sempre fra’ Antonio Triggiante, un lucano tenace e instancabile che ha fondato la Cooperativa Ceramica di Quelimane, che oggi ho visitato.
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Gli chiedo come gli sia venuta questa idea. «La guerra ha costretto le persone a rifugiarsi in città - mi risponde - È gente che ha perso tutto ed è arrivata qui senza nulla. Ho avvertito la necessità di fabbricare del vasellame per venire incontro alle loro esigenze e offrire un lavoro ad alcuni di loro. Oggi la Cooperativa produce piatti, bicchieri, vasi, tegami che vende ad un prezzo modesto.»
Visito il laboratorio e osservo gli operai modellare con il tornio la massa d’argilla sino a trasformarla, in pochi minuti, in un piatto o un vaso che viene posto nel forno per la cottura. «La cooperativa ha quaranta operai - mi spiega fra’ Antonio mentre si muove da un tornio all’altro verificando continuamente il lavoro - distribuiti in diversi settori. Chi è incaricato del trasporto dell’argilla, chi lavora al tornio, chi al forno e chi provvede alla vendita.»
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All’esterno del laboratorio vi è un piccolo punto vendita dove vasi, recipienti e bicchieri sono esposti ordinatamente sugli scaffali. Altri punti vendita sono al mercato e all’aeroporto.
Ma per giungere a questo risultato il lavoro è stato molto. «Prima abbiamo dovuto attendere mesi per avere l’energia elettrica. Poi vi è stato un lungo periodo di apprendistato. Inizialmente non riuscivamo a trovare il corretto equilibrio tra i vari componenti e in fase di cottura i pezzi si rompevano. Le difficoltà sono state tante ma le abbiamo superate, e oggi con questa cooperativa decine di persone hanno trovato un lavoro e riescono a mantenere le loro famiglie. In un paese come questo, non è poca cosa.» «Ma non hai mai vacillato? Non hai mai avuto voglia di lasciare tutto? » gli chiedo. «Molte volte ho pensato di tornare. In Italia avevo gruppi di giovani e tante cose da fare. Ma ogni volta ripensavo alle parole che mi aveva detto un giorno Don Tonino Bello, il vescovo di Barletta: vai in quelle terre e non ti preoccupare, non sei solo, noi siamo con te. E quando sei stanco, siediti sotto un albero e bevi un sorso d’acqua. E se vedi qualcuno vicino offrigliene un po’. Possiamo avere questi momenti, fa parte della nostra natura di uomini se ogni tanto ci sentiamo sfiduciati. Ma dopo, dobbiamo riprendere il cammino.»
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Sono curioso di sapere come ha maturato la vocazione alla vita missionaria.
«Non è stato nulla di straordinario » risponde con semplicità. «La mia famiglia era povera e da bambino ho fatto il pastore. A volte le pecore si perdevano e, non sapendo come fare, recitavo le preghiere che avevo imparato alla chiesa dei Cappuccini. Poi un giorno, stanco di fare il pastore, ho raccolto tutto quello che avevo in una scatola di cartone e mi sono presentato alla porta del convento dei Cappuccini. E ora, eccomi qui… »
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