1990 - Veziano Armandi
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1990

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I militi ignoti - Luglio

La Land Rover sussulta e ondeggia tra le buche e gli avvallamenti della strada che da Quelimane si dirige a Nicoadala. Al posto di controllo avevo osservato, perplesso, i soldati riconoscibili solo dai pantaloni mimetici mentre le camicie a brandelli ed i fucili tenuti in spalla con un pezzo di corda mi avevano fatto venire alla mente un film d’avventura. Ho ascoltato le battute che, in dialetto locale, hanno scambiato con Padre Lodovico e, subito dopo, hanno alzato la fune tesa tra i due lati della strada per farci passare.
Si sono lamentati per il fatto che da giorni non ricevono il cambio e nessuno porta loro del cibo” mi aveva spiegato il missionario. Gli avevo allora chiesto, forse ingenuamente, come potessero rimanere tanto tempo senza mangiare. “Come pensi che facciano con un’arma a disposizione?” era stata la  sua risposta e, dopo qualche istante di silenzio, aveva aggiunto: “Tutte le notti vi sono incursioni ed attacchi ai villaggi vicini e qualche volta anche alla periferia della città. Le autorità affermano che si tratta dei guerriglieri della Renamo, ma chi può dirlo? Guerriglieri della Renamo e soldati del Frelimo, sono vestiti tutti con la stessa divisa: abiti a brandelli. Sia gli uni che gli altri devono sopravvivere e lo fanno con le armi. Questi che abbiamo appena visto, quando farà buio si avvicineranno alle case più isolate e ruberanno tutto quello che possono. Questa guerra colpisce soprattutto il popolo”.
La strada ora è peggiorata e le buche si susseguono con continuità. Per percorrere i trenta chilometri sino alla località di Nicoadala impieghiamo quasi un’ora e mezza. La località è piccola: poche costruzioni in muratura, molte capanne ed il mercato, dove è concentrata la maggior parte delle persone.

Poco oltre Nicoadala svoltiamo a destra, inoltrandoci in una pista sabbiosa e sconnessa per raggiungere la comunità di Kufemba, una di quelle che Padre Lodovico visita periodicamente. Siamo in piena foresta, non vi è nessuno ed il silenzio è rotto solo dal rumore del motore della vettura.  Sono nell’Africa dei grandi silenzi, quella ignota alla maggior parte delle persone. Chiedo a Padre Lodovico se vi è sicurezza. “Non dovrebbe succederci nulla” risponde tranquillo. “In genere gli attacchi avvengono dopo l’imbrunire. Entro il tramonto dobbiamo raggiungere il posto di controllo. Da li in poi saremo al sicuro”. La zona assegnata a Padre Lodovico si estende per quasi ottanta chilometri e comprende una ventina di comunità. “In realtà – mi spiega mentre entriamo nel piccolo villaggio - ne posso visitare solo sei con una certa sicurezza. Raggiungere le altre non è possibile. Vi sono mine sulle piste e c’è il caso che dalla strada arrivi una raffica di mitra. È  vero che in genere i guerriglieri non sparano sui missionari, però ogni tanto succede”. Scendiamo dalla vettura  e subito gli abitanti si avvicinano, stringendosi attorno al missionario e salutandolo con gioia. Sono osservato con curiosità da gente scalza e con gli abiti laceri. I bambini hanno le pance gonfie per la fame ed alcune persone portano i segni delle malattie. Le case sono di fango e paglia, alcune con disegni geometrici.

Scarichiamo i medicinali che abbiamo portato con noi e, mentre Padre Lodovico si intrattiene con i responsabili della comunità per prendere accordi sulla distribuzione di alimenti che verrà effettuata nei prossimi giorni, mi aggiro tra le capanne seguito dai bambini. Prima di andarcene ci viene offerto del riso e due galline che dobbiamo accettare. Poco dopo siamo nuovamente nella solitudine della foresta. Da tempo penso ad una domanda e poi mi decido: “Padre Lodovico, ci sono dei momenti in cui ti senti solo? Non hai mai pensato ad una famiglia?” La sua risposta giunge decisa: “Certo, una famiglia fa piacere a tutti. Ma io ho già una famiglia: appartengo alle mie comunità  e all’Africa. Ed è una famiglia che mi chiede la massima fedeltà.”
La foresta è fitta ed ogni tanto appaiono delle scimmie che guardano incuriositi la vettura per poi sparire nel folto della vegetazione quando ci avviciniamo a loro.
E se improvvisamente un guasto meccanico ci costringesse a fermarci? Chiedo a Padre Lodovico se ha già vissuto un’esperienza del genere. “Mi è già capitato di passare la notte in foresta con la macchina guasta. Dentro la cabina fa troppo caldo mentre all’aperto il problema più grande sono le zanzare ed un attacco di malaria sarebbe quasi sicuro. Ma stai tranquillo, alla manutenzione dei nostri veicoli pensa Frà Carlo.” Questa affermazione mi rassicura. Avevo incontrato Frà Carlo qualche giorno prima, nell’officina della missione, tra motori, attrezzi, trapani e saldatrici. Alto e magro, con una lunga barba, le mani sporche di grasso, mi aveva salutato con l’accento trentino. Indossava un grembiale blu, simile a quelli che avevo visto ad alcuni artigiani che scolpivano il legno durante una vacanza che avevo passato in Val di Fassa. Nei giorni seguenti lo avevo accompagnato nei suoi “interventi a domicilio”, come li chiamava lui: un cancello da saldare nella casa delle suore, la macchina della Diocesi che non si avviava, un corto circuito nel seminario, e così via. Interveniva dappertutto e riparava tutto: una figura indispensabile nella comunità missionaria di Quelimane. “Da quanti anni non vai in Italia, Frà Carlo?" gli avevo domandato. Non lo ricordava esattamente. “Dovrebbero essere più di dodici. Ma cosa vado a fare? Il mio posto è qui. Pensa se non ci fossi io a fare funzionare tutto!” mi aveva risposto ridendo.
Il sole sta tramontando quando arriviamo al posto di controllo. Da qui in poi saremo al sicuro. Alla sbarra ci sono gli stessi militari del mattino e, riconoscendo la vettura, ci fanno subito passare.
Improvvisamente penso ai missionari come a dei militari sconosciuti alla grande maggioranza delle persone. Chi è al corrente, in Italia, di quello che fanno, giorno dopo giorno, le armate missionarie? I Cappuccini, i Salesiani, i Dehoniani, i Missionari della Consolata, i Gesuiti.. e poi le suore Domenicane, Francescane, Serve di Maria, Agostiniane ...
Sto imparando che l’Africa non ha bisogno di famosi consulenti o di grandi progetti di cooperazione. L’Africa ha bisogno delle piccole opere, quelle condotte con ingegno, intelligenza e dedizione appunto dai missionari, militi ignoti come Padre Lodovico e i suoi confratelli, persone sconosciute da noi mentre qui rappresentano la sopravvivenza per interi villaggi.


Bazooka e sangue a Inhassunge
- Luglio

Bazooka e sangue ad Inhassunge: così si intitola il libro che Padre Pagliara ha scritto dopo aver trascorso quaranta giorni prigioniero della Renamo. Quaranta giorni di marce forzate, di malattie e di privazioni che lo avevano reso quasi irriconoscibile, tanto aveva sofferto.
Padre Pagliara ha conosciuto da vicino il dramma del Mozambico, ne ha incontrato i protagonisti, ha vissuto ed ha parlato con quelli che vengono chiamati, dal governo mozambicano, i “banditi armati” persone che, come ha scritto “lottano e soffrono nell’impietoso universo della guerra”.

È accaduto il 27 marzo del 1989, il lunedì di Pasqua ad Inhassunge, una località situata di fronte a Quelimane, dall’altra parte del fiume Bons Sinais. Quel giorno nella missione vi erano quattro religiosi: tre italiani, P.Camillo Campanella, P.Francesco Bortolotti, F.Oreste Sartori, P.Giocondo Pagliara ed un mozambicano, P.Francisco Chimoio.
Lo scontro tra l’esercito ed i guerriglieri inizia poco dopo le 7 del mattino e si sposta sempre più verso la missione, tanto che i religiosi, prevedendo che sarà saccheggiata, optano per celarsi in una macchia di vegetazione a circa sessanta metri dall’edificio mentre P.Pagliara decide invece di rimanere dentro la missione. Poco prima delle 8 gli spari cessano, delle persone si avvicinano, la porta della missione viene sfondata ed alcuni guerriglieri irrompono iniziando il saccheggio ma lasciando fortunatamente incolume P.Pagliara. In seguito si saprà che i primi colpi sono stati sparati dai soldati dell’esercito contro i guerriglieri che, durante la notte, erano entrati nel villaggio. I missionari che si erano rifugiati nella vegetazione, trovatisi per uno sfortunata coincidenza al centro dello scontro, decidono di uscire allo scoperto per farsi riconoscere ma, scambiati per mercenari, sono uccisi dai guerriglieri. Scrive P.Pagliara nel suo libro “Che cosa ha fatto scattare la spirale della violenza? Si poteva evitarla? Dovevamo fuggire? Dovevamo restare nella missione? Sento che non potrò mai rispondere esaurientemente a queste domande; ma credo si sia trattato di tragica fatalità, indipendente dalla volontà dell’uomo e sfuggita alla logica degli eventi quotidiani”. Ed ancora: “Se i soldati regolari non si fossero ritirati verso il fiume, i guerriglieri non avrebbero attaccato la residenza. Il giorno prima infatti, l’avanguardia della Renamo era giunta a poche centinaia di metri dalla missione senza manifestare intenzioni bellicose. Se avessimo percepito che i guerriglieri avevano qualcosa contro la missione certamente avremmo cercato la salvezza andando a Quelimane”. F.Oreste Sartori muore dopo alcune ore, assistito da P.Pagliara, mentre è in atto il saccheggio: il fuoristrada della missione viene utilizzato dai guerriglieri per trasportare tutto ciò che è possibile. 

Padre Pagliara è costretto a seguire i guerriglieri in un continuo trasferimento da una base all’altra attraverso le province della Zambezia e di Sofala, spesso fuggendo dai soldati dell’esercito, dormendo sotto la pioggia, bevendo l’acqua delle pozzanghere, mangiando frutti colti dagli alberi. Dopo 36 giorni giunge al quartier generale della Renamo, nel distretto di Gorongosa, dove incontra il leader Afonso Dhlakama, con cui protesta per il saccheggio commesso ad Inhassunge per l’uccisione dei religiosi e per il suo rapimento. “Dhlakama - scrive nel suo libro padre Pagliara -  mi spiega che il mio rapimento si era reso necessario: se il Frelimo fosse venuto a conoscenza che vi era un testimone della sconfitta dei suoi soldati e del coinvolgimento, casuale, dei tre religiosi cappuccini, mi avrebbe soppresso”. Poi Dhlakama aggiunge che “la guerra non ha mai portato alla pace. Noi non vogliamo sconfiggere il governo ma costringerlo al negoziato, ad abbandonare la dialettica marxista utilizzata per privare il popolo della sua libertà”. Due giorni dopo questo incontro, P.Pagliara viene portato in una base della Renamo situata a soli 300 metri dalla frontiera con il Malawi ed accompagnato al confine, dove lo attendono due persone: un religioso italiano, di cui non riferisce il nome, e un rappresentante della Croce Rossa Internazionale. Il 14 maggio giunge in Italia dove può curarsi e riprendersi nell’attesa di ritornare in Mozambico. Il racconto del periodo trascorso in prigionia si chiude con queste parole “ … È valsa la pena vivere questa tragica esperienza perché mi ha fatto scoprire un orizzonte nuovo nel mondo degli umili… lo stesso mondo dei guerriglieri si è rivelato non solo un mosaico di crudeltà e di banditismo, ma anche un mondo aperto all’ideale, il mondo di chi vive una vita difficile, al limite della resistenza e della sopportabilità. Se i cristiani accettassero i disagi, le sofferenze e le incomprensioni con lo stesso spirito che anima i guerriglieri… la vitalità del Regno di Dio ne avrebbe un’ energia formidabile…. Il martirio dei nostri tre missionari è un grido di implorazione per un mondo nuovo in cui tutti scoprano che la guerra, le violenze e le sopraffazioni servono a scavare una fossa mortale contro l’uomo e che il dialogo e la solidarietà consentono l’affermazione dei diritti di Dio”.


Micaune
- Agosto

Mi trovo ospite nella missione dei padri cappuccini di Quelimane quando giunge la notizia che l’esercito ha ripreso il controllo del villaggio di  Micaune, abbandonato dai missionari lo scorso anno per la recrudescenza della guerra. Viene deciso di visitare la località per verificare le condizioni della popolazione e predisporre eventuali aiuti.  Alle 5 del mattino il primo traghetto che attraversa il fiume Bons Sinais ci deposita sull’altra riva. Qui ci attende il Land Rover della missione di Inhassunge, avvertita per radio del nostro arrivo. Sul fuoristrada carichiamo le moto che ci serviranno per percorrere l’ultimo tratto di strada ed il viaggio inizia. È ancora buio e fa freddo. Dopo due ore di pista attraversiamo la località di Abreu, una manciata di case distrutte dalla guerra e, poco dopo, arriviamo in riva all’omonimo fiume. Qui ci attende un’imbarcazione, poco più che un rottame galleggiante. Ma ha un motore e riesce a navigare. Trasportiamo le moto sull’imbarcazione e un’ora dopo accostiamo sulla riva opposta in prossimità di una pista di sabbia. Scarichiamo le tre moto da cross sollevandole a fatica per superare il dislivello tra il fiume ed il terrapieno. L’imbarcazione ci attenderà sino al nostro ritorno, ma per sicurezza si sposta sull’altra sponda, per evitare eventuali attacchi della guerriglia. È la fine della mattinata ed inizia l’ultima parte del viaggio. Zaini in spalla, saliamo sulle moto. Siamo in sei ed ogni mezzo porta due persone. Salgo sulla moto guidata da Padre Bruno il quale mi avverte che dovrà andare veloce a causa della sabbia sulla pista. Avventure simili, sino ad oggi, le avevo viste solo al cinema. All’inizio sono teso e spero che il mio accompagnatore abbia abbastanza esperienza di guida, ma poi mi rilasso perché mi accorgo che, se fosse in Italia, vincerebbe sicuramente delle gare di motocross.

La strada si snoda tra vaste piantagioni di cocco, la natura è rigogliosa, il cielo ha l’azzurro che solo i cieli africani possiedono. Dopo quasi un’ora arriviamo a Micaune. La popolazione dapprima ci guarda sorpresa poi, riconoscendo i missionari, si avvicina con gridi di gioia. Sono meravigliato: nonostante la distruzione e le sofferenze, è ammirabile l’allegria che le persone provano. Un nugolo di bambini ci circonda e fa pena vederli vestiti solo di una scorza d’albero, ma l’impressione è ancora maggiore nel vedere anche gli adulti vestiti alla stessa maniera. Coloro che hanno un abito di panno sono veramente pochi. Mi metto in posa per una fotografia con una bambina che, per tutto il tempo in cui rimaniamo nella località, mi rimane vicina. La popolazione ci accompagna alla chiesa e la sorpresa dei missionari è grande nel vedere che è stato riparato il tetto colpito da una granata alcuni mesi prima ed è stato scolpito un grande crocifisso d’ebano. Parliamo con alcuni esponenti della comunità i quali affermano che la situazione è disastrosa. Le persone vivono costantemente in tensione: il villaggio era occupato dalla Renamo ed ora il Frelimo ha rioccupato l’area. Manca cibo, mancano vestiti, mancano medicinali.
Prevedevamo di rimanere anche il giorno seguente ma giungono alcuni militari che ci invitano a ritornare subito indietro perché i guerriglieri stanno preparando un attacco per  rioccupare la località. Salutiamo in fretta la popolazione che ci guarda partire in silenzio. I padri promettono che ritorneranno con aiuti, ma quando sarà possibile? Il ritorno si svolge senza ostacoli sino al fiume, pur se con comprensibile tensione. L’imbarcazione ci raggiunge e, caricate le moto, inizia a risalire il fiume mentre ognuno è immerso nei propri pensieri, certamente pensando ai sacrifici che quella popolazione sarà costretta a subire.
Pochi giorni dopo abbiamo saputo che la Renamo aveva attaccato la località all’alba del giorno seguente, rapendo alcune decine di persone, inclusi alcuni bambini e rioccupando nuovamente il villaggio.
Ho pensato alla bambina che ha posato con me nella fotografia augurandomi che sia riuscita a fuggire assieme ai suoi genitori. Di lei non conosco il nome, ma il suo viso è rimasto scolpito nella mia memoria.


Una grande famiglia
- Settembre

Sono tornato a visitare il Villaggio della Pace. Lo ricordavo, dalla visita dello scorso anno, semplice e funzionale. I bambini sono ora oltre quaranta e diversi di loro sono esterni: vivono nel quartiere ma trascorrono l'intera giornata al centro di sostegno. Hanno così modo di poter mangiare e studiare. Noto che la casa si è arricchita di una sala per la ricreazione, di servizi igienici e di un pozzo.
“Il numero dei bambini che ospitiamo è aumentato, ora sono oltre quaranta ed abbiamo dovuto ampliare lo spazio” mi dice suor Albertina ringraziandomi per le risorse che, nei mesi scorsi, sono pervenute dalla nostra associazione e che hanno contribuito ad allargare il sostegno ad altri minori. 
Lo stile di vita che caratterizza il Villaggio della Pace è quello di una grande famiglia, dove i bambini vivono come dei fratelli. “È importante creare dei legami tra loro, nonostante le differenze d’età” mi spiega Jaoquina, una delle educatrici. Noto che le attività sono aumentate e che i compiti di suor Berta sono divenuti più gravosi. I più piccoli richiedono un’attenzione continua ed a questo provvedono le educatrici, mentre i più grandi devono frequentare la scuola, situata poco lontano. “Alcune persone del quartiere si sono offerte per dare un aiuto – mi spiega suor Albertina – Sono donne che cucinano, lavano la biancheria e badano ai bambini più piccoli. Stiamo pensando di affidarne alcuni alle famiglie che abitano qui vicino. Dobbiamo però essere certi che siano trattati bene e comunque dobbiamo sostenere economicamente le famiglie che accettano di accoglierli”. Alcuni di loro hanno difficoltà nello studio e mi rendo disponibile per aiutarli nei compiti durante il mio periodo di permanenza a Quelimane. In generale il loro andamento scolastico è buono pur se diversi hanno difficoltà d’apprendimento dovuto probabilmente alle difficili condizioni in cui hanno vissuto.

La maggior parte dei bambini ospitati sono orfani di uno o di entrambi i genitori mentre altri provengono da famiglie povere che, non potendo permettersi di mantenere tutti i figli, ne lasciano alcuni al Villaggio della Pace in modo che sia garantito almeno un pasto. Suor Albertina mi indica alcuni di loro spiegando che sono giunti molto denutriti ed ammalati ma ora si sono rimessi in forma. Con il passare dei giorni conosco i loro nomi e le loro storie, tutte tristi: Selino, abbandonato dalla madre all’età di cinque anni senza aver mai conosciuto il padre; Mateus, i cui genitori sono rimasti uccisi in un’incursione mentre lui è riuscito a fuggire unendosi ad un gruppo di persone dirette in città; Joaninho, rimasto orfano all’età di due anni e portato al Villaggio della Pace in uno stato di grave denutrizione;  Pedro, che dopo la morte dei genitori è stato accudito dai nonni sino a quando, divenuti ormai troppo anziani, l’hanno affidato a suor Albertina. Ed ancora Luis, HIlario, Jacinto… le cui storie sono simili a quelle degli altri. Storie di lutti, di malattie, di abbandoni. Spesso li osservo quando giocano e noto che costruiscono dei giocattoli realizzati con bambù, lattine di bibita, filo di ferro, pezzi di legno. Materiali che, tra le loro abili mani, diventano automobili, aeroplani oppure pupazzi.
Il Villaggio della Pace segue dei ritmi ben precisi, stabiliti da suor Albertina e da suor Victoria, appartenenti la prima all’ordine delle missionarie Francescane e la seconda all’ordine delle missionarie Dominicane del Rosario.
Tutti i bambini hanno alimenti, latte, medicinali, materiale scolastico ma quello che non potranno avere è l’affetto di una vera famiglia. Li guardo correre e gridare d’allegria e penso che non sempre la sofferenza si trasforma in disperazione quando esistono realtà come questa che consentono di nutrirsi, di studiare, di essere curati e forse, in un futuro non troppo lontano, di poter imparare un lavoro.